L’ideologia fascista

Renato Solmi per Lo Straniero che ringraziamo

27/07/2016 | Ragionamenti

Lauri Kubuitsile, Mahalapye, Botswana (Matteo Pericoli)

Lauri Kubuitsile, Mahalapye, Botswana (Matteo Pericoli)

Pubblichiamo un saggio di Renato Solmi (1927-2015), filosofo, politico militante, pacifista, insegnante attento alla laicità della scuola e dello Stato, collaboratore di numerose riviste, curatore editoriale per Einaudi dal 1951 al 1963, traduttore di Minima moralia di Theodor Adorno, Angelus Novus di Walter Benjamin ed Essere o non essere. Diario di Hiroshima e Nagasaki di Günther Anders.” Il testo, recuperato dall’amico Luca Baranelli che ringraziamo, presenta il volume di Reinhard Kühnl, Due forme di dominio borghese: liberalismo e fascismo (prefazione di Enzo Collotti, traduzione dal tedesco di Renato Solmi, Feltrinelli 1973 – ed. originale 1971). Per chiarezza e lucidità questa presentazione si rivela utile, per esempio per insegnanti che volessero presentare in modo sintetico i caratteri salienti del nazismo e del fascismo e, purtroppo, attuale pensando alla superficialità di troppe analisi storiche e politiche contemporanee.
Per chi crede nell’importanza del lavoro editoriale, il nome di Solmi è destinato a restare vivo, in primo luogo grazie alle sue traduzioni e introduzioni. Aver portato in Italia, poco più che ragazzo, quei libri e quegli autori resta un’impresa intellettuale e dà un’idea di che fucina di talenti fosse quell’Einaudi dei primi anni del dopoguerra. La sua avventura editoriale non va mitizzata, ma la scossa che diede all’epoca in un panorama culturale e accademico spesso modesto e stagnante, resta uno degli episodi più stimolanti e di maggior fervore intellettuale nell’Italia del Novecento.
La sua opera è raccolta nella Autobiografia documentaria, Scritti 1950-2004 (Quodlibet 2007), interventi pubblicati nell’arco di oltre cinquant’anni, testimonianze di un impegno intellettuale che, dal lavoro con la scuola di Francoforte ha attraversato gli anni del conflitto sociale, il movimento studentesco, l’antipsichiatria, il pacifismo, l’ecologismo. Un percorso contrassegnato da profonde riflessioni su avvenimenti che hanno coinvolto più generazioni e da insegnamenti che restano validi e attuali, importanti per comprendere il presente e tornare a immaginare il futuro senza farsi intimorire dagli sbalzi improvvisi, ma non imprevedibili, della storia.
Al di là dei ricordi più ufficiali, di Solmi colpivano, subito, la disponibilità e la generosità. Era un uomo che si spendeva moltissimo, con un modo di fare in nulla accademico o segnato da distanza professorale. Non ha mai inseguito la carriera e l’utile personale, ma la volontà di affermare idee che credeva giuste e liberatrici. Nel merito quelle idee si possono discutere, la limpidezza morale della persona no. Il suo difetto era piuttosto una certa rigidità in alcune convinzioni, che però non si riversava mai in negazione al dialogo, a cui al contrario era sempre apertissimo. In questa intransigenza si fondavano sia i numerosi lati nobili della sua persona, sia forse qualche aspetto di chiusura nel suo modo di vedere le cose. Chi lo conobbe negli ultimi anni potrebbe credere questo un portato dell’età, ma il suo stesso racconto delle modalità in cui fu infine cacciato (qualcuno potrebbe dire che, in un certo senso, si fece cacciare) dall’Einaudi, fa capire che non era quello il motivo: era sempre stato così, nel bene (molto) e nel male (molto poco). Un breve schizzo del suo carattere è tracciato in una lettera di Norberto Bobbio ad Aldo Capitini per la pubblicazione di In cammino per la pace (Einaudi 1962) nella serie dei libri bianchi curata da Solmi. “Giovane d’oro, e di eccezionale ingegno il nostro Renato: – scriveva Bobbio – ma testa dura, durissima (più dura dei chiodi dello struzzo einaudiano)”.
(Massimiliano Fortuna, Enzo Ferrara)

