Fabrizio De André

L’eredità di Fabrizio De André: un patrimonio collettivo da proteggere

Da oggi è disponibile una nuova, imponente antologia di Fabrizio De André, che dimostra in modo inequivocabile quanto la figura del cantautore genovese sia radicata nella nostra cultura. Peccato solo che, contrariamente alle apparenze, non si tratti di una “integrale”.
FABRIZIO DE ANDRÉLA TORRE DI BABELE di Federico Guglielmi per Fanpage.it che ringraziamo
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in foto: Foto: Reinhold Kohl – Fondazione Fabrizio De Andrè
Nel panorama pur esteso e policromo della musica italiana, d’autore e non, pochi godono della considerazione e delle attenzioni che toccano a Fabrizio De André. Anzi, nessuno. Non che non sia giusto, sia chiaro. Il cantautore genovese, purtroppo scomparso prematuramente ormai quasi sedici anni fa, è infatti un’autentica figura di riferimento della nostra canzone, assurto al rango di icona culturale oltre che artistica. Come accade con tutti i più grandi, le sue opere e anche la sua sfera privata sono dunque oggetto di analisi, di studio, di curiosità, come attestato dalla folle quantità di libri presenti sul mercato – alcuni di notevole interesse, altri più che prescindibili – e dal fatto che le tappe di un percorso discografico meno lineare di quanto potrebbe sembrare vengono di continuo riproposte, e non solo a uso e consumo dei fan di vecchia data. Ed è esattamente questo, a ben vedere, l’aspetto più soprendente di De André: la sua formidabile capacità di attrarre, intrigare, colpire e conquistare sempre altro pubblico, e pubblico giovane. Non è merito della santificazione rigorosamente post-mortem (in vita il Nostro era sì popolare, ma ad attribuirgli facoltà semi-divine erano relativamente in pochi), che peraltro ha avuto come inevitabile strascico l’affiorare di una piccola schiera di “ridimensionatori” (se non persino di detrattori) agguerritissimi nel pescare nel torbido di una vita che ha ovviamente, come tutte, qualche zona d’ombra. La realtà è che il cospicuo lascito – circa centotrenta brani – è dotato di qualcosa che travalica il suo spessore poetico e la sua forza espressiva, così come la splendida voce e il naturale magnetismo del suo titolare; le suggestioni e gli stimoli arrivano diretti, al di là della piena comprensione dei riferimenti eruditi e dei risvolti ermetici. E soggiogano, rivelando in tal modo la loro “universalità”.

Le collaborazioni dimenticate
Se è vero che la statura assoluta di Fabrizio De André non può essere messa in dubbio, è altrettanto innegabile che in molti, tessendone le lodi, si dimenticano di citare quanti hanno contribuito in maniera determinante all’ideazione e alla piena riuscita del suo repertorio. Non vorrei passare per bastian contrario proprio io che gli devo il mio amore sconfinato per la musica “alta” (lo scoprii, undicenne o poco meno, quarantacinque anni or sono, e mi aprì infiniti mondi), ma pur eludendo i discorsi sull’influenza più che cruciale, per quanto riguarda le primissime incisioni, di Georges Brassens, De André non sarebbe diventato quel De André senza tutti coloro che lo hanno via via affiancato; regolarmente riconosciuti, ok, cosa non scontata come si potrebbe credere, ma messi sistematicamente in ombra dal carisma dell’attore protagonista. Gian Piero Reverberi, ad esempio, per i magnifici arrangiamenti di “Volume 1”, “Tutti morimmo a stento”, “Volume 3” e “La buona novella” (e di altro, più avanti); il produttore e “focalizzatore” Roberto Dané per la brillante sequenza dei tre concept “La buona novella” del 1970 (ispirato ai vangeli apocrifi), “Non al denaro non all’amore né al cielo” del 1971 (adattamento della “Antologia di Spoon River” dell’americano Edgar Lee Masters) e “Storia di un impiegato” del 1973 (una disamina a posteriori del ’68, con arrangiamenti di Nicola Piovani); ancora Reverberi e Dané per “Canzoni” del 1974, antologia di riletture nella quale si omaggiano pure i maestri Georges Brassens, Bob Dylan e Leonard Cohen; Francesco De Gregori, con il quale fu scritto “Volume 8” del 1975, e Massimo Bubola, corresponsabile di “Rimini” del 1978 e “Fabrizio De André” del 1981; l’ex Premiata Forneria Marconi Mauro Pagani, eminenza tutt’altro che grigia per “Crêuza de ma” (1984) e “Le nuvole” (1990; la celeberrima “Don Raffaè” è pure di Bubola e dello stesso Pagani); Ivano Fossati, che co-firma l’ultimo “Anime salve” del 1996. Mettiamola così: nel già lungo elenco di talenti di Fabrizio De André c’era anche quello di saper scegliere le persone più idonee per proficue collaborazioni, dalle quali raccogliere input e suggerimenti.

