Musica rock

Progressive rock, l’arte a 360°

peter gabriel

Intervista a Donato Zoppo, spunti, riferimenti e riflessioni, musicali e non sul rock anni 60-70 pubblicata su lindro.it che ringraziamo

La contaminazione con il teatro. Perché si sentì la necessità artistica di affiancare l’esperienza musicale a quella interpretativa?

Innanzitutto c’era l’esigenza di esibirsi diversamente dalle star che allora piacevano ai genitori. Dal 65-66  c’è una frattura profonda anche nel modo di performare. Tuttavia la contaminazione con il teatro arriva in un secondo momento. I Pink Floyd furono i primi a portare in scena spettacoli unici nel loro genere, i cosiddetti light shows, gli spettacoli di luce, realizzati da architetti inglesi e americani. Una curiosità: i Pink Floyd non scrivevano la loro musica ma la disegnavano, in base all’impennata dei suoni il colore diventava più vivo. Più tardi sentirono l’influenza dell’arte contemporanea: in uno spettacolo chiamato ‘The man and the journey‘ la musica si fermava all’improvviso e la band si accomodava ad un tavolino sorseggiando del the, diventando parte della performance.  Jim Morrison  fu  invece più legato all’idea del teatro rock: aveva l’idea di performance rock che scuoteva e provocava lo spettatore, avendo un panorama culturale molto vasto credeva nell’interpretazione del brano. C’era ancora l’idea del teatro di Frank Zappa, un teatro prettamente politico, provocatorio, sperimentale, che si nutriva delle reazioni incredule degli spettatori. Con i Genesis poi la teatralità esplode. Tutto nasce dall’esigenza di dare una visibilità alle loro narrazioni: i loro brani raccontavano l’Inghilterra borghese, conservatrice, che non esisteva più, in un’atmosfera surreale e attraverso una critica velata a questo mondo ormai lontano; lo scopo era quello di spettacolarizzare dal vivo questa realtà, da qui l’uso delle maschere e dei costumi. Poi nel 74 con ‘The Lamb Lies Down On Brodway‘ l’opera rock conosce una drammaturgia più compiuta e diventa una vera e proprio teatro musicale in chiave rock. La cosa che più mi ha colpito mentre scrivevo su questo tema è il fatto che nessuna di queste personalità, ad eccezione del solo Morrison forse, avesse mai studiato teatro: era tutto molto istintivo, una teatralità molto naturale. Forse l’unico che studiò maggiormente le sue esibizioni fu David Bowie, studiò mimica,teatro, approfondì molto. Si differenziò molto dai Genesis anche per questo suo bisogno di stupire, di trasgredire.

A questo proposito, la stravaganza dei costumi, l’esagerazione, l’attenzione all’elemento visivo non andò mai a discapito della ricerca musicale?

Più che dall’esterno, l’accusa di tralasciare l’elemento musicale venne spesso dall’interno. Caso esemplare fu quello dei Genesis: nel gruppo l’unico a sentire questa esigenza di narrazione visiva fu Peter Gabriel. Non a caso dovette imporre con la forza la scelta di indossare costumi al resto della band. A Dublino Gabriel salì sul palco con la celebre testa di volpe lasciando esterrefatti i compagni.  Questa divergenza interna andò avanti fino al ’75, quando Gabriel lasciò il gruppo, perché secondo gli altri componenti la musica era fatta solo per essere ascoltata, forse fin troppo sicuri della qualità dei loro brani da non sentire il bisogno della componente visiva. Eppure furono i musicisti stessi a rendersi ben presto conto che la teatralità della performance andava a completare e non screditare la qualità della musica, oltre ovviamente ad attirare l’attenzione mediatica. C’è da dire che nessuno mai, né la stampa né la critica moderna e passata né tantomeno il pubblico, accusò i Genesis di abbandonare la ricerca musicale, che rimaneva sempre la componente più importante. Eppure mancava qualcosa, e la completezza venne raggiunta proprio con gli spettacoli.

Il concept album e l’esigenza narrativa. Perché si voleva raccontare una storia?

Ti anticipo che sto scrivendo un libro proprio su questo, penso uscirà per la metà del prossimo anno. A metà anni ’60, quindi nel bel mezzo del processo di maturazione del rock, molti artisti capiscono che è finita l’era della “canzonetta”, intesa come canzone usa e getta, e sperimentano, grazie anche al 33 giri, l’ album  di lunga durata,  la possibilità di raccontare con un brano una vera e propria storia. Uno tra i primissimi concept album è quello dei Beach Boys del ’66, ‘Pet Sounds‘, in cui hanno uno scatto di maturità incredibile. Si tratta di un vero e proprio concept dove il tema musicale è la fine dell’adolescenza, metaforicamente raccontata come la fine dell’estate. Sempre nel ’66 debuttò Frank Zappa con il disco ‘Freakout‘, il cui tema fu fotografare la realtà americana del tempo, del mondo hippie, della nuova gioventù non convenzionale. I concept più strutturati arrivano però con i gruppi del progressive inglese: la cosa più interessante è che questa inclinazione narrativa si struttura sempre di più con le opere rock. Una cosa dunque raccontare una storia in un disco, un’altra scrivere un’opera musicale destinata al teatro. L’idea concept, ancora in uso in campo metal, è dunque quella di concepire l’album come un libro in cui ogni canzone ne è un capitolo, pertanto è impossibile capirne completamente il significato se non inserita all’interno dell’album stesso. Una cosa interessante, che approfondirò nel prossimo libro, è il fatto che i più grandi esponenti del rock classico non hanno mai fatto album concettuali. Chissà perché.

Le copertine degli album furono opere d’arte ormai celebri. Perché veniva data loro tanta importanza?

Le copertine assunsero una importanza fondamentale. Anche qui dobbiamo ritornare al periodo 66-67: con ‘Revolver‘, il disco dei Beatles, c’è una rivoluzione visiva. Sulla copertina c’è un disegno che fa proprio da introduzione a quell’atmosfera ricreata dalla musica, per non parlare dei dischi successivi, ‘Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band‘ e ‘White Album‘, le cui copertine furono affidate a grandi esponenti della pop art inglese come Peter Blake e Richard Hamilton. L’aspetto più interessa è sicuramente l’incontro tra il rock e le arti che si traduce nelle copertine, vere e proprie porte d’ingresso al senso dell’album stesso. Anche perché spesso l’artista ascoltava quella musica e in base alle emozioni da essa evocate dipingeva. Non a caso si iniziò anche a non scrivere nulla sulle copertine il nome della band (ci mostra la copertina de In The Court of the Crimson King, ndr): i King Crimson erano così sicuri della forza evocativa dell’album da non sentire la necessità di scrivere ulteriori informazioni. D’altronde le band amavano circondarsi di personalità di spicco nell’arte anche se non appartenenti al mondo della musica. L’importanza della copertina si perse poi con l’avvento del punk, un genere che segnò un passaggio assolutamente necessario, che portò un po’ di freschezza nella musica e ridimensionò l’ego di molti gruppi rock diventati ampollosi e artificiosi in un certo senso. Certo, non si può negare il fatto che produssero non semplici album ma vere e proprie esperienze, psichedeliche nella maggior parte dei casi, opere d’arte a 360°.

L’atmosfera surreale ed esoterica. Riferimenti che nascono dall’atmosfera culturale del tempo?

Nel 2013 ho scritto un libro in cui approfondivo i testi dei King Crimson e ho rilevato questa forte componente esoterica che in realtà fu presente solo in questa band e, per qualche accenno nei Genesis. Penso che un punto di forza nel progressive fu proprio l’aver toccato tantissimi temi, dall’esoterico appunto, dal folk alla critica sociale, dalla spiritualità indiana alla politica, al contrario del rock classico che, chi più chi meno, non produsse mai testi di un certo spessore.

E in Italia? Come e da chi ebbe inizio l’era del rock progressivo?

In Italia l’esperienza del progressive, sembra strano, iniziò con l’album del 1971 ‘Amore e non amore‘ di Lucio Battisti, a cui ho dedicato un intero libro. Un album concept basato sullo scontro tra il non amore, la figura femminile che vive l’amore come consumo, e l’amore per la natura. Era un’opera progressive perché conteneva brani lunghissimi, quattro pezzi strumentali dell’orchestra diretta da Battisti stesso, copertina completamente progressive perché descrive perfettamente l’idea del disco…un vero e proprio esperimento nato anche dall’interesse che Battisti nutrì per il rock inglese del tempo. I musicisti che suonavano con Battisti diventarono poco dopo i PFM, Premiata Forneria Marconi, il gruppo d’eccellenza del rock progressivo italiano. La cosa più bella dell’Italia del tempo è che c’era una fame incredibile di questa musica, l’esperienza del beat non bastava più. Milano, con la PFM e gli Area, fu sicuramente la città più ricca sotto questo punto di vista. Nel 1971 arrivarono in Italia i grandi gruppi, dai Jethro Tull ai Pink Floyd, che crearono un grande movimento e grossi numeri, e i gruppi italiani iniziarono ad aprire i loro concerti arrivando al grande pubblico. C’è da dire che molto del consenso provenne anche da un deciso schieramento politico di questi artisti, eccetto forse Battisti che fu l’unico neutrale.


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