Valentino Zeichen

Valentino Zeichen a Roma, 19 marzo 2016. - Leonardo Cendamo, Luzphoto
Valentino Zeichen a Roma, 19 marzo 2016. (Leonardo Cendamo, Luzphoto)

La poesia di Valentino Zeichen ci regala un po’ di libertà

La domanda intorno a cui gira questo articolo è una, un po’ brutale, e suona così: chi se ne frega della poesia?

Voglio dire: chi se ne frega della poesia in un mondo rotto da mille emergenze e priorità? Chi se ne frega della poesia se abbiamo già romanzi serie tv fumetti tweet post video e realtà aumentate che riempiono le nostre teste? Chi se ne frega della poesia se in metà del paese, la metà a sud di Roma, solo un terzo delle persone ha letto un libro in un anno? Chi se ne frega della poesia se nelle biblioteche italiane in media c’è posto per quattro persone ogni mille abitanti? Chi se ne frega dell’albero di nespole nel giardino quando la casa sta andando a fuoco? Una possibile risposta io l’ho trovata nei versi di Valentino Zeichen.

Zeichen è l’ultimo degli irregolari del nostro tempo e come ogni irregolare la sua potenza è esserne testimone ed estraneo, facendo una cosa che solo le grandi voci sanno fare: cogliere le bizze del presente, smontarle nei dettagli che sfuggono alla maggioranza delle persone e intanto echeggiare storie volti e armonie di mille anni prima. È solo per questioni anagrafiche che è un poeta del novecento, per Giulio Ferroni è “un libertino minimale sei-settecentesco”, per Alberto Moravia un Marziale contemporaneo. Solo che invece di frustare e divertire la Roma di Tito e Domiziano ha attraversato e sferzato la Roma dei salotti borghesi e quella delle baracche: cosicché nella sua voce si toccano duemila anni di storia, traghettati e frullati nel nuovo millennio con leggerezza e intelligenza.

Per questo ogni persona che lo conosce ripete: bisogna fare qualcosa per Valentino, bisogna aiutarlo, bisogna tirarlo fuori dalla vita precaria che s’è scelto.

Le preoccupazioni nascono dal fatto che Zeichen, a quasi ottant’anni, è stato colpito da un ictus e che dopo il periodo da trascorrere in ospedale non ha una vera casa dove tornare. Il poeta nato a Fiume nel 1938, sfollato a Roma nel dopoguerra e cresciuto in una stalla a villa Borghese, dove il padre faceva il giardiniere, vive in una delle poche baracche sopravvissute del Borghetto Flaminio, a Roma. Tenuto conto del folklore e della fascinazione piccoloborghese con cui negli anni questa sistemazione è stata raccontata, la baracca è questa cosa qua: una struttura in muratura di pochi metri quadri con un tetto di lamiera, a pochi passi dalla ricchezza degli appartamenti di via Flaminia e sotto il verde di villa Borghese; in questi giorni di primavera il sole vi si scioglie sopra con una luce che incanta, in estate la brucia, in inverno la abbandona al freddo e alle piogge. Zeichen ci vive da più di quarant’anni, e non se n’è mai lamentato, se non per il fatto che qualche amante se l’è data a gambe non appena l’ha vista.

“Din, din, din;
sembravano monete
quelle che cadevano
sull’ondulato del tetto,
ti credevo ricco!
Ma erano contraffazioni;
solo pioggia e
brillanti di grandine.
Nel buio dell’estasi
mi illudevo mentre tu
rimanevi povero.
Non mi è restato che lasciarti”.
Lei, da Neomarziale

A chi è andato a trovarlo in ospedale in questi giorni, il poeta ha sempre chiesto di portarlo via. In molti si sono chiesti dove e come, e ora che una soluzione è arrivata, molti si chiedono se il suo carattere si metterà di traverso. Il senatore del Partito democratico Luigi Manconi è riuscito a fargli assegnare il fondo Bacchelli, ovvero l’aiuto finanziario che viene assegnato ad artisti, attori, cantanti che non ce la fanno con i propri mezzi, e che Zeichen ha sempre rifiutato. È una bella notizia, permette di raccontare la storia e i versi di questo outsider senza l’emergenza degli appelli, e di tornare alla domanda: chi se ne frega della poesia?

Della poesia se ne fregano tutti, da sempre. Marziale era il poeta più letto di Roma, ma, senza la sensibilità e i danari di mecenati e imperatori che lo proteggevano, se ne dovette tornare in Spagna, da dov’era venuto. Dino Campana s’è stampato a proprie spese la prima edizione dei Canti orfici, Pier Paolo Pasolini ha fatto lo stesso con Poesie a Casarsa. Gli avanguardisti degli anni sessanta si son divertiti ad annunciarne la morte, senza contare che a morire nell’autoreferenzialità e nel narcisismo erano le loro poesie, e non l’intero genere.

