A scuola di populismo

La candidatura di Donald Trump, la Brexit e i successi elettorali grillini visti dalla Russia. Viviamo una stagione politica segnata dalla demagogia. Lo sostiene chi, nel 1999, rimase senza fiato per la presa del potere di un certo Vladimir Putin. Con quello che seguì

di ANNA ZAFESOVA per il Sole24Ore magazine che ringraziamo
illustrazioni di MARÍA CORTE

IL 83 25.08.2016

Donald Trump candidato dai repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti. E prima di lui il successo di Brexit e dei grillini alle ultime elezioni amministrative. È una stagione politica segnata dai populismi. Che ti fa restare senza fiato per un risultato elettorale sorprendente, inquietante, impossibile. A chi si è occupato di Russia è già successo. Il 12 dicembre 1993, quando sullo schermo televisivo apparvero i numeri che assegnavano a Vladimir Žirinovskij – il politico che prometteva a ogni donna un uomo e a ogni uomo una bottiglia di vodka, e sognava i soldati russi che lavavano gli stivali nell’Oceano Indiano – il 24 per cento dei voti. È successo nel dicembre 1999, quando un signore saltato fuori dal nulla per promettere che avrebbe ammazzato i terroristi «anche nel cesso», accompagnato da un partito di cartapesta incollatogli addosso in due mesi dagli spin doctor, ha vinto a valanga le elezioni.

È tutto come allora: lo stupore, le telefonate e i messaggi fino a notte fonda con gli amici, a condividere la sorpresa, il panico, la paura, a cercarsi per dirsi che noi siamo ancora qui, conserviamo ancora la ragione, il mondo là fuori si è ribaltato ma noi no, a chiedersi chi sono questi. Perché la gente come noi non conosce mai quelli che votano a queste elezioni, non sa chi siano, riesce a malapena a immaginarseli con stereotipi tratti dalle barzellette, dalle commedie nazionalpopolari e da radi contatti con idraulici e tassisti. Perché quelli che votano in questo modo sono gli esclusi, o almeno coloro che si sentono tali. Il populismo nei sistemi normali è «un’ombra gettata dalla democrazia», come dice il brillante filosofo politico ucraino Mikhail Minakov. Diventa forza dirompente laddove a sentirsi esclusi non sono solo i veri esclusi, ma anche parte delle élite. Succede con le crisi economiche, con le crisi nazionali come i crolli degli imperi, con le rivoluzioni tecnologiche. Succede quando dei ceti abituati ad avere diritti e autostima vengono retrocessi. Succede quando il sistema precedente, nei tempi delle vacche grasse, aveva alimentato a panem et circensem gruppi sociali che simulavano ed emulavano l’élite.

Decenni fa, in un altro mondo e su altre basi, Aleksandr Solženicyn, da grande snob che era, formulò il concetto di obrazovanshina, da opporre all’intelligencija. Un “ceto acculturato”, per usare una traduzione imperfetta che non coglie il suffisso dispregiativo, gente al primo livello di transizione sociale, che ha studi, esigenze e consumi che sembrano elevati, e da cui attinge autostima. Lasciando perdere l’implicito tipicamente russo che l’intelligencija si distingue per connaturate qualità morali, è il popolo della Feltrinelli, per dare un corrispettivo italiano. Quando l’obrazovanshina perde i suoi diritti acquisiti, veri o immaginari, e va ad allearsi con i diseredati e gli esclusi veri, il potere che non ha saputo offrirgli una partecipazione, un’illusione e un vitalizio, è spacciato. E poi tutto succede come da copione: prima qualcuno degli intellettuali (quelli veri) si fa prendere dal comizio, perché siamo tutti stati educati nell’idea che la rabbia del popolo è sempre giusta. Intanto quelli al timone, superato il primo shock e l’incredulità, dicono che tanto quelli non dureranno, perché sbagliano i congiuntivi, perché la politica è un mestiere che si impara per anni, perché noi siamo bravi e questi faranno solo disastri, bisogna dargli tempo e vedrai che in sei mesi sono spariti.

Lo dicevano dei sanculotti e di quell’avvocaticchio da strapazzo di Robespierre, dei bolscevichi e di quell’avvocaticchio da strapazzo di Lenin, di Mussolini, dell’imbianchino di Vienna, dei dittatori nazional-socialisti del Baath, di Hugo Chávez, di tutti. Il problema è che questi non sanno davvero governare, e infatti di solito la prima cosa della quale si occupano è impedire che qualcuno lo venga a sapere. Il primo punto all’ordine del giorno è sempre la libertà di stampa, seguita dalla libertà di eleggere. Quando si scoprirà che è un governo di peracottari – circostanza che i peracottari hanno perfettamente presente – nessuno potrà più dirlo, né fare qualcosa per cambiarlo. Perché nel frattempo qualcun altro di quelli inseriti, esperti e cooptati, salta sul carro, intuendo che questa massa eterogenea manca di leader, di gente che sappia articolare, organizzare, formulare e guidare, e che non sarà difficile scalare questa nuova forza (di solito finiscono maciullati, ma non facciamo spoiler). Poi altri cominciano a dire che teniamo famiglia, che non possiamo metterci a combattere una battaglia persa, che il reale è razionale, e anche che bisogna cambiarli dall’interno perché in fondo l’impulso è sano, hanno solo bisogno di noi. Successivamente si comincia ad adeguarsi per paura, e ad aprire la porta con esagerata gentilezza alla vicina grillina che prima a stento si salutava. In quel momento è già fatta. La dinamica di questi percorsi è sempre uguale, e l’obiezione che non si possono mettere insieme fascismi, comunismi, rivoluzioni nazionali e nazionalismi rivoluzionari, è respinta.

Si tratta di un system failure, che ha sempre gli stessi parametri. Da un lato un sistema che ha fallito a rinnovarsi, cooptare, modernizzarsi, che ha rubato troppo e condiviso troppo poco, che è sceso a troppi compromessi dove non serviva mentre ha combattuto battaglie esagerate su fronti minori, quasi sempre interni. La rivoluzione è sempre un system failure, perché è stato interrotto il processo normale di aggiornamento software e hardware. Il reset era arrivato con Renzi, ma il problema è che doveva resettare proprio gli esponenti dell’obrazovanshina: i posti fissi, i sindacati che non hanno voluto farsene una ragione, i faccio-cose-vedo-gente con rendite immobiliari e viaggi terzomondisti, tutto il mondo di para-sinistra che si è spostato sui Cinque Stelle. Con dall’altra parte una destra vecchia, obsoleta, xenofoba nel senso tecnico di paura del diverso, con il sogno della lira e di quanto si stava bene nella Prima Repubblica, protezionista, provinciale, priva di un discorso culturale. E sì, corrotta, ma quello è irrilevante: sappiamo che i politici rubano, tutti, il problema è solo quanto vogliono condividere nel pentolone comune. Sentirsi gli onesti è una delle compensazioni di chi è fuori dal sistema – fanno carriera solo quelle che la danno, promuovono solo quelli che rubano, io sono sfigato perché sono onesto – e sostituisce le categorie analitiche con quelle morali, sempre più facili da maneggiare, alla portata di tutti.

In Italia, con riferimento ai grillini, si parla molto della nascita di un tripolarismo, ma in realtà è un bipolarismo, che ci metterà qualche tempo a coagularsi scavalcando le recinzioni dei partiti attuali. Lo studio dei flussi elettorali è utile solo fino a un certo punto. Il vero divario è altrove. Da un lato c’è l’esercito degli orfani, quelli che chiedono un potere forte che li accudisca e li difenda dalla povertà, dagli immigrati, dai cinesi, dagli arabi, dalla modernizzazione e dalla globalizzazione, dal mercato del lavoro liquido, dalla famiglia liquida, dalla necessità di compiere scelte ogni giorno. Sono le vittime, gli eterni figli in cerca di adozione, gli indifesi, gli spaventati, quelli che non sopportano di stare soli e cercano un’aggregazione (religiosa, nazionale, calcistica). Quelli che invidiano alla Russia Vladimir Putin perché «ha le palle», quelli che in America votano Donald Trump perché «ci farà tornare grandi», quelli che fanno Brexit senza nemmeno comprendere in fondo da cosa si stanno staccando e dove stanno andando. Quelli che non abbiamo mai notato perché quando tutto funziona, l’economia cresce e il futuro sembra migliore del passato, non si fanno sentire, blanditi da impieghi, sindacati, mutui, parrocchie, welfare e televisione. Sono il tabaccaio leghista assediato dai cinesi come l’operaio di sinistra rottamato dalla globalizzazione, il pensionato che non riesce più ad affittare il bilocale che lo faceva campare e lo studente con laurea triennale in scienze inesistenti. Sono gli abitanti delle periferie britanniche, scartati dalla rivoluzione thatcheriana e blairiana, i disoccupati di Detroit, gli impiegati europei, sono quelli che fanno fatica a usare lo smartphone e a compilare una richiesta di mutuo, in un mondo le cui istruzioni per l’uso sono oggi molto più complesse di quello che insegna la scuola dell’obbligo, e non solo. Le divisioni politiche sono secondarie: quello che li unisce è che dai politici chiedono accudimento, non una semplice amministrazione e una concertazione di regole. Sono gli orfani di un mondo che sta vivendo una rivoluzione tecnologica, biologica, etnica senza precedenti.

La rivoluzione industriale ha prodotto uno shock non ancora smaltito, che ha dato come effetti collaterali i totalitarismi del Novecento, tentativi di gestire le masse inurbate (per citare Piero Melograni) replicati in piccolo sia dai baathismi arabi che dai peronismi sudamericani. Non è casuale che nella sinistra (ma anche in una certa destra) nasca il sogno rurale della decrescita, e che le grilline vincitrici promettano città senza grandi opere o eventi culturali. È un modello totalmente contrapposto alla visione di un futuro urbano di metropoli sovranazionali e internazionali che vivono di un indotto a volte quasi impalpabile di cultura, spettacolo, sapere, commercio, tecnologia e finanza. Come quella Londra che ha votato Remain, lasciandosi alle spalle un’Inghilterra che vuole dire Leave a un modello di futuro rappresentato dalla metropoli più visitata al mondo, dove il figlio di un conducente di autobus pakistano diventa sindaco e si può praticare qualunque attitudine gastronomico-cultural-sessual-religiosa. Londra non è l’Inghilterra, come Mosca non è la Russia, New York non è l’America, e Shanghai non è la Cina, e non a caso vuole negoziare le condizioni della Brexit come soggetto distinto.

La Brexit non è stato solo un voto dei più anziani contro i giovani, ma anche il voto della provincia contro la metropoli, vissuta come la raccontano le grilline: un mostro tentacolare e privo di anima, una narrazione molto simile all’Ottocento dell’industrializzazione. La città è la modernità, è la rottura del tribalismo dei clan familiari, è la fredda legge che va a sostituire i vincoli e le consuetudini parentali. La legge nasce nelle città perché serve a dare regole comuni a degli sconosciuti: in campagna tutti si conoscono, e tutti sono inseriti in una rete relazionale che impedisce di sgarrare o di saltare gerarchie. La città è un trauma, perché rompe il modello ancestrale dell’umanità, la famiglia rurale il cui tempo scorre in circolo con le stagioni, sostituito con una moltitudine di individui soli e autonomi, che operano in una rete relazionale mutevole, complessa e incerta, in una percezione temporale dove il ieri non produce alcun valore. Questo trauma è visibile allo stato primitivo negli immigrati, ma non è stato ancora digerito nemmeno da noi. E intanto arriva una nuova rivoluzione, che toglie garanzie, lavori, pensioni, rendite, che porta a un risultato che nessuno ha avuto ancora il coraggio di ammettere: non tutti troveranno posto nel magnifico mondo nuovo, la tecnologia sta distruggendo i lavori destinati ai contadini-diventati-operai-diventati-impiegati, mentre l’opzione del lavoro poco qualificato viene sottratta dagli immigrati. È questa la traduzione del lamento sulla «sinistra che ha smesso di essere una sinistra vera», come del sogno «di un vero leader che faccia finalmente ordine». E non esiste soluzione o consolazione a questa frustrazione.

Il luddismo non ha fermato le macchine. Ogni volta che siamo stati in esubero demografico rispetto alle necessità di una rivoluzione tecnologica è arrivata una guerra a smaltire gli eccessi e spazzare via gli avanzi di strutture obsolete. Ogni volta che un sistema non è stato in grado di cooptare e intrattenere le non élite è stato riformattato violentemente, al ribasso: gli zar erano avanzi reazionari di un mondo sparito, ma i bolscevichi arrivati a sostituirli hanno consegnato alla storia il mito di una Russia perduta, falciata mentre stava sbocciando. Ogni rivolta degli onesti ha prodotto una dittatura che ha lasciato più traumi che guarigioni. Abbiamo la splendida opportunità di rispondere alla domanda che ci siamo fatti tutti: cosa avremmo fatto nel 1917? Nel 1922? Nel 1933? Da che parte saremmo stati? Avremmo capito tutto fin dall’inizio? Non avremmo fatto gli stessi errori? Saremmo rimasti innocenti? Lo scopriremo presto.

fonte: http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2016/08/a-scuola-di-populismo/


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: