Lo Straniero

Trije ste

Miran Košuta

10/08/2016 | N. 194/195 – Agosto/Settembre

Walter Chendi

 

Un locale foglio satirico del secondo Ottocento, “Juri s puso” (“Giorgio con il fucile”), faceva derivare per celia l’etimo Trieste dal sintagma sloveno trije ste: siete in tre. Alludeva, quel burlesco apocrifo etimologico, a una verità storica però innegabile, alla convivenza cioè delle tre principali civiltà europee – latina, germanica e slava – che hanno trovato qui naturale confluenza, accogliendo poi nel tempo ulteriori anime identitarie o religiose. La multiculturalità, il plurilinguismo, la multiconfessionalità, l’ibriditudine sono stati per millenni – fino ai secoli dei nazionalismi che hanno reso Trieste una tragica periferia di inosmotiche compresenze – tesori inestimabili che hanno permesso alla pahoriana “città nel golfo” di dialogare, aprirsi al mondo, crescere: non solo culturalmente o linguisticamente, ma anche economicamente e socialmente. Trieste è stata Europa prima dell’Europa stessa, piccola Heimat “dei tre”, cergolyana urbe “del sì, del da, del ja”. Per secoli. Tant’è che persino un irredentista e interventista convinto come Scipio Slataper, pur non esitando a sacrificare nel 1915 la sua giovane vita per l’italianità delle terre adriatiche, osservò con acume come “ogni cosa è duplice o triplice a Trieste, cominciando dalla flora e finendo con l’etnicità”.

Ma allora: perché persino nel millennio globale di internet, nell’Europa senza frontiere di Schengen, Trieste continua a palettarsi di vecchi e nuovi confini? Perché vi si vive nebeneinander tra italiani, sloveni, ebrei, greci, croati, serbi o cinesi e non ineinander, gli uni accanto agli altri e non gli uni negli altri? Perché la mutua conoscenza è qui ancora utopia, la toponomastica plurilingue chimera, il bilinguismo uno spauracchio? Perché non posso svoltare nel centro città da via Rossetti in, poniamo, via Kosovel o via Trubar? Perché, sebbene triestino da generazioni e cittadino italiano a tutti gli effetti, devo vedere il mio cognome storpiato senza pipetta sul codice fiscale o sulla tessera sanitaria? Perché non constato finalmente attuati tutti gli articoli della Legge 38 sulla tutela dell’autoctona minoranza slovena che l’Italia ha emanato nel 2001, salvo poi disattenderla ampiamente per quindici anni  sbeffeggiando se stessa e il suo presunto stato di diritto? Perché devo sentirmi straniero a casa propria, bettiziano “fantasma” di una comunità che, pur contando secondo un documentato volume di Pavel Stranj 49.000 appartenenti nella sola provincia di Trieste, appare tuttoggi “sommersa”? Perché invece di dialogare, cooperare, costruire insieme ponti, conoscersi, frequentarsi, plasmarsi a vicenda, italiani e non italiani, ortodossi e cattolici, carsolini e cittadini continuiamo a scrutarci da lontano con sospetto, quando non addirittura a riconcretare con allucinante, anacronistica scleroticità quell’eterna domanda di Montale: “E a Trieste vi odiate ancora così tanto?”

Vite parallele, lamentai tempo fa con Plutarco. Mondi isolati e autarchici, inosmotici, a stento comunicanti. Non sempre, ma in prevalenza. Aveva santissima ragione il vetriolico Bobi Bazlen nel criticare la metafora di crogiolo appioppata da Slataper alla mercuriale, plurietnica Trieste perché, come disse, “a Trieste, che io sappia, un tipo fuso non s’è mai prodotto”. La tanto sbandierata multiculturalità, la proverbiale mitteleuropeità cittadina, mitizzato retaggio di un simbiotico passato, è rimasta negli ultimi due secoli dicotomica, parallela compresenza di diversità sul medesimo territorio. Senza sfociare nel suo naturale estuario evolutivo: l’interculturalità, la fattiva integrazione culturale, il concreto interscambio di conoscenza tra popoli, società, mondi contigui e diversi che, implementandosi a vicenda, incorporano nel proprio specifico sé anche l’Altro, il vicino, la sua storia, la sua lingua, il suo pensiero, la sua alterità. A ben vedere, a ponderarla nel profondo in tutta la sua complessità, a scrostare dall’erma di San Giusto la dorata retorica del mito, la Trieste di oggi racconta infatti di sé una realtà ben diversa dalla favola storica del “volemose ben” propinata all’ignaro turista dai patinati dépliant di circostanza…

