Il volo spezzato di Isabella Morra

VALSINNI (MATERA)

Poesia e libertà nel ’500 lucano

Vittima dei pregiudizi, fu uccisa dai fratelli. Di Isabella rimangono tredici liriche
dalla forza dirompente. La sua storia colpì anche il filosofo Benedetto Croce

di PIETRO SPATARO per il Corriere della Sera che ringraziamo

Isabella Morra nacque a Favale, oggi Valsinni (in foto il castello), in provincia di Materasabella Morra nacque a Favale, oggi Valsinni (in foto il castello), in provincia di Matera

Isabella Morra nacque a Favale, oggi Valsinni (in foto il castello), in provincia di Materasabella Morra nacque a Favale, oggi Valsinni (in foto il castello), in provincia di Matera

Dal castello, aggrappato alla montagna, si vede il lungo corso del fiume Sinni ma il mare si può solo immaginare. Anche se è vicino, appena dietro la curva dell’ultima collina. Isabella lo immaginava, il mare, lo sognava come simbolo di liberazione. Eppure scriveva di non vedere «nel mar remo né vela/ (così deserto è lo infelice lito)/ che l’onde fenda o che la gonfi il vento». In questo eremo lontano dal mondo si svolge la triste storia di Isabella Morra, poetessa raffinata, vittima nel Cinquecento di un crudele delitto d’onore per mano dei fratelli che l’ha trasformata quasi in una femminista ante litteram. Siamo a Valsinni, provincia di Matera: davanti la valle che porta alle belle spiagge dello Ionio, a Policoro, a Metaponto, a Nova Siri, alle spalle la collina che diventa montagna e si inerpica sulle cime del Pollino.

 Isabella Morra, nata intorno al 1520, fu uccisa dai suoi tre fratelli tra il 1545 e il 1546Isabella Morra, nata intorno al 1520, fu uccisa dai suoi tre fratelli tra il 1545 e il 1546

Isabella Morra, nata intorno al 1520, fu uccisa dai suoi tre fratelli tra il 1545 e il 1546Isabella Morra, nata intorno al 1520, fu uccisa dai suoi tre fratelli tra il 1545 e il 1546

Rosario Mauro è il custode ufficiale di questa feroce vicenda lontana nel tempo. Ha abbandonato una carriera da avvocato per dedicarsi alla memoria di Isabella. «Lei mi ha chiamato, io ho solo risposto», dice sussurrando. È lui che ci accompagna nel viaggio indicandoci gli angoli del castello dove ancora, ne è sicuro, si aggira il fantasma della poetessa. Giù nel borgo, ai piedi del palazzo, ogni estate fino a settembre va in scena l’Estate di Isabella. Ragazze e ragazzi in costume accolgono il visitatore, vendono libri sulla poetessa, allestiscono il teatro, provano con chitarre, flauti e tamburelli le musiche che porteranno fino a notte nei vicoli, tra le poesie scolpite sui muri del castello.

Ma perché la figura di questa donna del Cinquecento suscita tanta attenzione dopo più di cinque secoli? Perché il suo fascino attrae centinaia di visitatori dopo aver catturato la curiosità di poeti e scrittori, da Benedetto Croce fino a Dacia Maraini? Sarà per la sua vita triste, sarà per la sua fine tragica, sarà per le sue poche poesie struggenti, sarà per la sua scelta ribelle che fece scandalo. Ognuno di questi aspetti ha il proprio valore simbolico. Ma è la storia nel suo complesso che suscita emozione e accende i riflettori sulla miseria di un pezzo d’Italia, anche se nobile e potente.

