Venerdì

Quel diamante (non così pazzo) chiamato Syd Barrett

10 anni dalla morte del fondatore dei Pink Floyd, un libro del giornalista scientifico Mario Campanella sostiene che a tagliarlo fuori dal palco (ma non dalle ossessioni di Waters & Co) non fu la schizofrenia…

di Piero Melati

syd barrett

Syd Barrett era un velocista. Volava mentre gli altri si limitavano a trascinare qualche passo. Così quando, nel gennaio del ‘68, Syd disse alla band che i Pink Floyd per evolversi dovevano imbarcare un sassofono e qualche coro, Roger Waters e gli altri la presero come il segno definitivo della fine di una storia. Il fondatore doveva lasciare per sempre il gruppo. Era impazzito. Le sue idee, se realizzate, avrebbero compromesso la loro integrità. Gli amici, che assistettero alla scena madre, pensarono al contrario che erano i Pink Floyd a non avere futuro, senza Syd. Sbagliarono tutti quanti.

Dark Side of the Moon, l’album del 1973 senza Syd, entrò in testa alla classifica per quindici anni, e ne uscì solo dopo altri quindici. Cinquanta milioni i pezzi venduti. Con Harry Potter, i Beatles, James Bond e Agatha Christie, la canzone Money resta il vello d’oro di chiunque tenti, dalla terra d’Albione, di conquistare il mondo con un prodotto. E nel lavoro c’erano esattamente sassofono e cori, come aveva profetizzato Barrett, spalmati sul Pink Floyd style come marmellata di lamponi in un pancake. Fino ad allora Waters, David Gilmour (che aveva sostituito Barrett), Nick Mason e Richard Wright avevano spremuto come un limone l’eredità del fondatore, forgiata in oro nell’esordioThe Piper at the Gates of Dawn e, in gran parte, nel secondo A Saucerful of Secrets.

I successivi Ummagumma, More, Atom Earth Mother, Middle (le prime opere senza di «lui») inseguirono sempre gli irripetibili carillon stellari diAstronomy Domine, Interstellar Overdrive e See Emily Play, i pezzi firmati Barrett che, quando li ascoltò, fecero cadere dalla sedia David Bowie. A testimonianza del periodo travagliato post-Syd ci sono i concerti della primavera del ‘69 a Londra (Royal Festival Hall e Royal Albert Hall, oggetto dibootleg per collezionisti) dove Waters e co. stressano le vecchie suite o ne sperimentano di nuove, in un continuo clangore di ferraglia e di acqua che bolle in provetta, come alla ricerca del segreto dell’alchimia barrettiana.
Solo che mancava il mago. Quei cinque anni scarsi di carriera per Syd (compresi i due dischi solisti) diventeranno per Waters e compagni un’ossessione. Come tra Salieri e Mozart. Molti gli episodi chiave.

Appena fatto fuori dal gruppo, il 26 gennaio del ‘68, Barrett si presenta all’Imperial Ballroom e si piazza sul palco di fronte a David Gilmour, il suo sostituto, fissandolo per tutto il concerto senza una parola. Quando il quartetto, sempre più stregato dal suo fantasma, progetta nel 1975 di dedicargli l’albumWish You Were Here, lui si presenta negli studios di Abbey Road, ingrassato e invecchiato. Loro non lo riconoscono neppure: da anni vive segregato. Infine, lo stesso The Wall, partorito da Waters (altro mitico pilastro della piramide floydiana, opera che ispirerà il film di Alan Parker con Bob Geldof e che verrà eseguita a Berlino il 21 luglio del ‘90, per celebrare la caduta del Muro) è un omaggio struggente al suo gemello. Quello che, appena fondata la band, andava di notte nel cimitero londinese di Highgate, dove è sepolto Karl Marx, ipnotizzato dalla leggenda secentesca di un vampiro che camminava sul colle.