C’era una volta nel golfo più settentrionale del Mare superum un borgo con poche migliaia di anime. Vi dimoravano in armonia pescatori e mercanti, villici e patrizi, Martin e Nicolò, i Babic e i Marenzi. Il borgo è cinto da spesse mura medievali, ma aperto alle diversità: nel Duecento, accanto ai locali patrizi di stirpe romana, firmano obbedienza al veneziano doge Dandolo anche i concittadini Dietmarus, Adalgerius, Soboslav, Stanko, Belica…; nel Cinquecento il vescovo Pietro Bonomo commenta in latino, italiano, tedesco e sloveno ai discepoli della sua corte – tra i quali anche a un giovane Primoz Trubar, futuro padre della letteratura slovena – le opere di Erasmo, Calvino e Virgilio; nel Seicento i nobili delle locali casate sono poliglotti, leggono il Vocabolario italiano e schiavo di frate Gregorio Alasia da Sommaripa, conservano nelle loro biblioteche libri protestanti stampati in cragnolino, corrispondono tra loro anche in sloveno, la lingua del più vasto circondario rurale che inizia a un tiro di schioppo dal campanile di San Giusto.

Poi viene l’editto. La sovrana volontà di sua maestà imperiale Carlo VI. Senza particolari meriti, per scelta strategica e caparbia dovizia di finanziamenti, nel 1719 Trieste diviene porto franco. Nasce dall’utero artificiale della politica l’emporio dei traffici, la città mercuriale. In breve l’inurbamento di genti e mestieri si fa vorticoso. Vengono da ogni dove, dalle terre dei quattro venti, ma – come naturale – principalmente dall’hinterland più immediato: dal Carso, dal Goriziano, dall’Istria, dal Friuli, dalla Carniola, dalla Carinzia. Arrivano bottai, fabbri d’ancora, marangoni, sarte, muratori, scalpellini, serve, commercianti, dottori, impiegati, funzionari, capitani d’industria, ma anche faccendieri, avventurieri, truffatori, attratti come sono dalle ampie guarentigie assicurate in loco dagli Asburgo per armare di braccia la voracissima attività portuale. Così, la popolazione triestina registra una vertiginosa impennata. Nell’arco di appena due secoli si decuplica: una, due, tre volte. La città cambia aspetto, diventa plurietnica. La abitano, riferisce già nel 1761 Tomaso d’Ustia, “varie Nacioni”, come quella “Allemana” o “Greca”, qui stabilite “per ragione del Porto franco”, comunità che si affiancano alle due principali etnie autoctone: l’italiana e la slovena.

La prima è storicamente indigena, maggioritaria, socialmente e linguisticamente dominante, la seconda invece minoritaria, soggetta all’assimilazione, socialmente e culturalmente debole, ancorché, rivela Pavle Merkù nel volume Storia economica e sociale di Trieste, “massicciamente presente nel territorio circostante la città, ma pure, e in misura rilevante, nella città stessa” sin dall’XI secolo. Nel bailamme del suq emporiale triestino due fattori aggreganti comunque s’impongono: da una parte l’egemonia sociale e politica del patriziato prima e della borghesia imprenditoriale poi, dall’altra il predominio linguistico dell’italiano nella sua duplice veste di veneziano coloniale, lingua franca dei traffici, e di dialetto tergestino, duttile vernacolo di casa tanto nelle osterie di Riborgo o Rena vecia quanto negli austeri uffici del Lloyd. A questo punto Trieste potrebbe davvero diventare il crogiolo vagheggiato da Slataper, il melting pot preamericano.  E invece…

