La Cina di Mao

Quarant’anni dopo
reportage

Alessandro Macchi per succedeoggi.it che ringraziamo

Mao  in treno nel 1961

Pubblichiamo la prima puntata di un viaggio nei luoghi e nel tempo: la Cina del 1978, quand’era ancora “maoista” messa a confronto con la frenesia capitalista di oggi. Due mondi che sembrano davvero lontanissimi

Io, curioso di esplorare luoghi diversi alla ricerca degli ultimi primitivi o di culture che ci parlino di origini ancora visibili, sono perplesso e attonito nel constatare come le esperienze del mondo in soli 50 o 40 anni siano state rimodellate violentemente. Le Città, i luoghi di vari continenti da me conosciuti sono ormai un ricordo o ridotti a citazioni museali o unicamente a scenari per film d’epoca. Nuove condizioni esistenziali hanno comportato mutamenti genetici nel costruito e nelle persone.Ho quindi pensato che potesse essere di interesse riportare stralci di un mio reportage sulla Cina comparso nel 1978 sul giornale torinese la Gazzetta del Popolo e a Salerno sulla rivista La scuola di domani.

L’antica Cina, luogo del mito. Il viaggio cui si fa riferimento, si svolse all’inizio della svolta economica del dopo Mao nel 1978, quando cominciarono le riforme economiche di Deng Xiaoping e Li Xannian Deng, leader pragmatici che al contrario di Mao non diedero grande peso all’ideologia o alla coerenza con il pensiero marxista/maoista, spiegato in modo sintetico da Deng “non importa se un gatto è bianco o nero, basta che catturi i topi”. Prima del 1978 il turismo in Cina rappresentava un’attività economica minore, limitata a viaggi diplomatici per scopi politici e il nostro viaggio aveva questa impronta. Quel grande paese era ancora integro nelle sue strutture e tradizioni e nei sui monumenti. Fummo accolti da alcune autorità plaudenti che ci affidarono a 4 interpreti laureati e membri del partito che parlavano perfettamente l’italiano: la “celeste” Sun, così accettava di essere chiamata, l’esteta Ma, lo spirituale Wu, lo svelto Ciao e poi ad un’altra Sun, l’efficiente Sun. Eravamo ospitati in alberghi della vecchia colonizzazione o in quelli più recenti di stampo sovietico. Visitammo Comuni e fabbriche ed andammo molto a teatro, un teatro semplice… con grandi sputacchiere … e tanto entusiasmo con, immancabilmente, a fine spettacolo il sipario rosso col volto di Mao. La gente semplice, quando sostavamo nei negozi o nei mercati, si accalcava a vedere questi bianchi dal naso lungo e dalla pelle che odora di latte e i vigili urbani dovevano intervenire a disciplinare la folla …In quei quartieri di case basse, i classici hutong, edifici a corte in strette vie oggi visibili in “riserve”museo piccolissime, correvano nuvole di biciclette e molti erano i tavoli all’aperto con i vecchi che giocavano a carte o mangiavano. Poi i viaggi in treno, dove erano protagoniste le possenti locomotive a vapore uscite dall’immaginario mitico della storia delle ferrovie con vagoni letto ottocenteschi scricchiolanti di nobili legni …

cina 1978 4I monumenti regalavano momenti estatici di sorpresa e coinvolgimento. Ora sono ridotti ad una specie di baraccone da fiera poiché sorgono in mezzo a grattacieli anonimi che li sovrastano da ogni parte, sono circondati da strade trafficatissime immense, fumanti gas, sono invasi da folle di turisti assistiti da autoambulanze presso le uscite e dove, nella visita, le catene li trattengono alla porta delle sale. Quei monumenti sembrano ora piccoli e, in un certo senso, modesti, quasi fasulli per uno scenario di film a fronte di tali selve di ricchezza. Nel mio più recente viaggio in Cina con la “Società Italiana gallerie” 36 anni dopo, mi salì un groppo alla gola e alla mente a pensare che io nel 1978 avevo visitato la Città Imperiale pressoché deserta accompagnato da Wu e da Ma e che mi ero seduto sul trono dell’Imperatore, quello che, nel film di Bernardo Bertolucci l’ultimo Imperatore, diventato comune cittadino, tira fuori da quella sedia trono un topolino bianco da mostrare all’incantato bambinello turista. Ero un privilegiato, mentre nel 2007 saliva in me un’indifferenza stupita e attonita, piena di malinconia. E a Shangai la zona allora paludosa e deserta di Pudong è ora una specie di Manhattan per i vertiginosi grattacieli che vi si accalcano. I fiumi erano ricchi di chiatte e navi militari arrugginite e a Soochow, città allora di 750.000 abitanti, i canali vivevano intatti affollati di barche con intere famiglie fluviali e i tronchi di legno fluttuavano coprendo l’acqua ed erano avviati a scendere verso fabbriche lontane: avevo denominata la città “Venezia d’argilla”. Ora la moderna Suzhou ha 4, 5 milioni di abitanti che raggiungono i dieci con i dintorni ed è sede di una importante università.

