Lo sguardo di Gandalf è rivolto verso l’Altro

Dai Simpson alla filosofia di Gandalf, un viandante che guarda all’Altro

Pubblicato il 31/08/2016 da Valerio Morabito per l’Avanti che ringraziamo

gandalfQuanta filosofia c’è nel Signore degli Anelli? Una domanda sorta dopo aver letto, qualche anno fa, il libro I Simpson e la filosofia di William Irwin, Mark Conard, Aeon Skoble. Aver compreso come il piccolo Bart incarna l’idea nichilista di Friedrich Nietzsche, oppure come il comportamento di Marge è la realizzazione della classificazione aristotelica delle virtù, non può non far sorgere, per i cosiddetti nerd o appassionati, nuovi interrogativi su altre sitcom animate o film fantasy. Per adesso soffermiamoci sul secondo contesto. Nell’insieme di questo genere può essere inserita la trilogia fantasy ispirata alla saga dello scrittore britannico John Tolkien. Il Signore degli Anelli, infatti, custodisce diversi spunti filosofici sui quali riflettere. In particolar modo sono alcuni suoi personaggi a farsi portatori di simili pensieri. In prima fila c’è Gandalf, lo stregone che nel Signore degli Anelli e nello Hobbit assume il ruolo di guida per Frodo e Bilbo Beggins, mentre nel primo capitolo della trilogia, La compagnia dell’anello, è il capo di questa compagine che inizia un viaggio per distruggere l’anello. Già in questa breve descrizione emerge il ruolo filosofico di Gandalf. Una guida, un punto di riferimento per i suoi compagni di viaggio e per chi gli sta intorno. Dietro le sue massime c’è qualcosa di più. È custodito un articolato pensiero filosofico, il quale emerge pagina dopo pagina, oppure scena dopo scena del film. Gandalf il grigio o Gandalf il bianco veste anche i panni del pensatore, del filosofo inteso nel senso originale del termine. Uno dei personaggi principali del Signore degli Anelli, infatti, incarna il filosofo considerato come viandante, come uomo sempre in cammino, come personalità che non si fa imprigionare dalla torre d’avorio in cui si trova gran parte della filosofia accademica dei nostri giorni.

Per usare una metafora cara agli appassionati del Signore degli Anelli, Gandalf non si rinchiude nella fortezza di Isengard o nella sua torre centrale chiamata Orthanc come fa, invece, l’altro stregone antagonista Saruman, il quale, in un contesto del genere, potrebbe rappresentare il pensiero filosofico che crede di bastare a se stesso, che non si confronta con la quotidianità della vita e rimane rinchiuso nelle proprie stanze. Gandalf, invece, cavalcando Ombromanto, stupendo cavallo bianco donatogli da Re Theoden, attraversa la Terra di Mezzo, il Reame Boscoso degli elfi e la Contea abitata dagli Hobbit. Gandalf non è certo quel tipo di stregone che ama crogiolarsi in se stesso e nei suoi saperi. Gandalf si pone al di là della caverna, nel senso platonico del termine, perché il ruolo dello stregone proprio come quello del filosofo è far comprendere agli altri che sono imprigionati in una visione ristretta e superficiale e devono uscire alla luce del sole per partecipare a una realtà più grande. Del resto come interpretare diversamente l’affermazione di Gandalf nel primo capitolo del Signore degli Anelli, ovvero la Compagnia dell’anello: «Anche la persona più piccola può cambiare il corso del futuro». La fiducia di Gandalf, in questo caso, è riposta nell’Hobbit Frodo Beggins e dal punto di vista filosofico il riferimento è all’Altro, inteso come colui che ci sta dinanzi, che «è sempre oltre i miei orizzonti», per citare una considerazione del pensatore francese Emmanuel Levinas riportata nel libro Alterità e trascendenza.

Lo sguardo di Gandalf è rivolto verso l’Altro, ma lo stregone, a differenza dei filosofi che hanno parlato nelle loro speculazioni dell’Altro, non perde la bussola, il suo mondo non si disgrega quando si trova dinanzi una realtà differente. Gandalf non perde alcuna certezza, ma sembra un filosofo ellenico che ha come obiettivo quello di educare le persone. «Bilbo Baggins! Non prendermi per uno squallido stregone da quattro soldi, non cerco di derubarti, cerco di aiutarti», afferma Gandalf nella Compagnia dell’anello. Una citazione che è una conferma di questa funzione sociale che una volta veniva ricoperta dai filosofi. Gandalf, per certi versi, sembra un vero e proprio consulente filosofico che si contrappone alla figura del filosofo accademico, come descritto da uno dei principali teorici della consulenza filosofica, l’israeliano Ran Lahav: «Il filosofo accademico teorizza, scrive articoli e libri, tiene conferenze, discute e produce teorie generali e astratte. Invece il praticante filosofico cerca di impregnare la vita di riflessione filosofica e perciò ha un grande interesse per la situazione e le preoccupazioni concrete del singolo. Qualche volta il consulente può teorizzare in astratto, ma per lui è solo un mezzo per qualcos’altro: aiutare le persone a vivere la vita con una maggiore comprensione di se stesse» (Ran Lahav, Oltre la filosofia, Milano 2007, p. 27). Ma uno dei personaggi principali del Signore degli Anelli non è soltanto un motivo per parlare di pratica filosofica. Quando sostiene che «possiamo solo decidere cosa fare con il tempo che ci è stato concesso», apre un altro fronte e invita il lettore e il pubblico in generale a riflettere sul concetto di tempo.

Se, dunque, il tempo ci viene concesso, questo vuol dire che viene inserito in un contesto umano e dunque mortale. Gandalf sembra riprendere il pensiero filosofico di Martin Heidegger. Secondo il filosofo tedesco il tempo rappresenta l’essenza stessa della vita umana. La vita di ognuno di noi è legata al suo tempo e nel momento in cui cesseremo di vivere, anche il nostro tempo svanirà. Tutto questo concetto filosofico trova la sua sintesi nella frase di Heidegger tratta da Essere e Tempo: «L’esserci, l’essere umano, compreso nella sua estrema possibilità d’essere, è il tempo stesso, e non è nel tempo». Tra gli svariati concetti messi in luce da Gandalf c’è anche quello della morte. In un dialogo con lo Hobbit Peregrino Tuc, ovvero Pipino, lo stregone afferma: «Finita? No, il viaggio non finisce qui. La morte è soltanto un’altra via. Dovremo prenderla tutti. La grande cortina di pioggia di questo mondo si apre e tutto si trasforma in vetro argentato». Sembra quasi sentire una lezione di Edgar Morin. Il pensatore francese, ossessionato nel corso della sua vita dal pensiero della morte, infatti, la considera come qualcosa di negativo, ma hegelianamente come un qualcosa che può rivelarsi proficua. Di fronte alla morte, sostiene Morin, si deve assumere il giusto atteggiamento, proprio come suggerisce Gandalf: «Ovvero guardare alla morte come a qualcosa che permette all’uomo di crescere, di maturare nella sua realtà storica» (Giuseppe Gembillo e Giuseppe Giordano, Epistemologi del Novecento, Armando Siciliano Editore, Messina 2004, p. 349). È questa, in estrema sintesi, l’altra grande magia di Gandalf. La sua saggezza è impregnata di filosofia. Non potrebbe essere altrimenti per un viandante in costante cammino, che non si lascia imprigionare da sterili torri e non teme di confrontarsi con l’Altro, chiunque esso sia.

fonte http://www.avantionline.it/archivio/cultura/#.V8hlEyiLTIU


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