Dopo la breve parentesi illirica di Napoleone arriva il 1848, la “primavera dei popoli”, il risveglio delle coscienze nazionali. E con esso inizia ad accrescere la sua statura culturale, sociale, politica ed economica anche il Davide sloveno. Da lattaie, “pancogole” e carradori, da “buoni selvaggi” di rousseauiana memoria, i “barbari” che Pacifico Valussi vedeva diventare italiani non appena illuminati dalla luce della civiltà, i “mongoli dagli zigomi duri” di Slataper iniziano a tramutarsi con rapidità anche in avvocati, imprenditori, banchieri, vescovi, insegnanti, medici, letterati, incamminandosi per la strada di Marbod, il barbaro jazigo protagonista del romanzo Nel vento della Sibilla del contemporaneo Alojz Rebula che, assimilando la sapienza dei legionari conquistatori, diverrà il liberto Nemesiano, illuminato homme de lettres e dominus romano. Cossiché, quando il 1904 materializza nel cuore della città dalla matita del celebre architetto Max Fabiani il Narodni dom, centro culturale, sociale ed economico degli sloveni triestini, la sorpresa delle locali élites italiane e tedesche ricorda da vicino l’attonita battuta dei colleghi bancari di Italo Svevo nell’apprendere delle sue inclinazioni letterarie: “Chi? Quel mona de Schmitz?”

Con i 58mila sloveni residenti certificati dal ripetuto censimento austroungarico del 1911, che attribuiscono a Trieste la palma di prima città slovena a dispetto della stessa Lubiana, lo spettro dell’egemonia demografica, sociale, culturale, economica, finanziaria e politica del vicino si materializza minaccioso e concreto. Il pericolo slavo è ormai alle porte. Talché, da parte italiana, non si teme più soltanto la germanizzazione omologante della burocrazia statale austroungarica, ma anche quel grande, informe mare etnico che inizia alla periferia cittadina e pare estendersi infinito verso est fino a Vladivostok. Scocca l’ora della concorrenza, dell’astio, degli opposti nazionalismi. Da una sponda si anela all’Italia, dall’altra alla “Zedinjena Slovenija”, la Slovenia unificata sotto l’egida degli Asburgo. Il delicato equilibrio etnico della Trieste preemporiale è irrimediabilmente incrinato. L’antica conoscenza dello sloveno da parte della maggioranza svanita come neve al sole. “La non conoscenza, il classismo, il razzismo”, chiosa sul rapporto tra italiani e sloveni proprio il citato Rebula,“hanno iscritto quel Hic sunt leones già molto prima delle foibe del 1945”. E sul ceppo di questo divario linguistico, culturale, sociale s’innesteranno poi nel Novecento fattori disgreganti ancora più traumatici: il macello della grande guerra con italiani e sloveni triestini perlopiù su fronti opposti, l’irredentismo, l’arrivo dell’Italia nel Litorale e la cesura del confine di Rapallo che amputa, stando ai dati di Lavo Cermelj, 350mila sloveni e 200mila croati dalla nazione madre, il fascismo, il rogo del Narodni dom incenerito già nel 1920 dagli squadristi di Francesco Giunta, i due processi del tribunale speciale voluto da Mussolini per soffocare col sangue nel 1930 e nel 1941 il primo antifascismo europeo dei fucilati sloveni e croati di Basovizza e Opicina, l’uragano del secondo conflitto mondiale con la Risiera trasformata dai nazisti e dai loro collaboratori fascisti nel primo e unico campo di concentramento in Italia, i quaranta giorni di permanenza in città dopo il primo maggio 1945 dei partigiani di Tito, salutati come liberatori dagli antifascisti sloveni e italiani ma visti da una parte dei triestini come occupatori cui imputare l’orrore erinnico delle foibe. E poi ancora in rapida successione: la contesa italo-jugoslava per Trieste, la pilatesca amministrazione anglo-americana di una città proclamata territorio libero dalle grandi potenze, la cortina di ferro, il biblico esodo degli “optanti” italiani dall’Istria e dalla Dalmazia prima e dopo il Memorandum di Londra del 1954, il loro risentimento verso la Jugoslavia socialista che, sfogato per transfert sugli incolpevoli slavi locali, alimenta per decenni le fortune elettorali della destra locale, le nevrosi di una città che reprimerà a forza nel proprio subconscio le sue molteplici alterità in favore di un’italianità all’apparenza omologante e monolitica, ma in realtà tanto insicura di sé da dover essere ribadita al superlativo: italianissima…

È così, cancellando a forza le tracce della sua passata diversità e riducendosi a desertico municipio mononazionale, che Trieste ha trasformato anche il conterraneo sloveno di ieri nello sconosciuto di oggi diventando forse la città più antieuropea del vecchio continente.

