Fedor Dostoevskij

IL LETTORE ALL’ANGOLO CON DOSTOEVSKIJ

Questo pezzo è uscito su Avvenire, che ringraziamo.

di Alessandro Zaccuri

Si fa presto a dire “angolo”. Dipende da chi scrive, e anche da chi legge. Se l’autore, per esempio, è un russo del XIX secolo, il termine può definire la porzione minima di una camera in affitto, secondo un sistema di parcellizzazione del quale farà poi tesoro il dirigismo sovietico (il poeta Iosif Brodskij ricordava di essere cresciuto «in una stanza e mezzo»).

Ma se il lettore dispone di qualche informazione sui gradi di iniziazione massonica, a risaltare di più sarà il riferimento al significato esoterico attribuito a squadre e compassi. Infine, se il testo con il quale ci si misura porta la firma di Fedor Dostoevskij, l’angolo è tutto questo, ed essendo tutto questo si rivela per quello che effettivamente è: l’estremo affioramento in superficie del «sottosuolo» che tutti, prima o poi, siamo chiamati a esplorare.

La nuova edizione di Scritti dal sottosuolo curata da Tat’jana Aleksandrovna Kasatkina ed Elena Mazzola per La Scuola ci porta esattamente lì, nell’angolo in cui il protagonistanarratore afferma di essersi ritirato. In spregio al mondo, si potrebbe pensare, oppure per stabilire con il mondo una relazione finalmente autentica. Ci obbliga, insomma, a ripetere l’esperienza che ogni lettore di Dostoevskij compie, magari senza accorgersene: essere afferrato, trascinato, accompagnato in un percorso pieno di inciampi e perfino di pericoli. Si cade insieme, nel caso. Di sicuro insieme ci si rialza.

È una tensione di cui la versione di Elena Mazzola restituisce tutta l’urgenza fin dalle prime battute: «Io, un uomo malato… Io, un uomo malvagio. Un uomo, io, per niente attraente». Niente verbi, e non solo per il rispetto dell’originale. Allo stesso modo la scelta di tradurre il titolo con il letterale Scritti (zapiski)anziché con il più consueto “ricordi” o “memorie” non risponde a un mero criterio di precisione filologica, ma rimanda alla struttura complessiva del volume, nel quale trovano posto, oltre alla celeberrima novella del 1864, due appunti coevi estratti dai taccuini di Dostoevskij: l’impressionante “Masa è distesa sul tavolo”, dettato davanti al cadavere della prima moglie, Maria Isaeva, e il più ragionato ma non meno tellurico “Socialismo e cristianesimo”.

L’elemento innovativo è però un altro ed è rappresentato dall’ampio commento – che copre da solo metà delle pagine – nel quale Tat’jana Kasatkina rielabora i risultati di un seminario tenutosi nell’estate del 2013. In quell’occasione un gruppo di insegnanti italiani si è misurato con questo nucleo di testi dostoevskijani sotto la guida della studiosa russa, conosciuta e apprezzata da alcuni anni anche nel nostro Paese grazie ai saggi pubblicati da Itaca (Dal Paradiso all’Inferno: i confini dell’umano in Dostoevskij e È Cristo che vive in te) e Rizzoli (Dostoevskij, il sacro nel profano). Con questi Scritti dal sottosuolo risulta ancora più chiaro il metodo «da soggetto a soggetto» da sempre praticato da Tat’jana Kasatkina e qui mostrato in azione. Lettura e letteratura come esperienza, dunque, attraverso un percorso di cui è subito dichiarata la prospettiva e i cui sviluppi vengono di volta in volta verificati mediante un serrato confronto con le fonti.

Anziché come antesignano della psicoanalisi o dell’esistenzialismo nichilista, il lungo racconto di Dostoevskij viene indagato tendo presenti le intenzioni dell’autore, per il quale la conversione a Cristo era l’unico possibile esito della vicenda. Illuminante, a questo proposito, la decrittazione delle innumerevoli citazioni bibliche sparse nel testo, a partire dall’insistenza sui «quarant’anni» che sono sì l’età del protagonista, ma anche e anzitutto il periodo trascorso dal popolo di Israele nel deserto.

Il sottosuolo non è la meta del viaggio; al contrario, è terra di mezzo e luogo di passaggio, in una dimensione quasi purgatoriale della quale Tat’jana Kastaktina invita a riconoscere i precedenti in due opere degli anni Sessanta dell’Ottocecento solitamente poste in discontinuità con Scritti dal sottosuolo, e cioè Scritti dalla Casa Morta e Umiliati e offesi. Più del punto di vista conta lo sguardo ecumenico della sobornost’ (la «coscienza del fatto che la verità include in se stessa il complesso di tutti i punti di vista possibili», di modo che «se ne mancasse anche solo uno, essa sarebbe incompleta, carente di uno dei suoi aspetti»). E più della trama conta la disposizione delle parti tra loro, con l’apparente bizzarria di una prima sezione tutta teorica e già autoaccusatoria, seguita e come interpretata dal racconto sulla «neve bagnata», nel quale compare l’indimenticabile personaggio della prostituta Liza, oggetto dell’ambigua compassione e della sostanziale perfidia del protagonista.

Potrà sembrare strano che a questa straordinaria figura femminile il commento coordinato da Tat’jana Kasatkina dedichi appena un paio di pagine, come a lasciar intendere che il lavoro di comprensione e approfondimento è appena incominciato. L’ampio ragionamento riservato ad Apollo, il servitore che negli Scritti dal sottosuolo fa la sua comparsa in modo altrimenti immotivato, risarcisce di tanta sinteticità. Nel formicaio del mondo moderno, mentre gli uomini si affannano a costruire falansteri che sono la parodia della Gerusalemme Celeste, gli antichi dèi si ostinano ad aggirarsi, sia pure ridotti al rango di schiavi malevoli. Nessuno di loro salva, nessuno di loro libera, nessuno di loro permette di evadere dall’angolo in cui siamo rintanati.


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