Xu Xing. «A parte Mao, tutto era considerato feudale e revisionista, si poteva spaccare qualsiasi cosa. Per un ragazzino era un onore partecipare alla devastazione.

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

La chiamavamo Rivoluzione culturale

Xu Xing, scrittore e documentarista cinese, che ai tempi era uno scolaro, racconta come iniziò la campagna maoista. Sembrava «una festa». Poi vennero i controlli, le delazioni. E la gente cominciò a sparire…

1966. Una squadra di Guardie rosse composta da studenti al termine di una parata (Jean Vincent/Afp/ Getty Images)

1966. Una squadra di Guardie rosse composta da studenti al termine di una parata (Jean Vincent/Afp/ Getty Images)

PECHINO. Qual è il confine tra bene e male, nella mente di un bambino? «Non ho nessun ricordo, ma gli adulti sentivano già che qualcosa stava per succedere. I giornali avevano cominciato a criticare tante opere letterarie. La voce dell’annunciatore alla radio era spaventosa, faceva rizzare i capelli. A scuola si avvertiva che gli insegnanti avevano sempre più paura degli studenti». Xu Xing è scrittore e documentarista. Ha sessant’anni. Ne aveva dieci quando cominciò la Rivoluzione culturale.

«Tutto partì da lì, dalle scuole» racconta. «Poi iniziarono le critiche contro le “erbacce” nel cinema, nella letteratura, nella cultura. Nel ‘66 non eravamo più intimoriti dagli insegnanti. Poi comparvero sempre più libri di propaganda, ricordo Come fu temprato l’acciaio di Nikolaj Ostrovskij. E poi ricordo la storia delle diapositive. A scuola avevamo la sala dove portavano tutte le classi, a turno, per vedere immagini della storia cinese. Visto che in quel periodo era tutto allo sbando, la stanza era stata devastata e le diapositive erano tutte sparse per terra. Noi potevamo anche non andare a scuola, ma con i ragazzi più grandi entravo in quella sala e facevamo delle pile di diapositive, poi un buco nella pellicola e le buttavamo sopra il fuoco, così scoppiettavano e noi stavamo ad ascoltarle. Prima, era stato tutto così serio. Ci mettevano in fila per andare a vedere le diapositive. Provavo il gusto di distruggere. Dopo, crescendo, ho capito che è come drogarsi» dice Xu Xing.

«A parte Mao, tutto era considerato feudale e revisionista, si poteva spaccare qualsiasi cosa. Per un ragazzino era un onore partecipare alla devastazione. Dalla terza elementare si poteva diventare membri dei Giovani pionieri, ma io non ero mai stato ammesso perché avevo sempre l’insufficienza in matematica. Con la Rivoluzione culturale cancellarono questa norma ed ebbi la mia rivincita. Diventammo tutti Guardie rosse, tutti alla pari, eravamo sempre più drogati, dovevamo fare la rivoluzione».

All’epoca, lui abitava in un compound abbastanza borghese. «Mia madre era medico. Lì vivevano dottori e intellettuali. Ci viveva anche un falegname che chiamavamo “il capo Wang”, era il più umile e casa sua era la più vicina al gabinetto. All’improvviso diventò il più potente di tutti. Ogni mattina guidava un piccolo corteo interno di medici e intellettuali portando un ritratto di Mao, quelli erano costretti a seguirlo gridando slogan maoisti e inchinandosi di fronte all’immagine. In quel posto non successero cose troppo terribili: le Guardie rosse facevano delle perquisizioni, ogni tanto chiudevano qualcuno dentro unsanlunche (veicolo a tre ruote) e lo menavano. Tutti erano però terrorizzati che qualcosa di molto più grave potesse succedere». 

Suo padre era un militare. «Lo vedevo tutte le sere scrivere disperatamente delle lettere. Probabilmente erano autocritiche, perché lui era figlio di un proprietario terriero e veniva dal Nord-Est. Era andato a scuola e si era formato sotto l’occupazione giapponese. Poi sparì, mi dissero che probabilmente doveva essere a guardia di qualcosa d’importante, ma questa storia non me l’hanno mai raccontata bene neppure i miei fratelli maggiori. Comunque c’erano sempre più case vuote, perché parecchi venivano spediti in campagna a rieducarsi. Così noi ragazzi entravamo negli appartamenti abbandonati per fumare e divertirci. Poi, nel ‘67 ci spedirono tutti nel Gansu, compresi me e mia madre. In città potevano stare solo i neolaureati, tutti gli altri medici dovevano andare a curare i contadini, perché già nel 1965 Mao aveva fatto il discorso che attaccava la sanità pubblica, accusandola di occuparsi solo delle classi urbane privilegiate e non della popolazione rurale. Così erano nati i “medici scalzi” nelle campagne».

Quando capì che c’era qualcosa di storto? «La propaganda diceva che bisognava dubitare di tutto e distruggere tutto, così un giorno chiesi a mio padre: “Ma allora si può dubitare anche di Mao Tse-Tung?” Lui diventò verde in faccia e mi diede una botta in testa, poi proclamò: “Mao è l’arma per dubitare e distruggere tutto”. Insomma, Mao voleva fare tabula rasa per riscrivere tutto».

Continua il regista: «L’opera teatrale La destituzione di Hai Rui, scritta da Wu Han, era diventata il male assoluto, perché si diceva fosse un attacco indiretto a Mao. La critica contro quest’opera aveva dato il via alla Rivoluzione culturale ed era stata avviata da uno che sarebbe stato della Banda dei Quattro, Yao Wenyuan. In giro si continuava a sentire il suo nome, a me suonava effeminato e pensavo che fosse una donna. Lo dissi a un altro bambino. Non l’avessi mai fatto. Il giorno dopo, mia madre fu convocata per una seduta di autocritica. Quando tornò a casa era furente e mi disse: “Le cose che non capisci, tienitele per te”».

Poi, i “tour organizzati”: «Quando andammo in Gansu ci vollero quaranta ore solo per arrivare a Xi’an. Fu il viaggio in treno più lungo della mia vita, guardavo dal finestrino e vedevo tanta miseria, mentre ci dicevano che noi cinesi eravamo i più fortunati del mondo. A quel punto già non ci credevo più. Però nessuno fu in grado di spiegarmi cosa stesse accadendo e questo non fece che aumentare la mia sfiducia. Mi è rimasta dentro, fino a oggi. Rividi mio padre nel 1969, quando venne a trovarci nel Gansu. Io e mia madre tornammo a Pechino solo nel 1971, ma quella è già un’altra storia».

Dopo il ritorno a Pechino, Xu Xing prese una cotta per una ragazzina e le scrisse una lettera d’amore anonima. Lei si spaventò e riferì tutto a un insegnante, che riuscì a scoprire l’autore. Xu Xing fu sbattuto in galera in quanto «controrivoluzionario». Aveva sedici anni. Ha raccontato questa storia, insieme a quelle di altre persone passate attraverso il «periodo catastrofico» (definizione ufficiale) nel suo primo film: Wo de Wenge Biannianshi (“Una cronaca della mia Rivoluzione culturale”, 2008). Ci è ritornato su con Zuixing Zhaiyao (“Il sommario dei crimini”, 2014), la storia di una comunità di contadini perseguitati durante quel periodo. Ma non aveva ancora raccontato a nessuno l’inizio di tutto, quando la Rivoluzione era una grande festa.

(6 maggio 2016)

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/05/09/news/la_chiamavano_rivoluzione_culturale-139203955/


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