In un provocatorio saggio dal titolo Il multiculturalismo o la logica culturale del capitalismo multinazionale, pubblicato già nel 1995 ma ribadito nella sostanza anche in tempi e corsivi più recenti sul londinese “The Guardian”, il filosofo sloveno Slavoj Zizek ha accusato il multiculturalismo – inteso come “ibrida compresenza di mondi culturali ed esistenziali diversi” – di impersonare dietro la sua pur altruistica maschera d’umanità la “nuova barbarie” del capitalismo globale perché, predicando nell’ipocrita lingua del politically correct la tolleranza del diverso, la pace, la convivenza, favorirebbe in realtà l’integrazione etnica, religiosa o sociale indispensabile alla proliferazione del capitale multinazionale nelle composite realtà occidentali e di conseguenza il pacifico sfruttamento dei nuovi schiavi immigrati nei contesti nazionali d’adozione. Parlare di multicultura, di rispetto del diverso, di integrazione, avvalorerebbe dunque per paradosso proprio l’intrinseca logica imperialista del capitalismo sovrannazionale, accreditandolo sul piano teorico come dottrina economica dal volto equo, umano e compassionevole.

Non so quanta effettiva rispondenza generale, quanta verità e carne o, più semplicemente, quanto lacaniano gusto per l’ossimoro ci sia nelle pur stimolanti speculazioni teoriche di Zizek. Ma l’analogia concettuale con l’asserita multiculturalità di Trieste balza agli occhi lapalissiana. Anche qui infatti lo sproloquio soprattutto politico sulla cosmopolita, multietnica, dialogante città mitteleuropea ha continuato a celare lungo l’intero Novecento fino a tempi non lontani una realtà diametralmente opposta: il monologo, il divario tra culture. Una distanza, mantenuta ad arte nel nome di una pervicace e interessata difesa del supremo “bene” nazionale – l’italianità di Trieste. Chi deteneva il potere politico da queste parti, chi era realmente in grado di incidere sulla vita dei cittadini – l’élite dirigente cioè della borghesia italiana liberale e imprenditoriale – alimentava scientemente e a scapito di ogni alteritudine per proprio capitalistico utile l’artificioso collante dell’italianità. Un tempo imponendo ad esempio il tergestino o il veneziano coloniale come comune, esclusiva lingua dei traffici portuali, poi, negli anni bui e totalitari del “secolo breve” di Hobsbawm assimilando brutalmente, reprimendo o eliminando ogni autoctona diversità interna invece di rispettarla o valorizzarla, e infine, nell’Italia democratica del secondo dopoguerra, spacciando a parole il proprio dominio provinciale per democratico, tutelante, multiculturale, ma senza mai renderlo effettivamente tale. Come nel più puro spirito gattopardesco: tutto cambiava nel mondo e tutto a Trieste rimaneva uguale.

Oggi i giovani figli italiani di quello scellerato apartheid culturale continuano a ignorare la diversità che li circonda, snobbano la lingua o la cultura del vicino, biascicano semmai da cosmopoliti scazonti il basic inglish del grande mondo, salvo poi perdersi a Sezana come a Novigrad nel cortile sloveno o croato di casa, sollevano un putiferio diplomatico internazionale, se un cortometraggio nemmeno visto osa proporsi al pubblico d’oltrefrontiera con l’ironico titolo di Trst je na… Come se, oltreché cento e mille volte italiana, Trieste non fosse davvero e fuor d’ogni ironia anche una città slovena, ed ebrea e austriaca e tedesca e croata e serba e greca e levantina e cinese e… Insomma: la nostra città, la città di tutti.