I Pink Floyd decollarono quando la prima navicella spaziale toccò il suolo della Luna (3 febbraio ‘66). E infilarono lo straordinario esordio discografico quando un altro inglese, il regista Stanley Kubrick, sfornò 2001:Odissea nello spazio (1968). In questo soffio di tempo si sprigiona il genio di un appassionato di astri e boschi del dio Pan, di filastrocche inglesi sul Ratto e la Talpa, amante delle dissonanze di Joyce. Oggi, a dieci anni dalla morte per tumore al pancreas, dopo aver vissuto fino ai 61 nell’eremo al numero 6 di St Margaret’s Square, a Cambridge, protetto dalla famiglia, è tra questi segnali che il giornalista scientifico Mario Campanella invita a scovarne l’arcano. Tra tutte le biografie sul «diamante pazzo», questa di Campanella (Syd Diamond, un genio chiamato Barrett, Arcana) supera i limiti della nicchia «rocchettara» e prova a disegnare Roger Keith Barrett (il vero nome) come uno dei geni incompresi del secolo scorso.

L’indagine di Campanella parte dalla fisiologia. E dimostra che Barrett (sul cui caso non disponiamo di alcuna perizia psichiatrica) non fu affetto da schizofrenia come a lungo si è creduto, ma più  probabilmente da sindrome di Asperger, dal nome del medico che la diagnosticò su se stesso. Si tratta, secondo il canone, di «un grave disturbo dello sviluppo caratterizzato dalla presenza di difficoltà importanti nell’interazione sociale e da schemi inusuali di interessi e di comportamento».
Una forma di lieve autismo «senza ritardo mentale» di cui fu vittima (rivela sempre Campanella) anche il padre di Syd, Arthur Max Barrett. Musicista, naturalista, papà Arthur fu medico celeberrimo in quel di Cambridge, il che spiega la «protezione» sulle condizioni di Syd da parte dei suoi concittadini, che negli anni Ottanta non solo mantennero il segreto sul suo stato ma sviarono con false informazioni il perenne corteo di reporter e «pellegrini» in ansia per vedere (almeno «vedere») il santo dei Pink Floyd. 

La sindrome di Barrett, spiega Campanella, avrebbe potuto trovare nel tempo uno spontaneo riequilibrio. Ma venne invece incendiata dall’uso smodato di droghe. Il primo appartamento dove i neonati Pink Floyd iniziarono a provare, e dove Syd abitò e inventò il nome della band (il 101 di Cromwell Road, nel West Kensington) fu nel 1966 oggetto del primo processo mondiale contro l’Lsd, la sostanza lisergica inventata dal chimico Albert Hofmann. Quattromila trip vennero trovati nel pomello di una porta, in una baracca sommesa di immondizia. L’acido lisergico non era ancora illegale ma il caso fu portato dinanzi all’Old Bailey, tribunale penale di Londra, per un presunto uso di un potente veleno, l’ergot, nella lavorazione del prodotto. Dalla Svizzera venne chiamato a testimoniare lo stesso Hofmann.

Alla fine vennero tutti assolti ma intanto, dal Marquee all’Ufo club fino alla chiesa sconsacrata di Notting Hill (dove nel ‘66 venne rilanciato dai Pink Floyd, dopo più di un secolo, quello che ancora oggi è considerato il più grande carnevale di quartiere del mondo), musicisti come Donovan e i Soft Machine di Robert Wyatt, come i Cream e i Crazy World di Arthur Brown, si impegnarono a esportare in terra inglese la Summer of Love californiana dei Jefferson Airplane e dei Grateful Dead. Per loro l’acido era come un’ostia: allargava le porte della percezione. 

Solo che qui, a Londra, non c’erano i grandi spazi del mito americano, capaci di far evaporare e reintegrare anche i fenomeni più estremi. Qui c’era la metropoli del Popolo degli abissi di London, della Peste di Londra di Defoe e dei Tempi difficili di Dickens. Qui tutto implodeva. «Syd faceva parte della scena e assunse un botto di acidi» testimoniano gli amici. Fino a cinquanta al giorno, miscelati con hashish e Mandrax, un ipnotico. Così l’inferno vomitò il Barrett che «sentiva le voci», stava immobile sul palco, saltava i tour. Fino a costringere gli altri a cacciarlo dal gruppo. Gesto inevitabile e faustiano. La band, da allora, dovette convivere per sempre con il lato oscuro della luna.

(1 luglio 2016)


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