un filo segreto

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

Roberto Calasso racconta il suo libro infinito

La stilografica ancora preferita al computer. Il romanzo iniziato a 12 anni e le conversazioni con Canetti. Incontro con il «Signor Adelphi», che dal ’83 lavora a un testo: “Il Cacciatore Celeste” è l’ottava “puntata”

dai nostri inviati Marco Cicala e Piero Melati

calassoMILANO. I libri di Roberto Calasso sfuggono da sempre al placcaggio di una definizione. Anche quando si confrontano con un personaggio, un’opera, una civiltà (Kafka, Tiepolo, Baudelaire, l’India vedica…) non è mai facile dire di che cosa parlino esattamente. Però un filo segreto li tiene insieme. Per descriverli, Calasso ricorre all’immagine dell’albero che si dirama in svariate e magari impensabili direzioni. Ma nelle sue pagine ci si muove, perde e ritrova come in antiche, stratificate città; tra vestigia secolari e improvvise irruzioni di Moderno, gente di fama e miti, narrazioni senza autore. L’ultimo libro, Il Cacciatore Celeste, non fa eccezione.

Sulla scrivania di Calasso alle edizioni Adelphi ci sono due oggetti che potrebbero sintetizzarne il tracciato: un’amigdala e un telefonino. Il telefonino è il telefonino. L’amigdala è invece la pietra che nella protostoria viene lavorata per ricavarne una lama o una punta. Per Calasso la selce scheggiata e il cellulare «sono sostanzialmente la stessa cosa». Ossia due protesi.  E «la filosofia occidentale, a partire da Descartes, si è concepita come protesi, apparato da sovrapporre alla propria mente per mettere ordine nel mondo». «La via occidentale della conoscenza è stata la via della protesi (…). La tecnica non ne è che il momento culminante». Perciò nel Cacciatore Celeste si viaggia dal Paleolitico alla macchina di Turing, dalla predazione primordiale a Plotino, dalla – sbalorditiva – lettura di un racconto abbozzato da Henry James alla venerazione egizia per gli animali, ai Misteri di Eleusi.

Calasso, Il Cacciatore Celeste è la nuova tappa di un itinerario iniziato nell’83 con La rovina di Kasch. Siamo ora a un polittico di otto libri. All’epoca, immaginava che l’impresa avrebbe assunto dimensioni del genere?
«No, all’inizio pensavo che sarebbero stati tre libri. Due più o meno delle dimensioni della Rovina di Kasch, vale a dire sulle 500 pagine, e un terzo – che immaginavo breve – dedicato a quello che nella Rovina chiamavol’innominabile attuale, cioè quello che abbiamo intorno». 

Poi che accadde?
«Mi sono accorto che mi sbagliavo. Perché dopo Kasch sono venute Le nozze di Cadmo e Armonia e in seguito Ka e K. Quindi ho rinunciato alle previsioni, e mi è sembrata una cosa sana. Ora non ne faccio. Vado avanti. Applicando lozuihitsu, una categoria giapponese che significa seguire il pennello. Non ho mai pensato a questa successione come a un edificio. Se lo avessi fatto sarebbe crollato presto. Di tutto posso essere accusato salvo di non aver avuto una certa caparbietà nel procedere. Non ho mai smesso di elaborare questi libri, anche quando ne scrivevo altri».

Che cosa è rimasto dell’idea originaria?
«La cosa per me più importante: la forma. L’idea che ognuno di questi libri fosse autosufficiente, leggibile come un tutto, però intrecciato con gli altri attraverso connessioni di ogni genere. Se vuole, il lettore può vedere come certi temi che si sprigionano da un certo libro passano in un altro. Il Cacciatore Celeste ha molto a che fare sia con la Rovina che con le Nozze. La storia di Cefalo e Procri potrebbe essere un capitolo delle Nozze. La parte Sapienti e predatori si riallaccia a quelle sul sacrificio nella Rovina. E Orione, il Cacciatore Celeste, appare già nell’Ardore e in Ka». 

