Corsaro talentuoso

di Mario De CaroMario De Caro per il Sole24re agosto 2016

L’avventurosissima vita di Joseph Marie G., nato in Francia a inizio Ottocento, sono degne di un romanzo del suo amico Alexander Dumas.

A sedici anni si imbarca come mozzo per le rotte del Mediterraneo e inizia a peregrinare per il Mediterraneo e il Mar Nero. Per tre volte le navi su cui si trova sono abbordate e depredate dai pirati greci; poi il Nostro, giunto a Costantinopoli, si ammala. In Turchia rimane tre anni e per mantenersi dà lezioni di francese, italiano e matematica; quindi riprende i viaggi per mare e affronta ancora i corsari, venendo ferito. Nel frattempo comincia a collezionare cittadinanze: prima quella italiana, poi quella peruviana, poi quella sanmarinese; purtroppo, però, nonostante i tentativi, non riuscirà a ottenere quella statunitense. Si arruola nella Marina militare piemontese, ma presto diserta e, da procedura, è condannato a morte in contumacia. Riesce a sfuggire varie volte alla cattura; poi, fingendosi il marinaio inglese Joseph Pane, sbarca a Tunisi; poi è a Marsiglia, dove diviene volontario in ospedale durante un’epidemia di colera. Infine, italianizzato il suo nom de plume in Giuseppe Pane, si imbarca per l’America del Sud.

Sbarcato in Brasile, commercia in paste alimentari; poi si mette al servizio della neonata Repubblica di Rio Grande do Sul che cerca la secessione dallo Stato centrale. Il comandante João Manuel de Lima e Silva gli rilascia una speciale patente che lo autorizza a combattere la guerra corsara contro la marina brasiliana. Ingaggia molti combattimenti, cattura imbarcazioni nemiche, liberando gli schiavi che vi sono imbarcati, poi naufraga, viene ferito, arrestato, torturato. Quindi torna libero e riprende la guerra corsara, ma fa naufragio. Ripresosi, ricomincia subito a guerreggiare.

Le amanti non gli mancano, finché, navigando lungo la costa, con il cannocchiale avvista Maria de Jesus Ribeiro da Silva, vedova diciottenne. Scende a terra e le dice: «Tu devi essere mia!». Lei evidentemente acconsente, perché dopo un po’ si sposano. Lui le insegna a navigare, lei ad andare a cavallo. Intanto guerreggiano d’amore e d’accordo.

Poi, però, la repubblica di Rio Grande è annientata dal governo centrale. Il Nostro ottiene un bottino di guerra di mille bovini e, in cinquanta giorni, dopo un’epica transumanza di seicento chilometri, raggiunge l’Uruguay, dove la giovane repubblica è minacciata dagli ex-dominatori argentini. Viene subito nominato Colonello della marina uruguayana e ricomincia la vita da corsaro, navigando su e giù per il Paranà e il Rio de la Plata e affondando o catturando le navi argentine che incontra sulla sua strada. Nominato comandante di truppe di terra, ottiene una prodigiosa vittoria a San Antonio del Salto, contro forze dieci volte superiori.

Viene poi eletto deputato nell’Assemblea dei notabili dell’Uruguay; ma lui pianta tutto e se ne va a New York, dove lavora prima come salumiere e poi nella fabbrica di candele di Antonio Meucci, l’inventore del telefono.

Riprende poi il commercio marittimo. Trasporta tra l’America e l’Asia orientale le merci più varie: rame, lana, legname, grano, carbone. E anche guano, come annota, con scarsa empatia, il vicario apostolico di Hukwang: «G. è qui giunto dall’America con un carico della più eccellente Merda d’uccellame di quelle contrade». Nel frattempo, la sua carriera massonica è fulminante: diventa in breve tempo Gran Hyerophante del Rito di Memphis e Misraim, 33º grado del Rito scozzese e Gran Maestro del Grand’Oriente.

Un avventuriero con i controfiocchi, insomma. Se solo avesse messo i suoi talenti al servizio della causa politica italiana, chissà cosa sarebbe riuscito a fare!

Si sa che le rivoluzioni intellettuali, al pari di quelle politiche, incontrano sempre veementi resistenze. E così, mentre le menti illuminate spianano il cammino dell’umanità verso il futuro, le personalità più retrive rimangono abbarbicate a idee e concezioni ormai obsolete.

Recentemente, indagando negli archivi, è stato scoperto un esempio lampante di questa attitudine regressiva. Siamo alla fine del Seicento, quando ormai la gran parte delle persone di cultura ha accettato la nuova visione del mondo, basata sulla nuova scienza, e l’Europa procede a lunghi passi lungo la via della secolarizzazione. In questo periodo un Cavaliere di Sua Maestà, più volte membro del Parlamento, viene nominato Guardiano e poi Direttore della Zecca di Londra: manterrà quella posizione per una trentina d’anni, usandola come copertura di una moltitudine di attività segrete, tutte avverse alla rivoluzione scientifica.

Alla Zecca, il Nostro si dimostra inflessibile nell’inchiodare i falsari alle loro responsabilità: indaga con metodi brutali, talora anche illegali, per provare la loro colpevolezza e farli impiccare. Ma, come detto, questa attività pubblica ne nasconde un’altra. Come due secoli dopo scriverà, infatti, il grande economista John Maynard Keynes, il nostro zelantissimo Direttore della Zecca altri non è che l’«Ultimo dei Maghi»!

Nel segreto del suo laboratorio, egli compie un gran numero di esperimenti di carattere alchemico, ispirandosi all’Introitus apertus ad occlusum regis palatium, opera in cui l’occultista americano George Starkey, che l’aveva scritta sotto lo pseudonimo arcaizzante di Ireneo Filalete, andava alla ricerca della pietra filosofale. L’aspirazione che muove l’Ultimo dei Maghi è in parte diversa, ma non meno attardata culturalmente: studiare i processi organici per ritrovarvi il continuo intervento divino e riportare alla luce, per questa via, la prisca sapientia, ossia la Vera Religione e la Vera Scienza degli antichi Ebrei. Il suo impegno in questa impresa fu enorme: gli appunti di contenuto alchemico dell’Ultimo dei Maghi contano infatti oltre un milione di parole (l’equivalente di 2mila articoli di giornale).

L’alchimia però non gli basta per contrastare il razionalismo della scienza moderna. Il Nostro si impegna infatti anche in studi religiosi di un’incredibile inattualità, scrivendo oltre un milione e quattrocentomila parole (altri 2.800 articoli di giornale). E in questo modo, con bizzarrissimi calcoli basati sulle profezie bibliche, si convince che l’arrivo dell’Anticristo non avverrà prima del 2060, ossia 1.260 anni dopo l’incoronazione di Carlo Magno. La giustificazione, quanto mai antimoderna, di questo suo calcolo è che «se Dio fu così adirato con gli Ebrei perché non avevano esaminato più diligentemente le profezie che egli aveva dato loro per riconoscere Cristo, perché dovremmo pensare che ci scuserà se non esamineremo le profezie che ci ha dato per riconoscere l’Anticristo?».

Queste attività rimangono segrete, perché l’Ultimo dei Maghi teme di scontrarsi con il partito degli innovatori. Ma la sua avversione per i protagonisti della rivoluzione scientifica è profonda. Detesta la filosofia e la scienza di Cartesio. Litiga con i fratelli Bernoulli, eccelsi matematici. Diffama ferocemente Leibniz. Angaria l’Astronomo reale John Flamsteed. E odia il grande scienziato Robert Hook e, quando questi muore, fa in modo che il suo unico ritratto venga distrutto.

Insomma, chi meglio dell’Ultimo dei maghi incarna l’incapacità da parte degli intelletti più retrivi di comprendere una grande rivoluzione intellettuale?

© Riproduzione riservata

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2016-08-19/corsaro-talentuoso-171839.shtml?uuid=ADq3Hlz


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