La Cina Proibita

reportage

La seconda parte del viaggio del 1978

Alessandro Macchi per succedeoggi.it che ringraziamo

Pechino antica

La Città Proibita, Nanchino, Soochow: quando la Cina era lontana. E soprattutto inseguiva un modello sociale, culturale e “spirituale” completamente diverso rispetto ai quelli occidentali

La Città Proibita. Mi spiace di non aver visitato il mausoleo di Mao: mi dicono che il silenzio assoluto di fronte alla tomba, la religiosità dell’atteggiamento di ciascuno, insieme ad una commozione genuina di tutti, militari, civili, contadini, guardie, lascia un’impressione indelebile.

La Città Proibita la visito il giorno dopo: sto molto meglio; sono sufficientemente in forze.

Le sensazioni più forti sono date dai colori soprattutto, e dalla geometria dell’impianto degli edifici e dei cortili; i pilastri sono in legno di cedro scuri, i tetti rossi sono in ceramica, gli spazi interni sono aperti, poche divisioni in legno traforato dividono l’area consentendo cosi all’occhio di spaziare su tutta la superficie coperta.

Gli edifici, che coprono 150.000 metri quadrati, sorgono attorno a vasti cortili pavimentati a lastra di marmo bianco, e, a luce radente, sembrano quasi spuntare dall’acqua.

Mi inoltro nella stanza della Completa Armonia o Anticamera, in quella dell’Armonia Conservata o dei banchetti; salendo una scalea marmorea accedo alla stanza dell’Armonia Suprema o Sala del Trono. Vicino sono le stanze dello Splendore Letterario e delle Eminenze militari.

Più appartate le abitazioni imperiali. Anche qui i nomi sono pieni di fascino: visito le stanze della Purezza Celestiale, delle Comunicazioni Celestiali e Terrestri, della Tranquillità Terrestre, in parte ancora arredate in parte adibite a musei di pittura e di ceramica.

L’eccezionalità dell’insieme sta proprio in questa successione di cortili circondati da edifici pressoché tutti uguali, a un sol piano, con i tipici tetti ricurvi agli spigoli dei displuvi: in centro, in asse ai cortili, sorgono gli edifici imperiali, ai lati gli edifici secondari uniti da corridoi coperti; tutti i cortili sono simmetrici e simili ma, in questi ritmi alti e bassi dei tetti colorati e nelle variazioni di impianto, ora un terrazzo a raso, ora uno molto alto con scalee e balaustre, ora parapetti lisci, ora con elementi in marmo verticali, qui statue bronzee o quinte con disegni a rilievo, dappertutto colori contrapposti con forte vivacità danno il senso della eccezionalità del luogo e la sensazione di un privilegio a trovarcisi e a disporne con i propri sensi.

Pechino 1978 2Queste sensazioni vengono esaltate se si conoscono i significati cosmogonici che sono alla base dei fatti estetici.

I colori innanzitutto: verde segno di potere, rosso segno di vita, bianco segno di morte. Ogni punto cardinale è poi contraddistinto anch’esso da un colore: il Nord dal violetto. L’Ovest dal giallo, l’Est dal rosso, il Sud dal bianco.

L’architetto si preoccupava anzitutto dell’orientamento dell’edificio che doveva essere rivolto a Sud. Il Nord infatti é sempre stato infausto in quanto le forze che vengono dal Nord sono le forze dell’oscurità e del male, mentre sono forze positive quelle che vengono dal Sud, cioè dal Sole, dalla luce, dal giorno.

Per i templi poi, oltre i canoni dell’orientazione, il colore varia a seconda che il tempio sia buddista, scintoista o confuciano. Per i buddisti i colori essenziali sono l’ocra, il giallo e il blu cobalto; per gli scintoisti il bianco è segno di lutto perché nell’aldilà c’è la luce e la luce è composizione di vari elementi cromatici che si riuniscono nel bianco; per i confuciani il rosso è il colore del sangue ed è segno di vita e dice come il confucianesimo si occupi dell’etica terrena e non dell’aldilà. I colori dell’Imperatore sono il verde e il blu indaco: il verde rappresenta il potere terreno, il blu indaco è invece il colore del cielo e quindi ricorda che l’imperatore è figlio del cielo.

Oltre che per i significati specifici, questi colori compaiono un po’ dovunque sia all’interno che all’esterno, per non lasciare scoperto alcun elemento strutturale e di tamponamento e per completare le decorazioni che si basano su elementi geometrici e zoomorfi, mai antropomorfi.