Isabella nasce attorno al 1520, terza di otto figli del barone Giovanni Michele Morra e di Luisa

 I versi di Isabella incisi tra i muri di ValsinniI versi di Isabella incisi tra i muri di Valsinni

I versi di Isabella incisi tra i muri di ValsinniI versi di Isabella incisi tra i muri di Valsinni

Brancaccio esponente dell’aristocrazia napoletana. Insomma, una famiglia ricca che dominava Valsinni (allora si chiamava Favale), un feudo fedelissimo al re di Francia Francesco I contro il monarca spagnolo Carlo V. Isabella cresce educata alle buone letture e ai buoni studi, segue le lezioni di un precettore di famiglia di nome Torquato e si perde insieme con il fratello Scipione tra i volumi custoditi nella libreria di casa coltivando la sua passione poetica.

Sarà la guerra tra Francia e Spagna per il controllo del Regno di Napoli acambiare lo spartito di questa storia. Quando Carlo V ebbe la meglio contro le mire francesi, il padre di Isabella fu costretto a fuggire, prima a Roma e poi a Parigi, portandosi dietro il figlio Scipione. Isabella, ancora ragazzina, restò sola nel castello di Valsinni e finì — in assenza della madre, malata — nelle mani dei fratelli più piccoli, «feroci e barbari», che la tennero quasi segregata nelle stanze del palazzo. Per Isabella ben presto l’unico rifugio, di fronte a tanta cattiveria e alla bruciante solitudine in una terra arretrata, fu lo studio. E subito la poesia, attraverso la quale, poter raccontare a se stessa «i fieri assalti di crudel Fortuna» in quelle «vili e orride contrate» dove trascorre il suo tempo «senza loda alcuna». Oppure per descrivere con particolare crudezza la «valle inferna» e i «ruinati sassi» sui quali scorre il «torbido Siri» che assiste al «mal superbo» in un «denigrato sito» che è la «sola cagion del mio tormento». Sono versi intrisi di un pessimismo doloroso, il segno di una disperazione senza salvezza che attraversa tutte le tredici poesie che sono rimaste dopo la sua morte e che hanno spinto molti critici a considerare Isabella Morra una poetessa di valore, con tratti di originalità nello schema petrarchista del tempo, al pari di Gaspara Stampa o di Vittoria Colonna, ben più note di lei.

È proprio la sua poesia con quella carica dirompente, insieme alla voglia di spiccare il volo e di attraversare il mare per respirare il mondo, che condanneranno Isabella. Questa rivolta interiore, infatti, la spingerà verso Diego Sandoval de Castro, un giovane nobiluomo spagnolo fedelissimo di Carlo V che viveva nel castello di Bollita (oggi Nova Siri) a una ventina di chilometri da Valsinni. Anche Diego amava le letture, anche lui scriveva poesie. Tra il giovane e Isabella i rapporti si infittiscono grazie alla mediazione del maestro Torquato che si incarica di fare da portalettere. Ma in questa storia si infittisce anche il giallo: gira il sospetto infatti che la relazione tra Isabella e Diego non sia solo di tipo culturale. Per di più Diego è sposato e ha tre figli.

Nessuno ha mai confermato quel sospetto che infiammò gli animi e costò la vita a Isabella. Anzi, alcuni storici escludono che la relazione sia andata oltre la sintonia culturale e lo stesso Croce parla semplicemente di «poetessa con poeta» che entrano in «conversazioni, confidenze e confessioni». Eppure quell’alone di peccato decreterà la condanna a morte. Nel comportamento di Isabella, ci sono tutti gli ingredienti contrari al ruolo della donna nel Cinquecento, soprattutto in quel lembo di terra dove i pregiudizi sono più forti della pietra delle caverne, dove si è «fuori della storia e della religione progressiva» come scriverà cinque secoli dopo Carlo Levi nella prefazione di Cristo si è fermato a Eboli che si svolge proprio qui, ad Aliano, quaranta chilometri più a nord.

Insomma, Isabella è una donna «stonata» per il tempo. La sua voglia di libertà, la sua autonomia di pensiero, la sua resistenza al predominio familiare, il suo coraggio nel combattere le convenzioni, i suoi versi lanciati contro il degrado: tutto questo è la prova del «reato» commesso. Ma c’è di più. Al sentimento di rivolta Isabella unisce un’altra «disinvoltura» imperdonabile: il rapporto con quel Diego Sandoval, amico dei nemici di suo padre, di quegli spagnoli che lo avevano costretto all’esilio. Ce n’è abbastanza per una condanna esemplare. I tre fratelli — Decio, Fabio e Cesare — non hanno tentennamenti: armati di spadino prima uccidono il povero Torquato, poi subito dopo colpiscono Isabella che ha solo venticinque anni.

Mentre affondano la lama, lei ha ancora in mano le ultime lettere dell’amico e cerca di difendersi dalle accuse. Anche Diego ha il destino segnato, nonostante si faccia accompagnare sempre dalla scorta dopo aver saputo della terribile morte di Isabella. Un anno dopo sarà ammazzato con tre colpi di archibugio in un agguato nel bosco di Noia, sul Pollino. Mentre la morte di Isabella non fece scalpore perché era ammissibile allora lavare con il delitto il disonore, l’assassinio del nobile spagnolo provocò durissime reazioni, fece aprire un’inchiesta, con tanto di perquisizioni e ricerca degli assassini. I quali per evitare guai fuggirono a Parigi, furono coperti dal padre e poi dal fratello Scipione e vissero felici e contenti.

Il corpo di Isabella non fu mai ritrovato e chissà in quale anfratto recondito delle valli lucane sarà sepolto da cinque secoli. Le sue poesie invece furono ritrovate durante una perquisizione nel castello ordinata dal viceré di Napoli, messe agli atti dell’inchiesta sulla morte di Diego Sandoval, da lì finite prima sugli scaffali di una libreria di Napoli, poi in una antologia di rime di «diversi illustri signori napoletani» per arrivare integre fino a noi grazie anche al lavoro di Benedetto Croce che nel 1928 si arrampicò fino al borgo, ricostruì la storia maledetta che poi diventò un libro pubblicato prima da Laterza e poi da Sellerio.

A Valsinni resta il castello, passato però di proprietà e quindi non visitabile interamente, e la leggenda di «donna Isabella» che aleggia tra i vicoli e che crea turismo. Resta la terrazza affacciata sulla valle con i suoi tramonti rosso fuoco, restano gli angoli dove la giovane poetessa sognava di andar via, lontana dalla sua «adeversa e dispietata stella». E forse, tra le fronde del vecchio mandorlo, resta persino, come ripete la guida Rosario con parole commosse, il fantasma di quella donna che pagò con la vita la sua voglia di libertà.

Fonte: http://www.corriere.it/cultura/16_settembre_16/isabella-morra-poetessa-lucana-cinquecento-valsinni-d6751c8e-7c22-11e6-a2aa-53284309e943.shtml

 


I fieri assalti di crudel Fortuna

scrivo, piangendo la mia verde etate,

me che ‘n si vili ed orride contrate

spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,

vo procacciando con le Muse amate,

e spero ritrovar qualche pietate

malgrado de la cieca aspra importuna;

e, col favor de le sacrate Dive,

se non col corpo, almen con l’alma sciolta,

esser in pregio a più felici rive.

Questa spoglia, dove or mi trovo involta,

forse tale alto re nel mondo vive,

che ‘n saldi marmi la terrà sepolta.

Sacra Giunone, se i volgari amori

son de l’alto tuo cor tanto nemici,

i giorni e gli anni miei chiari e felici

fa’ con tuoi santi e ben concessi ardori.

A voi consacro i miei verginei fiori,

a te, o Dea, e a’ tuoi pensieri amici,

o de le cose sola alme, beatrici,

che colmi il ciel de’ tuoi soavi odori.

Cingimi al collo un bello aurato laccio

de’ tuoi più cari ed umili soggetti,

che di servire a te sola procaccio.

Guida Imeneo con sì cortesi affetti

e fa’ sì caro il nodo ond’io m’allaccio,

ch’una sol’alma regga i nostri petti.

D’un alto monte onde si scorge il mare

miro sovente io, tua figlia Isabella,

s’alcun legno spalmato in quello appare,

che di te, padre, a me doni novella.

Ma la mia adversa e dispietata stella

non vuol ch’alcun conforto possa entrare

nel tristo cor, ma, di pietà rubella,

ha salda speme in piano fa mutare;

ch’io non veggo nel mar remo nè vela

(così deserto è l’infelice lito)

che l’onde fenda o che la gonfi il vento.

Contra Fortuna allor spargo querela,

ed ho in odio il denigrato sito,

come sola cagion del mio tormento.

Quanto pregiar ti puoi, Siri mio amato,

de la tua ricca e fortunata riva,

e de la terra che da te deriva

il nome, ch’al mio cor oggi è sì grato;

può far tranquillo e la mia speme viva,

malgrado de l’acerba e cruda Diva,

c’ogno’or s’esalta del mio basso stato!

Non men l’odor de la vermiglia Rosa

di dolce aura vital nodrisce l’alma

che soglian farsi i sagri Gigli d’oro.

Sarà per lei la vita mia gioiosa

de’ gravi affanni deporrò la salma,

e queste chiome cingerò d’alloro.

Non sol il Ciel vi fu largo e cortese,

caro Luigi, onor del secol nostro,

del raro stil, del ben purgato inchiostro,

ma del nobil soggetto, onde v’accese.

Alto signor e non umane imprese

ornan d’eterne fronde il capo vostro,

cose più da pregiar che gemme od ostro,

che da’ tarli e dal tempo son offese.

Il sacro volto aura soave inspira

al dotto petto, che lo tien fecondo

di gloriosi, anzi divini carmi.

Francesco è l’arco de la vostra lira,

per lui sète oggi a null’altro secondo,

e potete col suon rompere i marmi.

Fortuna che sollevi in alto stato

ogni depresso impegno, ogni vil core,

or fai che ‘l mio in lagrime e ‘n dolore

viva più ch’altro afflitto e sconsolato.

Veggio il mio re da te vinto e prostrato

sotto la ruota tua, pieno d’orrore,

lo qual, fra gli altri eroi, era il maggiore,

che da Cesare in qua fosse mai stato.

E donna son, contra le donne dico:

che tu, Fortuna, avendo il nome nostro,

ogni ben nato core hai per nemico.

E spesso grido col mio rozzo inchiostro,

che chi vuol esser tuo più caro amico,

sia degli uomini orrendo e raro mostro.

Ecco ch’un’altra volta, o valle inferna,

o fiume alpestre, o ruinati sassi,

o spirti ignudi di virtute e cassi,

udrete il piano e la mia doglia eterna.

Ogni monte udirammi, ogni caverna,

ovunqu’io arresti, ovunque io muova i passi;

chè Fortuna, che mai salda non stassi,

cresce ognora il mio male, ognor l’eterna.

Deh, mentre ch’io mi lagno e giorno e notte,

o fere, o sassi, o orride ruine,

o selve incolte, o solitarie grotte,

ulule, e voi del mal nostro indovine,

piangete meco a voci alte interrotte

il mio più d’altro miserando fine.

Torbido Siri, del mio mal superbo,

or ch’io sento da presso il fine amaro,

fa’ tu noto il mio duolo al padre caro,

se mai qui ‘l torna il suo destino acerbo.

Dilli com’io, morendo, disacerbo

l’aspra fortuna e lo mio fato avaro,

e, con esempio miserando e raro,

nome infelice e le tue onde io serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva

(a che pensar m’adduci, o fiera stella,

come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onda con crudel procella,

e dì: – M’accrebber sì, mentre fu viva,

non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

Poscia ch’al bel desir troncare hai l’ale,

che nel mio cor sorgea, crudel Fortuna,

sì che d’ogni tuo ben vivo digiuna,

dirò con questo stil ruvido e frale

alcuna parte de l’intero male

causato sol da te fra questi dùmi,

fra questi aspri costumi

di gente irrazional, priva d’ingegno,

ove senza sostegno

son costretta a menar il viver mio,

qui posta da ciascun in cieco oblio.

Tu, crudel, de l’infanzia in quei pochi anni,

del caro genitor mi festi priva,

che, se non è già pur ne l’altra riva,

per me sente di morte i gravi affanni,

chè ‘l mio penar raddoppia gli suoi danni.

Cesar gli vieta il poter darmi aìta.

O cosa non più udita,

privare il padre di giovar la figlia!

Così, a disciolta briglia,

seguitata m’hai sempre, empia Fortuna,

cominciando dal latte e da la cuna.

Quella ch’è detta la fiorita etade,

secca ed oscura, solitaria ed erma

tutta ho passato qui cieca ed inferma,

senza saper mai pregio di beltade.

E’ stata per me morta in te pietade,

e spenta l’hai in altrui, che potea sciorre

e in altra parte porre

del carcer duro il vel de l’alma stanca,

che, come neve bianca

dal Sol, così da te si strugge ogn’ora

e struggerassi infin che qui dimora.

Qui non trovo io di donna il proprio stato

per te,che posta m’hai in sì ria sorte

che dolce vita mi sarìa la morte.

I cari pegni del mio padre amato

piangon d’intorno. Ahi, ahi! misero fato,

mangiare il frutto c’altri colse, amaro

quei che mai non peccaro,

la cui semplicità farìa clemente

una tigre, un serpente,

ma non già te, vèr noi più fiera e rea

c’al figlio Progne ed al fratel Medea.

Dei ben, ch’ingiustamente la tua mano

dispensa, fatta m’hai tanto mendica

che mostri ben quanto mi sei nemica,

in questo inferno solitario e strano

ogni disegno mio facendo vano.

S’io mi doglio di te sì giustamente

per isfogar la mente,

da chi non son per ignoranza intesa

i’ son, lassa, ripresa:

chè, se nodrita già fossi in cittade,

avresti tu più biasimo, io più pietade.

Bastone i figli de la fral vecchiezza

esser dovean di mia misera madre;

ma per le tue procelle inique ed adre

sono in estrema ed orrida fiacchezza;

e spenta in lor sarà la gentilezza

dagli antichi lasciata, a questi giorni,

se dagli alti soggiorni

pietà non giunge al cor del re di Francia,

che, con giusta bilancia

pesando il danno, agguaglie la mercede

secondo il merto di mia pura fede.

Ogni mal ti perdono,

nè l’alma si dorrà di te giammai

se questo sol farai

– ahi, ahi, Fortuna, e perchè far nl dèi? –

che giungan al gran Re gli sospir miei.

Se a la propinqua speme nuovo impaccio

o Fortuna crudele o l’empia Morte,

com’han soluto, ahi lassa, non m’apporte,

rotta avrò la prigione e sciolto il laccio.

Ma, pensando a quel dì, ardo ed agghiaccio,

chè ‘l timore e ‘l desìo son le mie scorte;

a questo or chiudo, or apro a quel le porte,

e, in forse, di dolor mi struggo e sfaccio.

Con ragione il desio dispiega i vanni,

ed al suo porto appressa il mio pensiero

per trar quest’alma da perpetui affanni.

Ma Fortuna al timor mostra il sentiero

erto ed angusto e pien di tanti inganni

che, nel più bel sperare, poi mi dispero.

Scrissi con stile amaro, aspro e dolente

un tempo, come sai, contro Fortuna,

sì che niun’altro mai sotto la luna

di lei si dolse con voler più ardente.

Or del suo cieco error l’alma si pente,

che in tal doti non scorge gloria alcuna,

e se dei beni suoi vive digiuna,

spera arricchirsi in Dio chiara e lucente.

Nè tempo o morte il bel tesoro eterno,

nè predatrice e violenta mano

ce lo torrà davanti al Re del cielo.

Ivi non nuoce già state nè verno,

chè non si sente mai caldo nè gielo.

Dunque, ogni altro sperar, fratello, è vano.

Signor,che insino a qui, tua gran mercede,

con questa vista mia caduca e frale

spregiar m’hai fatto ogni beltà mortale,

fammi di tanto ben per grazia erede

che sempre ami te sol con pura fede

e spregie per innanzi ogni altro oggetto,

con sì verace affetto

che ognun m’additi per tua fida amante

in questo mondo errante,

c’altro non è, senza il tu’ amor celeste,

ch’un procelloso mar pien di tempeste.

Signor, che di tua man fattura sei,

ove ogni ingegno s’affatica in vano,

ritrarre in versi il tuo bel volto umano,

or solo per disfogar i desir miei,

ad altri no, ma a me sola vorrei,

ed iscolpirmi il tuo celeste velo,

qual fu quando dal Cielo

scendesti ad abitar la bassa terra

ed a tor l’uom di guerra.

Questa grazia , Signor, mi sia concessa

ch’io mostri col mio stil te e me stessa.

Signor, nel piano spazio di tua fronte

la bellezza del Ciel tutta scopìta

si scorge e con giustizia insieme unita

de l’alta tua pietade il vivo fonte,

e le pie voglie a perdonarci pronte:

ombre dei lumi venerandi e sacri,

di Dio bei simulacri,

ciglia, del coro fenestre, onde si mostra

l’alma salute nostra,

occhi che date al Sol la vera luce;

che per voi soli a noi chiara riluce!

Signor, cogli occhi tuoi pien di salute

consoli i buoni ed ammonisci i rei

a dari in colpa di loro falli rei;

in loro s’impara che cosa è virtute.

O mia e tutte l’altre lingue mute,

perchè non dite ancor de’ suoi capelli,

tanto del Sol più belli

quanto è più bello e chiaro egli del Sole?

O chiome uniche e sole,

che vibrano dal capo insino al collo,

di nuova luce se ne adorna Apollo!

Signor, da questa tua divina bocca

di perle e di rubini, escon di fore

dolci parole c’ogni afflitto core

sgombran di duolo, e sol piacer vi fiocca,

e di letizia eterna ogni un trabocca.

Guancie di fior celesti adorne e piane

e le speranze umane;

corpo in cui si rinchiuse il Cielo e Dio,

a te consacro il mio:

la mente mia qual fu la tua statura

con gli occhi interni già scorge e misura.

Signor, le mani tue non dirò belle

per non scemar. col nome, lor beltade:

mani che molto innanzi ad ogni etade

ci fabricàr la luna, il sol, le stelle:

se queste chiare son, qual sarann’elle?

Felice terra, in cui le sacre piante

stampàr tant’orme sante!

A la vaghezza del tuo bianco piede

il Ciel s’inchina e cede.

Felice lei che con l’aurate chiome

le cinse e si scarcò l’aspre some!

Canzon, quanto sei folle,

poi che nel mar de la beltà di Dio

con si caldo desìo

credesti entrare! Or ch’hai ‘l cammin smarrito,

restati fuor, chè non ne vedi ‘l lito.

Quel che più giorni a dietro

noiava questa mia gravosa salma,

di star fra queste selve ed oscure,

or sol diletta l’alma:

chè da Dio, sua mercè, tal grazie impetro,

che scorger ben mi fa le vie secure

di gire a lui fuor de le inique cure.

Or, rivolta la mente a la Reina

del ciel, con vera altissima umiltade,

per le solinghe strade

senza intrico mortal l’alma camina

già verso il suo riposo,

ch’ad altra parte il pensier non inchina,

fuggendo il triste secol sì noioso,

lieta e contenta in questo bosco ombroso.

Quando da oriente

spunta l’aurora col vermiglio raggio

e ne s’annuncia da le squille il giorno,

allora al gran messaggio

de la nostra salute alzo la mente

e lo contemplo d’alte glorie adorno

nel basso tetto ove facea soggiorno

la gran Madre di Dio ch’or regna in cielo.

Così, godendo nel mio petto umile,

a lei drizzo il mio stile,

e ‘l fral mio vel di rozze veste velo,

e sol di servir lei,

non d’altra cura, al cor mi giunge zelo,

seguendo le vestigia di colei

che dal deserto accolta fu tra i Dei.

Quando poi di fuor sorge

Febo, che fa nel mar la strada d’oro,

tutta m’interno e l’allegrezza immensa

ch’ebbe del suo tesoro

Quella che tanta grazia or a me porge:

mirar il figlio in caritate accensa,

nato fra gli animali, con pio sembiante:

e dal sangue che manda al petto il core

nodrire il suo Signore;

e scerno il duce de l’eterno amante,

sotto povere veste

spregiar le pompe del vulgo arrogante,

colui che sol pregiò l’aspre foreste

e fu fatto da Dio tromba celeste.

Poi ch ‘l suo chiaro volto

alzando, da le valli scaccia l’ombra

il biondo Apollo col suo alterno sguardo,

un bel pensiero m’imgombra.

Parmi veder Giesù nel tempio, involto

fra saggi, disputar col parlar tardo,

e lei, per ch’io d’amor m’infiammo ed ardo,

versar dagli occhi, per letizia, pianto.

Questi conforti in contra i duri oltraggi

m’apportan questi faggi,

lungi schivando di serene il canto:

che per solinghe vie

il bel giovane, a Dio diletto tanto,

con le sue caste voglie e sante e pie

vide il sentier de l’alte gerarchie.

Alzando a mezzo il polo

il gran pianeta co’ bollenti rai,

ch’uccide i fiori in grembo a primavera,

s’alcun già vide mai

crucciato il padre contra il figliuolo,

così contemplo Cristo, in voce altera

predicando, ammonir la plebe fera,

e col cenno, del qual l’Inferno pave,

romper le porte d’ogni duro core,

cacciando il vizio fore.

Quando ti fu a vedere, o Dea, soave

gli error conversi in cenere

dal caro figlio in abito sì grave?

Quanto beata fu chi le tue tenere

membra a Dio consacrò, sacrate a Venere?

E se l’eterno Foco

giunge tant’alto ch’al calar rimira,

ti scorgo, o Signor mio, fra i tuoi fratelli

senza minacce od ira

del tuo amore infiammargli a poco a poco,

e co’ leggiadri detti e gravi e belli

render beati e pien di grazia quelli,

lor rammentando pur la santa pace.

La gioia del mio cor, c’amo ed adoro,

contemplo fra color

che i santi esempi tuoi raccoglie, e tace.

O via dolce e spedita,

trovata già nel vil secol fallace

(e chi ‘l primiero fu?), dal ciel m’addita

sol de l’eremo la tranquilla vita!

Per voi, grotta felice,

boschi intricati e ruinati sassi,

Sinno veloce, chiare fonti e rivi,

erbe che d’altrui passi

segnare a me vedere unqua non lice,

compagna son qui di quegli spirti divi,

c’or là su stanno in sempiterno vivi,

e nel solare e glorioso lembo

de la madre, del padre e del suo Dio

spero vedermi anch’io

sgombrata tutta del terrestre nembo,

e fra l’alme beate

ogni mio ben pensier riporle in grembo.

O mie rimote e fortunate strade,

donde adopra il Signor la sua pietade!

Quando discopre e scalda il chiaro sole,

canzone, è nulla appo un guardo di lei,

chè Reina del ciel, Dea degli dei.

 

 


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