Cromwell road 153, citofonare Hitchcock

Nella casa del grande regista: borghese e rassicurante, ma percorsa da brividi…

di Geminello Alvi

Articolo apparso originariamente su Il Venerdì di Repubblica che ringraziamo.

142120966-8d2fde7d-62aa-445e-8b78-cb7a88ba35b7Chi vagando per il quartiere di Kensington, a Londra, arrivi al 153 di Cromwell Road, vi scopre sulla parete tra le edere una placca tonda e azzurra, con scritto che proprio lì, in quella casa Sir Alfred Hitchcock, film director, visse dal 1926 al ‘39. E, malgrado il sussiego del titolo, dal luogo ancora emana l’aria di decoro, consono allora a quella classe di modesta borghesia che  il nostro prediligeva e inoltre alla calma che egli ricercò solennemente dall’infanzia. E pare del resto ovvio il dire che siamo condizionati dalla nostra infanzia. Invece si dovrebbe dire diversamente: che siamo già da piccoli quello che saremo da grandi. Da piccoli noi reagiamo agli eventi in modi che, identici, si ripetono da grandi. Siamo in un identico nostro sempre reiterato destino. Il rigonfiarsi dei corpi adulti è accessorio, non essenziale; come non ci cambia mai neppure il mestiere, prosecuzione sempre di qualche gioco, che appunto l’anticipava. E soprattutto siamo senza riscatto coraggiosi o vili, esito dei due attributi generati dalla nostra paura, sempre  rivelatrice dei destini.

E così la fredda entità plasmò anche Alfred Hitchcock ed il suo mestiere. Era nato a Londra il 13 agosto 1899 da una cattolica famigliola della classe minuta, cockney. E la madre, peraltro ottima cuoca, si vestiva con ogni pignoleria; emanava una calma, del genere molto solenne, in ogni occasione. Da bambino, Hitchcock, forse perciò gradiva di sedere immobile accanto al padre, alimentarista, sul carretto trainato dai cavalli, negli appassionanti giri delle consegne. Rimirava flemmatico il tutto. Era più che altro già allora uno spettatore, e non gradiva dei compagni di giochi, «mi divertivo tutto solo, guardavo, osservavo molto». Per la verità si compiacque di fare cogli altri il chierichetto. «Sono sempre stato interessato ai cerimoniali». Ma sbagliava il seguito delle battute. Pertanto ebbe lo stravagante privilegio di entrare nel grande film della vita, in immobilità silente, anche se agli altri odiosa. Prudentissimo, evitò con cura i giochi dei ragazzini rissosi di Leytonstone. «Faccio esercizio solo dal collo in su».

Divenne piuttosto avido di orari ferroviari da sfogliare, e di passeggiate contemplative. S’accorse presto che si poteva ridere anche muovendo solo la fronte. Suo padre lo comprese da subito, e intimamente. Il che non gli piacque. Anche perché lo stravagante, quando doveva punire il figlioletto, per l’indolenza o le scomparse di costosi dolciumi, si era abituato ad un molto strano rituale. Gli metteva in mano un biglietto da portare al poliziotto suo amico, che prontamente lo rinchiudeva in una cella, dieci minuti, biasimandolo. Il fatto gli consigliò da subito pertanto di non dare fiducia alle istituzioni. La sua percezione del crimine già allora non era astratta; sapeva che da qualunque parte stesse, in indifferenza alla sua vera colpa, v’era sempre  qualche minaccia per la sua incolumità statica. Nel 1905 lo impressionò molto la luce verde che accompagnava l’ingresso in scena del malvagio, in una commedia. Venne iscritto poi dai gesuiti, al St. Ignatius College, ma restò indietro d’un anno. I colpevoli vi erano percossi con la verga, metodo altamente drammatico, lo sentì come un andare al patibolo, seppure in tono minore. Le prediche quotidiane contro pigrizia, con esplicazione gesuitica dei suoi esiti nefasti, e il biasimo di ogni frivolezza che invece lo rasserenava, gli confermarono la grande efficacia dell’ipocrisia.

Divenne noto ladro di uova, che rubava nel pollaio dei preti, tirandole contro le finestre, ma ostentando innocenza. Così solamente quando visitò il Black Museum di Scotland Yard intuì la natura del peccato: c’erano esposte le scarpe delle prostitute dai tempi della luce a gas. Il loro colore dipendeva dalla loro specialità, se le avevano rosse facevano una certa cosa, con le blu un’altra. L’immaginazione lussuriosa diede un ordine ai suoi primi turbamenti, ma furtivo. Venne quindi iscritto a dei corsi di navigazione e ingegneria. Carte e mappe erano del resto il suo hobby. E si prevedeva una guerra. Morì il padre e necessitò un lavoro. Nel 1915 si ritrovò a calcolare misure e voltaggi dei cavi elettrici, presso la Henley Telegraph & Cable Company, a 15 scellini la settimana. Fu quello anche il periodo  in cui vide il film di Griffith: Intolerance. Predilesse la lettura di Emma Bovary, che lo commoveva sempre fino alle lacrime, ma senza spremere gli occhi, poco prima d’essere esonerato dal servizio militare per eccesso di obesità. «Ero un giovane insolitamente brutto e non ero mai uscito con una ragazza in tutta la mia vita». Aveva comunque ventun’anni, quando la Famous Players-Lasky della Paramount aprì uno stabilimento a Islington. Lo assunsero come disegnatore per quei titoli che illustravano allora il cinema muto. Poteva far dire davvero quanto voleva al personaggio, alterare le sceneggiature mutando i titoli.

Divenne in breve il capo della sezione titoli, quindi dal 1923 scrisse sceneggiature, disegnò costumi, fu secondo assistente di regia e direttore di produzione. Sfogava la sua energia riproduttiva mangiando molto. Viaggiò pure in Europa per le riprese di The Prude’s Fall, il peccato della puritana. Fu molto ossessionato dalla fobia insulare, di essere incarcerato a qualche frontiera europea. Il che accadde ma in un altro senso, visto che ne ritornò fidanzato: con Alma Reville, montatrice a Islington, nata un giorno dopo di lui e di famiglia proletaria. La colpì, mentre girava per gli studi del tutto impassibile. Lei era gracile, ma di caparbietà indomabile. Sovente alle donne gli uomini fanno all’inizio un po’ di pena. Lei s’intenerì per quel triste soprabito grigio, che copriva la pancia di lui come un chimono. Lui però attese di avere una posizione superiore alla sua, aiuto regista, per dichiararsi: sulla nave che li riportava  in Inghilterra. Alma aveva il mal di mare. La casta proposta di matrimonio, resa formale e fredda dalla paura li lui d’esserne respinto, le parve la recita d’una sceneggiatura. Lui dovette, penosamente, ripeterla. Lei sadica e mite, disse di sì, il che concluse l’infanzia di Hitchcock, o meglio così credono dei mariti le donne. Ma per poco.

E comunque nel dicembre del 1926, dopo essersi sposati Alma e Alfred arrivarono al numero 153 di Cromwell Road, Kensington. Dove la figlia Patricia nel centenario della nascita del padre fece posare la placca. Secondo gli archivi la casa sarebbe stata costruita nel 1880, solida, disegnata secondo la tradizione, qui Alfred Hitchcock visse felice fino alla partenza nel 1939 per gli Stati Uniti. E, anche se già a metà degli anni ’30 cominciò a fare i soldi, tuttavia non volle trasferirsi in un quartiere più fashionable come Mayfair.

«Non ho mai sentito alcun desiderio di uscire dalla mia propria classe sociale». E questa casa modesta, solida, in vecchio stile conservatore era del resto il luogo migliore, di noiosa prevedibile calma, dove premeditare col suo team, e sua moglie, dei film sempre più inquietanti. La metropolitana che vi scorreva proprio dietro v’aggiungeva i necessari sussulti di tutte le porcellane di casa, tali da indurre tuffi di spavento, ma prevedibili, nei presenti. In conclusione i piccoli imbarazzi della sua infanzia, e questa casa, basterebbero ampliamente a scriverne la biografia: dicono della sua esistenza quanto è necessario. A capire il resto bastano forse i suoi film.

fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/2016/08/16/news/hitchcock-146082624/

 


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