de-andrè-copin foto: Foto: Reinhold Kohl – Fondazione Fabrizio De Andrè
Una raccolta (quasi) completa
Da oggi è in vendita con il marchio Sony una nuova raccolta di Fabrizio De André. È composta da quattordici CD racchiusi in un lussuoso cofanetto-librone pieno di saggi informativi e stupende fotografie, ha un prezzo consigliato di 99 euro (il che vuol dire che la si può trovare a un’ottantina) ed è, in pratica, il “seguito” dell’analoga “I concerti” di tre anni fa. Il titolo “In studio” fa pensare a un’integrale, ma spiace constatare che una volta in più, nonostante (o forse “proprio per”) il coinvolgimento della Fondazione De André, non è stato realizzato il prodotto definitivo. Innanzitutto, mancano del tutto due pezzi, ovvero “E fu la notte” (retro del primo 45 giri “Nuvole barocche”, 1961) e il famigerato “Caro amore”, con testo di De André sulla musica del famoso “Concierto de Aranjuez” dello spagnolo Joaquín Rodrigo, in origine edito su un 45 giri e sulla prima stampa del 1967 di “Volume 1”. Discutibili le giustificazioni fornite da Dori Ghezzi, compagna e poi moglie dell’artista dal 1974 alla scomparsa: per la prima, il fatto che Fabrizio l’avesse pressoché ripudiata, per la seconda il non apprezzamento da parte di Rodrigo della rilettura che all’epoca portò alla decisione del ritiro. Dato che entrambi non sono scarti di studio ma canzoni pubblicate su vinile e in circolazione in Internet, si sarebbe potuta evitare l’ulteriore censura; a parte che sono testimonianze comunque di pregio, perché non renderle disponibili, visto che “nasconderle” è in ogni caso impossibile? Senza contare che quando l’arte viene diffusa smette di essere bene esclusivo di chi l’ha creata e diviene patrimonio collettivo. Allo stesso modo, perché non cogliere l’occasione per mettere finalmente ordine nel materiale degli anni ‘60, recuperando e allineando tutte le registrazioni “primordiali” dei vecchi classici, comprese quelle esistenti in più esecuzioni con differenze (lievi) di testo? Ok, magari c’erano ancora problemi con i diritti, ma che essi non fossero risolvibili con un minimo di buona volontà sembra piuttosto assurdo; problemi di diritti, però, non sussistevano di sicuro per la “Suzanne” e la “Giovanna d’Arco” uscite su singolo nel 1972 e diverse da quelle reincise per “Canzoni”, e per qualche altra chicca analoga ben nota allo zoccolo dur(issim)o di appassionati e collezionisti. E allora? Fosse stato per me, avrei tirato fuori dallo scrigno persino il Santo Graal di ogni cultore, la versione in inglese di “Tutti morimmo a stento”, che sarà pure un po’ imbarazzante nella pronuncia ma che tanto prima o poi finirà in Rete in pietosa qualità audio.

Straordinario valore di “In studio”
Dettagli, certo, che il 99% degli acquirenti reputerà fisime da fanatici completisti e che logicamente non alterano lo straordinario valore di “In studio”. Un cofanetto che è, lo si precisa a scanso di equivoci, quanto di più approfondito e bello sia stato finora assemblato a livello di documenti di studio di Fabrizio De André, ma che rimane l’ennesima “incompiuta”. Possibile che per il ventennale della morte, nel gennaio 2019, il miracolo dell’opera omnia si compirà. Con alcune settimane di anticipo, giusto in tempo per i regali di natale.

continua su: http://music.fanpage.it/l-eredita-di-fabrizio-de-andre-un-patrimonio-collettivo-da-proteggere/
http://music.fanpage.it/

 


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