Ma come costruisce questi intarsi?
«Per certi versi, sono come dei fiumi carsici. Dentro il Cacciatore ci sono pagine che ho scritto molto tempo fa e altre che risalgono a due mesi fa. E ciascuno di questi libri ha una sorta di cintura di protezione, pagine e pagine di appunti o episodi che alla fine sono stati scartati. È un lavoro a strati nel quale sono ancora immerso».

Questi libri vanno letti nella sequenza con cui sono stampati o si è autorizzati a qualche libertà di percorso?
«Il lettore può fare quello che vuole, anche leggerli dalla fine all’inizio. Non sono lineari, non hanno una fine né un avvio, se mai una struttura a spirale. Ma, come per ogni libro, se il lettore si lascia prendere per mano dall’autore, non è una cattiva idea».

Il Cacciatore Celeste si apre con la preistoria.
«Si apre su una fase dei tempi della quale tutto quel che sappiamo sono illazioni su alcune ossa, alcune pietre. La caccia è uno dei due macro-eventi nella storia di quello strano essere che è Homo su cui mi soffermo. Provando a cambiare la prospettiva. Per esempio, in tutti i manuali si parla degli uomini preistorici come cacciatori-raccoglitori. Ma è una definizione sviante, perché presuppone una simultaneità. E invece Homo è stato raccoglitore da sempre, perché altrimenti non avrebbe potuto sopravvivere, mentre è diventato cacciatore soltanto dopo un lungo processo». 

Processo, lei scrive, segnato da due macro-eventi.
«Il primo macro-evento è il passaggio alla dieta carnea, il secondo la trasformazione di Homo da essere predato – e per i grandi felini i primati sono una preda molto ambita – a predatore. Un trasformazione che avviene relativamente tardi, perché per trasformarsi in un cacciatore efficace Homo ha bisogno di un ausilio essenziale: la protesi. Vale a dire qualcosa di più complesso ed elaborato di una selce bifacciale. Ha bisogno di armi: lance, picche, frecce. Ora, quel che disorienta un po’ i paleoantropologi è che a separare questi due macro-eventi – passaggio alla dieta carnea e caccia in gruppo – ci sono un po’ più di due milioni di anni. Quindi la domanda è: in quella fase come è andato avanti Homo? Con la saprofagia, lo scavenging, cioè mangiando carne di animali che erano stati uccisi dai predatori o erano morti in altro modo. In quella fase, le selci sono la prima protesi, ma servivano più per scarnificare e scuoiare che per cacciare. La caccia esigeva qualcosa di più».

Scavenger, ossia «scarnificatore di carcasse residuali». Nell’approssimazione alla caccia Homo è giocoforza costretto a imitare gli animali. In questo caso le iene. Che non hanno mai goduto di ottima stampa.
«In effetti sono state sempre denigrate, ma in questa ricostruzione diventano molto importanti. Sono una parte della sua storia che Homo ha fatto di tutto per cancellare. Ma una traccia rimane in un enigmatico mito vedico che analizzo in dettaglio nel libro. Rispetto alle iene, comunque, Homo ha inizialmente gli stessi intenti ma minore efficacia».

Cosa sappiamo e non sappiamo della preistoria?
«È importante mantenere il senso della immane vastità dell’ignoto. Se dell’epoca vedica in India – di cui parlo nel libro precedente, L’ardore – fossero rimasti solo i reperti tangibili, se non ci fossero arrivati i testi, come è successo per molte civiltà, cosa potremmo dirne? Quasi nulla. Avremmo l’immagine di una cultura poverissima, priva di inventiva, di potenza. Ma poi si leggono i testi vedici e vi si trovano pensieri fulminanti, che non hanno corrispondenti altrove. Ecco, la preistoria è un po’ così. Abbiamo ossa ma non sappiamo che cosa ci fosse dietro. Un grande paleoantropologo, Binford, uomo molto cauto e molto ironico, una volta ha detto che sull’uomo del Paleolitico non abbiamo troppe certezze, ma sicuramente era molto diverso da quello che è l’uomo medio americano di oggi. Binford era un grande filologo delle ossa. Per questo diceva: evitiamo di trarre conclusioni ricalcate su ciò che l’uomo è diventato».

