Il Giornale

Tutto Burroughs vizio per vizio. Un maestro di vita e di malavita

Dall’uccisione (per gioco) della moglie alle droghe e alle visioni La parabola allucinata e allucinante di un piccolo borghese

La cosa più straordinaria della vita straordinaria di William Burroughs? La longevità. Cominciò a bere e a drogarsi che era un ragazzo e continuò così sino alla fine.

Morì a 83 anni, per un infarto. Alcol e droga non furono gli unici elementi di un’esistenza spericolata: gli piacevano le armi, bianche e da fuoco, gli piaceva il rischio, la vita ai margini, il contatto con la teppa, il non avere radici: americano, visse a Città del Messico, a Tangeri, a Parigi, a Londra… Conobbe il carcere, si interessò allo sciamanesimo, entrò e uscì da cliniche di riabilitazione, si appassionò all’esistenza degli alieni, restò sempre con l’idea che lo Spirito del Male ce l’avesse con lui, lo avesse penetrato e non se ne volesse più andare. Nel 1951, quando aveva 37 anni, uccise Joan, la moglie ventinovenne, con un colpo di pistola: ubriachi e fumati giocavano all’ora di Guglielmo Tell, lei si mise un bicchiere sulla testa e lui sparò con la sua calibro 38. Il bicchiere restò intatto e Joan scivolò a terra con un foro nella fronte. «Senza la sua morte non sarei mai diventato uno scrittore» dirà trent’anni dopo: «Vivo sotto la minaccia costante di essere posseduto, e un bisogno costante di sfuggire alla possessione, al Controllo. La sua morte mi ha trascinato in una battaglia lungo un’intera vita, in cui non mi è rimasto altro da fare che scrivere la mia vita d’uscita».

Junkie, il suo primo libro, è di due anni dopo, Pasto nudo, il suo libro più famoso, è del 1959, uscito a Parigi per la Olympia Press, specializzata in pornografa più o meno d’autore e però anche la casa editrice che pubblicò per prima Lolita di Vladimir Nabokov. Fino ad allora, e poi sino ancora ai cinquant’anni, Burroughs visse grazie all’assegno mensile assicuratogli dal padre: era di buona famiglia, William, con tanto di tata e servitù, aveva studiato alla Los Alamos Ranch School, la scuola privata più cara d’America, e poi si era diplomato a Harward. Da piccolo era stato incline alle visioni «o allucinazioni, chiamatele come volete», ma a ventidue anni credeva ancora che i bambini nascessero dall’ombelico. A ventisei si tranciò la falange del dito mignolo con un trinciapolli, come gesto d’amore: era un curioso concentrato di innocenza, violenza, terrore e orrore.

Più vecchio rispetto alla Beat Generation, sia anagraficamente, sia come scrittore esordiente, la sua longevità fisica e artistica lo fece divenire via via un guru della contestazione, del punk e del cyber punk, un maestro dell’avanguardia letteraria, il cut up, il taglio e ritaglio inventivo, e artistica, la shot gun art, ovvero quadri dipinti sparando a contenitori di colore davanti a superfici di legno, un modello musicale e cinematografico: David Bowie si ispirò proprio ai cut up per le musiche di Diamond Dog, e alle sue descrizioni in I ragazzi selvaggi per il suo Ziggy e i suoi Spiders; Drugstore Cowboy di Gus Van Sant gli deve molto, David Cronenberg trasformò Pasto nudo in un film dove lo stesso Burroughs recitava la parte di un ex prete e predicatore tossico: era perfetto.

Nell’interessante quanto estenuante biografia di Barry Miles (Io sono Burroughs, Il Saggiatore, pagg. 812, euro 40, traduzione di Fabio Pedone), sicuramente il massimo esperto di cultura undergronud, ogni passo di Burroughs è fedelmente riportato, eppure, stranamente, chi fosse veramente Burroughs rimane in ombra. Nell’enorme massa di informazioni rovesciate sul lettore, non c’è il filtro critico grazie al quale Miles metta un freno alle affermazioni di Burroughs, a volte incomprensibili, a volte discutibili, spesso semplicemente assertive… È anche vero che uno dei nomi con cui gli spagnoli a Tangeri chiamavano Burroughs era «el hombre invisible» e quando fu arrestato a Parigi perché sospettato di essere un trafficante internazionale di oppio, al momento di scattare la foto segnaletica per ben due volte lo sviluppo della lastra non diede alcuna immagine, se non un fondo bianco… Era una invisibilità che Burroughs aveva sempre teorizzato e praticato, un’anonimità costruita per meglio fuggire a quello che lui sentiva essere il «male americano», il controllo morale e sociale, il lavaggio delle menti. Alla variopinta, colorata e facilmente riconoscibile tribù dei beat, dei rock e dei punk opporrà sempre un’uniforme da funzionario da banca: giacca, cravatta nera, cappello, ombrello, soprabito…

Scrittore antisistema, via via che la sua popolarità si trasformò in moneta spendibile, anche Burroughs si ritrovò a essere un ingranaggio del sistema stesso: eletto all’American Academy of Arts and Letters, Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres in Francia, festeggiato per i suoi settant’anni al Limelight di New York da tutta la scena artistica e musicale cittadina. Era in fondo un peccato veniale, perché tutta la sua esistenza era stata un fuggire l’ordine costituito e del resto, quando era ancora uno studente, cinicamente non si era mai negato il diritto di «tenere sempre il grugno dentro la mangiatoia pubblica»…

Di una produzione per molti versi sterminata, i libri che veramente restano sono un pugno: Queer, Pasto nudo, in parte Ragazzi selvaggi: tutta la sperimentazione del cut up rimane un’avventura intellettuale e personale, tutte le speculazioni filosofico-politiche lasciano un po’ il tempo che trovano, lo sciamanesimo i calendari Maya, Scientology e gli alieni risultano irritanti. Non fu un maestro di stile, ma non gli si può negare di essere stato a suo modo un maestro di vita. E malavita.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/tutto-burroughs-vizio-vizio-maestro-vita-e-malavita-1299135.html


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