Generazione Dylan Dog

L’indagatore dell’Incubo creato da Tiziano Sclavi compie trent’anni. Ed è un eterno adolescente come i suoi lettori, ormai quarantenni e legati alle icone del passato.

 Dylan Dog e Tiziano Sclavi
STEFANO PRIARONE per la STAMPA che ringraziamo

Gli Anni Ottanta non sono mai finiti. Nell’estate del 1989 i blockbuster erano il quinto film di Star Trek, il secondo Ghostbusters, il primo di Batman, con Jack Nicholson nei panni del suo arcinemico Joker, il terzo Indiana Jones sempre diretto da Steven Spielberg, e nei fumetti Dylan Dog aveva sempre più successo.

Nell’estate del 2016 abbiamo il tredicesimo film di Star Trek, il reboot di Ghostbusters, Suicide Squad con Batman (Ben Affleck) e il Joker (Jared Leto), la spielberghiana serie tv Stranger Things che omaggia gli anni Ottanta e c’è sempre Dylan Dog, che festeggia i trent’anni.

Creato dallo sceneggiatore Tiziano Sclavi nel 1986 (il numero uno esce in ottobre), Dylan Dog rivoluziona il fumetto italiano. È una serie horror, ma Dylan non è un cacciatore di mostri, bensì un Indagatore dell’Incubo, spesso dalla parte dei bistrattati mostri e Sclavi riesce a intercettare le paure e le ansie di un’intera generazione di adolescenti di fine Ottanta-inizio Novanta, tanto che la serie arriva a vendere centinaia di miglia di copie.

«Lo studio di Dylan Dog è una tipica cameretta da adolescente con i suoi giochi, i suoi passatempi» dice lo scrittore (anche sceneggiatore della serie) Gianfranco Manfredi.

Ma Dylan Dog è un eterno adolescente non tanto perché rifiuta di crescere, quanto piuttosto perché non smette mai di porsi domande sulla vita, su chi siamo, sul significato dell’esistenza, domande che crescendo quasi tutti dimenticano.

E si può parlare, in Italia, di Generazione Dylan Dog, di quarantenni legati alle icone del passato, ma anche i quarantenni di altri Paesi sono adolescenziali con lo showbiz che titilla la loro nostalgia con reboot e remake.

«Non amo le generalizzazioni» ci dice però Paola Barbato, classe 71, da anni fra i principali sceneggiatori della serie. «Io non sono adolescenziale, altri miei coetanei sì. La sindrome di Peter Pan colpisce indiscriminatamente e non sulla base di sesso o data di nascita. Come tutti anche noi siamo molto legati ai ricordi della nostra adolescenza, e abbiamo la fortuna di essere cresciuti in un periodo florido e fiorente dal punto di vista visivo e cinematografico».

 

Anche tu comunque hai scoperto Dylan da teenager.

«Avevo appena compiuto 17 anni e lavoravo in una gelateria per la stagione estiva. Gli altri ragazzi avevano portato degli albi di Dylan per i momenti di ‘morta’ e l’ho letto lì per la prima volta. I temi trattati erano tutti nelle mie corde, nessuna storia mi lasciava indifferente. L’umanità e soprattutto la fallibilità di Dylan me lo facevano sentire vicino, e anche adesso li considero la sua arma vincente».

Per te Dylan può affascinare anche gli adolescenti attuali?  

«Certamente, basta sapere che il loro linguaggio non è il nostro di allora. Ma se si tende loro la mano nella maniera corretta sono certa che l’afferreranno».

 

Pure la scrittrice di romanzi urban fantasy Barbara Baraldi, classe 1975 e da alcuni anni nello staff di sceneggiatori della serie, ha incontrato Dylan da adolescente. «Ero timidissima. Ero quella che vestiva sempre di nero, parlava poco e pensava troppo, aveva tre cani e nove gatti e viveva nell’ultima casa a sinistra (non è una battuta). I miei migliori amici ( è un po’patetico, lo so) erano i libri. E infine è arrivato Dylan Dog. Lì ho trovato il mio mondo. E mi sono sentita per la prima volta compresa. L’horror faceva scomparire l’orrore della quotidianità. Qualcuno mi prendeva per mano e mi diceva: non sei sola».

Ti senti un’eterna adolescente?

«Credo che l’adolescenza sia un demone da cui non ti liberi mai fino in fondo. Adolescenza è sinonimo di insicurezza, anche quando è mascherata da sfrontatezza. Adolescenza è voler scoprire il mondo, ma aver paura che sia lui a scoprire te. Ma adolescenza è anche avere ancora voglia di meravigliarsi, di essere portati via da un film, da una storia, e provare quel sentimento di pura esaltazione che punge gli occhi, che ti fa sorridere, per poi tornare a vestire i panni degli adulti che, diciamolo, sono spesso fuori misura».

Cosa pensi del fatto che noi nati nei Settanta siamo così legati all’immaginario del nostro passato?

«Credo sia normale. I videogiochi, i film o il personaggio a fumetti della nostra adolescenza diventano come amici o compagni di viaggio; solo che loro non invecchiano mai, e ci ricordano, con un pizzico di nostalgia come eravamo e, forse, sotto la pelle, siamo ancora».

fonte: http://www.lastampa.it/2016/09/03/cultura/fumetti-e-cartoons/generazione-dylan-dog-jAyugU2DlUuEagySYkN88N/pagina.html


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