Corriere della Sera

La storia

Rosenthal, bomber ebreo e le svastiche a Udine: «Ripudiato e fortunato»

Nel 1989 fu tesserato e presentato, poi scaricato per un presunto problema alla schiena: «Al momento fui amareggiato, ma andare in Inghilterra fu la svolta»

di Paolo Tomaselli

Lottatore. Ronny Rosenthal, centravanti potente, ha giocato in patria e poi con Standard Liegi, Liverpool, Tottenham e Watford. Per lui in Nazionale 60 presenze e 11 gol

Lottatore. Ronny Rosenthal, centravanti potente, ha giocato in patria e poi con Standard Liegi, Liverpool, Tottenham e Watford. Per lui in Nazionale 60 presenze e 11 gol

«Il mio sogno era quello di giocare in Italia, non vedevo l’ora: nel 1989 il vostro campionato era il più bello del mondo. L’Udinese mi aveva già presentato, poi all’improvviso si appigliò a un mio problema congenito alla schiena, che però non mi ha mai impedito di fare una bella carriera, né prima né dopo. In quei giorni sui muri della città comparvero alcune svastiche e scritte razziste contro di me, israeliano ed ebreo. Ma non ho mai creduto che l’Udinese mi avesse scaricato per questo, perché si era spaventata: magari mi sbaglio, ma credo che fosse più che altro una questione d’affari. Hanno avuto l’occasione di prendere Abel Balbo e l’hanno sfruttata, senza rispettare gli accordi presi con me».

Ronny Rosenthal come tutti i ragazzi israeliani ha fatto la leva obbligatoria per tre anni. Tra Belgio, Inghilterra e Nazionale, ha costruito un percorso di tutto rispetto, da centravanti potente e combattivo. Il suo arrivo a Udine — e soprattutto il suo burrascoso addio a presentazione già avvenuta — è rimasto nella memoria come il primo clamoroso caso di razzismo legato a un giocatore straniero in arrivo nel nostro calcio. Ci furono delle interrogazioni parlamentari, sia a Roma che a Tel Aviv. Il centravanti israeliano fece causa al club di Giampaolo Pozzo e ottenne presto un risarcimento di 60 milioni di lire.

Da anni Rosenthal fa lo scopritore di talenti in giro per l’Europa: «Kompany e Berbatov i miei colpi migliori». E non ha rimpianti: «Ho sempre amato molto l’Italia. E quell’episodio, che al momento mi aveva amareggiato e disorientato, si è rivelato invece la mia fortuna: andare a giocare in Inghilterra mi ha cambiato la vita. È stato un vero happy end».

La vicenda ha anche un lato ironico: dopo gli anni d’oro al Liverpool («Il club della mia vita») e al Tottenham, Rosenthal ha chiuso la carriera nel Watford, oggi di proprietà della famiglia Pozzo assieme all’Udinese. Non solo: «Mio figlio Tom era uno dei talenti del vivaio del Watford quando il club era stato già comprato dagli italiani e poi è stato venduto in Belgio, in una normale operazione di mercato. Ho anche parlato con Gino, il figlio di Giampaolo. Lui era un ragazzo nel 1989, chissà se si ricorda di me. In ogni caso non abbiamo parlato di quella storia. Ammiro l’Udinese per come è cresciuta, per i giocatori fantastici che ha avuto in questi anni e per come si muove sul mercato: oggi una vicenda come quella di allora non si ripeterebbe, c’è molta più professionalità».

Tra una settimana gli azzurri giocano ad Haifa, la città di Rosenthal che con Israele ha giocato 60 partite, segnando 11 gol. Per l’ex centravanti è l’occasione anche di fare un paragone tra la sua squadra, che sfiorò le qualificazioni ai Mondiali del 90 e del 94 e quella di oggi: «Conosco bene il commissario tecnico Alon Azan, perché siamo stati compagni di squadra e lui era un bel centrocampista: ama giocare il pallone. Israele è una buona squadra, ma non molto più di questo: il problema del nostro calcio sono le accademie giovanili che non preparano atleti di alto livello. Qualcosa si sta muovendo, anche a livello di infrastrutture: l’Italia giocherà in uno stadio modernissimo e con un pubblico molto caloroso. Ma si è lavorato poco sui ragazzi, importando troppi stranieri per cercare di fare strada nelle coppe europee. I nostri calciatori hanno mediamente un certo talento tecnico: ma per giocare a livello internazionale servono più forza, più aggressività, più resistenza».

Squadra leggerina insomma, quella israeliana. Nel girone con Italia e Spagna sarà difficile ripetere certe imprese come quella del Parco dei Principi nel 1993, con la vittoria sulla Francia 3-2, in cui Rosenthal fece 3 assist decisivi: «Quello è uno dei ricordi migliori, ma forse il punto più alto fu lo spareggio del 1989 contro la Colombia per andare a Italia 90: fummo molto sfortunati. Israele ha vinto anche una Coppa d’Asia, poi l’ingresso nella Uefa nel 1994 ha complicato le cose. Ma un percorso come quello dell’Islanda all’Europeo ci ha insegnato che anche un piccolo Paese può emergere: però servono tempo e programmazione, una vittoria ogni 10 anni, anche se di prestigio, non serve a nulla. Per questo dobbiamo ritrovare solidità e continuità. Ma so comunque che per la sfida all’Italia c’è grande entusiasmo: gli azzurri sono più forti, ma devono fare attenzione perché gli israeliani sono molto motivati. Tutto può succedere».

Succede anche che la Palestina abbia chiesto l’esclusione dalle competizioni per Israele, per i troppi casi di razzismo nel suo calcio. L’allora presidente della Fifa Blatter ha incontrato il premier Netanyahu, per organizzare una partita della pace e allentare la tensione: «Il calcio è sempre più avanti della politica: lo prova il fatto che nella squadra israeliana ci sono giocatori musulmani. E diversi ebrei giocano nei club di matrice araba. Non dobbiamo mai mischiare il calcio con la politica. Nei miei giorni turbolenti e un po’ assurdi di Udine ho imparato anche questo».


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