Oggi, nella situazione di generale anarchia raccontata da Matteo Marchesini, gli aspiranti poeti non leggono le raccolte degli altri, i critici ne cantano il funerale per trarre sollievo della propria irrilevanza, la maggior parte delle persone la trova inutile. Tutti critici, tutti poeti, tutto inutile, e di conseguenza: nessun poeta, nessuna critica, nessuna speranza. Ma non è così.

Al netto della sua irrimediabile residualità, la poesia può fare ancora un po’ di cose per chi ha voglia di leggerla, e Zeichen può aiutare a tirarle fuori.

Le regole da rispettare, la libertà da inseguire

“La cosa che in fondo ho amato di più è stata la libertà. So che ci sono regole da rispettare, ma nel suo nome avrei fatto qualunque cosa, anche al prezzo di restare povero”, ha sempre detto Zeichen. Paradossalmente, questa libertà nasce da un periodo in cui ne viene privato, quando il padre e la matrigna lo spediscono in un riformatorio a Firenze. Ci passa l’adolescenza, il vestito a righe da carcerato, i libri di Salgari Tolstoj e Balzac come unica compagnia, i genitori mai pervenuti: “Papà aveva altre priorità, i tuffi, il ballo e le scarpe”. Cresce facendo l’aiuto tipografo, poi il fattorino, poi si iscrive a una scuola di teatro, infine sceglie di fare il poeta e basta: e ci vuole una bella faccia tosta nel suo caso, visto che di solito i poeti e basta son ricchi di famiglia e lui non ha una lira. Vive di poesie commissionate e pranzi e cene scroccate, poi da un pittore amico rimedia la famosa baracca, e qui costruisce la sua libertà. La descrizione migliore la dà nella poesia Dalla viva voce di Dario Bellezza:

Zeichen ha da ridire su tutto,
anche sulla mia casa, proprio lui!
che vive in una baracca da abusivo,
e non possiede nientedimeno che
il suo squattrinato snobismo (…)
Intanto va a girare la salsa
nel cesso, dove cucina, sempre
in omaggio alle sue strampalate
teorie dell’eterno ritorno.
Mi sollecita a scrivere su di lui,
ma vista la sua condizione
andrebbe raccomandato a un poeta
del realismo socialista.
Qualcuno bussa alla porta del cesso
cucina, urge un bagno;
Zeichen è tirchio con i sanitari,
crede che siano tutti dei Duchamp;
per la ragazza apre un’altra baracca
dove c’è un vero bagno con vasca,
che nega a se stesso e ad altri.
Zeichen sarebbe anche un bravo poeta
ma è troppo pigro per applicarsi.

Illuminare gli spazi nascosti tra le cose

Simone Caltabellota è un editore quarantenne che ha incontrato la poesia di Zeichen quando era ragazzo, poi ne è diventato amico. “La sua grandezza sta nell’illuminare gli spazi nascosti tra le cose, quegli spazi che nessuno di noi vede”, dice. La forza di Zeichen, quindi, così come quella della grande poesia, risiede negli occhi con cui guarda il mondo. “Ha uno sguardo tutto suo, estremamente intelligente”, dice Caltabellota, “e con questo sguardo riesce a restituire anche alle piccole cose che ci circondano la loro bellezza, una bellezza che può essere sbilenca, amara, ma allo stesso tempo armoniosa”. Quest’occhio tagliente è presente fin dall’esordio di Zeichen nel 1974, quando pubblica Aria di rigore, e si affila nei libri successivi: da Ricreazione del 1979 a uno dei libri di poesia più belli sulla seconda guerra mondiale, Gibilterra, del 1991; dall’insolita guida in versi di Roma, Ogni cosa a ogni cosa ha detto addio, a Casa di rieducazione del 2011, fino all’Oscar Mondadoriche li raccoglie tutti e aggiunge alcuni inediti.

C’è una poesia che esemplifica tutto questo, si intitola Spazzolini da denti, è dentroMetafisica tascabile e fa così:

Contrapposti come sfidanti
in un dramma di astratte marionette,
i nostri spazzolini da denti
si sfiorano solleticandosi;
le setole della stessa tinta
fanno indistinti il mio dal tuo…
Ne impugnerei uno a caso,
ma ben altro imperativo che
non la prevenzione igienica
mi interdice dal farlo.
Intendo prolungare l’attesa
a un’ulteriore scadenza.
Strofinandomi i denti
mi tornano alla memoria
i tuoi baci iniziali
che sapevano di dentifricio
altrove bacia la tua bocca pura
addentando altre labbra.

Scendere le scale come Fred Astaire

“Zeichen è uno degli uomini più selvaticamente intelligenti che io conosca. Incarna il valore supremo dell’aristocrazia intellettuale, la sprezzatura”, dice il giornalista e conduttore Edoardo Camurri. Chiunque lo abbia conosciuto ripete, però, che questo atteggiamento non è mai volgare, ma sempre sottile, ironico, e rivolto spesso contro se stesso. Si chiama leggerezza. Per Camurri si traduce in un ricordo personale: “A me insegnò la tecnica precisa per scendere le scale come Fred Astaire. Da quel momento in poi scendere le scale, o anche solo guardarne una rampa, non è più la stessa cosa”. Per i lettori è l’invito a prendersi poco sul serio, a giocare con i tic e le ossessioni degli altri, senza nascondere i propri.

Solo dagli astemi
ci si può aspettare
generose sorprese.
L’amica Barbara Alberti
mette in tavola una
bottiglia di champagne.
I convitati ne assaggiano appena
per non danneggiare
le loro facoltà mentali.
Me la scolo quasi tutta
alzando ulteriormente
il mio già sovrastimato
quoziente intellettuale.
A Barbara Alberti, da Neomarziale

Soffiare nella lingua suoni e immagini mai scontate

A molti lettori i versi di Zeichen potranno sembrare aulici e difficili da leggere. Ma è perché Valentino Zeichen non ha mai rinunciato a far toccare Marziale e Montale, Petrarca e Rabelais. “Ed è così anche di presenza, un uomo del settecento, un’arguzia infinita, una lingua elegantissima”, racconta Elido Fazi, l’editore che ha pubblicato anche l’ultimo libro di Zeichen, il romanzo La sumera, candidato al premio Strega, ma poi escluso dalla dozzina.

Zeichen ha sempre fatto giocare il suono delle parole con il loro senso, ha rotto le rime con immagini inusuali, le ha levigate con l’ironia, ne ha costruito la trama come se dovessero essere sempre ascoltate, più che lette:

Le nostre bocche combaciano,
il viluppo delle lingue
funge da semi.
A ragione, possiamo ritenere
questa unione di labbra
essere le due metà
di un nuovo frutto.
Alla nuova creazione
manca ancora il nome
ma viste le inconciliabili
varianti autografe
rimarrà anonima
avendo anche il torto
di ricordare troppo le nespole.
Frutta, da Pagine di gloria

Perdersi negli occhi delle donne

Non c’è libro di Zeichen in cui non si affaccino amanti, amiche, protettrici, muse: e tutte dolci e feroci, affettuose e sfuggenti. E tutte con occhi dove perdersi:

Molte donne ospitano negli occhi
dei piccoli musei preistorici:
microcosmi di eventi universali
che fluttuano nell’acquario dell’iride;
animali e vegetali ormai fossili,
ominidi di altre ere;
embrioni di specie future
orbitano intorno alle loro pupille
in un ballo che li trascina via.
La vista dell’inconscio è insostenibile,
si arretra abbassando lo sguardo: è
d’obbligo l’inchino, porgendo
infinite scuse alle signore.
Donne e sguardi, da Museo interiore

Invecchiare con dignità

Quando Luigi Manconi propone di far avere il fondo Bacchelli al poeta, sa che uno degli ostacoli per aiutarlo è lo stesso Valentino Zeichen. “Da quando sono parlamentare mi è capitato di lavorare insieme ad altri, affinché fosse assegnato a chi ne avesse bisogno e nel corso degli anni è andato ad Alda Merini, Dario Bellezza, Elio Fiore”, racconta, “ma con Zeichen, sebbene io l’abbia incontrato solo un paio di volte, sapevo che sarebbe stato diverso”.

La sua contrarietà l’ha sempre espressa agli amici, ripetendo che la legge Bacchelli gli avrebbe rovinato la biografia. L’ha scritto anche nei suoi Aforismi d’autunno: “La legge Bacchelli equivale / a un premio Nobel della miseria / anche se salva tanti finti artisti dalla miseria”.

“Ma io sono convinto che aiutare Zeichen sia un atto politico, e lo dico da suo lettore, da chi ha amato ciò che ha fatto e pensa che possa fare ancora molto”, dice Manconi. L’ostinazione del poeta non è un capriccio, ma un modo di guardare al mondo e alla vita, che insegna molte cose, senza la pretesa di insegnare alcunché:

Se la linea
della tua vita
nella mano
ti pare breve,
allungala con la matita
e chissà? che l’innesto
non riesca.
Poesie di avviamento, da Aria di rigore


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