Marcus Jansen, il pittore del conflitto

L’hanno definito rappresentante dell’Espressionismo Urbano e cartografo del conflitto. Ma chi è eramente Marcus Jansen? È un pittore dall’energia incontrollabile che trae espirazione dalla vita. Lo abbiamo incontrato a Milano.

Scritto da Daniele Perra per Artribune.com h ringraziamo.

Marcus Jansen - photo Daniele Perra

Marcus Jansen – photo Daniele Perra

Non ama le etichette ma, quando gli propongo alcune parole chiave che potrebbero raccontare la sua pittura, condivide e apprezza. Tragica, drammatica, compulsiva, liquida, viva, nel processo di trasformarsi: questa è la pittura di Marcus Jansen (New York, 1968) – artista di padre tedesco e madre caraibica, naturalizzato newyorchese, l’infanzia passata nel Bronx e nel Queens – a cui la Triennale di Milano dedica una breve mostra. Il titolo è senza fronzoli, Decade, ovvero dodici opere che ripercorrono dieci anni della sua vasta produzione, dal 2006 al 2016.
Le sue tele sono arrivate tardi in Triennale, a causa di ritardi doganali, e l’apertura della mostra ha subito un ritardo di diversi giorni. Lui non sembra preoccuparsene. Ha un atteggiamento positivo. Per uno che si è arruolato nell’esercito americano e ha fatto la Guerra del Golfo nel 1990, toccando con mano gli orrori della guerra, è cosa da poco. Una guerra che l’ha cambiato come persona e come artista.
Le opere, di grande formato, sono allestiste in un’unica stanza che, per quanto capiente, forse non rende giustizia a quei mondi complessi che l’artista crea, spinto da un impeto irrefrenabile. Ecco, qui si può parlare di conflitto: quello che l’artista ha con la tela vuota.

La mostra è itinerante. Prossime tappe: Germania e Stati Uniti. Perché partire da Milano? 
Ho fatto una mostra a Milano nel 2013 alla galleria Bianca Maria Rizzi e l’idea è partita da quel momento. Inizialmente si pensava di esporre a Roma, ma alla fine abbiamo optato per Milano e per La Triennale.

Perché una mostra personale in Triennale e non nella tua galleria? 
Lo spazio della Triennale è indubbiamente enorme e i quadri sono di grandi dimensioni. In galleria non avrebbe funzionato. Sono dodici dipinti che ho realizzato negli ultimi dieci anni, dal 2006 al 2016. Sono dipinti per lo più orientati a questioni sociali e politiche.

Marcus Jansen, Under Infrared, 2015

Marcus Jansen, Under Infrared, 2015

Ho avuto la sensazione che tu dipinga in modo compulsivo.
Assolutamente! Compulsivo, impulsivo.

Quante opere all’anno? 
Dipende da quanto tempo ho. Quest’anno sono stato impegnato con alcune mostre museali ed ero spesso coinvolto in numerose decisioni da prendere. Di solito ne faccio molte. Per questo passo la maggior parte del tempo nel mio studio.

Hai origini tedesche, da parte di padre, e caraibiche da parte di madre che è giamaicana. Che influenze hai avuto? Mi riferisco non tanto al fatto di aver studiato in Germania o di aver vissuto in un luogo piuttosto che in un altro…
Intendi culturalmente?

Sì. Che influenze hai avuto?
Sono cresciuto in diverse culture, quella tedesca, caraibica e quella militare. Sono veramente tante le culture che ho conosciuto sin da piccolo. Ho vissuto nel Bronx nei primi anni di vita, poi nel Queens prima di spostarmi in Germania. La mia influenza tedesca si esplicita nella cultura dell’arte, ma ciò che mi interessa di più sono le cose che hanno un effetto sull’umanità. Quando si parla di cultura, ci si riferisce spesso a cose specifiche per specifiche realtà. Avendo conosciuto più culture, non credo vi possano essere limiti. Mi interessa di può l’aspetto umano. Non sono il tipico pittore che dipinge per una cultura o per un’altra. Spero che i dipinti parlino una lingua universale.

Ora vivi a New York. Che cosa pensi dell’incredibile nuova ondata di razzismo?
È terribile e, lasciamelo dire, c’è sempre stato. Oggi l’unica differenza sono le tecnologie, telecamere ovunque, tutti hanno uno smartphone, le persone girano, riprendono… C’è un diffuso senso di disuguaglianza sociale e soprattutto una militarizzazione degli Stati Uniti. Non sono più poliziotti comuni, sembrano militari. Vestiti di nero, non sai chi siano. È una follia. La gente dovrebbe cominciare a riflettere su chi li finanzia e che cosa significa veramente per gli Stati Uniti. Amo vivere negli USA ma non mi piace per niente la direzione che il paese sta prendendo.

La situazione potrebbe anche peggiorare. Dipende dalle elezioni.
Senza dubbio.

Marcus Jansen, Revolutionary Elites, 2016

Marcus Jansen, Revolutionary Elites, 2016

Non fai mai disegni preparatori, schizzi. Che cosa viene per primo? Qual è il tuo processo? 
Sono spesso ispirato da ciò che vedo in TV o leggo sui giornali. Qualcosa che mi tocca personalmente. Di solito riguarda questioni di giustizia o temi non trattati a sufficienza dai media e che necessitano di essere approfonditi. Tento di tradurre ciò che provo nel sentire certe notizie e di esprimere quelle sensazioni nei dipinti. Molte volte raccolgo materiale, fotografie o cose che mi ispirano… e poi mi “butto” sulla tela. Non c’è mai una fine, non ho idea di come verrà il dipinto e quale sarà il risultato finale. All’inizio è una specie di vuoto che colmo dipingendo.

Ti hanno etichettato come rappresentante dell’Espressionismo Urbano… Onestamente cosa significa per te? Niente?
Sì [ride, N. d. R.]. Le etichette sono etichette e al mondo dell’arte piacciono. Prima di tutto non puoi etichettare le persone e quindi neanche l’arte. È tutto molto più complesso. Le etichette generano divisioni. Quando le usi, dividi. Questo è bianco, questo è nero, ma nessuno è bianco o nero. Etichettare è sbagliato come principio in sé.

Qualcuno ti ha chiesto se vi sia una qualche relazione tra la tua pittura e quella inglese. A me sembra ovvio. Guardando le tue opere non puoi non pensare ad artisti come Freud o Bacon. Mi chiedo quale pittore contemporaneo non abbia assorbito la lezione di tali maestri. 
A livello conscio forse no, inconsciamente forse sì. Siamo tutti cresciuti osservando le loro opere.

Hai fatto la Guerra del Golfo nel 1990. Cosa ti ha influenzato prima di tutto come persona e poi come artista? Molti parlano della guerra in modo superficiale. Io penso invece che sia un tema da non trattare con superficialità… 
La ragione per cui la gente parla della guerra in modo superficiale è perché non la conosce. Chi l’ha provata, generalmente non ne parla. Si tratta di sentimenti ed emozioni difficili da descrivere a parole. Dipingere per me è stato ed è un mezzo per comunicare certe emozioni.

Marcus Jansen, Orwellian infiltration, 2013

Marcus Jansen, Orwellian infiltration, 2013

Torniamo alle etichette: qualcuno ti ha definito un cartografo del conflitto. Tempo fa ho incontrato Eyal Weizman, architetto ebreo che lavora nel campo dell’architettura forense, in parole povere studia l’architettura del conflitto… Solo per farti un esempio: il caso Palestina. Essere un cartografo del conflitto cosa significa per te?
In parte, il conflitto è alla base delle mie opere. Il paesaggio stesso può essere una zona di conflitto. Che cosa stiamo facendo al paesaggio? Come lo stiamo trattando? Oggi è dominato dalla guerra, sia che si tratti di una città o della Palestina.

Però molti pensano che lavori esclusivamente sul conflitto legato alla guerra. Io credo che il conflitto sia ordinario, nella vita di tutti i giorni.
Assolutamente sì. Il mio stesso approccio alla pittura, al di là dell’aspetto visivo, è conflittuale. Quando dipingo, mi sembra di andare in guerra.

Una lotta interna…
Sicuramente. La battaglia è nel mezzo in sé. Soprattutto con i vecchi e nuovi espressionisti astratti. A predominare è l’impulsività.

Mi è sembrato di scorgere Mickey Mouse in un tuo dipinto.
Due questioni. Mio padre era uno storico. Ricordo che da piccolo odiavo le sue conversazioni. Le uniche cose che gli interessavano erano la Storia e la Politica. Leggeva sempre e discuteva di attualità. Da bambino ne ho sofferto, ma poi ho capito la sua grande influenza e credo di aver assorbito molto. Tornando ai cartoni, quello che faccio è creare paralleli. Nel 2009 mi hanno commissionato un’opera e ho cominciato a studiare a fondo il soggetto. La gente pensava che si trattasse di una pellicola per ragazzi, ma da alcuni saggi che ho letto si evinceva chiaramente che avesse molto a che fare con l’economia degli Stati Uniti. È stato interessante confrontare quel periodo [siamo alla fine degli Anni Trenta, N.d.R.] e quello in cui vivevo io, e vedere quanto l’America fosse cambiata.

Marcus Jansen, Transitions, 2014

Marcus Jansen, Transitions, 2014

La maggior parte delle favole ha un lato oscuro.
Senza dubbio. Mi piace il lato oscuro [ride, N. d. R.].

Anche a me. Peccato che quando sei piccolo non cogli certe sfumature e certi significati. Te ne rendi conto solo da adulto. Forse se lo avessimo saputo prima le nostre vite sarebbero state diverse.
[Annuisce]

Al di là delle etichette, mi sono segnato alcune parole chiave che potrebbero raccontare la tua pittura: tragico, drammatico, compulsivo, liquido, vivo, nel processo di trasformarsi. Che cosa ne pensi?
Mi piacciono tutte.

Su cosa stai lavorando? Qualche soggetto in particolare?
Generalmente mi interessano cose che devono ancora succedere, prima che diventino di dominio pubblico. Già nel 2009 mi sono occupato della questione della sorveglianza. Nessuno al tempo aveva idea di chi fosse Snowden. Per me era piuttosto ovvia la direzione che stavamo prendendo e di come si stesse manifestando quel fenomeno nella società e nelle nuove generazioni. La cosa interessante è che non sai mai chi controlla chi. Anche se me ne sono occupato in passato, la brutalità della polizia è aumentata e la militarizzazione delle forze dell’ordine è una questione importante. Sono stato militare e quindi osservo il fenomeno con gli occhi dell’”autorità”. Purtroppo però non ci sono scuse.

Un tema caldo che scatenerà la tua energia…
Sì, non appena metterò piede nel mio studio.

Daniele Perra


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