Ma le nuove scoperte offrono un quadro in continua mutazione.
«Per quanto riguarda il nostro remoto passato, negli ultimi 50 anni si sono succedute scoperte sconvolgenti. Un mio amico paleoantropologo mi ha detto una volta che, quando aveva cominciato a studiare, la storia di Homo era di un milione di anni. Oggi supera i sei milioni. Mese dopo mese continuano a venire fuori cose nuove. Il cespuglio di Homo è diventato di una foltezza ormai indominabile. Un esempio è l’analisi del Dna della falange del dito di una bambina siberiana, che ha permesso di delineare la figura di Homo Denisovan, complicando ulteriormente la storia di ciò che è avvenuto fra i Neanderthal e i Sapiens. O si può pensare agli scavi di Göbekli Tepe in Turchia: è un sito misteriosissimo, scoperto da appena una ventina d’anni. Non era un luogo abitato e tuttora non si sa bene che funzione avesse. C’erano stele a forma di T, dal peso di varie tonnellate, con rilievi animali impressionanti.  Tutto sembra andare contro la vecchia idea dell’umanità che, per così dire, a un certo punto si mette seduta. A Göbekli Tepe non c’è traccia di agricoltura e non si sa come riuscissero a trasportare quelle tonnellate di pietra. Quanto agli animali rappresentati, sono quasi tutti predatori, rapaci… L’ipotesi di Klaus Schmidt, lo scopritore del sito, è che fosse una sorta di santuario. Anche questo va contro molte ricostruzioni di quell’epoca, verso l’inizio del Neolitico, ancora circolanti. Un altro esempio è la grotta Chauvet, scoperta circa vent’anni fa. E che possiamo vedere nel film che Werner Herzog vi ha girato. È una scoperta che obbliga a retrodatare la grande pittura rupestre di almeno 15 mila anni. Sono immagini meravigliose. Una volta, riferendosi a Lascaux e Altamira, Giacometti disse: “Il movimento è stato colto soltanto lì. Dopo, nessun altro ci è riuscito”. Ed è vero che la perfezione di quelle immagini lascia sbalorditi. Il loro significato resta cifrato, nonostante i numerosi tentativi di interpretazione. Il lavoro su queste cose è ormai una materia che si modifica quasi di anno in anno».

Nel libro riaffiora un altro dei suoi temi ricorrenti: il sacrificio. Quando ha iniziato a interessarsene?
«Da sempre. Non riesco a trovare un punto iniziale. A vent’anni pubblicai un saggio su Paragone che si intitolava Adorno, il surrealismo e il mana. Già lì si parla di sacrificio e del divino, attraverso il mana. Ma allora ero sotto l’incanto di Adorno. Nel Cacciatore il sacrificio appare come una sorta di risposta rituale alla caccia. È un modo di rendere conto del passaggio alla predazione. Nell’Ardore è invece l’atto rituale che in India è fondatore e ha suscitato speculazioni come in nessun’altra parte del mondo. Il punto essenziale è che tutti questi fatti – la saprofagia, la predazione, il sacrificio – continuano a esistere in ciascuno di noi. Dostoevskij è avvenuto molte migliaia di anni prima di Dostoevskij. E da allora gli stessi fenomeni non finiscono di trasformarsi e camuffarsi».