Qui avevo visitato una Comunità modello ed ero stato invitato a ricordarmi dei loro successi e mi avevano donato un cappello con scritto “Ricordati di Tachai”, il nome di quella Comune. E ad Hong Kong la baia era grande il doppio di oggi riempita com’è da grattacieli; l’allora importante King road era in riva alla baia ora è all’interno e non ci sono più le tipiche giunche di legno ma tunnel sottomarini … In questi giorni ho pensato di riprendere alcuni flash di quei miei scritti nel ricordo stupefatto e quasi incredulo di quel tempo e mi sono stupito da solo, rileggendo i testi come se fossero una cronaca medioevale.

Spiccioli di Cina del 1978. La differenza tra la Cina e l’Occidente è che in Occidente alle fate credono solo i bambini, in Cina vi credono gli adulti. Noi ormai ci interessiamo solo ad una verità che sia almeno in grado di spingere una locomotiva e scindiamo da noi altre capacità di credere:anche Shakespeare però, in fin dei conti, ci parlava di favole. Questa sera a Pechino andiamo al teatro dei burattini. È una tradizione millenaria: la folla che si accalca agli sportelli è quasi tutta di adulti. Il teatro ha l’aria condizionata e il biglietto costa 125 lire. Le marionette, bellissime, sono molto grandi e manovrate con grandissima abilità; avvengono magie: diavoli si trasformano in pipistrelli, fiammate avvampano improvvise, streghe si trasformano in nuvole e spariscono attraverso percorsi rapidissimi. È la storia di un capo monaco buddista che, con un altro monaco, un maiale ed uno scimmiotto, vanno verso un santuario. Ma intanto si festeggia il compleanno della madre del diavolo e la sorella del diavolo decide di imbandire a cena il capo monaco. La diavolessa, che ha le corna lunghe almeno due metri, che, diritte o basse, indicano il suo stato d’animo, per catturare il capo monaco si trasforma in tanti personaggi diversi: ma sempre fallisce lo scopo per l’intervento dello scimmiotto, che rappresenta il buon senso del popolo. Dopo una serie di movimentate vicissitudini, lo scimmiotto sbaraglia il campo e nel finale si trasforma addirittura in gigante: cadono a pezzi le montagne e le caverne dell’inferno e anche la diavolessa finisce in fumo e fiamme.

cina 1978 3La storia ci è tradotta da Sun e da Ma, i nostri interpreti accompagnatori, che parlano perfettamente l’italiano. L’hanno studiato solo in Cina ma sono così padroni della lingua che ogni tanto ci mettono in crisi con parole più appropriate e dotte di quelle che usiamo noi e riescono addirittura a correggere i napoletani che confondono parole dialettali e le italiane, mentre a noi cinque piemontesi e a me in particolare, che pizzico l’erre, dicono che parliamo con una caramella in bocca. Sun è affascinante nel suo entusiasmo per lo scimmiotto intelligente, i mostri, le streghe; io ogni tanto mi guardo intorno: tutti seguono con interesse, alcuni la bocca aperta pronta agli scoppi di risa e agli  uuh» di orrore. Sun ha 29 anni ed è madre di un bambino che si chiama « Piccolo Tuono ».

A Pechino, alle 6 del mattino in punto, dagli altoparlanti installati per le strade incomincia a diffondersi musica, prima allegra poi via via più marziale; per tutti è l’ora della sveglia; la gente scende per le strade e per almeno un’ora fa ginnastica: si vedono giovani che corrono, altri che fanno esercizi; le persone di mezza età sono un po’ comiche: corrono con le gambe che sembrano di legno, senza alzarle e trascinando le ginocchia, però tutti con un’aria serissima; ho visto altra gente, forse cinquantenni, con degli spadoni di plastica che menavano stoccate, chi a vuoto, chi abbozzando duelli.

