I fantasmi del Friuli

 Cristina Battocletti per lo straniero.net che ringraziamo

2016Agosto/Settembre

Walter Chendi

Walter Chendi

 

Pier Paolo Pasolini per raggiungere Casarsa prendeva uno dei quei treni della “bestemmia”, come dicono i friulani, che sembravano portare alla fine del mondo. A un certo punto, dopo decine di fermate, il poeta avvertiva un inconfondibile “odore di terra romanza, di area marginale”: aveva passato il Tagliamento. Da lì, infatti, inizia lo scollegamento dal resto di Italia e si arriva al Friuli, dove le montagna sono meno belle del Trentino, il mare meno limpido della Croazia, le colline meno dolci della Toscana; eppure quel paesaggio è irripetibile, racchiuso in un sentimento tra il dolore e la sensualità. Una tana silenziosa, ombrosa, segreta e materna. Questa è l’attrazione che i friulani hanno per la propria terra, dove non si trova la pacificazione leggera e industriosa di Milano, i sofismi politici di Roma, il caldo polveroso e cullatorio del Sud, l’umido penetrante della pianura padana, o l’intensità fredda e stagliata del resto dell’arco alpino. Ma è diverso e unico, come il figlio più debole cui si vuole più bene.

Ero perduto come in una sconfinata intimità che faceva del Friuli la sua folle sede oggettiva”, scriveva Pasolini che era nato a Bologna, ma passava lunghe estati nella “Bassa”, dove visse da sfollato gli anni della Seconda guerra mondiale e fece l’insegnante di italiano alle medie.

Quest’intimità la può comprendere bene chi vi è nato o chi è pronto ad abbracciare il suo grembo senza pregiudizi, come una scarica di energia. Una terra battuta da piogge incessanti, malinconica, orientale per vocazione, che conserva “un’infelice memoria dei popoli che vi sono transitati saccheggiando e distruggendola”, come sottolinea Sergio Maldini, scrittore dimenticato, in La casa a Nord Est, premio Campiello nel 1994.

Un ricordo atavico di passaggi di barbari, che secondo un altro autore troppo poco celebrato, Carlo Sgorlon, ha creato per sottrazione tra i suoi abitanti una necessità di ordine, dovuta a troppe distruzioni violente. Forse per questo i friulani non cedono mai al vandalismo.

La verità è che il Friuli è ancora spaesato, privato da meno di quindici anni dei confini di cui è sempre stato il custode. La repubblica di Venezia nelle valli del Natisone faceva presidiare le montagne ai pastori slavi più grossi perché mettessero paura a chi cercava di superare le Alpi Giulie. La imitò poi Tito piazzando nei valichi dell’ex Jugoslavia dei marcantoni dagli zigomi di peltro.

Come fa una terra di confine a restare senza confine? Rimane senza identità. Tutta tesa per secoli a proteggersi dagli invasori e a creare “l’altro da sé”.

La salvezza è tutta nella gioventù e in chi ha avuto la lungimiranza di fare in modo che studiasse le lingue dei popoli vicini, come non era mai successo. Lo sloveno, per esempio, che fino agli anni novanta era solo per gli scjavi, una popolazione di serie B. Così aveva insegnato il fascismo proibendo di parlare la lingua e praticarne usi e costumi. Così aveva fatto prima ancora la Repubblica di Venezia, che considerava gli “slavi” – termine generico che raduna sotto di sé sloveni, croati, serbi e bosniaci – delle bestie da soma, dei veri schiavi, insomma. E pensare che il massimo tempio dell’italianità, Redipuglia, dove c’è il sacrario dei caduti delle guerre, ha la sua etimologia in due parole slovene, srédi, in mezzo, polje, campo.

Le nuove generazioni ristudiano il tedesco, a cui i friulani erano diventati allergici perché lingua dei torturatori, e girano l’Europa con una facilità illimitata: un concerto a Vienna, un bagno a Lussino, una mostra a Lubiana. L’università a Cambridge. Eppure tornano sempre a casa quando possono, perché hanno nostalgia. Portano dentro una radice di sofferenza, trasmessa di generazione in generazione, che nemmeno i loro genitori capiscono bene cosa sia: una mescolanza di sacrificio atavico, di fatica e di senso di colpa per un benessere e un consumismo cui le generazioni precedenti si sono abbandonate con fatica. Qualcosa di vago e nello stesso tempo minaccioso. “La cjase dai contents je sdrumate”, la casa dei contenti è distrutta, dice un proverbio friulano.

Un concetto che Helena Janeczek descrive bene riguardo all’Olocausto nel suo libro Lezioni di tenebra(Guanda). La madre, prigioniera di un lager, non le ha mai raccontato nulla, ma la Shoah spunta dentro la piccola Helena anche nella necessità di mangiare tutte le briciole di pane rimaste sul tavolo.

Fantasmi di guerre e di fame, di spie di gladio e di tensioni politiche, anche se, come spiega Sgorlon, il Friuli è l’unica regione che non ha ideato delitti politici, o terroristici, strage di Peteano compresa.

Un popolo che ha subito tanto, ma che conserva ancora uno sguardo innocente. Nonostante l’industrializzazione, nonostante il terremoto del 1976 che fece mille morti, distrusse molti paesi ma che fu per ironia della sorte il motore del benessere. Col sisma, di cui quest’anno ricorrono i 40 anni, arrivarono i fondi che furono redistribuiti a chi ne aveva bisogno secondo un criterio di onestà e senza che la mafia – allora la regione ne era indenne – ci mettesse le mani. Con gli aiuti economici per prima cosa il friulano costruì una casa vittima del “mal del clap”, il male del sasso. Per padre David Maria Turoldo, poeta e pensatore, autore di un film straordinario e visto quasi da nessuno che è Gli ultimi (1962) con la regia di Vittorio Pandolfi, fu l’inizio della distruzione dell’identità di un popolo. Secondo padre Turoldo, prima del terremoto in Friuli esisteva solo la povertà materiale, a cui si sostituì quella morale e spirituale.

I friulani più che uno sguardo innocente, hanno uno sguardo infantile, di popolo che non ha mai davvero preso coscienza della sua enorme forza nell’affrontare le avversità, sapendo e volendo contare solo sulle proprie forze. Scrisse ancora Sgorlon in uno dei suoi bei interventi sul “Gazzettino” negli anni ottanta: “I friulani come i meridionali hanno uno scarso senso dello Stato, perché ne hanno una diffidenza cronica… Lo Stato secondo loro premia i retori, i demagoghi, i furbi, gli arrabbiati… Un anarchismo – l’irsuta Carnia ebbe una repubblica anarchica, ndr – ordinato, unito a un rifiuto silenzioso, individualistico di tipo costruttivo e laborioso che non si aspetta nulla dallo Stato.” L’Homo faber friulano, spiega ancora Sgorlon, esprime la propria personalità nel costruire, contro la retorica del sociale e per superare il pessimismo. L’unico estremismo che conosce il friulano è il lavoro, per il resto è un moderato, un uomo del giusto mezzo. Ha il suo cardine nella famiglia e vota divorzio solo per principio. Si dice religioso, ma la sua fede più forte è quella panteistica della Natura, che ha regolato per tutti i secoli fino al dopoguerra la sua civiltà contadina.

Una terra che ha sempre avuto paura di osare, i cui abitanti hanno rifiutato a lungo di emanciparsi: non si liberano dalla condizione di sotàns, coloro che stanno sotto ai sorestans, coloro che stanno sopra, ovvero il resto del mondo. Pasolini trascinerà a lungo il peso e l’ossessione dell’obbedienza con i traumi della liberazione anche sessuale, inculcatagli dalla madre, Susanna, che pure era una donna forte, combattiva, ma con una certa soggezione nei riguardi delle autorità.

Lo storico Tito Maniacco racconta che l’unico moto di liberazione dei friulani attorno al 1500 era tra il giovedì grasso e il mercoledì delle ceneri, dove i contadini si sfogavano abbandonandosi al furto campestre, al contrabbando, al banditismo. Ma poi tornavano sottani.

Una popolazione con una paura dentro e dietro senza fine, scrive Maniacco, provata sotto la suola di celti, romani, longobardi, franchi, che per primi diedero identità al popolo friulano con l’adesione al cristianesimo aquileiese. I preti furono gli unici veri intellettuali organici del Friuli, ma erano in qualche modo eretici poiché la chiesa aquileiese faceva riferimento a San Marco e al culto siriaco e orientale e non a San Paolo, tanto che la Chiesa nel 1751 soppresse il patriarcato aquileiese. I veri devastatori tra gli oppressori furono gli ungari, con la vastata Hungarorum. Maldini in La casa a Nord Est ne parla come “i più tremendi di tutti, che intorno all’anno mille l’avevano (la terra, ndr) resa spoglia come un territorio lunare”. Misero a ferro e fuoco il medio e basso Friuli e il patriarca di Aquileia fu costretto a chiamare tribù di coloni slavi, contadini sloveni, croati, serbi, cosiddetti Salvàn, ovvero silvani dei boschi. Questi ribattezzarono i paesi con nomi inequivocabili come Belgrado, Gradischiutta, Santa Marizza…

Tutte queste dominazioni inculcarono un senso di inferiorità che si riverbera soprattutto nell’incapacità nel prendere le briglie del comando in ogni settore decisivo: attualmente il presidente della regione Friuli Venezia Giulia è la romana Debora Serracchiani – I friulani nei secoli sono sempre stati governati da altri, pur essendo ingranaggi imprescindibili dell’organizzazione. Un senso di inferiorità che comporta un senso di persecuzione, che diventa orgoglio insulare, malamente legato negli ultimi decenni al leghismo.

Questa terra dalla “dolcezza sonnambolica… Un torpore elegiaco… per un popolo stralunato… Di giorno razionale… e che di notte rivelava strani sbandamenti alla Dostoevskij” come dice Maldini, ha prodotto grandi forze lavoro e razionalità, come il giurista Francesco Carnelutti. Ha fatto pochi figli artisti e, oltre ai già citati Sgorlon e Maldini (Nievo ça va sans dire), si chiamano Elio Bartolini, Novella Cantarutti, i fratelli Basaldella (Dino, Mirko e Afro), Giuseppe Zigaina, Gae Aulenti, Paolo Maurensig, Leo Zanier, Pierluigi Cappello. Perché così pochi? Perché il Friuli è sempre stato impaurito di volare: doveva tenere i piedi per terra, perché doveva mangiare e l’inverno era duro e il freddo decimava i figli, e le guerre passavano sempre per di là, la Prima e la Seconda, come se i conflitti dovessero trovare casa soprattutto là. Ma la sottanità arrivava fino a un certo punto. Accanto all’emigrazione per necessità, ci fu quella ideale e antifascista delle fabbriche, perché il friulano contempla il ribellismo quando tocca la soglia ultima della dignità. I tanti partigiani che popolarono le montagne, mai abbastanza celebrati, avevano una speciale dedizione tutta selvatica alla giustizia, contadini che imparavano l’uso delle armi dai titini abilmente addestrati alla guerriglia del bosco, senza assorbirne la ferocia. Come testimonia la strage di Porzus, dove Pasolini perse il fratello Guido. Non furono in pochi poi a lasciare le fabbriche per unirsi alle brigate internazionali in Spagna, come la fotografa Tina Modotti, uno dei pochi esempi di donna emancipatasi dalla categorizzazione di santa o stria, santa o strega. Sgorlon nei suoi libri trasmise una sensazione di compassione, stima, ammirazione per la forza, sofferenza, generosità delle donne, che restavano mentre gli uomini mancavano, sottratti dalla guerra. Il bambino protagonista di Il trono di legno, che vinse il Campiello nel 1973, si abbandona a un ventre materno diffuso, a un nugolo di donne che non sa esprimersi se non in gesti essenziali, ruvidi e bizzarri, con la capacità di strologare, di indovinare o interpretare eventi prima che accadessero, grazie a una lunga osservazione della Natura. Il trono di legnoha dei punti in comune con L’isola di Arturo, in una selvaggia comunione con la Natura, con il magredi, terra magra, arida, ghiaiosa, nella zona del pordenonese quando i torrenti Meduna e Cellina sprofondano nelle falde acquifere. Un bambino e una donna sola, tra le fascinazioni degli zingari, i soprannomi dei paesi, e molta epica tra Omero e Cesare.

Guido Piovene, quando compì il suo viaggio in Italia nel 1956, scrisse dei friulani “Sento intorno a me la vita di un popolo chiuso, un po’ sordo e un po’ diffidente”. Diffidenza che i friulani non provarono verso i sottani come loro, per esempio i cosacchi, alla cui epopea Sgorlon dedicò un libro L’armata dei fiumi perduti. Nell’estate del 1944 in Friuli arrivò un’armata di cosacchi, ribattezzati dai carnici “i mongui” (mongoli), con donne, bambini, cammelli, cavalli, scimitarre, tende e icone. Una tribù estesa e antistalinista che veniva dalla Bielorussia, a cui i tedeschi avevano promesso una patria provvisoria nella Kosakenland friulana. Ma era già la fine della guerra, i tedeschi stavano per arrendersi e i partigiani vincevano. Gli alleati vollero restituire al popolo russo i disertori, avviandoli verso i campi di prigionia austriaci, ma questi in gran parte preferirono il suicidio gettandosi con le donne e i figli nella Drava.

Protagonista del romanzo di Sgorlon è ancora una donna, Marta, che non riesce a vedere i nemici da nessuna parte, pronta a donare affetto e pietà ai più maltrattati dalla malasorte con un “nucleo intatto e fresco che la guerra non può scalfire”, Marta che sa “tener duro perché intuisce che nel mondo c’è un’armonia segreta per cui la vita è eterna”.

Il Friuli, dunque, a parte Ippolito Nievo, Caterina da Percoto, Ermes da Colloredo, è stato culturalmente poco audace. Si arrivava al massimo a comporre villotte, canzoni popolari che non esistono in altre regioni d’Italia, composte in ottonari (qui non esiste lo strambotto italiano) che Ermes da Colloredo trasformò in poesia d’autore e che vennero studiate dalla musicologa e compositrice russa Ella Adaïewsky.

Era da Trieste che veniva la cultura come scrisse Maldini: “Ciascun triestino dissimula un professore di lettere… il friulano tiene ben serrato in petto un diploma da ingegnere. Un ingegnere un po’ folle, la follia dei matematici, quella ricca di poesia pura.”

Per i friulani la poesia è soprattutto terra. Quella durissima ed estatica delle montagne grigie e piene di crepacci del confine con i Balcani e l’Austria, dove si è combattuto, fiumi ghiacciati come il Natisone con le sue rive dal verde intensissimo, declinato in mille sfumature. Oppure le terre della bassa, cantate da Nievo, la piccola patria. Ma il Friuli è anche la Grado di Biagio Marin sempre sulla soglia tra carnalità e morte e la montagna di Andreis di Federico Tavan. “Quatre cjases in crous/Se no tu fai ad ora a scjampâ/uchì tu devente vecje e tu mour./Un po’ de prâtz/dos tre montz/se no tu scjampe/no tu scjampe pì/tu devente Andrèes. Andreis. Quattro case in croce./ Se non fuggi in tempo / qui diventi vecchio e muori./ Qualche prato / due tre montagne.” Se non fuggi, non fuggi più: diventi Andreis.

Oppure, come scriveva Pasolini, il Friuli sono gli Spettri turchini della Carnia… o le luci azzurrine di Cividale che dardeggiavano un chiarore muschioso che dava al cuore una sorte di struggimento o di amarezza. E ancora La bassa… quell’angolo che ha il colore della stoffa smarrita, dove alita e sospira l’anemico senso del mare. Una minaccia di innocua immensità.

Il Friuli è anche lingua, un idioma di ceppo ladino onomatopeico. Pasolini si innamorò di rosade, rugiada, il Nini (muàrt), una delle prime poesie di P.P.P., è una contrazione da ninin, piccolino, caro, dolce. Ma ci sono parole bellissime con un significato immediato come frujat, significa consumato e liso, frut, bambino, vonde, basta, bacan, padrone.

Oggi il Friuli ha tante manifestazioni culturali valide, che portano artist

i da fuori che si mescolano con i talenti locali, spesso sommersi. Basta citare Pordenone legge, Cinemazero, Mittelfest, Topolò, Premio Terzani, Dedica, Far Eastfilm festival, è storia, Vicino Lontano, il Premio Nonino, il Premio Hemingway. Il Friuli può liberarsi dai fantasmi e dare i suoi frutti materiali e spirituali e non rimanere solo e soltanto l’“ossessione di una felicità immediata e sensuale”, come fu per Pasolini che non tornò più a Casarsa dopo il processo per atti osceni. è tempo di uscire allo scoperto, senza cedere alla tentazione di friulanizzare il tutto o di oscurare le proprie risorse per provincialismo. è tempo di essere (consapevoli).

fonte: http://lostraniero.net/fantasmi-del-friuli/


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