Il racconto di un operaio della cokeria

Noi, i reietti delle mense dell’Ilva di Taranto

2 settembre 2016 – Luciano Manna per peacelink.it che ringraziamo

foto mensa

 

 

 

 

 

 

 

Questo racconto ci arriva da un operaio del reparto cokeria dell’Ilva di Taranto. Pensiamo meriti attenzione, per tanti motivi, sperando che, chi dentro quell’azienda possa fare qualcosa, si adoperi… Peacelink continuerà a rimanere vicino agli operai.

“Sembriamo pagliacci in un circo, un circo grigio fumo e pesante, un telone in lamiera squarciato qua e là dove penetrano raggi di sole che sembrano luci da palcoscenico ma per i quali scorgiamo solo polvere, è l’ILVA, noi gli operai della cokeria.

Un posto dove con un paio di ghettine copri-scarpe ed un mezzo camice bianco devono proteggerti dal “male” mentre ti fermi per circa mezzora a consumare un pasto gentilmente offerto da Mangiafuoco.

Hanno chiuso la mensa di reparto, vicino le batterie della cokeria, perché non idonea, la ASL ci ha vietato le mense generali perché noi delle cokerie siamo “inquinati” (non lo dicono apertamente, ma è così), e allora cosa si fa?

Ti costruiscono un refettorio sempre interno al reparto, con camera pressurizzata dove poterti togliere i dpi (Dispositivi di Protezione Individuale), lavarti le mani, metterti ghettine e camice, seguire il percorso come i criceti, entrare nella precamera del refettorio per poi finalmente entrare in mensa per consumare il tuo pasto conservato nello scaldavivande. 

Il tutto sempre nella cokeria, con i pantaloni della tuta che non sono coperti quindi sporchi, nella camera pressurizzata con spifferi ovunque e polvere di coke che svolazza, dove il filtro dell’impianto di pressurizzazione lo abbiamo montato noi e mentre vi scrivo vi assicuro che è completamente nero. Quando chiedi ai nostri amati sindacati: “perché devo mettermi tutte queste cose addosso?” Ti rispondono… Per tutelare la tua persona! Tutto ciò è a norma? Questa mensa risponde alle norme igienico sanitarie?

Sino a quattro anni fa andavamo a mangiare in mensa generale facevamo orario di lavoro dalle 07:00 alle 16:00. Con un’ora di pausa a nostro discapito. Con alcuni colleghi abbiamo pensato, siccome abbiamo l’obbligo di portare i DPI anche per andare a prendere il pullman che ci portava in mensa, di portarli insieme.

Una volta arrivati in mensa abbiamo chiesto un posto dove poterli mettere, e ci hanno risposto che non c’erano posti adatti dove poter mettere i nostri dpi. Da allora non mangiamo più in mensa, e hanno pensato di ridurre la pausa a 30 min, di farci fare l’orario dei turnisti dalle 6:50 alle 14:50, e di farci mangiare nel refettorio di reparto.

Successivamente sono arrivate disposizioni aziendali sul comportamento per entrare nel refettorio, cioè senza giacca e con le ghettine per le scarpe. Adesso, dopo un’altra disposizione ASL che ci dice che noi siamo” inquinati”, anche con il camice.

Volevamo essere come tutti gli altri operai che vanno in mensa e non prendono un piatto dallo scaldavivande, che per pranzare non seguono una procedura stile quarantena post nucleare e trovano occasione in quei minuti per vivere un momento di condivisione sociale, incontrando tanti amici e colleghi, noi i reietti delle mense quando siamo a pranzo, guardiamo il nostro piatto, poi ci guardiamo in faccia e nulla, non abbiamo più nulla da dire”.

fonte: http://www.peacelink.it/ecologia/a/43501.html


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