L’IDEOLOGIA FASCISTA

Il sociologo tedesco Reinhard Kühnl, nella sua opera Due forme di dominio borghese: liberalismo e fascismo, distingue sei componenti principali dell’ideologia fascista e nazionalsocialista (che egli cerca di ricondurre a un minimo denominatore comune, anche se il suo modello fondamentale, da cui trae la maggior parte dei suoi esempi, è rappresentato dal nazionalsocialismo tedesco): l’ideologia della comunità, il culto del capo, la difesa della proprietà, i motivi anticapitalistici, la filosofia del capro espiatorio e, infine, il militarismo e l’imperialismo (in cui tutti i motivi precedenti finiscono per sfociare e per culminare come nella loro sintesi complessiva e inevitabile). Tutti questi motivi sono strettamente intrecciati fra loro e si possono difficilmente separare gli uni dagli altri. Cerchiamo di seguire il Kühnl nella sua analisi della loro natura e dei loro rapporti reciproci.

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L’ideologia della comunità popolare, nazionale o etnica (Volksgemeinschaft nella terminologia nazionalsocialista) ha il compito precipuo di mascherare e di negare i contrasti sociali, e di spacciare gli interessi dei padroni, o della classe dominante, per quelli della collettività intera. Tutti sono tenuti a stringersi insieme e a fare causa comune sia nell’ambito della nazione sia in quello della singola impresa: qualunque forma di critica e di opposizione è considerata come un fattore dissolvente e distruttivo, che bisogna cercare di combattere e di eliminare con tutti i mezzi.
Se la classe operaia organizzata e dotata di una forte coscienza politica oppone, generalmente, una certa resistenza alle ideologie nazionalistiche di questo tipo (come hanno provato le vicende del fascismo italiano e del nazionalsocialismo tedesco), esse si dimostrano tanto più efficaci nei confronti dei ceti medi e di tutte quelle categorie che, incapaci di farsi valere autonomamente nei conflitti economici e sociali, e avendo spesso l’impressione di trovarsi nella condizione del vaso di coccio schiacciato tra i due vasi di ferro (la classe dirigente capitalistica e la classe operaia organizzata), cercano una via d’uscita ideologica nella concezione di una comunità unitaria e indivisa, tenuta insieme dai vincoli della terra e del sangue, in cui non esistono più classi e conflitti di classe, ma tutti possono sentirsi avvolti e protetti da un’atmosfera di solidarietà e di appartenenza reciproca.
Questa ideologia trova, come è noto, la sua forma più estrema e radicale nel razzismo, e tende quasi irresistibilmente a risolversi in esso. La tesi che la propria razza sia non solo diversa, ma altresì superiore alle altre, fornisce enormi possibilità alla demagogia dei movimenti fascisti. Anche la persona più umile può provare, in tal modo, un sentimento esaltante di far parte del «popolo eletto», e trovare così un compenso e un riscatto dalla propria condizione di debolezza e di dipendenza effettiva. Né questa sensazione di superiorità è sempre e del tutto illusoria e mistificante, poiché la sottomissione di altri popoli e paesi può fornire effettivamente la possibilità, anche alle classi inferiori del paese o del popolo imperialista, di avvantaggiarsi del loro sfruttamento o del loro saccheggio, partecipando almeno alle briciole del festino e della preda comune.

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L’ideologia della comunità si collega strettamente al principio del capo e all’esigenza dello stato forte. Per garantire l’unità e l’omogeneità della comunità popolare, bisogna modellare tutta la società sulla base del criterio del comando e dell’obbedienza, e rafforzare l’autorità in tutti i campi della vita sociale (quella del padre nella famiglia, quella dell’insegnante nella scuola, quella dei superiori nell’amministrazione, quella dell’industriale nella fabbrica). Hitler non ebbe difficoltà a riscuotere l’approvazione degli industriali tedeschi quando espose loro la sua teoria che, per salvare il principio gerarchico e autoritario che regola la vita dell’impresa (dove tutte le decisioni fondamentali sono prese dai padroni e gli operai non hanno il diritto di mettere il becco e devono limitarsi ad eseguire e a obbedire), bisogna applicare e introdurre lo stesso principio anche nella sfera politica, liquidando la democrazia e sostituendola con una struttura decisionale diretta e dominata dall’alto (come quella che era già stata istituzionalizzata all’interno del partito nazionalsocialista e che si realizzerà pienamente, dopo il 1933, nel regime da esso instaurato in Germania). Il modello di questa organizzazione sociale è dato dall’esercito, e, più in generale, dalle forze armate, con la loro rigida gerarchia di superiori e di subalterni; ma questa ideologia non poteva fare a meno di suscitare l’approvazione di altri gruppi sociali, come i funzionari della pubblica amministrazione, gli industriali ecc. Altri gruppi e categorie (ceti medi, piccoli produttori indipendenti, disoccupati ecc.) vedevano nello stato forte il potere che sarebbe stato in grado di proteggerli e di salvaguardarli dalla duplice minaccia della grande industria e dei sindacati organizzati.
Il culto del capo, come ha mostrato la psicoanalisi, viene incontro anche a un bisogno più generale di identificazione e di sicurezza, profondamente vissuto da chi si sente schiacciato e dominato dai meccanismi impersonali della società capitalistica, che si sottraggono alle sue possibilità di comprensione e di risposta razionale, o che si presentano ai suoi occhi come forze oscure e imperscrutabili. Sorge così il «carattere masochistico e autoritario», che proietta il proprio io ideale nella figura di un capo con cui si identifica senza riserve. Il termine «masochismo» (dal nome del romanziere polacco Sacher-Masoch) indica la tendenza a mortificarsi e umiliarsi, e a trarre una sorta di godimento e di soddisfazione dalle sofferenze che ci si lascia infliggere dagli altri. Ma questo aspetto della «personalità autoritaria» è inseparabile dal sadismo, e cioè dal piacere che si prova ad infliggere, a propria volta, quelle sofferenze agli inferiori o ai subalterni (che possono essere i membri di altri popoli, o magari anche quelli della propria famiglia).

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Un altro elemento fondamentale dell’ideologia fascista è costituito dalla difesa della proprietà (e questo motivo la collega strettamente a tutte le altre forme dell’ideologia borghese). Ma, in generale, nel fascismo, questo motivo è strettamente legato alla condizione sociale degli strati borghesi intermedi (piccoli artigiani e commercianti, agricoltori diretti ecc.), che vedono nella proprietà del campo e dell’azienda familiare, per quanto piccoli possano essere, o delle capacità intellettuali e professionali che consentono loro un certo grado di indipendenza, l’elemento distintivo che li separa dalla classe operaia e dalle grandi masse dei lavoratori dipendenti (anche se spesso le loro condizioni economiche non sono meno precarie e minacciate di quelle di questi ultimi). È l’attaccamento spasmodico alla proprietà come fattore di status e titolo di distinzione a fare di questi gruppi sociali, in determinate circostanze, gli alleati dei gruppi più retrivi delle classi dominanti e la base di massa dei movimenti di conservazione o di reazione sociale. Si costituisce, infatti, in questi casi (nel 1848 in Francia, nel 1920 in Italia, nel 1930 in Germania), un blocco compatto e un fronte comune di tutti coloro che rientrano nella categoria dei proprietari, indipendentemente dal fatto che la loro proprietà consista in un negozietto o in una grande impresa, in un «fazzoletto di terra» o in un patrimonio di miliardi. Il fronte comune dei proprietari in difesa della proprietà ha trovato la sua espressione politica nell’alleanza fra il movimento di massa fascista e le classi sociali superiori, che era diretta in primo luogo contro le organizzazioni operaie e che ha portato alla loro temporanea liquidazione nei paesi a regime fascista.

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D’altra parte, i piccoli operatori economici indipendenti (contadini, artigiani, negozianti ecc.) si rendono conto del fatto che la loro esistenza è minacciata dalle grandi imprese industriali e commerciali che li schiacciano con la loro concorrenza e dalle banche da cui dipendono per i loro crediti e che li defraudano in gran parte dei loro profitti. Di qui i motivi di carattere anticapitalistico che si ritrovano regolarmente nell’ideologia e nella propaganda dei movimenti fascisti. Ma la polemica anticapitalistica non è spinta, in questo contesto, fino a conseguenze propriamente socialiste (ciò che sarebbe in contraddizione con la difesa ad oltranza della proprietà che abbiamo visto costituire un altro motivo fondamentale dell’ideologia di questi gruppi). Essi aspirano piuttosto – con un’utopia retrospettiva e di carattere reazionario – alla instaurazione di un’economia composta esclusivamente o prevalentemente di piccoli commercianti e di piccoli produttori, in cui essi non sarebbero minacciati né dal grande capitale né dalle rivendicazioni dei sindacati (che sono spesso, per loro, più gravose e intollerabili di quanto non lo siano per i grandi capitalisti).
Queste tendenze anticapitalistiche hanno raggiunto un grado notevole di intensità e di radicalismo in certi periodi di sviluppo (per lo più nella prima fase) o in certe ali o correnti dei movimenti fascisti. Kühnl cita il programma dei fasci di combattimento del 1919 e quello della NSDAP [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori] del 1920, e fa riferimento ai gruppi (come quello del fratelli Strasser) che finirono per essere emarginati dal partito nazionalsocialista e spesso anche fisicamente liquidati a partire dal 1934. Questo tendenze erano, infatti, incompatibili con l’alleanza che i movimenti fascisti, prima ancora di giungere al potere, e a maggior ragione dopo averlo conquistato, furono costretti a concludere con le forze istituzionali della società capitalistica (grande industria, burocrazia statale, esercito; e, in Italia, anche la monarchia e la chiesa), senza le quali il loro dominio non avrebbe mai avuto la possibilità di reggersi e nemmeno di affermarsi. Ciò non toglie che, nella genesi e nello sviluppo dei movimenti fascisti, questi fattori abbiano svolto un ruolo e un’influenza notevole, e abbiano contribuito a conferire ad essi quell’apparenza rivoluzionaria e quella capacità di attrazione nei confronti delle grandi masse che costituiscono una chiave primaria del loro successo. In questo complesso rientrano anche (fa notare il Kühnl) le origini e le maniere plebee dei loro capi principali, che potevano presentarsi, agli occhi dei loro seguaci, come esponenti dell’uomo comune e rappresentanti genuini del popolo, con cui essi potevano identificarsi e immedesimarsi senza residui (a differenza di quanto si verificava nei confronti degli esponenti delle classi superiori o dei ceti intellettuali, che una serie di fattori imponderabili separava dalla mentalità e dai modi di sentire del popolo).

5
Un altro ingrediente fondamentale della concezione fascista e nazionalsocialista è costituito da quella che il Kühnl chiama la «filosofia del capro espiatorio». Il disagio che l’uomo comune prova nella civiltà industriale e capitalistica in cui vive, e di cui non riesce a comprendere e a penetrare i meccanismi decisivi, alimenta il bisogno di una spiegazione semplificatrice, che permetta di addossare tutti i mali di cui soffre a una causa unica e precisa e facilmente individuabile, su cui egli possa scaricare il suo risentimento ed esercitare i suoi impulsi aggressivi.
Questa tendenza, che, del resto, si era già manifestata a più riprese nel corso della civiltà, e aveva trovato espressione nel «manicheismo» proprio, in misura diversa, di quasi tutte le grandi religioni rivelate (generalmente inclini a dividere il mondo in angeli e demoni, buoni e malvagi, reprobi ed eletti), raggiunge il massimo grado di sviluppo e di esasperazione nei movimenti fascisti. E non sono mancati i teorici (come il filosofo del diritto Carl Schmitt e molti altri) che hanno cercato di darle una veste rigorosa e una giustificazione scientifica (con la teoria del rapporto amico-nemico, o del «gruppo interno» (in-group) che si contrappone al «gruppo esterno» (out-group) e si serve di esso, per così dire, come di un reagente e di un banco di prova per cementare e realizzare la propria unità).
Il ruolo di questo «nemico originale» può essere ricoperto da gruppi sociali o popoli diversi, oltre che, naturalmente, dagli avversari politici principali (che il fascismo e il nazionalsocialismo vedevano, come sappiamo, nei comunisti e nei socialisti, e cioè nelle organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia). Ma il gruppo che si presta meglio ad assolvere a questa funzione di catalizzatore di tutti i risentimenti e di tutti gli impulsi aggressivi è rappresentato dagli ebrei, che appartengono, da un lato, alla nazione stessa, operano nel suo ambito e sono quindi, in qualche modo, sotto gli occhi di tutti (è difficile accollare le colpe dei propri mali a un popolo straniero che vive al di là dei confini e con cui si hanno scarsi contatti), ma, dall’altro, si distinguono per stirpe e per tradizione dagli altri membri della comunità e possono essere indicati e individuati con relativa facilità (come sarebbe più difficile fare per i membri di una determinata categoria professionale o sociale, a prescindere dal fatto che la contrapposizione di una classe all’altra è esplicitamente esclusa dall’ideologia della «comunità», in cui tutte le classi dovrebbero affratellarsi e scomparire in una sola unità).
Il nazionalsocialismo ha spinto questa concezione fino alle sue estreme conseguenze, riducendo tutti i fenomeni sociali o i movimenti politici con cui si trovava in contrasto o che pretendeva di combattere (capitalismo e comunismo, liberalismo e democrazia) al minimo comune denominatore dell’ebraismo, arrivando fino a parlare di un’immensa congiura internazionale che avrebbe legato fra loro i capi del partito bolscevico (molti dei quali erano effettivamente ebrei) e i banchieri di Wall Street. L’ideologia razzista e nazionalsocialista raggiunge così il livello della paranoia più assurda e si trova in palese contrasto con la realtà: dal momento che, se è vero che gli ebrei occupavano, in Germania e altrove, posizioni importanti nel mondo degli affari e delle professioni liberali, essi non si distinguevano per nulla, nel loro modo di operare e nelle loro funzioni, dai loro confratelli «ariani» che esercitavano gli stessi mestieri e svolgevano le stesse attività. La distinzione fra «capitale creativo» e «capitale parassitario» o di rapina, enunciata dal maestro di Hitler, Feder, ma che era stata preparata, purtroppo, anche dal lavoro di storici o sociologi per altri aspetti seri e meritevoli (come lo storico del capitalismo Werner Sombart), è campata interamente per aria e serve solo a dare una giustificazione pseudoscientifica alla prassi di espropriazione e di redistribuzione del capitale «non ariano» adottata dal regime hitleriano in Germania e in tutta l’Europa (che non ha minimamente intaccato o modificato la struttura capitalistica della società). Accanto agli ebrei, altri gruppi, come gli zingari, gli omosessuali, i lavoratori immigrati, potevano assolvere allo stesso ruolo di capri espiatori ed essere offerti in olocausto ai risentimenti irrazionali e ai complessi patologici delle masse (e soprattutto dei ceti piccolo e medio-borghesi che costituivano la base principale del movimento nazista).
Torniamo quindi al motivo, a cui abbiamo già accennato, dello sfogo degli impulsi sadici che costituisce un aspetto fondamentale, accanto al culto del capo e alla voluttà della sottomissione ai superiori, della «personalità autoritaria». Per comprendere la genesi e lo sviluppo dei movimenti fascisti, è essenziale tener presente questo aspetto della questione, per cui azioni che in generale sono severamente punite, come le violenze e gli assassinî, vengono ad essere considerate non solo lecite, ma addirittura benemerite e doverose (e vengono a godere, in ogni caso, della più assoluta impunità). Kühnl riprende, a questo punto, un’osservazione sviluppata più ampiamente nel libro di Angelo Tasca sulle origini e l’avvento del fascismo in Italia, secondo la quale «i delitti commessi insieme creavano tra i fascisti legami non meno saldi di quelli che erano rappresentati dai loro interessi comuni». Una volta imboccata questa strada non si poteva più tornare indietro: la trasformazione del movimento in regime, la conquista del potere, la liquidazione di tutti gli avversari, la creazione di una nuova legalità, in cui le illegalità precedenti erano giustificate e potevano riprodursi ex novo indefinitamente, diventava una via obbligata e irreversibile.
Kühnl attira anche acutamente l’attenzione sul fatto che una personalità così strutturata non può più nemmeno sopportare la vista di un carattere indipendente che non ha ancora abdicato alla propria dignità intellettuale e morale, e che si permette di tener testa, in qualche modo, agli abusi del potere, e deve provare l’impulso irresistibile (in cui si nasconde, tuttavia, una sorta di invidia segreta) di cancellarlo dalla faccia della terra.

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Tutti gli elementi che abbiamo passato in rassegna finora culminano e confluiscono nell’esaltazione della guerra, da cui i movimenti fascisti sono scaturiti e a cui tendono nuovamente per una sorta di spinta irresistibile. Uno dei maggiori studiosi del fascismo e del nazionalsocialismo, lo storico Ernst Nolte, ha sottolineato con particolare energia questa collocazione storica del fascismo fra le due guerre mondiali (figlio dell’una e padre dell’altra), intitolando la sua opera principale Il fascismo nella sua epoca. «Solo la guerra – scrive il Kühnl – conferisce al fascismo la sua ultima coerenza e integra i suoi elementi divergenti in una forza compatta».
È chiaro, infatti, che il principio gerarchico-autoritario trova nelle forze armate la sua espressione più rigida e più coerente, per cui quelli che fanno parte di questa gerarchia hanno ampie occasioni di esercitarsi alla sottomissione all’autorità altrui e di esercitare a loro volta la propria. D’altra parte il militarismo si accompagna, per lo più, a progetti di espansione militare e di assoggettamento di altri popoli, che forniscono la migliore occasione all’esplicazione degli istinti sadici e aggressivi che sono caratteristici della personalità autoritaria.
Kühnl sottolinea, però, che, accanto a questi motivi di ordine psicologico o ideologico, operano anche direttamente, nella genesi e nello sviluppo del militarismo e dell’imperialismo, motivi di ordine economico e utilitario (come abbiamo già in precedenza accennato). Anche se, naturalmente, i benefici maggiori della politica di espansione e di guerra vanno ai gruppi economici e sociali dominanti, anche i ceti medi e perfino, entro certi limiti, le classi lavoratrici e subalterne, possono ragionevolmente sperare di trarne qualche vantaggio, migliorando in una certa misura le proprie condizioni a spese dei confratelli più sfortunati di altri paesi. Anche se, in ultima istanza, questi calcoli sono destinati a rivelarsi illusori e fallaci (ma questo vale, fino a un certo punto, anche per le classi dominanti), essi possono tuttavia trovare una verifica e una conferma apparente nei successi che la politica aggressiva e sopraffattrice dei paesi militaristi e imperialisti può celebrare a breve o a media scadenza.
Sta di fatto, in ogni caso, che è proprio su questa base (la mobilitazione di tutte le energie collettive in una politica di riarmo e poi di aggressione coloniale e imperialistica), che si è realizzata l’unità d’azione della classe dominante e delle classi dipendenti o soggette (che esse siano state attivamente complici o più semplicemente succubi e passive nell’esecuzione di questa politica) nei paesi in cui i movimenti fascisti si sono affermati e sono giunti al potere, e che essi hanno potuto trascinare e coinvolgere nell’avventura criminale e rovinosa della guerra.

***
In una breve conclusione riassuntiva, in cui è tenuto presente soprattutto il modello del nazionalsocialismo tedesco, l’autore di questo studio sottolinea la natura profondamente conservatrice dell’ideologia fascista, che tende a considerare le condizioni sociali che si sono formate storicamente (e che sono quindi ulteriormente modificabili) come qualcosa di naturale, di immutabile e di originario. (Questo aspetto è forse meno spiccato nel fascismo italiano, su cui ha esercitato una certa influenza lo storicismo idealistico di Gentile, mentre è certamente in primo piano in quello tedesco, in cui anche la rivoluzione nazionale, la conquista dello spazio vitale e il «risanamento del mondo», e cioè la prospettiva rivoluzionaria del movimento nazionalsocialista, tendono a configurarsi come la restaurazione di uno stato di cose – o, per così dire, la verifica e la ripetizione di un mito o di un archetipo – originario: che è l’aspetto arcaico e pagano che lo contraddistingue in modo particolare rispetto a tutte le altre specie di fascismo). La sinistra, che vorrebbe «cambiare il mondo», appare quindi come un elemento nocivo ed estraneo alla vita, che deve essere sradicato e sterminato senza pietà. La componente attivistica del fascismo, che lo distingue dalle ideologie conservatrici tradizionali, può quindi trovare sfogo solo in quest’opera di repressione e di «pulizia» interna, o nelle imprese di conquista e di espansione programmate e realizzate in sede di politica estera. La dinamica interna della società doveva rimanere congelata e bloccata in uno schema immobile, nella liturgia quasi mitica del regime, e far posto alla dinamica esterna dell’assoggettamento delle razze inferiori e della conquista del mondo (in cui avrebbe trovato la sua piena realizzazione e conferma la superiorità naturale dalle «razze nobili» nei confronti di tutte le altre).
Tornando ancora una volta al problema della base o del referente sociale delle ideologie fasciste, Kühnl osserva che esse si adattavano soprattutto, come abbiamo già visto, alla mentalità dei piccoli proprietari minacciati dall’evoluzione economica; ma che esse potevano trovare corrispondenza anche in altri gruppi delusi e malcontenti, che cercavano un punto fisso e sentivano il bisogno di sfogare i propri impulsi aggressivi, ma che non avevano la lucidità necessaria per comprendere le cause reali dei disagi sociali che li affliggevano. Il fascismo esercitava una particolare attrazione sui falliti e sugli elementi sottoproletari, che sono regolarmente presenti nelle squadre dei picchiatori fascisti; ma la sua propaganda non era meno efficace nei confronti di certi gruppi di lavoratori dipendenti (in particolare sui «colletti bianchi» del ceto medio), o su quei lavoratori che non erano legati alle organizzazioni del movimento operaio e che difettavano di coscienza di classe (come una parte dal lavoratori agricoli, degli operai delle piccole aziende e dei disoccupati). Tutti questi gruppi si ritrovano in modo abbastanza puntuale nella composizione sociale dei movimenti fascisti.
Per quanto riguarda, infine, i programmi, il fascismo è stato quasi sempre molto generico e indeterminato, limitandosi a formulare l’obbiettivo della conquista del potere e riservandosi di stabilire poi di volta in volta gli obbiettivi ulteriori a seconda delle necessità e delle circostanze. Più precisi i capi e i teorici del fascismo furono, fin dall’inizio, sui problemi della politica estera, in cui non fecero mistero del loro propositi espansionistici e imperialistici (anche se magari, per qualche tempo, furono costretti ad accantonarli o a porli in secondo piano, come fece Mussolini nel primo decennio del suo regime). Ma la funzione che il movimento fascista svolgeva effettivamente nella politica interna era in realtà estremamente precisa ed univoca: tutta la sua politica era rivolta contro le organizzazioni operaie, e, nella lotta politica pratica, l’antisocialismo aveva il sopravvento su tutti gli altri elementi dell’ideologia fascista. La prima e la principale conseguenza che l’ascesa e l’avvento al potere del fascismo ebbe sia in Germania sia in Italia fu quella di distruggere dalle fondamenta tutte le istituzioni realizzate nel corso di mezzo secolo dal movimento operaio e di ristabilire il controllo esclusivo dei padroni sulla disponibilità materiale e sulla docilità politica della manodopera. Che questa restaurazione del dominio sociale della borghesia sia stata pagata al prezzo della rinuncia, da parte dei suoi partiti o gruppi politici tradizionali, ad esercitare direttamente il potere politico, e del riconoscimento del monopolio esclusivo (o, quanto meno, prevalente) del potere da parte del partito o della dirigenza fascista (è noto che su questo punto vi sono notevoli differenze fra la versione italiana e quella tedesca del fenomeno), non toglie nulla alla validità di questa constatazione fondamentale, che dev’essere tenuta presente in via preliminare in ogni considerazione o analisi del fascismo.


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