Wislawa Szymborska

Wislawa Szymborska, “ascolta come mi batte forte il tuo cuore”

ANNnalisa Perteghella per fusiorari.org

“Non c’è fine al mio stupore.

Ascolta

come mi batte forte il tuo cuore”.

Batte forte il cuore quando ci si imbatte nei versi di Wislawa Szymborska, poetessa polacca recentemente venuta a mancare. Vogliamo ricordarla attraverso le sue parole, ma anche attraverso quelle di altri grandi uomini di cultura che, come lei, hanno saputo costruire interi mondi semplicemente attraverso le parole, regalandoci materiale per un emozionante viaggio poetico-letterario.

“Quando pronuncio la parola Futuro,

la prima sillaba va già nel passato.

Quando pronuncio la parola Silenzio,

lo distruggo.

Quando pronuncio la parola Niente,

creo qualche cosa che non entra in alcun nulla.”

Che cosa fa del vivere un vivere e non un mero sopravvivere? Wislawa Szymborska sembrava saperlo bene. Lei che si faceva beffe delle serate d’autore, dei grandi titoli e delle onoreficenze: 

“Ci sono dodici persone ad ascoltare

è tempo ormai di cominciare.

Metà è venuta perchè piove

gli altri sono parenti.

In prima fila un vecchietto dolcemente sogna

che la moglie buonanima, risorta,

gli sta per cuocere la crostata di prugne.

Con calore, ma non troppo, ché il dolce non bruci,

cominciamo a leggere”.

Lei che preferiva che fosse il testo a parlare per l’autore, in una sorta di metonimia al contrario, tale per cui oggi non possiamo dire di conoscere o di leggere “la Szymborska” così come fieri affermiamo di conoscere o leggere “il Foscolo”, con la pretesa di afferrarne la complessità e l’unicità semplicemente attraverso la lettura delle sue opere. Questa poetessa dal nome difficile (nella nostra lingua), sconosciuta ai più fino a quando, ironia della sorte, la morte l’ha resa immortale, aveva un carattere schivo, riservato, ma tutt’altro che serioso. L’ironia era la sua cifra, la leggerezza la sua peculiarità.

LA LEGGEREZZA DELLA PENSOSITÀ – “Alla leggerezza mentale si accompagna un’eguale leggerezza espressiva, costruita con una lingua semplice, comune, spesso colloquiale. Ma si tratta di una semplicità solo apparente. Essa è in realtà il risultato di una rigorosa e lucida padronanza degli strumenti linguistici e metrici”, così nelle parole del suo traduttore italiano Pietro Marchesani, scomparso, ironia della sorte, due mesi prima di lei. E se è vero, contrariamente a quanto spesso si crede, che è molto più difficile scrivere in modo semplice che in modo complicato, a noi piace pensare anche che la leggerezza di Wislawa Szymborska sia la stessa armoniosa leggerezza descritta magistralmente da Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane”: “La leggerezza per me si associa alla precisione e alla determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: ‘Il faut être léger comme l’oiseau, et non comme la plume'” (Bisogna essere leggeri come un uccello, non come una piuma). Sempre Calvino, d’altronde, ci ricorda che “esiste una leggerezza della pensosità, così come tutti sappiamo che esiste una leggerezza della frivolezza; anzi, la leggerezza pensosa può far apparire la frivolezza come pesante e opaca”, o ancora: “Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.” La leggerezza di Wislawa Szymborska traspare, ad esempio dal modo in cui parla di grandi temi esistenziali. 

“Sulla morte senza esagerare” è il titolo, assai emblematico, di una sua poesia nella quale la poetessa afferma, pur riconoscendo l’ineluttabilità della morte, che 

“Non c’è vita

che almeno per un attimo

non sia stata immortale.

La morte

è sempre in ritardo di quell’attimo”. 

O ancora, la leggerezza traspare dal modo in cui nella sua poesia “Un parere in merito alla pornografia” la poetessa prende in giro quella strana abitudine che è il pensare:

“Non c’è dissolutezza peggiore del pensare.

Nulla è sacro per quelli che pensano.

Preferiscono i frutti

dell’albero vietato della conoscenza

alle natiche rosee dei rotocalchi,

a tutta questa pornografia in definitiva ingenua.

È spaventoso in quali posizioni,

con quale sfrenata semplicità

l’intelletto riesca a fecondare l’intelletto.

Posizioni sconosciute perfino al kamasutra”.

LA STRAORDINARIETÀ DELLA NORMALITÀ – Tra le poesie di Wislawa Szymborska troviamo innumerevoli riferimenti a fatti, oggetti e situazioni propri della vita quotidiana, così lontani dalle pretese auliche di quelli che Eugenio Montale definiva “i poeti laureati”. Wislawa Szymborska aveva capito che non è facile, forse nemmeno possibile o desiderabile, arrivare ad avere risposte concrete su qualsivoglia questione esistenziale; non si credeva depositaria di chissà quale verità rivelata, ancora una volta così simile in questo ad Eugenio Montale e a quel suo 

“non domandarci la formula che mondi possa aprirti

sì qualche storta sillaba e secca come un ramo

codesto solo oggi possiam dirti

ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Lei che, nel discorso davanti all’Accademia svedese, che nel 1996 la insigniva del Nobel per la letteratura, aveva ammesso quanto fosse difficile scrivere un discorso adatto all’occasione (“Il mio discorso non sarà troppo lungo. Ogni imperfezione è più facile da sopportare se la si serve a piccole dosi”). Ma, soprattutto, quanto fosse difficile per un poeta affermare di essere “solo” un poeta, in un mondo nel quale per essere guardato con sufficiente riguardo devi dichiarare di possedere almeno qualche titolo scientifico. A proposito di questo riconoscere la vanità di grandi titoli e onorificenze altisonanti, se esiste un paradiso degli uomini di cultura – o più semplicemente un paradiso delle anime sensibili e di raffinata intelligenza – chissà come deve trovarsi bene, e in quali lunghe e appassionanti conversazioni sarà impegnata Wislawa Szymborska, con quell’uomo di impressionante statura che è stato Norberto Bobbio. Due manifesti simili, quello della Szymborska e quello del filosofo e politologo torinese, che nel suo “Politica e cultura” nel 1955 scriveva: “Il compito degli uomini di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccogliere certezze”, così come simili furono le loro visioni della vita, e di ciò che davvero conta in essa. In un’emozionante intervista rilasciata poco tempo prima di morire, Bobbio fece una sorta di testamento spirituale, nel quale affermava che “le opere, i libri che uno ha scritto, arrivati a una certa età non contano assolutamente nulla. Conta più un discepolo che ti viene a trovare dopo tanti anni e che si ricorda che a lezione dicevi certe cose…”

L’ISPIRAZIONE NASCE DA UN INCESSANTE “NON SO” – Ciò che distingue un lavoro da un altro è, secondo Wislawa Szymborska, l’ispirazione. Sempre nel suo discorso tenuto in occasione del conferimento del Premio Nobel, la poetessa ci offre una meravigliosa divagazione su che cosa sia l’ispirazione e su quanto sia importante la sua presenza per far sì che, tornando al quesito iniziale, il nostro sia un “vivere” e non un mero “sopravvivere”: “L’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, pedagoghi siffatti, giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi. L’ispirazione, qualunque cosa sia, nasce da un’incessante ‘non so’. Anche il poeta, se è vero poeta, deve ripetere di continuo a se stesso ‘non so’. Con ogni sua opera cerca di dare una risposta, ma non appena ha finito di scrivere già lo invade il dubbio e comincia a rendersi conto che si tratta di una risposta provvisoria e del tutto insufficiente. Perciò prova una volta e un’altra ancora, finchè gli storici della letteratura non legheranno insieme le prove della sua insoddisfazione di sé, chiamandole ‘patrimonio artistico’”. Al di là della bonaria presa in giro degli storici della letteratura, quello che Wislawa Szymborska sembra volerci dire è che non solo non è possibile trovare risposte definitive, ma non è neanche desiderabile. In tempi di polemiche sulla monotonia del “posto fisso”, la poetessa polacca ci dice quello che altre menti di vivace intelligenza hanno provato a dirci: non è l’appagamento che può dare la felicità, come ben sa chi persegue con tenacia un obiettivo e, una volta raggiunto, sperimenta una sensazione di non appagamento. É bensì la ricerca, il continuare a porsi domande, a lasciarsi interrogare dalla realtà delle cose che ci circondano, siano esse visibili o ancora non visibili. Steve Jobs invitava a rimanere “affamati”, perchè è solo “lo stomaco vuoto” che può dare quella spinta propulsiva a darsi da fare per trovare il modo per riempirlo. Francois Truffaut nel suo “Jules et Jim” faceva dire a Jim che “l’avvenire è dei curiosi di professione”. Wislawa Szymborska ci dice che “È bella una tale certezza / ma l’incertezza è più bella. / Ogni inizio infatti / è solo un seguito / e il libro degli eventi / è sempre aperto a metà.”

SCRIVERE IL CURRICULUM – Si conclude qui il nostro viaggio – ricordo nel mondo di Wislawa Szymborska. Il lettore rimarrà forse un po’ deluso nel non trovare, in questo spazio, alcuna nota biografica circa la grande poetessa scomparsa. È questo che di solito si fa, no? Si ricorda una persona per tutto quello che ha fatto, o non ha fatto, in vita (anche se solitamente con le persone che scompaiono si tende a essere molto clementi, elencandone solo le caratteristiche positive). In questa sede abbiamo invece preferito dare spazio, più che ai dati oggettivi, alle percezioni soggettive suscitate dalla lettura delle opere della poetessa. Quelle stesse percezioni ed emozioni che vengono regolarmente messe a tacere nel presentarsi al mondo esterno, più per disinteresse da parte della controparte che per incapacità nell’esprimerle. Ci sembra dunque giusto concludere questo ricordo con una poesia di Wislawa Szymborska tra le più esemplicative. Che parla, con leggerezza e ironia, di un atto serio e necessario che dovrebbe parlare di noi stessi, ma che al tempo stesso risulta vano e “falsato”, come lo scrivere il curriculum: 

“Che cos’è necessario?

È necessario scrivere una domanda,

e alla domanda allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto

il curriculum dovrebbe essere breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.

Cambiare paesaggi in indirizzi

e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,

e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.

I viaggi solo se all’estero.

L’appartenenza a un che, ma senza perchè.

Onorificenze ma senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso

e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,

cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore

e il titolo che il contenuto.

Meglio il numero di scarpa, che non dove va

colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.

È la sua forma che conta, non ciò che sente.

Cosa si sente?

Il fragore delle macchine che tritano la carta.”

fonte: http://www.fusiorari.org/arts-a-publishing/cultura/777-wislawa-szymborska-qascolta-come-mi-batte-forte-il-tuo-cuoreq.html


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