Manchester, viaggio al centro della football economy

La città inglese dove Marx ed Engels studiarono la classe operaia oggi è il tempio del capitalismo calcistico. E quest’anno il gioco tra le due squadre rivali si fa duro: va in scena la sfida tra Mourinho e Guardiola

Manchester, viaggio al centro della football economy

dal nostro inviato Riccardo Staglianò per il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

MANCHESTER. In fila per entrare nel «teatro dei sogni», come lo chiamano da queste parti, ci saranno cinquanta ragazzi cinesi. L’Old Trafford, leggendario stadio dello United, è la Cappella Sistina di Manchester, solo con un biglietto più caro (21 euro contro 16). I quattro ragazzi vietnamiti che fanno il tour con me hanno anche abboccato all’offerta dell’istantanea sullo sfondo fotografico degli spalti pieni (10 sterline) e il pachistano che supplica la guida di immortalarlo a ogni tappa del giro, soprattutto nello spogliatoio accanto alla maglietta del nuovo acquisto Ibrahimovic, non vede l’ora che la visita sfoci nel megastore dove comprarne una tutta per sé, alla modica cifra di 75 pound. Sì, è volgare mettere l’etichetta del prezzo su un immaginario. Però è anche difficile ignorare questa inesorabile macchina da soldi. Perché sono questi che hanno trasformato la rivale, il brutto anatroccolo del City, nel secondo cigno calcistico della città. Senza i petrodollari degli emirati, Pep Guardiola non sarebbe venuto qui a rinnovare la sfida con José Mourinho e la città non sarebbe divenuta la capitale del calcio mondiale. «È stato come quando Peter Parker viene morsicato dal ragno radioattivo e diventa Spider-Man» dice David Winner, autore di Those Feet: An Intimate History of English Football, «d’improvviso il City ha sviluppato superpoteri. Era già successo con il Chelsea sotto Abramovich. E al Paris Saint-Germain con gli investimenti qatarioti».

Eravamo venuti a cercare le presunte due anime della città, quella rossa e blu delle magliette del derby che da locale è diventato planetario, abbiamo dovuto ripiegare sul potere trasformativo del denaro. D’altronde è qui che Friedrich Engels scrisse le prime cronache sulla condizione operaia a partire dalle quali Karl Marx sviluppò il concetto di plusvalore, motore del capitalismo. E quelle filigrane esagonali che si intravedono sulle magliette dello United stilizzano un alveare, le api operose che dalla prima rivoluzione industriale sono il simbolo proletario della città oggi epicentro della massima plutocrazia sportiva.

Una volta, forse, esistevano due città da tratteggiare lungo i confini delle tifoserie. «La zona dell’Old Trafford era vicina ai docks, con i loro operai irlandesi cattolici» spiega Colin Shindler, storico a Cambridge e autore di La mia vita rovinata dal Manchester United, «e nel dopoguerra al mitico Matt Busby piaceva scritturare giocatori scozzesi (e cattolici), ma è un’influenza che si è persa col tempo». Quanto alla topografia, l’ultimo tentativo di delinearla secondo questo schema risale a uno studio del 2001. «Veniva fuori una prevalenza di tifosi dello United a nord e a ovest e di quelli del City a sud e ad est» ricorda Adam Brown, il ricercatore capo dell’agenzia Substance, «però è cambiato tutto e non me la sentirei di confermarla. Non pensate a demarcazioni nette, magari oggi un po’ superate, come quella tra Lazio e Roma. La nostra è una città operaia e laburista e le tifoserie ne sono figlie».

Proprio per quell’imprinting una parte ha reagito male al radicale efficientamento del giocattolo. Così, in polemica con l’ingresso degli americani Glaser nel capitale dello United, nel 2006 un gruppo di dissidenti ha dato vita al F.C. United, che rifiuta le sponsorizzazioni ed è gestito dai tifosi. «Dieci anni dopo siamo ancora semi-pro, nella National League, però cresciamo e siamo un esempio per altre realtà» riassume Brown, tra i fondatori.

Succede che, in quei giorni, lo F.C. United giochi un’amichevole con il Trafford, due divisioni sotto. È come entrare nella macchina del tempo. Un campetto a sud della città, ingresso 5 sterline, nonni e nipoti pacificamente insieme. Un tipo vende i biglietti di una lotteria artigianale per cui vince chi pesca il minuto esatto del primo gol. Si chiama Alan Law ed è stato preside della scuola speciale per i calciatori minorenni («Ricordo Pogba, un allievo molto rispettoso»). Un settantenne con berretto di lana che non sfigura nella schizofrenica e grigia estate mancuniana sfida un altro volontario a elencare i grandi che hanno militato sia nello United che nel City. Una concordia discorsstupefacente che continua durante la partita, inevitabilmente vinta (2 a 1) dal F.C. United. Mi sembra di ricordare che, in evi preistorici, già a bordo campo delle partite dei «pulcini» italiani circolasse molto più testosterone.

Al primo tempo il mio ospite Andy Mitten, direttore della fanzine United We Stand e uno dei più ricercati esegeti dello United, mi presenta la sua famiglia. Il padre, ultrasessantenne in tuta, ha giocato tra i non professionisti così come il fratello di Andy, che stasera è qui per tifare Trafford, e i due fratellastri, un ventenne e un decenne, avuti dalla seconda e terza moglie («In famiglia solo calcio. E ragazze» sentenzia il patriarca). Mi offrono sandwich al formaggio e uno scotch egg, via di mezzo tra un supplì e una polpetta di carne con il ripieno di uovo sodo. «Un cardiologo non lo consiglierebbe, ma è cibo daworking class che ci assomiglia» chiosa un altro volontario. Pensate alla festa dell’Unità di una volta e aggiungete 22 persone e un pallone.

Ma torniamo subito nel XXI secolo. Alla disfida epocale tra Pep e José che ha già fatto spostare un certo numero di giornalisti locali dalla cronaca generalista a quella sportiva. Il toto-case darebbe per assai probabile Mourinho nel Cheshire, il sobborgo verde e residenziale dove abitano tanti calciatori, e il Daily Star ha pubblicato le foto di una villetta da 5 milioni di sterline a Frodsham. I Guardiola, invece, vivranno a Salford, quartiere originariamente di fede United, ma gentrificato dopo che la Bbc ci ha stabilito il secondo quartier generale. Quanto ai locali frequentati, la sera prima della mia visita lo Special One era a cena al San Carlo, istituzione culinaria italiana in pieno centro («Non rivelo il menu neppure sotto tortura» taglia corto il caposala). Il coach catalano del City, cercando di versare acqua sull’incendio mediatico della loro rivalità, ha fatto sapere che se una sera lo incrociasse offrirebbe lui. Fatto sta che al San Carlo, già feudo gastronomico di Sir Alex Ferguson, il vero inventore del moderno United, ancora non si è visto.

Il che ci riporta dall’epica della tenzone alla prosa della partita doppia. Stando a uno studio della Sheffield Hallam University e di Cambridge Econometrics di tre anni fa l’area metropolitana di Manchester, grazie al calcio e al suo indotto, godrebbe dell’equivalente economico di un’Olimpiade senza dover investire altrettanto in infrastrutture. Solo nel 2011, quando nella Premier League c’era anche il Bolton, il valore aggiunto per la regione fu di 330 milioni di sterline. Mentre la notorietà globale cittadina per meriti calcistici equivarrebbe a un investimento pubblicitario da 100 milioni all’anno. Per tacere dei posti di lavoro, con gli 800 dipendenti dello United contro i 500 del City. Che diventano 8.500, compresi i part time, nell’indotto. Oltre ai 50 milioni di sponsorizzazione pagati da Chevrolet per apparire sulle divise rosse o i 350 stanziati in dieci anni da Etihad per fare lo stesso sulle blu e battezzarne lo stadio.

Resta da capire, riattizzando un dibattito stantio, se i soldi fanno o no la felicità. «I nostri tifosi non hanno avuto niente da ridire sullo sceicco Mansour, che con intelligenza non è voluto intervenire sulle scelte tattiche» mi spiega Rob Pollard, specialista di City per il Manchester Evening News, «il danno collaterale di quei flussi finanziari è che i biglietti sono ora assai più cari e molti tifosi non se li possono permettere». Nella tradizionale ripartizione, i blu erano i tifosi più legati al territorio. I rossi venivano liquidati con questa gag: «Quanti fan dello United servono per cambiare una lampadina? Due. Uno per cambiarla, l’altro per guidare dalla Cornovaglia». Oggi, invece, la città sarebbe divisa a metà. «Quella che di sicuro è cambiata è l’attitudine» aggiunge Pollard: «In quasi trent’anni di sconfitte avevamo coniato due espressioni autoumilianti, City-ite e tipicamente City. La prima alludeva alla malattia, come un’artrite o altra infiammazione, di tifare blu. La seconda sinonimo di colossali occasioni sprecate.

Gli under 25 odierni, invece, che hanno conosciuto il successo, tendono a essere più sfrontati». Se la storia è di qualche insegnamento, sbagliano. La palla, ricorda Gary James, docente alla locale università oltre che autore di una ponderosa storia del calcio britannico, è tonda. Dice: «Nel 1904 il campionato lo vinse il City e nel 1934 i suoi tifosi erano circa otto volte più numerosi di quelli dello United. Dopo il ‘45, con l’Old Trafford distrutto, gli appassionati andavano a vedere una settimana il City e una lo United. Ma quando Busby lasciò il City per allenare lo United la squadra decollò». Corsi e ricorsi. In onore del vecchio Engels, il cui fantasma continua ad aggirarsi per la città, vado alla Working Class Movement Library, un deposito di scritti operaisti ammassati negli anni da una coppia di bibliofili comunisti. Neppure Hellen, la pensionata che mi accompagna per le sale, si astiene dalla lotta: «Mourinho? Ma quanto è arrogante…». Il suo cuore sanguina, ma resta United. Un altro vecchio compagno confessa lo scisma: «Non ci sono più rossi e blu, c’è solo il colore dei soldi. Per questo tifo United, dove i calciatori giocano perché gli piace e ce lo fanno sentire».

Ci deve pur essere una terza via tra i loro ingaggi medi da 600 sterline al mese e le 250 mila alla settimana di Wayne Rooney, ma nessuno, in questa repubblica fondata sul calcio, l’ha ancora trovata.


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