La nostra guida Wu mi sembra, con quell’aspetto spirituale che ha, la persona più preparata di tutte: é laureato in lettere e filosofia, è un membro del partito, é un uomo estremamente entusiasta e convincente in tutto quello che dice, preparatissimo. Ha studiato l’italiano solo in Cina ed é perfetto in ogni sua espressione: é veramente una persona incredibile. Parliamo della situazione italiana: sa tutto di Moro, Fanfani e Andreotti, dei Presidenti della Repubblica. Gli chiedo cosa vede per il nostro futuro, lui dice che noi siamo considerati nel gruppo del secondo mondo dopo la Russia e l’America; noi in particolare con la nostra posizione politicamente e geograficamente strategica dovremmo cercare un equilibrio con loro in contrapposizione al primo mondo; in perfetta coerenza ci dice che solo una via ritiene opportuna per il nostro paese, quella della realizzazione del vero comunismo attraverso il socialismo; lui non sa come, perché ogni nazione ha le sue condizioni storiche precise e specifiche e pertanto la situazione dovrà evolversi in modo nazionale. Ci si stupisce parlando con Wu di avvicinarsi via via con maggior convinzione a questo regime impregnato di infinito pragmatismo: pragmatismo che ha permesso a Mao di sconfessare le regole del-la ideologia comunista e di compiere la rivoluzione con i contadini invece che con gli operai. Usciti dall’asilo, ci siamo ritrovati in un quartiere molto modesto: le strade hanno il fondo in terra battuta e sono piene di di pozze, con giovani e vecchi che si affacciavano, molti a torso nudo, qualche vecchio con la barba bianca stretta, rada e lunga: quando io muovevo la mia Rolley tutti si nascondevano. … Le strade, anche se dissestate e male pavimentate, sono però prive di cartacce e di immondizie: si vedono nuvole di biciclette, delle belle biciclette pesanti, tipo la Bianchi Regina, che tra l’altro costano parecchio: i cartellini indicano 190 yuan ovverosia circa 95 mila lire, molte per un lavoratore (operaio o laureato che é lo stesso) che, guadagnando 50 yuan al mese (25.000 lire), deve lavorare parecchio per potersene comprare una, che poi è uno strumento di lavoro. Ci fermiamo in centro …

cina 1978 2La strada si chiama Wang-Fu-Chi ed è una delle poche con bei negozi e magazzini tutti molto forniti di qualsiasi articolo: ovviamente è difficile farsi capire. Entriamo difatti in un negozio di gioielleria e antiquariato dove ci sono delle cose bellissime ma a cenni ci dicono che non si può comprare; ci dirà poi Wu che sono negozi che acquistano per conto dello stato oggetti da privati per poi smistarli ai musei o porli in vendita nei negozi dell’amicizia e di antiquariato per gli stranieri. 

Il “cesuo”. Devo premettere che il viaggio da Roma per Pechino era avvenuto con linee aeree dei paesi “comunisti” su aerei Tupolev. In partenza da Roma ci imbarcammo sull’air Zambia, puzzolente di stallatico esotico, che ci portò fino a Belgrado e di qui proseguimmo con la bulgara Tarom. Eravamo atterrati per rifornimento a Karachi verso le due di notte. Alle tre e trenta al decollo io guardavo dal finestrino e dicevo prima fra me e me poi forte “ma la pista è strettissima, si vede solo terra” e così mi ero stretto bene le cinture e avevo messo un braccio a trattenere la mia vicina. Ed ecco una frenataccia bruschissima con una mezza piroetta e il Tupolev si era inclinato, il carrello interrato, l’ala che solcava il campo. Ricoverati sotto scorta dalla polizia in un albergo coloniale cadente, esausto dal calore e insonne, avevo fatto un bagno in una maleodorante piscina, avevamo mangiato cibi impensabili, poi ci eravamo ribellati e ci avevano portato in un albergo decente e avevamo attraversato quella tumultuosa città con i carri e autobus lucenti di lamiere e bulloni, poi ci avevano svegliato alle tre forse alle quattro perché era arrivato un altro aereo dalla Bulgaria e, dopo una vivace protesta delle addormentate hostess e una nostra rimostranza, capeggiata da me, eravamo partiti alle otto del mattino e eravamo arrivati a Pechino in orario ma un giorno dopo, applauditi dalle autorità che ci attendevano.

Ma ecco ancora la mia corrispondenza di allora.

