Venticinque anni dopo, cosa resta di Vukovar

Fu la più grande battaglia in Europa nel dopoguerra. Mesi di cieca ferocia tra serbi e croati. Dopo un quarto di secolo parlano i protagonisti. Che non hanno avuto giustizia. E non trovano pace

di Pietro Veronese per il Venerdì di Repubblica che ringraziamo

vukovarVUKOVAR (Croazia). È stata la più grande battaglia combattuta sul suolo europeo dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Decine di migliaia di uomini in armi, intere brigate meccanizzate, centinaia di carri armati, bombardamenti aerei e terrestri. Tutto l’arsenale accumulato per combattere contro eserciti poderosi negli scenari della Guerra fredda, rovesciato addosso a una città che allora contava 45 mila abitanti, oggi meno di 30 mila. La chiamarono «la Stalingrado croata», contesa tra uno Stato appena proclamato indipendente e quello che restava della Repubblica socialista federale di Jugoslavia, finita in mano ai nazionalisti serbi. Mesi di furia cieca, dal 25 d’agosto fino al 18 novembre 1991, quando Vukovar martoriata, stremata, sopravvissuta nelle cantine e nei rifugi antiatomici, infine si arrese. A entrare tra le macerie, un incubo di devastazione, non furono i soldati dell’esercito jugoslavo ma i paramilitari serbi, bande di assassini che commisero crimini indicibili contro i superstiti. Nessuno sa dire con precisione il numero dei morti, certo più di tremila.

Nell’estate 2016, venticinque anni dopo, Vukovar sonnecchia lungo la pigra sponda del Danubio, dov’è ormeggiato un battello da crociera pieno di turisti tedeschi. È una cittadina aggraziata, ordinata, pulita, nobilitata dalla bella edilizia civile degli Asburgo che su questi loro possedimenti meridionali regnarono per secoli. La gioventù passeggia, nei bar si ride. Una regia attenta ha lasciato visibili alcune cicatrici della battaglia, a cominciare dall’alto serbatoio d’acqua della città, sventrato dalle granate. Molto, quasi tutto, è stato restaurato e come rimesso a nuovo, ma nel paesaggio urbano i segni della passata ferocia sono numerosi. Ogni tot edifici ce n’è uno rimasto in rovina e qui e là sulle facciate delle case la semina di buchi di schegge e di proiettili non è mai stata rintonacata.

Così come la memoria degli uomini, che pare sanguinare ancora sotto il peso della vita che è seguita da allora. Gli ex combattenti non chiedono che poter ricordare, essere ascoltati. Fumano, bevono caffè su caffè, e raccontano senza bisogno di essere sospinti dalle domande. Croati, serbi, uomini, donne, madri di giovani caduti che piangono figli i cui corpi non furono mai ritrovati, ragazze che imbracciarono il fucile e oggi sono nonne. Le passioni della giovinezza ampiamente superate ma un sentimento d’orgoglio quando lo sguardo si rivolge al passato e un senso d’offesa ancora vivo per la giustizia che non è stata mai fatta. Fieri di essersi battuti allora, oggi cittadini dell’Unione Europea, ma con pochi mezzi materiali, scarse opportunità di lavoro, incapaci di intravedere per i loro giovani altro futuro che l’emigrazione verso il nord dell’Europa, su su fino ai Paesi scandinavi.

Nei decenni di pace Vukovar ha continuato lentamente a spopolarsi di serbi e croati insieme. Oggi vede passare nuovi flussi di profughi, che hanno fatto dimenticare quelli di allora. Il più grande campo di transito dei siriani in Croazia si trovava fino a pochi mesi fa ad Opatovac, a meno di 20 chilometri da qui, sul Danubio. E l’ultimo paradosso è che proprio da quegli esuli senza più patria, che la Croazia non vuole si trattengano sul suo territorio, provengono rare occasioni di guadagno: il figlio di un ex combattente costruisce in Germania serbatoi e impianti idrici nei campi d’accoglienza.

Alcuni tratti accomunano tutti. Il primo è l’assenza di vendetta. Dal novembre 1991 nemmeno un colpo è più stato sparato a Vukovar. Le fosse comuni, gli stupri subiti, i paramilitari che hanno ripreso ad andare in giro in abiti civili, i volti riconosciuti e identificati degli aggressori, nulla di tutto ciò ha spinto qualcuno a cercarsi una giustizia privata, anche a fronte dell’impunità per molti criminali di guerra. La spiegazione più convincente la dà Srdjan Jaksic, serbo, all’epoca carrista nell’esercito federale, oggi poliziotto, ama cucinare, scrive poesie: «Le persone sono rimaste vuote. Esaurite. Fisicamente, psicologicamente, emotivamente, finanziariamente».

Il secondo aspetto comune è che in tutti i racconti la Vukovar di prima della guerra, la Vukovar jugoslava con le sue 23 nazionalità, fiorente porto fluviale e crocevia di genti, è una città mitica, un’immagine di benessere, convivenza, serenità. In alcuni traspare la jugonostalgia, nella maggior parte è vivissimo un veemente sentimento anticomunista, ma per ciascuno la Vukovar dell’epoca di Tito è un ricordo positivo per non dire felice. Dice Franjo Soljic, croato, ex combattente, presidente di un’associazione di reduci: «La nostra era una delle cinque città più ricche della Jugoslavia. C’era la fabbrica di scarpe della Bata, dava lavoro a 22 mila operai, oggi a 300. C’era la grande impresa agroindustriale Vupik. C’era la fabbrica tessile Vutex. C’era lavoro per tutti. Poi durante l’occupazione serba tutto quello che aveva valore se lo sono portato via». E ancora Srdjan Jaksic, il poliziotto: «La guerra è scoppiata proprio qui dove si stava meglio. Tutti avevano la casa, tutti avevano la macchina, e da un giorno all’altro non hanno avuto più nulla». Poi quello che non avevano distrutto i bombardamenti e i successivi anni di occupazione serba è stato spento dalle rapaci privatizzazioni della Croazia democratica.

Per converso è difficile rintracciare, nel coro di voci, una narrazione concorde sulla battaglia e soprattutto sul suo epilogo. La memoria della guerra, delle sue cause, delle sue responsabilità resta divisa, irriconciliata. E anche le versioni sul suo epilogo, almeno per quanto riguarda la città martire, sono divise, verrebbe da dire contrapposte. Avevamo la forza per riconquistarla, eravamo finalmente pronti, dicono i combattenti croati, ma dall’alto venne uno stop. Presa Vukovar, la piana dell’Oltredanubio era aperta davanti alle brigate corazzate dell’esercito jugoslavo, ma nessuno dette l’ordine di avanzare, afferma con convinzione il serbo.

I più equilibrati si discostano dall’una e dall’altra versione. Sì, le forze armate croate in quei mesi di ferro e di fuoco dell’autunno ’91 si erano in qualche modo riuscite a organizzare, ma altri fronti si erano aperti e Vukovar ormai era perduta. Ostinarsi tra le sue macerie sarebbe stato un errore strategico. D’altra parte è vero che l’armata serbo-jugoslava aveva vinto, ma a un costo elevatissimo che l’aveva lasciata incapace di continuare l’offensiva. Aveva faticato moltissimo a mobilitare i coscritti, che provenivano da tutte le repubbliche jugoslave e in molti casi rifiutarono di combattere. «Disobbedivano agli ordini, si sedevano per terra» ricorderà un ufficiale che combatté nell’assedio di Vukovar, «e si mettevano a cantare Give Peace a Chance di John Lennon». Di qui il massiccio ricorso ai paramilitari ultranazionalisti serbi.

Eppure nel ricordo rimane il senso di un oscuro tradimento, la convinzione indefinita che la chiarezza del sacrificio sul campo di battaglia sia stata pervertita dalla politica ai suoi fini, manipolata «dall’alto» e privata della sua verità. Anche se sette anni dopo la caduta della città, nel 1998, la bandiera croata è tornata a sventolare sui suoi palazzi in applicazione degli accordi di pace, giustizia non è stata fatta. Due o tre generali dell’armata federale che comandarono l’assedio sono finiti sotto processo al Tribunale internazionale dell’Aia, ma i peggiori crimini di guerra commessi all’indomani della resa sono rimasti impuniti. Molti anni dopo la reincorporazione di Vukovar alla Croazia, Snjezana Maljak, ex combattente, ha trovato la forza di denunciare i suoi due violentatori, che giravano impuniti per la città e le capitava di incontrare. Il processo è durato dodici anni, mentre i due sono rimasti a piede libero. Condannati entrambi in appello a sei anni di detenzione, sono scappati in Serbia, di là dal fiume, e non hanno mai fatto un giorno di prigione. Non è certo l’unico caso.

Per questo gli ex combattenti di questa battaglia da tempo dimenticata dal resto del mondo appaiono come anime erranti nel purgatorio della memoria. I capelli si sono ingrigiti e gli assilli dell’oggi fanno apparire sempre più lontani i loro giorni gloriosi. Ma i conti non tornano, la pace restituita alle nazioni non è concessa ai loro animi in pena. Vorrebbero chiudere quel capitolo delle loro vite rimasto incompiuto, ma l’epilogo è ancora aperto nelle loro coscienze e nei loro racconti, che sempre meno persone hanno voglia di ascoltare.

IL VOLONTARIO. Zlatko Belanovic, croato, vive con la moglie Zorica, serba, i loro tre bambinetti di quattro, tre e due anni e il cane Bingo nella periferia residenziale di Vukovar. Al momento è senza lavoro. Ha fatto domanda per l’assegnazione di un alloggio. «Avevo 17 anni e mezzo, ero troppo giovane per arruolarmi nell’esercito regolare. Per questo il primo di ottobre del ’91 mi presentai volontario nelle Hos, le forze paramilitari nazionaliste. L’addestramento durò meno di tre settimane, poi entrammo in combattimento. Cercammo di aprire un corridoio per rompere l’assedio della città. Subimmo molte perdite ma non ci riuscimmo. Poi dall’alto ci fu ordinato di cessare le ostilità. L’anno successivo entrai nell’esercito regolare, ho combattuto su tutti i fronti. La guerra in uniforme è finita nel 1995 ma per me dura ancora adesso. I nazionalisti serbi continuano a riunirsi, hanno il loro ritrovo, i loro rappresentanti politici. La loro ideologia non è cambiata».

LA MOGLIE DEL VOLONTARIO. «Quando i bambini giocano al parco si chiedono l’un l’altro se sono serbi o croati. Questa divisione è ancora molto viva, molto sentita qui a Vukovar, mentre nel resto della Croazia non è così. Per questo vorrei andare via, allontanarmi da questa città dove la guerra dura ancor oggi».

LA MADRE. «Mio figlio Ivan Ljubas era un combattente, era ferito, all’ospedale. Era il mio unico maschio, aveva 19 anni e mezzo. Dopo la resa della città fu portato via e ucciso dai paramilitari serbi. Uno dei 260 della fossa comune di Ovcara. Si sapeva quello che era successo ma io non volevo accettarlo. A ogni scambio di prigionieri lo andavo a cercare. Qualcuno mi disse di averlo visto vivo, ma era un altro Ljubas. Una signora che faceva le pulizie all’ospedale mi confermò invece che lui era stato portato via con gli altri di Ovcara. Le esumazioni cominciarono soltanto nel ’96. I corpi furono portati a Zagabria per l’identificazione. Mio figlio l’abbiamo identificato il 20 gennaio del ’97».

IL PADRE. «Per noi è come se fosse ancora il ’91, intendo noi che non abbiamo ritrovato i corpi dei nostri figli. Dei miei tre maschi due sono morti in guerra. Li ho persi nel giro di due mesi e mezzo. Il maggiore, Marko Živkovic, era pilota. Il secondo, Nikola, è caduto combattendo il 17 settembre 1991, poco distante da qui, in uno dei tanti tentativi di spezzare l’assedio. Aveva 26 anni, era un calciatore promettente. Era fidanzato, si sarebbe dovuto presto sposare, gli avevo fatto la casa. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. Ecco perché per me la guerra non è finita ancora. Vorrei sapere dov’è mio figlio, dove posso accendere un cero per lui».

IL COMBATTENTE. «Mi chiamo Zlatko Zaoborni, all’epoca avevo 20 anni, in guerra ho perso mio fratello gemello e una gamba. La gamba si è maciullata su una mina il primo di novembre del ’91. Stavamo cercando di sminare nei pressi del mio sobborgo, a Vucedol. Non eravamo un esercito regolare, difendevamo le nostre case, le strade dove siamo cresciuti. Le prime armi che abbiamo impugnato erano i fucili da caccia. Quando rimasi ferito la città era circondata e chiusa da settimane. Mi operarono con mezzi di fortuna ma poi l’ospedale era sovraffollato e così mi spostarono al Comerc, il magazzino della fabbrica di scarpe subito fuori città. Così mi sono salvato dalla morte a Ovcara. Dopo nove mesi di durissima prigionia fui liberato nell’ultimo grande scambio di prigionieri, il 14 agosto del ’92».

LA COMBATTENTE. Snjezana Maljak ha 46 anni, quattro figli e numerosi nipoti. Scherza con l’amica Mira Vrdoljak, anche lei ex combattente, si lascia fotografare ridendo sotto l’ombrello, mentre piove. È una delle pochissime donne che dopo molti anni è riuscita a testimoniare la violenza sessuale subita. «Mi fece lavare la sua uniforme, poi mi disse di lavarmi anch’io. Dopo mi ordinò di spogliarmi. Mi misi a piangere e lo supplicai di non farlo. Mi disse che se non lo avessi fatto con lui ne avrebbe portati altri dieci. Poi non si fece più vedere, ma di lì a qualche giorno vennero altri tre e mi chiesero di scegliere chi di loro avrebbe  abusato di me. Il mondo mi crollò addosso e tutto diventò nero. Scelsi uno che si chiamava Dusan Ivkovic perché dalla faccia speravo che forse non lo avrebbe fatto. Invece prese a tornare ogni giorno. Per me la cosa più difficile, dopo, è stato accettare che ero la stessa Snjezana che a 21 anni era andata volontaria, la stessa persona, che ero ancora viva, che avevo ancora diritto ad essere felice. Molte donne queste cose non le hanno mai raccontate, molte sono morte senza dirlo».

IL SERBO. Predrag Misic, ex combattente. «Sono serbo ma sono nato qui, la mia patria è la Croazia e per essa mi sono battuto. Ricevo dal governo croato una pensione come ex combattente. In questa guerra non puoi dire chi abbia sofferto di più. Oggi il problema non è la nazionalità, ma il lavoro che non c’è».

IL POLIZIOTTO. «Sono serbo, ho vissuto sempre qui. Il mio migliore amico era croato, si arruolò nelle Hos, le unità paramilitari. Io andai carrista nell’Armata jugoslava. Quando ci siamo ritrovati ci siamo chiesti l’un l’altro se avessimo fatto nulla che non fosse stato per difesa, se avessimo violato le leggi della guerra. Ci siamo detti di no. Così siamo rimasti amici. Quando giochiamo a carte o a scacchi ci capita di scherzare, ci malediciamo: “Ah, se ti avessi avuto nel mirino!”. Così è la vita.»

L’INSEGNANTE. Sanja Vukicevic è di padre serbo e madre croata. Ha 51 anni, un compagno croato. È stata per 16 anni giornalista a Vukovar, oggi è professoressa. «Le norme che regolano lo statuto delle minoranze prevedono quattro diversi programmi scolastici a seconda del numero di allievi delle diverse nazionalità. Per esempio, dove i serbi sono in maggioranza, si usano la lingua serba e l’alfabeto cirillico. Ma il fatto è che nelle nostre scuole il numero degli alunni continua a calare, perché le famiglie emigrano. Prima avevamo classi di 30 alunni, oggi di 18, in alcuni casi anche 9 o meno. Per fortuna qualcosa sta cambiando. Per esempio nella classe dove insegno io le ragazze serbe hanno invitato tre loro amiche croate a frequentare il mio corso. In altre parole, socializzano. Il ragazzo più bello della scuola, Uros, è serbo. Quando è arrivata la primavera e le ragazze hanno indossato le camicette con le maniche corte, si è visto che anche molte delle croate avevano il suo nome scritto sul braccio. Forse il “vivere insieme” è cominciato…».

Fonte: http://www.repubblica.it/venerdi/reportage/2016/08/17/news/venticinque_anni_dopo_cosa_resta_di_vukovar-146141652/


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