C’era una volta, conclude la fiaba, un porto di mare caro al cuore di tutti gli italiani. Una matrigna, l’Austria, lo rese il suo porto eletto, l’ombelico del mondo. Una madre, l’Italia, dopo averlo adottato, non seppe che farsene perché aveva già troppo mare, troppi porti. E così, da ombelico di un impero, il porto divenne “mesto na robu sveta”, come recita un verso del suo lirico contemporaneo Miroslav Kossuta, città al margine del mondo, periferia delle periferie, tradita nel suo più sacro amor filiale e condannata a un’inesorabile declino sul fondo di un budello dove nemmeno il treno ora vuole più addentrarsi…

Fin qui la triste fiaba di Trieste raccontata dalla storia. Ma sarà davvero questa la fine della bella addormentata nel golfo? Ci si rassegnerà dopo la finis Austriae anche alla finis Tergesti senza battere ciglio? Nonostante tutte le opportunità offerte dalla globalità contemporanea, dall’Europa, da Schengen, dalla caduta di muri e confini? Se – come immagino e auspico – la risposta di tutti sarebbe no, se al di là dei suoi mille fossati e confini l’odierna Trieste si ritroverebbe unita come un sol uomo nel grido di Kosovel “Vivere, vivere, vivere!”, allora la domanda sorge spontanea e inesorabile: Che fare?  Da dove iniziare?

Fra i molti possibili suggerimenti, tra le percorribili vie d’uscita ne scelgo una a mio avviso basilare, essenziale, proposta con lucida incisività da uno scrittore italiano che a Trieste ha vissuto e studiato per alcuni anni, Diego Marani. Ragionando su L’integrazione tra culture nell’Europa senza frontiere, il glottoteta di Tresigallo consiglia infatti: “Nel suo saggio Cosmopolitanism, Kwame Anthony Appiah fa l’elogio della contaminazione come motore di ogni coesistenza. Il combustibile di questo motore è il raccontare, il dire, il parlare. Per questo è essenziale che gli europei si parlino, che si raccontino le loro storie. Perché attraverso il raccontarsi ci si conosce, si capisce il punto di vista dell’altro, le paure e le speranze dell’altro. Valutare insieme storie ed eventi è per l’uomo uno degli strumenti essenziali di apprendimento. Narrare serve a trovare un allineamento nella percezione dei fatti ed è questa uniformità che mantiene saldo il tessuto di una comunità, che le permette di imbarcare diversità senza alienarsi da sé. Questo dovrebbe essere il primo passo da fare su questa frontiera. Che sloveni, italiani e croati potessero parlarsi, ognuno nella propria lingua, capendo quella dell’altro. Solo così potrà svilupparsi una memoria collettiva degli eventi che hanno diviso queste terre, che sia anche una totemizzazione della tragedia passata.”

E allora più e prima che attraverso la pur indispensabile economia, le necessarie infrastrutture viarie o il rilancio del suo ruolo portuale, è nella cultura che dovrebbe concretarsi il risorgimento di Trieste: attraverso il riconoscimento della sua slataperiana “doppia anima”, della sua effettiva multiculturalità, del suo essere una e plurima. Accantonato il multiculturalismo di facciata, occorrerebbero perciò politiche di sviluppo realmente interculturali, applicazioni concrete di tutele minoritarie finora disattese, osmosi internazionale, istruzione adeguata ai giovani perché possano apprendere la lingua, la cultura, la storia del vicino. Occorrerà dire, parlare, raccontarsi, dialogare non solo tra italiani e sloveni, Trieste e Capodistria, ma con e tra tutti. E occorrerà guardare con spirito emulativo all’Europa. Non quella ora angosciante del mai libero mercato, della crisi finanziaria, delle banche, dell’euro traballante, della disgregante Brexit, ma quella diversa, babelica eppure unificante dei popoli e delle culture, quella che tra i 45 milioni di appartenenti alle sue oltre cento comunità meno diffuse sperimenta anche positivi modelli di integrazione, quella di Spinelli e Schuman che porta iscritte da Ventotene a Lisbona nel proprio genoma fondativo frasi come “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. Solo così, un domani sperabilmente prossimo, i figli di questa città smetteranno di graffitare sui muri il solito, liso, razzistico, ma qua e là tuttoggi visibile “fora i sciavi” per sostituirlo forse con un’antica celia etimologica che parlerà però di speranza, integrazione e futuro: Trieste = Trije ste…

fonte: http://lostraniero.net/trije-ste/


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