La città imperiale, nel rispetto di questi principi cosmogonici, é orientata secondo l’asse Nord-Sud; la porta principale Tien-an-men, la Porta della Pace Celeste, orientata verso Sud, individua I’asse che entra attraversando tutti i portali fino in fondo determinando in ogni edificio l’elemento del fausto e dell’infausto. Nella sala dell’Armonia Suprema, in centro, attorno al trono, quattro pilastri di cedro salgono a sostegno del tetto; su di essi gli architravi principali e secondari, incrociandosi, individuano una zona particolare, che rappresenta, in una immaginaria proiezione cosmica, l’unione di tutti e quattro i punti cardinali, il punto di convergenza che é congiungimento fra il cielo e la terra, il punto attraverso cui passa l’asse del mondo e l’asse dell’universo.

Il congiungimento fra cielo e terra, essenziale in una concezione cosmogonica magica, si configura come rapporto fra « Tien» (il cielo) e « Tou » (la terra).

I cinesi hanno avuto una tale necessità di rappresentarlo, che fin nelle prime capanne e nelle prime costruzioni, il tetto è stato fatto con un buco centrale che assicurasse un continuo contatto con il « Tien ». Il buco aveva naturalmente uno scopo pratico perché serviva per fare uscire il fumo e per fare entrare l’acqua quando pioveva e raccoglierla in una vasca sottostante.

Questo buco poi è stato chiuso, ma per ricordarne l’esistenza al suo posto è stato dipinto un drago che è il segno dell’acqua e l’acqua, che discende dal cielo come una benedizione, opera l’unione tra cielo e terra

Pechino 1978 1Sul blocco monolitico, al centro della scalea che porta alla sala del trono, è scolpita la lotta tra il drago e la fenice che alla fine, unendosi, realizzano l’armonia.

E un simbolo della concezione dualistica che è alla base dell’intera cosmogonia della Cina.

I cinesi fin dal più lontano passato hanno immaginato il mondo composto da due elementi diversi e opposti: Jin e Jang; a questi elementi antitetici si possono ricondurre tutte le cose: cosi Jin é femmina, Jang maschio; Jin luna, Jang sole: Jin tenebra, Jang luce; Jin mancino, Jang destro.

Ho visto questa concezione tradotta in un disegno molto bello: l’area di un cerchio é divisa in due campi, uno bianco e uno nero, da un’onda che rappresenta il compenetrarsi di parte del bianco con parte del nero; c’é poi un punto bianco nel nero e un punto nero nel bianco a dimostrazione che i due elementi si integrano a vicenda..

Ho notato questo disegno ripetuto un po’ ovunque, qualche volta difficile da scoprire per le stilizzazioni che ha subito.

Questo concetto, se in senso politico moderno può dire quanto l’animo della Cina fosse predisposto per una vittoria del pragmatismo sul dogmatismo, in senso filosofico può portare molto lontano: quella specie di coda che si inserisce a formare lo Jin e lo Jang nel disegno é simile in molte delle sue raffigurazioni a una nebulosa extragalattica a spirale, cioè alla configurazione geometrico-dinamica dell’universo e anche della vita; basti pensare ai due elementi della nostra origine che sono uno parte dell’altro eppure anche antitetici, le cellule maschili e femminili.

Ma l’originalità maggiore della dottrina dello Jin e dello Jang sta nella funzione attribuita al moto perché Jin e Jang, due elementi primordiali unici ed assoluti, ruotando avrebbero dato origine a delle formazioni, chiamate trigrammi, da cui derivano i cinque elementi primari cioè il ferro, il legno, l’acqua, il fuoco e la terra, che sono raffigurati da strisce lunghe o interrotte a seconda che sia lo Jin o lo Jang che intervenga, la lunga Jang o la breve Jin. Cosi l’acqua é rappresentata da tre linee lunghe, il fuoco da una linea breve fra due lunghe sotto e sopra.

Ecco spiegata secondo i cinesi l’origine dell’universo, di tutto l’universo, non soltanto quello fisico ma anche quello biologico.

La città Proibita è molto ben tenuta: il restauro completo é quasi ultimato: i colori risplendono di nuovo e le collezioni di ceramiche e di pittura sono in gran parte riordinate. Non sembra che ci siano stati molti danni durante la rivoluzione culturale, comunque adesso si vuole conservare quello che c’é di antico anche se lo spirito di chi ne paria é completamente distaccato dalla problematica filosofica ed artistica che esso propone. Quello di cui si discute nelle varie sale é di come queste opere rappresentino fin dal passati millenni i soprusi del potere sul popolo e di come il popolo abbia ragionato sempre in antitesi allo spirito che queste opere ha ispirato.

grande muraglia cinaNon ho potuto fare a meno di implorare Wu, Ma, Ciao e soprattutto Sun di ricordarsi di non perdere la loro identità culturale, di pensare, comunque, al complesso delle loro radici: non mi hanno risposto ma hanno solo sorriso.

Nanchino. Il programma è intenso, prima la “collina della porpora” e del “drago rampante” dove in cima visitiamo un osservatorio astronomico antico con strumenti millenari di osservazione in bronzo ornati da draghi e figure geometriche di assoluta eccezione …. Di qui dopo aver osservato dall’alto le antiche mura che si perdono nei vapori, ecco le tombe dei Ming.

Le tombe sono precedute dalla via sacra che ha a lato statue di animali, cavalli, mostri preistorici, unicorni, draghi ed elefanti: è un luogo molto suggestivo così abbandonato in mezza al verde …. Le statue sono goffe, sono più belle le parole dei luoghi: via dello Spirito, tomba della certezza, luogo scelto dai chiromanti per la teoria dell’acqua e del vento, padiglione della Fragranza di Budda …

Mi fermo a una bancarella dove vendono bicchieri di acqua e tamarindo e ne prendo uno: mentre sto cercando le cinque lire necessarie mi accorgo che la trentina di persone che ho attorno fanno ampi segni di no all’acquaiolo che me lo offre; bevo alla salute dei presenti tra sorrisi e inchini che in qualche modo contraccambio ….

Qui per dissetarsi offrono il tè amaro o tiepido o, in mancanza, anche solo una tazza di acqua calda. Nel film di ieri infatti gli ufficiali quando si radunavano si offrivano e facevano delle belle bevute di acqua tiepida ….

Soochow nel 1978. L'acqua trasporta il legname alle fabbricheSoochow. Arriviamo a Soochov alle 3 del pomeriggio dopo cinque ore di treno, paonazzi dal caldo e l’albergo sembra una stufa. Soochow è una città di provincia con soli 700mila abitanti ed è famosa per le sue sete e i canali.

Finalmente visitiamo una comune dove vivono circa 50 mila persone; il villaggio, diviso in più raggruppamenti di case, è completo di ospedali, ambulatori, scuole elementari, officina, porto canale, fabbrica per i mezzi meccanici più semplici. Emporio, negozi, bazar. I contadini sono divisi in squadre, brigate, direzione: anche la paga è diversa.

La sera ancora a teatro: uno spettacolo popolare, una sola danza integra nella sua essenza, danzatori e giocolieri con nastri e cani-leoni gialli e rossi manovrati con abilità; le altre tutte più o meno modificate in gloria del regime, facce volitive, braccia protese, bandiere, indici puntati verso Mao che compare nel finale, grande timoniere sulla vela rossa che occupa tutto lo scenario.

Più tardi, all’uscita, facciamo una passeggiata in città. Ci sono canali lungo i quali si affacciano tante case; tutti sono fuori per il gran caldo; sono seduti su delle sedie con gli schienali arcuati di bambù. Alcune sono delle vere e proprie chase-long dove molti si apprestano a dormire all’aperto. Dal canale che corre dietro le case viene un puzzo nauseabondo anche se il luogo è molto pittoresco; tento due colpi di fotografia col flash all’interno delle case affacciandomi alla porta con buona faccia tosta; al lampo del flash nessuno mi dice niente…..

Anch’io mi sento un po’ cinese come quelli che vedo fuori nelle strade per l’albergo. In camera ci sono trentotto gradi e ogni tanto mi sveglio per fare la doccia. Non ci sono tende ai vetri e la luce entra dappertutto. C’è lo zampirone acceso per gli insetti. Se sopravvivrò ancora questa notte, penso, forse riuscirò ad arrivare alla fine del viaggio.

La mattina dopo Sun mi dice che è riuscita a dormire soltanto buttandosi su una stuoia stesa sul pavimento ed è tutta contenta perché ha fatto veramente una bella dormita “sul pavimento vicino alla terra con la sua temperatura naturale”, fuori da quegli orribili letti degli occidentali.

Poche decine di anni fa, mi dice Sun, c’era poca pulizia per le strade, non c’erano biciclette ma solo carretti e tanti animali e la gente rubava le radici delle piante attorno alle case dei ricchi e si sdraiava per terra perché i ricchi passassero sopra senza toccare il fango. Adesso sono garantiti a tutti da mangiare, un lavoro e, per ora, otto metri quadrati a testa di casa, l’acqua, la luce, la pulizia e i trasporti pubblici.

Ma quello che mi salta all’occhio a Soochov è l’attaccamento alla terra: la terra è ciò che conta forse perché in questo immenso paese i rapporti fra uomo e spazio sono tali per cui si perdono le dimensioni individuali.

Partiamo da Soochov alle 14,30 sotto il sole a picco: ci sono più di quaranta gradi e siamo tutti boccheggianti in attesa del treno perché la pensilina è in costruzione e non c’è ombra e c’è invece tanta polvere. I miei compagni di viaggio dicono che la scena più bella e proprio quella del sottoscritto che, sotto un ombrello cinese azzurro col cappello da ferroviere di Mao in testa, passeggia di fronte a un migliaio di cinesi in calzoncini corti, avanti e indietro con una sacca a tracolla, un pacco di carta pieno di frutta legato al braccio, e agita freneticamente il ventaglio con l’altra mano.

2. Segue.

fonte: http://www.succedeoggi.it/2016/09/la-cina-proibita/


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