Nel tempo, anche il sacrificio assume altre sembianze.
«In economia la parola sacrificio viene oggi usata per designare restrizioni, cose spiacevoli per tutti, oppure il termine riaffiora nella guerra. Però il vero nesso, quello che fa più spavento ed è al centro della Rovina di Kasch, è l’esperimento. L’erede principale dell’antico sacrificio non è il sacrificio psicologico né quello economico, è l’esperimento, che è ancora la base della scienza ed è il tratto distintivo della società che ci circonda. Marx aveva visto con piena lucidità il capitalismo come un immenso laboratorio dove continuamente si sperimentano e distruggono forme. Viviamo in una società sperimentale, in migliaia di luoghi al mondo ci sono persone che sperimentano, e molto nella nostra cultura è fondato su questo. Ma, al tempo stesso, la società sperimenta su se stessa, sul proprio corpo. E bisogna ricordare che nel Novecento i due supremi sperimentatori sono stati Stalin e Hitler. Basta questo per fare riflettere. Nella Rovina si parla già della nostra società come di una società sperimentale. Nei laboratori, la parola tecnica per definire gli animali che sono morti durante gli esperimenti è i sacrificati. Non si tratta di un’aggiunta immaginosa, ma del termine burocratico utilizzato nei protocolli. Si tratta di qualcosa che viene separato dal resto e affidato a quei nuovi sacerdoti che sono gli scienziati. Entrare in un laboratorio è come arrivare all’altare, lì viene realizzato qualcosa che trasforma e tendenzialmente distrugge ciò che viene offerto. Quel che viene distrutto ha un frutto – come nell’antico sacrificio – e il frutto è il risultato della scienza. Nel sacrificio quel frutto erano i vari benefici celesti. L’idea tipica dei secolarizzati, secondo cui questi sono residui arcaici dei quali ci siamo liberati, è falsa in radice. Perché si tratta di fenomeni che continuano ad agire ancora oggi, sotto altri nomi. Probabilmente non con minore potenza di quella che avevano prima. E certamente non ve n’è una coscienza maggiore». 

Sul tema degli animali, nel Cacciatore scrive, tra l’altro: «Non sono più visibili se non come pets», creaturine domestiche.
«La comunanza con il continuum animale si è persa. Una perdita enorme. Dietro a tutto questo c’è la cesura cartesiana. È il motivo per cui nelCacciatore Celeste racconto la storia di Malebranche, uno degli intelletti più raffinati e sottili nella storia del pensiero, che dà un calcio a una cagna gravida, pensando – come il suo maestro Descartes – che la cagna non soffra perché è un automa. È una storia che dice tutto. Non è un caso che avvenga in quegli anni, che sono gli anni della cesura decisiva dall’animalità. La metà del Seicento è il vero spartiacque. Da un lato il pensiero estremo di Spinoza o Pascal, dall’altro Descartes e Newton e l’avvio del corso moderno della scienza, quello in cui ancora viviamo». 

Altro suo tema ricorrente è la possessione.
«Nella nostra epoca è ormai solo un fatto psicopatologico. Ma i Greci antichi ne avevano una visione ben diversa. Sapevano benissimo che era un rischio mortale. Ma sapevano anche che era la via regale della conoscenza, dominata da due dèi: Apollo e Dioniso. Lo stesso Socrate dice nel Fedro che la manía erotica è la via suprema della conoscenza, La conoscenza è pericolosa in sé. Dioniso stesso diventa pazzo, colpito dalla vendetta di Hera. E in quel caso subisce la lýssa, che è la pura pazzia. La possessione è un’alta potenza, seppure in forme diverse, tanto nella tradizione greca che in quella vedica. Poi nel corso della nostra storia si patologizza, e anche per questo il Presidente Schreber – al quale ho dedicato il mio primo e unico romanzo, L’impuro folle – mi ha attirato. Per me era quasi un ritorno a quel tema. La storia di un Presidente di Corte di Appello, nella rigida Germania di fine Ottocento, che si sente trasformato in donna e finisce in manicomio, ridotto a una condizione disperante e spregiata, mi sembrava esemplare e tragica».

Perché dopo quel libro non è più tornato alla forma romanzo?
«All’inizio non pensavo alla forma del romanzo. Dovevo scrivere la postfazione alle Memorie di Schreber, ma mi resi conto che non sarei riuscito a scrivere un saggio tradizionale su quel libro che mi aveva immensamente colpito. Mi resi conto che a quel delirio si poteva rispondere solo con un altro delirio. L’ho scritto in un mese, con pochissime correzioni. Era come una febbre. Oggi lo vedo come una sorta di prologo in cielo o in inferno ai libri che sono seguiti. Nella prima pagina dell’Impuro folle si parla della lacerazione dell’ordine del mondo, che è il tema alla base della Rovina di Kasch e poi degli altri. Ma l’Impuro folle rimane un caso a sé. Stilisticamente è molto diverso da tutti gli altri miei libri. Si è chiuso lì, ma in realtà preludeva». 

Negli otto libri si avvertono variazioni di stile.
«Ci sono forti oscillazioni. In Kasch, per esempio, appaiono personaggi che prendono la parola, da Talleyrand a Joseph de Maistre, come in una pièce. E ci sono svariati registri stilistici. Mentre nelle Nozze tutto è tenuto su un tono costante. Nella Rovina si vede di più l’urto tra i diversi registri, nonché fra la narrazione e l’analisi. In altri casi il filo è ininterrotto dall’inizio alla fine. L’idea è che ogni libro abbia una forma che non si ripete: nasce e poi viene abbandonata».

Una scrittura tra letteratura, arte, scienza, filosofia…
«Filosofia non so… Anzi, da qualche parte devo aver detto che la cosa migliore che potrebbe fare la filosofia oggi è nascondersi, passare un periodo di clandestinità, confondersi in mezzo ad altre cose. Credo che come disciplina accademica sia totalmente sterile. Quanto alla scienza, mi appassiona enormemente, ma dev’essere anch’essa mescolata con altro, se non vuole impantanarsi nell’atteggiamento scientista, che è una forma di bigotteria. Comunque in rapporto a quello che scrivo l’espressione di Nietzsche pensiero impuro mi sembra una buona approssimazione».

Come e quando decide che un libro è finito?
«È ogni volta un tormento. Quelli che lavorano con me lo sanno. SulCacciatore sono intervenuto fino a poco prima che andasse  in stampa. E, a volte, all’ultimo momento apporto grossi cambiamenti. Questi libri sono elaborazioni che talvolta durano molti anni. Magari con interruzioni. Scrivendo il Cacciatore, a un certo punto mi sono interrotto per scrivere quello che dovrebbe essere il prossimo libro, la parte nona. Perché quando c’è un impulso preciso non riesco a non seguirlo. Poi però sono tornato al Cacciatoree gli ho dato la forma che ha adesso. Ma l’ho raggiunta solo nell’ultima fase».

Anche nel Cacciatore riaffiora Simone Weil.
«Simone Weil è sempre presente in quello che scrivo. Ho cominciato a leggerla presto. Cristina Campo, una donna e una scrittrice molto importante in sé e nella mia vita, diceva di avere due mani: una era Simone Weil e l’altra Hofmannsthal. Entrambi sono diventati essenziali anche per me. Weil è un esempio di suprema lucidità nell’ultimo secolo. E ovviamente sfugge alle categorie. Pubblicheremo presto le sue lettere al fratello André, che fu un matematico tra i più grandi del Novecento. A un certo punto André si trovò in prigione per renitenza alla leva. In carcere scriveva alla sorella lettere dove non si parla né della guerra né della galera, ma dei problemi della matematica greca, per esempio la scoperta dei numeri irrazionali. Su quel tema i due avevano posizioni opposte».

Un altro dei suoi temi è la metamorfosi. Era anche tra i prediletti di Elias Canetti.
 «Sì, era una sua ossessione. Canetti era un magnifico e avidissimo lettore di etnologi e della grande antropologia, navigava felicemente nei miti australiani o africani, con una capacità rabdomantica di cogliere i nessi nascosti in quei racconti. Più si andava indietro nel tempo, più era conquistato dalle storie».

