Jack Kerouac

Ancora Sulla strada

Se non fosse morto nel 1969, il 12 marzo ne avrebbe compiuti 93. Una riflessione.

di Liborio Conca per il Mucchio che ringraziamo

Jack KerouacAncora sulla strada

Nell’introduzione all’unico volume di racconti da lui pubblicato (in Italia «Un lento apprendistato» da Einaudi e «Entropia» da e/o), Thomas Pynchon scrive:

«Nonostante il potere innegabile della tradizione, eravamo attratti da forze seducenti e centrifughe – il saggio Il negro bianco di Norman Mailer, ad esempio, la vasta scelta di dischi jazz e infine un libro che, ancora oggi, considero uno dei più grandi romanzi americani, Sulla strada di Jack Kerouac».

Pynchon scrisse quell’introduzione – un saggio che da solo vale il libro, non fosse che ci siano dentro racconti pazzeschi: «Entropia» e «Sotto la rosa», per esempio – nel 1984, all’età di 47 anni, avendo già scritto «L’arcobaleno della gravità» e «L’incanto del lotto 49», un autore dunque decisamente maturo, affermato & premiato. Ricostruendo i suoi primi passi da scrittore, come fa nel saggio citato, ricorda l’ambiente culturale in cui matura il suo stile, la sua idea di letteratura. Il jazz, la cultura beat e ovviamente Kerouac, la cui apparizione fu senz’altro epocale, di rottura. «Sulla strada» uscì negli Stati Uniti nel 1957, anche se era stato scritto nel 1950, quando Kerouac aveva 29 anni. Se non fosse morto nel 1969, il 12 marzo ne avrebbe compiuti 93.

In occasione di questo anniversario, in era ehm social, giustamente fioccano post e tweet che ricordano uno scrittore così importante, spesso spiacevolmente vittima del personaggio che lui stesso contribuì a costruire: il vagabondo irrequieto, l’alcolizzato eccetera; alcuni critici si sono spinti oltre e hanno svolto un ragionamento sull’opera di Kerouac. A questo proposito, ho letto su «Linkiesta» il pezzo di Giulio D’Antona, osservatore di valore e attento, e pur capendo in parte il senso profondo del suo ragionamento – che traccia un parallelo suggestivo tra due outsider della letteratura, Louis-Ferdinand Céline e Kerouac, appunto – ho trovato sbrigativo un passo centrale, questo, che cito per intero:

«Jack Kerouac è un’illusione a sedici anni, un’aspirazione a venti e una triste realtà a trenta. Quella tendenza alla fuga è una pulsione totalitaria, che può capire solo chi se la sogna di notte e che dopo un po’, ammesso di avere una vita mediamente regolare, diventa troppo faticosa per seguirla. Sulla strada (varie edizioni Mondadori, traduzione di Fernanda Pivano) si porta dietro una maledizione, quella di poter essere letto soltanto all’interno di una determinata fascia di età, per essere ricordato come il capolavoro che è. Aprirlo dopo i venticinque anni vuol dire uscirne sconfitti, senza eccezione. Questo perché è un romanzo di impulso e va colto con la stessa leggerezza di ragionamento che Kerouac ha impiegato per scriverlo. È un bluff, per metterla in termini più radicali, e la libertà di cui parla non è destinata a durare».

Be’, Kerouac scrisse «Sulla strada» inevitabilmente trentenne, e il racconto è, com’è noto a chi l’ha letto, intriso di viaggi, chilometri in macchina, amori e passioni giovanili tanto accese e poetiche quanto, assai spesso, per carità, sciocche, persino ingenue – ma potenti, liberatrici. È la miscela che pervade il romanzo nella sua essenza, e che ha trovato, com’è difficilmente schivabile per un libro dalla diffusione immensa, il suo contrappunto in altrettanti cliché. Ma quello che rende «Sulla strada» un libro senza età (e che fa sostenere a un Pynchon quarantasettenne come sia “uno dei più grandi romanzi americani”) è la lontananza meravigliosa dai cliché che ha successivamente innescato; e pazienza se il mondo è pieno di gonzi che dopo aver letto il libro di Kerouac hanno pensato bene di imitarlo, sia a livello narrativo sia esistenziale. Quello che conta è la freschezza dei brani in cui Kerouac racconta il viaggio in tir con i suoi sconosciuti vagabondi; o quando s’innamora per un attimo fatale a bordo di un pullman, finendo per vendemmiare, se non ricordo male, in California – ma sto andando a memoria – e ancora Città del Messico, il Colorado, e il pezzo finale, elegiaco. Per questo, banalmente, per la bellezza delle sue pagine e per le emozioni (già, proprio loro, le emozioni) che sanno suscitare, «Sulla strada» è un libro dalla libertà infinita, e la cui lettura non richiede – non necessariamente, perlomeno – un’età d’ingresso e di uscita, al  di là della biografia del suo autore.

Quando Kerouac morì, Lester Bangs scrisse un pezzo per «Rolling Stone», un pezzo che volle scrivere a tutti i costi, tormentando Jann Wenner e i caporedattori. Scrisse Lester Bangs: «È stato tra i primi artisti a trasmettere al mondo quella nuova sensibilità emersa nell’ultimo paio di decenni, una sensibilità che ha cominciato a prendere forma quando molti di noi stavano nascendo».


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