La finta guerra civile di Israele

 

Israele è sull’orlo di una guerra civile, come fa capire un numero crescente di commentatori e con la sua popolazione ebrea profondamente spaccata in due sul futuro dell’occupazione?

Di Jonathan Cook 14 settembre 2016

downloadDa una parte c’è un nuovo movimento pacifista, Decision at 50, zeppo di ex leader politici e della sicurezza. Ehud Barack, un ex primo ministro che sembra alla ricerca di un ritorno sulla scena politica, potrebbe tuttavia emergere come figura di rappresentanza.

Il gruppo ha richiesto che il governo indica un referendum l’anno prossimo – nel  cinquantenario dell’occupazione di Israele, iniziata nel 1967 – per decidere se è ora di lasciare i territori. Il sondaggio del gruppo mostra una stretta minoranza pronta a riconoscere uno stato palestinese.

Dall’altra parte c’è Benjamin Netanyahu, al potere da sette anni con il governo più di destra nella storia di Israele. Venerdì ha postato un video sui media sociali che critica coloro che vogliono porre fine all’occupazione.

Osservando che uno stato palestinese richiederebbe di rimuovere centinaia di migliaia di coloni ebrei che attualmente vivono – illegalmente – sulla terra palestinese, Netanyahu ha concluso: “C’è un’espressione [per definire] questo. Si chiama pulizia etnica.”

Questo paragone non soltanto sovvertiva la legge internazionale, ma Netanyahu ha fatto infuriare l’amministrazione Obama, dato che implica che, cercando di congelare la crescita dell’insediamento, gli Stati Uniti hanno appoggiato tale pulizia etnica. Una portavoce ha definito i commenti “inappropriati e inutili” – nel lessico di Washington vuol dire disonesti e provocatori.

Il primo ministro israeliano non è però l’unico a ingannare chi lo ascolta.

Qualunque cosa implichino i suoi proponenti, il referendum del movimento Decision at 50, non riguarda né la pace né i migliori interessi dei palestinesi. La sua ipotesi è che ancora una volta gli israeliani dovrebbero determinare unilateralmente il destino dei palestinesi.

Anche se si deve ancora decidere la formulazione esatta, i sostenitori del referendum sembrano interessati soltanto allo status della Cisgiordania.

A Israele c’è l’opinione diffusa che Gaza sia stata libera dall’occupazione fin da quando i coloni erano stati rimossi nel 2005, malgrado il fatto che Israele circonda ancora la maggior parte della striscia costiera con soldati,  pattuglia lo spazio aereo con i droni e nega l’accesso al mare.

Lo stesso consenso israeliano intransigente, sbagliato, ha dichiarato invece Gerusalemme est, la prevista capitale di uno stato palestinese, come parte, della “capitale eterna” di Israele.

Il problema, però, è ancora più profondo. Quando la nuova campagna cita orgogliosamente nuove cifre che mostrano che il 58% appoggia “due stati per due nazioni”, sorvola su che cosa che la maggior parte degli israeliani pensi che questo

essere uno stato comporti per i palestinesi.

Un indagine fatta in giugno ha trovato che i 72% non crede che i palestinesi vivano in regime di occupazione, mentre il 62% l’anno scorso ha risposto ai sondaggisti che pensano che i palestinesi non abbiano diritto a una nazione.

Quando gli israeliani parlano a  favore di uno stato palestinese, è principalmente per impedire un rischio molto più grande – uno stato condiviso con il “nemico”. Il sondaggio del movimento Decision at 50 dimostra che l’87% degli ebrei israeliani teme una conclusione binazionale del conflitto. Ami Ayalon, un ex capo del servizio di intelligence Shin Bet e uno dei capi di Decision at 50, lo ripeteva, avvertendo di un “disastro imminente”.

E quindi come dovrebbe sembrare uno stato palestinese, secondo gli israeliani? Precedenti indagini sono state chiare. Non includerebbe Gerusalemme o non controllerebbe i suoi confini. Sarebbe suddiviso territorialmente per conservare i “blocchi di insediamenti” che sarebbero annessi a Israele. E sicuramente sarebbe “demilitarizzato”, senza un esercito o l’aviazione militare.

In altre parole, i palestinesi non avrebbero la sovranità. Uno stato del genere esiste soltanto nell’immaginazione degli israeliani. Uno stato palestinese a queste condizioni sarebbe semplicemente un’estensione del modello di Gaza alla Cisgiordania.

Cionondimeno, l’idea di una guerra civile sta guadagnando terreno. Tamir Pardo, il capo del Mossad, l’Istituto per l’intelligence e servizi speciali, di recente scomparso, il mese scorso avvertiva che Israele era sull’orlo di distruggersi a causa delle “divisioni interne”.

Valutava questo un pericolo molto più grosso di qualsiasi altra minaccia esistenziale ipotizzata da Netanyahu, come per esempio la presunta bomba nucleare dell’Iran.

La verità, però, è che c’è pochissimo dal punto di vista ideologico che separa la maggior parte degli ebrei israeliani. Tutti, tranne una minuscola minoranza, desiderano vedere i palestinesi continuare nel loro stato di popolo soggiogato. Per la grande maggioranza, uno stato palestinese non significa nulla di più che uno stile diverso dell’occupazione che rinchiude i palestinesi in un recinto in condizioni leggermente più umane.

Dopo molti anni al potere, la destra sta crescendo nella fiducia in se stessa. Vede che non è stato pagato alcun  prezzo, in patria o all’estero, per avere usato senza fine la forza contro i palestinesi.

I moderati israeliani hanno dovuto affrontare la realtà dolorosa che il loro paese non è proprio l’avamposto illuminato in Medio Oriente che si erano immaginati. Potrebbero innalzare le loro voci per protestare adesso, ma se i sondaggi sono giusti, la maggior parte alla fine si sottometterà alla realizzazione  della destra della sua visione di un più grande Israele.

Chi non può sopportare questo esito, dovrà smettere di equivocare e dovrà scegliere da che parte stare. Possono andarsene, come molti stanno facendo, oppure restare e combattere, non per un falso referendum che non risolve nulla, ma per chiedere dignità e libertà per il popolo palestinese.

Jonathan Cook ha vinto il Premio Speciale  Martha Gellhorn per il Giornalismo.  I suoi libri più recenti sono: “Israel and the Clash of Civilisations: Iraq, Iran and the Plan to Remake the Middle East” [ Israele e lo scontro di civiltà: Iraq, Iran e il piano per rifare il Medio Oriente] (Pluto Press) e Disappearing Palestine: Israel’s Experiments in Human Despair” [La Palestina che scompare: gli esperimenti di Israele di disperazione umana] (Zed Books).  Il suo nuovo sito web è: www.jonathan-cook.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

http://www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/israels-bogus-civil-war

Originale: non indicato

Traduzione di Maria Chiara Starace

 


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