Una foto la ritrae con Canetti in un’officina. Che ci facevate lì dentro?
«C’era stato un festeggiamento in suo onore sulle rive del Lago di Starnberg, vicino a Monaco, organizzato dal suo editore. A quel tempo avevo una macchina oggi leggendaria, l’Alfa Romeo 2600, quella che aveva la polizia, era una meraviglia con un tremendo vizio: delicatissima come tutte le macchine molto potenti. Viaggiando c’era il rischio continuo di fermarsi e non trovare meccanici abituati a trattare con quell’auto. Comunque dopo quella festa partimmo per Monaco e a metà strada l’Alfa ci lasciò a piedi. Per fortuna, vicino c’era quell’officina che si vede nella foto. Canetti non fu minimamente irritato dall’incidente. Era un meraviglioso conversatore, poteva andare avanti per ore sui temi più vari. Così continuammo i nostri discorsi nel garage finché la macchina non fu riparata e Fleur Jaeggy scattò quella foto. Canetti aveva una impressionante vivezza nel parlare e nel guardare. Ricordo una volta a Zurigo. Dopo il nostro incontro doveva tornare a casa, pensavo prendesse un taxi, invece prese il tram. “Prendo il tram perché vedo le facce” mi disse. Aveva curiosità per qualsiasi cosa lo circondasse».

Calasso, dicono che lei non si sia arreso a scrivere al computer.
 «I libri continuo a scriverli tutti con la penna stilografica, lasciando un po’ di margine a sinistra sul foglio per eventuali note. Un tempo ribattevo tutto a macchina, su una Lettera 22. Poi sono arrivati i computer, grazie a Dio ho una santa assistente, Federica Ragni, alla quale ogni giorno passo le pagine manoscritte. Il computer lo uso per tutto il resto, ma non per scrivere i libri. Per scrivere ho ancora bisogno del rapporto con la carta e la penna».

Lavora a casa?
«Principalmente. Ma scrivo dovunque capita, anche in casa editrice, su taccuini come questo. Non posso dire di avere un metodo, un ordine regolare. Anche se ogni tanto mi piacerebbe».

Che tipo di lettore è, di quelli con la matita? 
«Sui libri faccio qualche segno. Conducendo questa doppia vita di scrittore ed editore passo ogni giorno attraverso le cose più diverse. Le due vite procedono in parallelo. Come le concilio? Non ho regole perché non ci possono essere limitazioni. Sono due attività che vanno avanti sempre, anche dormendo. Diciamo che tento di stare in ufficio il meno possibile, contando sulla flessibilità dei miei collaboratori. Questo è forse l’unico accorgimento».

Letture a parte, ha raccontato di essere stato un cinefilo.  Che peso hanno avuto i film nella sua formazione?
«Sono stato malato di cinema, ora molto meno. Mi piace sempre, però ho perso il gusto per le sale. Un tempo erano posti un po’ fumosi, talvolta loschi…  Il vero raptus fu da ragazzino, andavo al cinema anche due o tre volte al giorno… La passione è continuata fino a dopo i trent’anni».

Perché ha definito Marlon Brando un mutante? 
«Perché è così che lo percepivo. Lo dicevano in molti. Oggi non lo si guarda più in quel modo. Oggi sembra semplicemente un grande attore, ma ricordo perfettamente che quando apparve sembrava appartenere a una specie umana un po’ diversa. Quasi atterrato da un altro pianeta. Solo con lui si è dato quel fenomeno, trasmetteva una specie di sconcerto. Un fenomeno divergente da quello di James Dean, che era più fedele all’immagine del giovane bello e dannato. Brando invece appariva sullo schermo in forme molto diverse… Un tram che si chiama desiderioFronte del portoGiulio Cesare,Viva Zapata!… Aveva un modo di essere che non somigliava a quello di nessun altro. Ma lo mantenne solo in quei primi film, poi sarebbe diventato solo una star».

Il primo libro lei lo ha scritto a dodici anni. Era l’abbozzo di un libro di memorie.
«A quell’età è l’unico argomento di cui si può scrivere con cognizione di causa. Scrivere non è stata una scoperta priva di ostacoli, per me. Molto importante, in questo senso, è stato il mio incontro con Bazlen. Lui scriveva, ma non lo considerava la cosa essenziale. O non più che scoprire libri, come lui ha fatto per tutta la vita. Questo punto mi è rimasto, l’idea che non tutto debba convergere sullo scrivere. Di Bazlen alcuni hanno detto scioccamente, non conoscendolo, che pensava così perché era uno scrittore mancato. No, se c’era una persona che non aveva quel cruccio era lui. Sapeva eliminare quel senso coatto, quel peso per cui la cosa importante è alla fine mettere insieme un libro. Invece non è detto, si può anche semplicemente essere. Per questo ho scritto da qualche parte che il suo tratto principale era taoista. E i sapienti taoisti amavano lasciare il minimo di tracce. Questo mi è servito moltissimo. Ho cominciato a scrivere quasi con un senso di colpa. Quando pubblicai qualcosa per la prima volta, l’ho fatto sapendo che a Bazlen non sarebbe piaciuto».

Editore, mitografo, saggista… Ma per definirla non è forse più azzeccata la parola scrittore?
«È senz’altro la più adatta. Se c’è una parola che evito con cura è invece “intellettuale”. Mi ricordo sempre di quello che diceva l’adorabile Jules Renard: “Intellettuale è un aggettivo”».

Ora già pensa al libro successivo?
«Finora gli otto volumi totalizzano circa 3.600 pagine. Chi vorrà esercitarsi a scoprire che cosa le tiene insieme ha abbondante materia. Del prossimo libro, il nono, ho già scritto buona parte. Di cosa tratterà? Da scaramantico, evito sempre di parlare di quello che sto facendo. Comunque penso già al decimo».

A parte Le nozze di Cadmo e Armonia, 620 mila copie, il suo libro che è andato meglio è stato La Folie Baudelaire – 155 mila copie. Come se lo spiega?
«Credo dipenda dal grande fascino che esercita la materia. Non solo Baudelaire, anche la grande pittura francese, Manet, Degas, Ingres, Delacroix, e la Parigi di quell’epoca. È il libro che ho scritto con più scioltezza. Il più difficile è stato invece quello su Kafka. Dovevo superare l’impressione che, qualsiasi parola si dica su Kafka, sia sbagliata. Forse appunto per questo ho finito per scrivere K.. L’avevo in testa da sempre, però lo rimandavo ogni volta».

Sulla copertina del Cacciatore c’è l’immagine di una pittura rupestre. Sicuramente l’avrà scelta lei.
«È venuta fuori all’ultimo. Si trova in Sudafrica e ha una storia stranissima. Stava su un frammento di roccia che è stato staccato perché costruivano una ferrovia che avrebbe rovinato il luogo. L’hanno portato in un museo dove oggi si può vedere. È un’immagine misteriosa. Come quelle che ho visto da poco a Berlino, al Gropius Haus, in una delle mostre più rivelatrici degli ultimi tempi: si presentavano per la prima volta disegni e acquerelli trovati negli archivi dell’istituto Frobenius, il grande etnologo. Lui faceva le sue spedizioni in Africa portandosi dietro come assistenti signorine di buona famiglia che erano incaricate di copiare le pitture rupestri che venivano scoperte. Quelle riproduzioni erano realizzate con minuzia e talento notevoli, ma dopo l’avvento della tecnica fotografica furono considerate obsolete, messe in soffitta e dimenticate. Però sono di una bellezza che solo oggi riusciamo a capire, anche perché spesso corrispondono a luoghi

dove quelle immagini non si possono più vedere. Sono documenti unici… Visitando quella mostra, avevo l’impressione che fosse la cosa più nuova nella città. Ed erano immagini preistoriche». 

(15 luglio 2016)

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/07/13/news/calasso_e_il_libro_infinito-143979417/


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: