La Bologna del 2016

Oggi è un microcosmo lezioso e hipster, negli anni Sessanta era un laboratorio politico: di stalinismo. Lo ricorda un libro su una vicenda dimenticata di complotti e accuse tra dirigenti Pci

Articolo apparso originariamente su 24ilmagazine.ilsole24ore.com che ringraziamo.

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«Bologna è la Disneyland del Pci», avvisava qualche decennio fa un aforista anonimo da un muro del capoluogo emiliano. Oggi il Pci non c’è più, e la Disneyland è cambiata: una città nella città molto simile al favoloso mondo di Amélie, un microcosmo lezioso come certi album per bambini che in realtà sono stati scritti strizzando l’occhio ai genitori. È la Bologna in cui mercati gastronomici, illustrazioni stilizzate sul modello di una Francia immaginaria, e pedanti mode culturali (cinefile, noir, graphicnoveliste, poetico-teatrali, celatiane…), dimostrano quale sia il frutto più vistoso delle velleitarie specializzazioni umanistiche alimentate qui da quarant’anni. La sinistra, in questo perimetro semiotico, finisce not with a bang but a hipster, con eterni adolescenti carnevaleschi che indossano gli abiti di un Novecento edulcorato per proteggersi dal freddo del precariato lavorativo, affettivo, ideologico che hanno davanti. La Disneyland, insomma, esibisce un vintage al quadrato o al cubo: esistono ventenni fuorisede, splendidamente trasognati, che nei centri sociali di non so più quale generazione continuano a leggere Bifo.

Ma questo è appunto un microcosmo; solo, dato che la sua attività principale consiste nell’autorappresentazione, sembra molto più vasto di quanto non sia in effetti. Dietro le cerimonie culturali o sottoculturali, e dietro le difese di una piccola borghesia declassata che brandisce l’erudizione come status symbol (anziché liberare i classici dalla scuola, accademizza pure Andrea Pazienza) sta un cosmo più semplicemente malinconico. Dove mezzo secolo fa, copiando con intelligenza le idee dei loro avversari dossettiani, i comunisti s’inventarono il decentramento dei quartieri e costruirono periferie quasi scandinave, ora c’è una città che concepisce se stessa come un paesello dove tutto si svolge in tre o quattro incroci a pochi passi dalle torri, mentre il resto rimane al buio o è illuminato a sprazzi da eventi effimeri; per non parlare del fatto che dall’epoca Cofferati in poi le ordinanze da coprifuoco hanno svuotato anche il centro, così che in un comune scoperto di recente dai turisti, destinato a campare di studenti e spettacoli, nonché impegnato in una serie di pedonalizzazioni fin troppo brusche, dopo le dieci di sera è quasi impossibile mangiare, dopo mezzanotte difficilmente si beve, e se a ora di cena si cammina con una birra in mano si rischia una multa.

In questa Bologna, la vecchia “andata al popolo” dei servizi e della migliore cultura funziona ormai quasi soltanto in chiave monumentale o festivaliera, cioè politicamente capitalizzabile. Le piccole biblioteche, per dire, non hanno un euro: la possibilità che in una saletta della Barca o del Pilastro, chi è privo di risorse e vive chiuso entro pochi isolati trovi un libro che cambierà la sua esistenza, e magari attraverso la sua quella degli altri, è infatti tanto concreta quanto imprevedibile, e nessun amministratore potrà farsene un vanto. Altro esempio: i denari puntati su una concezione capolavoristica dell’arte fruttano dorate passerelle pubblicitarie per la sfilata della Ragazza con l’orecchino di perla, ma intanto si tagliano gli orari d’apertura di una Pinacoteca già deserta, malgrado contenga un riassunto didatticamente superbo della storia delle forme tra il Due e il Settecento. E che dire di una città in cui, mentre si preparano faraoniche cattedrali del cibo, si mangia mediamente malissimo, specie se non si hanno molti soldi da spendere e non si conoscono i negozi delle rare, pie sfogline d’antan?

L’attitudine locale a diffondere un benessere prosaico ma concreto si è ridotta a retorica. Certo, la longanesiana preferenza accordata all’inaugurazione, o alla pratica maldestra, anziché alla manutenzione capillare, non è un difetto solo bolognese. Qui, però, è più evidente proprio perché una Storia un po’ meno cieca del solito fa risaltare le carenze di oggi. Come dappertutto, ma con più spleen, anche a Bologna la politica arretra debole e stordita, lasciando il campo alle istituzioni economiche e a uno pseudoantagonismo animato da gruppi in cui la distanza tra credenze professate e abitudini di vita aumenta a vista d’occhio. Fondazioni e writers, per stare alla rappresentazione fumettistica di rito: da un lato il potere vero, dall’altro il disegno (e l’anticonformismo) quasi sempre falso; risultato, uno scontro dapochade. E se vogliamo fermarci un istante sulla vignetta, per quel che riguarda la street art ci si può chiedere cosa sia servito disfarsi di un’estetica da casa del popolo o del fascio per poi ritrovare sulle facciate dei palazzi lo stesso tratto greve e la stessa rozzezza allegorico-pedagogica, o in che modo tutto ciò si distingua davvero dalla progressiva kitschizzazione e hinterlandizzazione del paesaggio (le statue di padre Pio e di Lucio Dalla, i caffè centralissimi che sembrano importati dalla Riccione di viale Ceccarini…). Quanto ai poteri economici, ormai sono talmente forti, e le loro reti talmente estese, che malgrado iniziative a volte commendevoli, non possono non determinare un’inquietante privatizzazione del comune e non indurre a quella corruzione dolce, inavvertita, per cui a poco a poco, mancando spazi neutri o almeno non immediatamente permeabili alla loro forza, i gesti e le parole di chi lavora a costosi progetti politico-culturali o informa i cittadini si caricano di manierate cautele secentesche.

Ciò non significa che nella Bologna del 2016 non resti molto di buono. Per quanto i suoi movimenti siano inerziali e il suo tessuto pieno di strappi, il sistema dei servizi e dei corpi intermedi ha ancora una notevole solidità: e se spesso tende a troncare e sopire anche i conflitti sani, continua comunque a sviluppare positivi e sempre più necessari istinti d’inclusione, di accoglienza. Così, sul piano culturale, se da un lato trionfa una scolastica modaiola, dall’altro la vocazione archivistica arricchisce istituti benemeriti come la Cineteca; e sarebbe assurdo non riconoscere anche lo straordinario valore delle opere realizzate in questi anni da imprenditori non immemori dell’eredità olivettiana. In generale, poi, quando non viene mistificata dal bovarismo politico o estetico, l’abitudine a raccogliersi in collettivi o assemblee su studi e mestieri non merita facili ironie (all’incrocio tra intervento culturale e sociale, è particolarmente preziosa la piccola comunità riunita al Pilastro dalla Compagnia Laminarie del teatro Dom, un posto dove può capitare di vedere anziani patriarchi rom, pensionati e professori discutere socraticamente di Simone Weil).

Ma come si diceva qui è il passato – mitico o reale, pittoresco o veritiero – che induce a storcere il naso e a voltarsi di continuo indietro, magari un po’ gozzanianamente, per farsi una ragione del tramonto di un laboratorio amministrativo famoso nel mondo. Perciò a ogni polemica si torna a riavvolgere il nastro, e si riguardano le azioni principali alla moviola. Così, saltando il capitombolo di Delbono e la sinecura di Cofferati, ecco che si va a sbattere per l’ennesima volta contro il Trauma dell’anno 1999, quando la candidata Ds Silvia Bartolini viene sconfitta da Giorgio Guazzaloca, il macellaio che ha l’astuzia di lasciare in cantina i manifesti con Berlusconi e di presentarsi come la faccia bonariamente bottegaia di San Petronio. Ma la sua vittoria arriva in un’era nella quale del vecchio comune è rimasta in piedi ormai soltanto una scenografia di cartone, un trompe l’oeil dietro cui le aspirazioni personali e i pigli manageriali non sono più contenuti dal Super-io della disciplina comunista e dal duttile ma radicato imperativo del welfare classico. I democratici di sinistra dei pieni anni Novanta sono divisi tra il sindaco uscente Vitali e il segretario Ramazza: cognome antifrastico il primo, omen il secondo, essendo il Ramazza destinato a spazzare la federazione che tremare il mondo fece e a traslocare da Palazzo Marescotti, la sede cinquecentesca di via Barberia acquistata nel dopoguerra da una nobildonna e ceduta con perfetto simbolismo al Dams. Lo storico dell’arte Eugenio Riccòmini racconta che per la festa d’addio gli fu difficile convincere gli ex compagni a esporre almeno una bandiera con falce e martello: a poco più di un lustro dalla fine del Pci, i diessini faticavano persino a nominare il vero inquilino di quelle sale sontuose, allegramente incuranti di una secolare lezione sul ritorno del rimosso. I busti di Lenin che campeggiavano in tutti gli uffici erano già spariti nel ’90, dalla sera alla mattina, e così il leggendario ritratto in cristallo di Stalin, un Graal di tre quintali inseguito invano tra sezioni e campagne da un cronista di razza come Jenner Meletti. Allo stesso modo, abituati a quelle che Fortini chiamava le periodiche immersioni in Lete e Eunoè, durante la Seconda Repubblica i postcomunisti cancelleranno Occhetto e la Bolognina (il quartiere del nuovo municipio, coi suoi orrendi monumenti, spiazzi, graffiti), elaborando ampie e pompose riflessioni sul passaggio da Berlinguer-Craxi a Ulivo-Pd come se la svolta non fosse mai esistita, e confermando quindi che se la mentalità bottegoscurantista continua a riproporsi è perché non c’è stata nessuna Aufhebung.

 

Stalinismo anni Sessanta

Ma l’occhio di chi voleva prevedere il sol dell’avvenire, e ora per contrappasso è costretto a un torcicollo da Angelus Novus, cerca di risalire ben oltre la Cosa: il rewind del film cittadino si spinge fino al lungo, dorato crepuscolo degli anni Ottanta, in cui Imbeni ha gestito un’eredità già così matura da avvizzire, e poi su su fino a Zangheri, alla emblematica e sanguinosa rottura del ’77. C’è anzi chi va a cercare le prime crepe persino dentro la stagione del trionfo, nel cuore del decennio Sessanta. È il caso dell’ex giornalista di Repubblica Domenico Del Prete, che ha appena pubblicato con l’editore Pendragon Il processo di via Barberia. La requisitoria stalinista che annunciò la fine del Pci. Gli anni di questo sintomatico processo sono quelli della morte di Togliatti e del declino fisico di Giuseppe Dozza, il sindaco che ha traghettato Bologna dalla Liberazione al miracolo economico. Tramonta la generazione che saldava le origini primonovecentesche del partito alle prospettive del dopoguerra, e tramonta la dialettica che mediava elaborazione ideologica e Realpolitik. Nell’Italia neocapitalistica del boom, cultura e politica si separano. Su entrambi i fronti, l’egemonia passa agli specialisti. Evaporano, in sintesi, le prefigurazioni di un mondo totalmente altro: si tratta ormai di gestire l’esistente, di dare un volto umano al benessere. Nel frattempo il centrosinistra pone problemi inediti all’opposizione comunista, e soprattutto a quella sua componente per eccellenza pragmatica che è incarnata dagli amministratori locali. Anche a Bologna, alla gestione parsimoniosa delle risorse si sostituisce una politica di deficit: la «talpa keynesiana», spiega Del Prete, comincia a scavare. Si mettono in cantiere grandi infrastrutture, e si stringono inediti rapporti con banche e industrie: si allargano, cioè, le interdipendenze e magari le complicità tra i comunisti e i loro antichi avversari. È in questo clima che emerge il ceto dirigente dei nati intorno agli anni Venti, virtuosamente spartito tra gli ex operai specializzati, quegli artigiani curiosi e svelti a imparare che Guido Piovene ritrae di scorcio nel suo Viaggio in Italia, e gli intellettuali “compagni di strada”, i giovani assessori che in un celebre reportage uscito sull’Espresso nel 1963 Camilla Cederna definisce i «diamanti rossi»: come l’avvocato d’affari Umbro Lorenzini (legale del petroliere Monti, l’editore del Carlino), lo storico Renato Zangheri, e il burbanzoso urbanista trasteverino Campos Venuti, che appena arrivato sotto le torri per ordine di Alicata inizia a salvare i colli dalla speculazione, a rivalutare il centro e a progettare periferie vivibili.

Nel partito, la nuova generazione ha cominciato a imporsi già dal 1959. I suoi uomini di punta guardano ad Amendola, il leader della destra che invita esplicitamente a smettere di lustrar divise per una rivoluzione che non ci sarà, e a costruire il cambiamento giorno per giorno. Tradottobernsteinianamente in bolognese: l’amministrazione è tutto. Tra questi amendoliani spiccano Guido Fanti, segretario provinciale, e Mario Soldati, segretario cittadino. I due, a quanto pare, non potrebbero essere più diversi. Dal mosaico di testimonianze raccolte da Del Prete, di Fanti esce un ritratto abbastanza simile al ricordo che ne coltivano molti bolognesi: un politico di razza, lungimirante e astuto, ambiguo e riformatore, che forse sarebbe stato in grado d’incidere anche sulla direzione nazionale (ma a Botteghe Oscure gli emiliani sono stati trattati quasi sempre come quadri, come muscoli del corpaccione comunista da tenere a giusta distanza dalla testa). Soldati invece è un ex partigiano spregiudicato e fascinoso, senza studi alle spalle, e la sua supposta doppiezza somiglia più a quella dei personaggi inventati dal romanziere omonimo. Ma l’aura romanzesca che lo avvolge dipende anche da un fatto più banale e sinistro: avendo perso la sfida della leadership, ed essendo stato radiato dal gruppo dirigente, la sua memoria è rimasta sepolta per decenni.

A un certo punto, infatti, il fronte dei rinnovatori è andato a cozzare contro i niet romani e si è spaccato. La crisi arriva nel cruciale 1963, quando questa specie di neoavanguardia organizza una conferenza delle regioni rosse a Perugia azzardando il passo lungo: apertura al centrosinistra e proposta (avanzata da Fanti) di riformare lo statuto del Pci per attenuare il centralismo democratico e procedere verso un partito federale. A reprimere la fuga in avanti interviene subito Ingrao; e Togliatti lo approva in silenzio, per preservare l’equilibrio tra le opposte spinte centrifughe che agitano il mastodonte comunista. Allora Fanti arretra, attende, nasconde la strategia sotto la tattica come fa ogni professionista di quella politica paludata; mentre Soldati, che già alla conferenza aveva giocato da guascone, pigia ancora sull’acceleratore, e forse (forse) tenta di imporre un’egemonia personale sulla federazione bolognese. È a questo punto, mentre si aprono i giochi per la successione a Dozza, che il segretario provinciale sacrifica quello cittadino, considerato ormai una pericolosa zavorra.

Siamo al 1964, l’anno in cui il Bologna calcio prima è azzoppato da un’equivoca accusa di doping, poi vince lo scudetto. A Palazzo Marescotti il casus belli cade nel mezzo di un comitato federale. Nelle forme, la sua gestione è lontana da noi anni luce; ma vicinissimo, a pensarci, è il modo in cui un incidente minimo, anzi un mero venticello di calunnia stronca di colpo una carriera politica. Dunque, ecco i fatti. Durante una spaghettata a casa dell’operaio Sasib Antonio Panieri, un funzionario vicino a Soldati riporta una voce su presunti comportamenti sessuali “immorali” di Lorenzini, il candidato sindaco in pectore. Su questa voce, in ossequio alla più o meno strumentale sessuofobia di partito, la direzione monta subito un caso. E lo monta, in sostanza, per indicare nei soldatiani dei maldicenti, degli intriganti frazionisti; ma non certo per stroncare sul nascere le dicerie contro Lorenzini, dato che la recita protocollare dello sdegno non può che amplificarle, incrinando la reputazione della vittima che si ostenta di difendere. Così, mentre mette sotto processo Soldati e i suoi, Fanti sgombera il campo anche dalla candidatura dell’avvocato: e di lì a poco, guardacaso, toccherà a lui sostituire Dozza, prima di diventare il primo presidente della Regione. Ovviamente tutto questo accade in un partito senza primarie, e in un regime di trasparenza tipicamente clericale: ogni candidato parla di una sua possibile nomina come di un calice amarissimo. L’opposizione è quindi sotterranea, strisciante; pesano le parole e i gesti anche più cauti, in una parodia semiseria della prassi esteuropea. Il prudente Zangheri, ad esempio, fiutata l’aria si ritira nel fortino universitario e si trasferisce a Londra per un po’. Intanto, un pugno di soldatiani o presunti intriganti viene sospeso dalla federazione, allontanato dall’indotto sindacal-cooperativo, nonché ammonito con piglio serenamente anticostituzionale di non «rendere ovunque, a voce o per iscritto, e in qualunque sede, anche diversa da quella del partito, sia pubblica che privata, dichiarazioni politiche». Quanto a Soldati, prima ottiene un parcheggio all’assessorato per il decentramento, poi, al termine di un processo sopportato come una fatalità cui è vano opporsi, sparisce da via Barberia: morirà appena un anno dopo, in un incidente notturno sulla via Emilia.

I superstiti di quella vicenda, a seconda delle parti interpretate nel 1964 o dei racconti di seconda mano orecchiati in federazione, davanti alle domande di Del Prete oggi rivendicano, o giustificano, o accusano, o deplorano; e chi ha indossato la toga del giudice storna lo sguardo dai documenti processuali che il giornalista gli mette sotto il naso, rifiuta di rileggersi, invoca lo Zeitgeist. In una storia che non era più tragica e non era ancora farsesca, viene da chiedersi se e quanto gli attori avrebbero potuto comportarsi in modo diverso. La risposta, direi, è manzonianamente positiva: ma loro fanno capire che provarci avrebbe significato uscire dall’ecclesia fuori dalla quale non si dava o non vedevano salvezza. Del resto, per aggiungere un tocco al quadro d’epoca, Del Prete ci fa sapere che un’altra frase lasciata incautamente cadere davanti a una tagliatella e a un lambrusco (in questo caso, una frase pro Mao) costerà poco più tardi all’inventore della Cineteca Vittorio Boarini l’esilio in un freddo sgabuzzino di biblioteca.

Eppure, nei pieni anni Sessanta d’Emilia, le parodie staliniste non potevano non suonare grottesche anche a chi le recitava. Ma qui è Antonio La Forgia a cogliere il punto, quando ricorda che i riformisti amendoliani (i Napolitano, i Macaluso) volevano sì un rinnovamento della linea politica, ma in genere senza democratizzazione interna, e anzi sul piano della disciplina si rivelavano spesso i più rigidi. Stando alla testimonianza di un dirigente, sul caso bolognese Amendola avrebbe detto in seguito di non aver mosso un dito perché «quelle botte fanno bene». Così, il prezzo pagato da Fanti per inaugurare il nuovo corso e per soddisfare le sue legittime ambizioni fu il recupero dei più grevi metodi inquisitori. Difficile dire quanto abbia contato il cinismo da Realpolitik e quanto la volontà di arginare una vera o sinceramente creduta deriva personalistica del partito. Certo è che l’operazione riuscì: a Soldati toccò la damnatio memoriae, e il passaggio di testimone generazionale avvenne nel solco della tradizione, ossia senza scossoni troppo bruschi.

Di lì alla fine degli anni Settanta, con i progetti di Fanti e le ramificate applicazioni di Zangheri, si stabilizzò ed espanse un modello amministrativo ancora fondato sull’equilibrio tra “maestranze” e intellettuali: al posto di Campos Venuti Pier Luigi Cervellati (che tentò di restaurare alcune zone del centro storico, e fu accusato dal predecessore di eccessi filologici), il sornione affabulatore Riccòmini, Federico Castellucci, Adriana Lodi… E’ un modello noto a livello internazionale per gli asili, le pedonalizzazioni, i bus gratuiti, i servizi sanitari e sociali, i centri civici di quartiere. Anche qui, però, va meditata l’opinione di La Forgia, che vi contribuì quando era già rodato, dopo una giovinezza trascorsa nella sezione universitaria di San Vitale con l’enfant terribledel sindacalismo Claudio Sabattini. Dice dunque La Forgia che in quell’Italia in cui il rapporto tra governo democristiano ed enti locali comunisti diventava sempre più consociativo, e la spartizione delle influenze ratificava il blocco del sistema politico, anche l’osannato welfare si basava su uno scambio opaco. Contrattando con Roma, e ottenendo quasi sempre un assenso, Zangheri programmava servizi dai caratteri qua e là perfino lussuosi. Puntava, cioè, a fare di Bologna un’avanguardia, una vetrina e un’utopia concreta per un diverso futuro italiano e non solo italiano; ma proprio per questo, approvava investimenti che nella situazione data non si sarebbero mai potuti estendere a tutti i comuni senza rischiare la bancarotta. Al suo climax, il “socialismo alla bolognese” implicava insomma una prassi non esattamente kantiana: non si agiva in modo che la propria condotta potesse divenire norma universale.

D’altra parte, a quella altezza il blocco del sistema politico rendeva ormai complicato tenere insieme, se non dialetticamente almeno amministrativamente, grandi idee e prassi compromissorie, istanze di rinnovamento e necessità conservatrici. Nel giro di vent’anni, le cooperative si erano trasformate da argine della speculazione in suo strumento. Il ciclo riformista iniziato negli anni Sessanta aveva reso il Pci il miglior gestore di un quadro economico e perfino antropologico ormai immodificabile, come vide il Pasolini luterano che nel “comunismo” della sua Bologna indicò un quasi anagramma di “consumismo”. Nella sua apparente perfezione petroniana, l’eccellenza rossa si sclerotizzava, il progresso e le ansie conformiste si scambiavano le parti, e diveniva via via più difficile far affluire sangue fresco nel partito e nelle organizzazioni contigue, cioè operare ulteriori cambiamenti nel solco della tradizione. Questa chiusura fu plasticamente rappresentata nel ’77, quando i comunisti blindarono la città senza distinguere i ragazzi del movimento dalle P38. Su altra scala, tornavano così a rivelare il rapporto ambiguo con la democrazia dimostrato dal processo del ’64: proprio il partito che in teoria e a parole doveva portare quella italiana su posizioni più avanzate, quando si trattava di smarcarsi dai fermenti cresciuti a sinistra non si ergeva a difensore tranquillo dello stato di diritto, ma invocava con zelo poliziesco l’ordine nelle strade. L’incapacità di comunicare col movimento, però, dipendeva anche dal fatto che i ventenni del ’77 non somigliavano più ai ventenni del ’68, ultimi epigoni di una storia ribelle iniziata nell’Ottocento, demoni dostoevskiani o Sorel dell’extraparlamentarismo. I nuovi ragazzi, spesso destinati ad attraversare gli anni Ottanta seguendo qualche sotterraneo percorso “creativo” o ecologista, rappresentavano un’alterità totale, non dialettizzabile né reintegrabile, perché ormai estranea alla lingua e alle forme di organizzazione politica del XX secolo. Secondo il filosofo francofilo Stefano Bonaga, il Settantasette certificò la morte della militanza novecentesca, delle sue macchine ridotte a lugubri fantasmi statali, e prefigurò il modello del potere diffuso e immateriale poi imposto dalla rete – quella rete a cui due decenni più tardi lo stesso Bonaga, in qualità di assessore, avrebbe consentito l’accesso gratuito ai bolognesi col pionieristico progetto Iperbole. Ma qui si torna agli anni Novanta, quando post-Novecento significa già via libera alle correnti, alle privatizzazioni, e a disinvolti balzi di carriera nelle municipalizzate.

Davanti a tutto questo, per chi ha un albero genealogico radicato nel marxismo, dovrebbero avere poco senso i discorsi moralisti sulla decadenza: semplicemente, con marxistica coerenza, le forze economiche hanno ripreso un sopravvento aperto, non paludato. Ma la tendenza all’elegia, lo ripetiamo, si comprende fin troppo bene: in un’oasi gramsciana, dove malgrado o grazie a un certo pragmatismo occhiuto la sovrastruttura sembrava poter reagire a sua volta sulla struttura, il ritorno a una sorta di signoria darwinistica ha effetti giocoforza più traumatici.

A Bologna, come altrove, il Pci è stato sia un soffocante apparato religioso-militare sia una straordinaria scuola di massa, come dimostrano i circoli di campagna intitolati a Francesco De Sanctis. Ma è stato anche il travestimento umanistico e progressivo di forze e mentalità corporative che si sono stratificate in periodi molto più lunghi, secolari, durante la storia del capoluogo pontificio: ha mediato provvisoriamente tra i discendenti dei notabili senatori o balanzoni e quelli dei contadini scaltri, tra il classicismo algido e l’espressionismo macaronico (di nuovo: tra fondazioni e writers?). In questa storia opulenta e plebea, le maniere spicce del ’64 non costituiscono certo un episodio esotico. Lo sa bene chi si è trovato a discutere coi dirigenti abituati a fare atleticamente la spola tra partito e coop, ma pochissimo abituati a maneggiare laicamente norme e diritti. Col loro buon senso bonario o arrogante (a seconda che la situazione suggerisca di applicare le regole o di interpretarle), questi dirigenti somigliano un po’ ai gestori dei vecchi campi scuola, che quando arrivava un gruppo di ragazzini randagi li lasciavano giocare a calcio coi loro, ma che poi, se vedevano gli estranei vincere a mani basse il match, fischiavano di colpo borbottando «adesso via, a casa e poche pippe». Di solito, personaggi così non fanno riferimento ai cittadini, e nemmeno a classi o ceti specifici, ma piuttosto a «la nostra gente». L’espressione, non a caso, è tipicamente bersaniana; e l’ex segretario la ripete tanto più spesso quanto meno quella gente sembra disposta a rimanere “sua”. Perché niente rode di più, agli ex comunisti spazzati via da Renzi, del fatto che il giovane novatore li abbia battuti usando con inedita spregiudicatezza i loro mezzi, e rifondando a suo modo un centralismo democratico 2.0. Nelle feste dell’Unità emiliane, il popolo che ha attraversato la parabola comunista applaude oggi il premier fiorentino esattamente come poco tempo fa applaudiva Bersani o D’Alema. Stesa nel guscio vuoto dell’ex Pci, insieme a un solidarismo sempre meno armato di dati e paradigmi, la sinistra ufficiale di Bologna e dintorni conserva tutto l’opportunismo di cui la rimproverava Amendola.

fonte:http://24ilmagazine.ilsole24ore.com/2016/08/bologna/

Articolo apparso originariamente su 24ilmagazine.ilsole24ore.com che ringraziamo.

Articolo apparso originariamente su 24ilmagazine.ilsole24ore.com che ringraziamo.

 


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