Entriamo in una grande libreria molto fornita dove acquisto libri dell’ultima ingegneria cinese. A questo punto il mio favoloso mal di pancia richiede d’urgenza un «cesuo» (NB si dice così in cinese) e il direttore della libreria, che parla inglese, mi dice gentilmente di accomodarmi al bazar di fronte, a destra ma davanti, non al fondo, questa volta. Attraverso di corsa la strada in mezzo a una marea di ciclisti che pedalano tutti al passo e a un ritmo uguale, non uno che acceleri, mentre i filobus pubblici si fanno strada in mezzo a loro strombazzando a più non posso. Mi precipito nel bazar c così, di prima acchito, mi fermo sorpreso e un po’ esterrefatto: ci sono due stanzette, la prima con gli orinatoi a muro e cinque cacatoi, in seconda con cinque cacatoi per parte costituiti da buchi rettangolari con sotto un vano: tutti sono Iì col sedere di fuori che stanno provvedendo alle proprie necessità naturali.

Che fare? – anch’io mi accingo a questa cerimonia comunitaria piuttosto alla svelta e così aggiungo il mio sedere, che spicca bello bianco nell’abbronzatura, insieme agli altri e spero di non avere scandalizzato troppo con i miei slippini minuscoli da occidentale corrotto. Ritorno nella libreria dove racconto tra i sollazzi degli amici la mia esperienza e riprendiamo il giro; la libreria é fornita di libri sulle ferrovie e sui ponti; guardo le illustrazioni sul come costruiscono le gallerie: sono sistemi che forse noi usavamo nel 1930, al massimo nel 1940. Proseguiamo lungo la strada, siamo oggetto di qualche occhiata, alcune ragazze ci sbirciano dai lunghi occhi scuri a virgola e finalmente ci troviamo davanti a una farmacia o erboristeria molto bella; entriamo. Ci sono delle grandi cassettiere di legno giallo scuro con le scritte nere in cinese: sembra una boiserie decorata.

Il locale è molto grande, sarà 15 metri per 6 con tre banconi ai tre lati; ci sono delle ragazze che servono e quattro panchine disposte come in una sala d’aspetto sulle quali sona seduti i clienti, mentre le ragazze con le bilance confezionano i pacchetti di erbe. Io chiedo qualcosa per i guai miei ma non capiscono l’inglese: accenno al disturbo in qualche modo indicando la pancia e tracciando dei geroglifici su di essa: la farmacista, una donna piuttosto giovane dalla faccia volitiva, prende allora un pezzo di carta e con nostro grande divertimento ed un po’ di imbarazzo disegna un culo con sotto un qualche cosa che scende; ci passiamo il foglio e ridiamo tutti assieme facendo segno che va bene; lei tira fuori dei barattolini e ci indica che sono delle cose da prendere per bocca, anzi da masticare. Ma quante al giorno e quando? Questa volta disegno io: prendo un foglio e disegno il sole e la luna, poi sotto ci faccio il quadrante dell’orologio: lo passo alla farmacista, che segna le ore in cinese e poi, comunque, mettiamo a posto le lancette: bisogna prenderne una al mattino e una alla sera.

cina 1978 1Usciamo dalla farmacia ridendo come matti e veniamo attorniati da almeno una cinquantina di persone che ci guardano piuttosto stupefatte. Non posso visitare il mausoleo di Mao e la città proibita perché sono costretto a letto dalla dissenteria: non ci sono pastiglie che tengano ed ormai esce sangue. A sera mi faccio accompagnare da Wu in clinica: non vorrei morire qui di peritonite! Una dottoressa gentilissima fa le analisi che sono pronte in meno di mezz’ora; un’altra dottoressa mi visita in uno studio decoroso: Wu, che mi ha già capito, gli spiega la possibile componente nervosa del miei guai. La dottoressa sorride e mi fa una applicazione di agopuntura: un bell’ago lungo circa 12 cm infilato sopra il bottone della pancia per almeno 2 cm e due nelle gambe al sotto del ginocchio: Ii muove in su e in giù alternativamente e Ii gira in senso rotatorio e mi chiede come mi sento. lo in verità non sento né dolore né sollievo: dopo una ventina di minuti Ii toglie e mi dice che ci vorrebbero a-tre 3 applicazioni e mi dà quattro medicine, tre di tipo occidentale e una cinese: prende le pastiglie e le mette in numero esatto per la cura in apposite bustine; pago: tutto compreso, analisi delle feci, agopuntura, visita, medicine fa 5 yuan cioè 2.500 lire.

1. Segue

fonte: http://www.succedeoggi.it/2016/08/la-cina-di-mao/


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: