Turchia

Turchia, ciò che non si dice

golpe-in-turchiadi Vincenzo Maddaloni su altrenotizie.org che ringraziamo

In questi giorni molto s’è letto sulle repressioni in Turchia, ma poco o nulla sul perché del vasto consenso che sostiene il suo presidente e la sua “rivoluzione”. Poco si è scritto sulla “ secolarizzazione kemalista” che dal 2002 Erdogan assieme al suo partito, l’ Akp, combatte, e che l’Occidente invece amò e continua ad amare, sebbene il regime che Mustafa Kemal Atatürk impose alla Turchia si ispirava al fascismo degli anni Trenta, con modalità forse peggiori.

Per il momento non se ne parla. Intanto, sulle prime pagine dei mainstream si è iniziata la discesa della Turchia, a meno che un nuovo, tremendo ukaze di Recep Tayyip Erdo?an non ne risvegli l’interesse. Certamente rimane la domanda cruciale: il presidente continuerà con le purghe, oppure inizierà a ricucire quelle lacerazioni che il fallito golpe ha approfondito nella società turca?

Finora prevale la purga. Le ultime notizie dalla Turchia informano che la polizia ha arrestato a Erzurum, in Anatolia orientale – e lo ha trasferito nella capitale per interrogarlo – Muhammet Sait Gulen, nipote di Fethullah Gulen, il religioso e miliardario che dal 1999  vive in esilio negli Stati Uniti, e che è accusato di essere il principale ispiratore del tentato colpo di Stato del 15 luglio. Intanto sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il primo decreto dopo lo stato di emergenza, con il quale viene stabilito che potrà durare fino a trenta giorni il fermo di polizia senza la convalida del giudice.

Quello che i mainstream non dicono, o si “dimenticano” di ricordare, è che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha potuto scatenare la sua repressione bestiale perché gode di un grande sostegno popolare, raggiunto con il successo di un’economia che, viaggiando con ritmi cinesi, gli ha permesso di vincere tre elezioni di fila. E così, forte del consenso delle masse, egli ha potuto – negli anni – devitalizzare di molto il potere della vecchia guardia dei militari filo atlantici e laici. Il colpo di Stato nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 luglio gli ha offerto un inatteso pretesto per sgomberarsi forse definitivamente il campo incarcerando decine di migliaia di oppositori. Sicché tutto lascia pensare che alla fine di queste purghe anche l’assetto degli equilibri politici sul Bosforo ne usciranno modificati.

Infatti, fino a venerdì 14 luglio esistevano due Turchie, una contro l’altra e di peso uguale. Da una parte c’era la Turchia culturalmente europea, moderna, radicata nel ventunesimo secolo e composta dalla borghesia urbana, dai ricchi e dai giovani studenti con il loro fermento politico e sociale. Dall’altra parte la  Turchia dei conservatori islamici del Partito della giustizia e dello sviluppo – l’Akp – e del presidente Recep Tayyip Erdo?an. Quest’equilibrio – fallito il golpe – si è rotto, lo scenario s’è capovolto.

Agli occhi delle masse turche l’Akp, il partito fondato nel 2002 da Erdogan, è diventato la forza che ha lottato e lotta contro il laicismo radicale del fondatore della Turchia moderna, Kemal Atatürk, cioè  “contro l’ancien régime”. Infatti l’Akp, questo partito di conservatori islamici i quali non  hanno alcuna aspirazione jihadista, si dichiarano i fautori di una “lotta di classe” che, dopo la vittoria elettorale del 2002, ha strappato i bambini dalla fame e dalla miseria. Lo ha spiegato Hurichan Islamoglu, dell’Università del Bosforo: “In tredici anni Erdogan ha rivoluzionato il Paese. Ha creato una nuova classe media di ex contadini urbanizzati che lo adora. Il nostro reddito pro-capite medio è passato con lui da 2 mila dollari annuali a 11 mila. Se non si comprende questo non si capisce come mai egli è sopravvissuto al golpe”.

Dopotutto, la “rivoluzione” di Kemal Atatürk (1881-1938) non rispecchiava un ampio movimento popolare, bensì era stata imposta da una ristretta élite urbana – militare e intellettuale – su una società tradizionalista e per lo più rurale. Il Kemalismo impose non soltanto l’alfabeto latino al turco ufficiale, ma vietò pure l’uso di molti capi dell’abbigliamento tradizionali come il Fez, i pantaloni larghi per gli uomini, il velo per le donne, sostituendoli con quelli all’ europea e obbligando tutta la popolazione ad indossarli. Persino i cognomi arabo-musulmani dovettero essere cambiati o rimodulati sulla sonorità turca.

Nessuna società europea ha mai sperimentato una  rivoluzione culturale così lacerante, come non fu nemmeno nella  Cina del “Libretto rosso” di Lin Biao. In Occidente, la secolarizzazione era andata di pari passo con il progetto illuminista di democratizzazione e di liberalizzazione, con tempi e modalità diversi da paese a paese, e in alcuni dei quali non s’è completata ancora.

In Turchia la “trasformazione” proseguì con ritmo incalzante sotto un regime del tutto simile al fascismo europeo degli anni Trenta. Con tanto di partito unico di ispirazione nazionalista e con tanto di culto della personalità rappresentato dal presidente e fondatore della “nuova” Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. Soltanto nel 1950 il regime cominciò ad allentarsi, ma certamente non per le pressioni dell’ Occidente al quale il secolarismo kemalista è sempre piaciuto. E continua a piacere.

E’ dal 2002, con il susseguirsi delle vittorie elettorali dell’AKP che  il kemalismo finalmente si liberalizza politicamente (anche se non culturalmente) con un sistema pluripartitico liberamente eletto che apre anche ai conservatori tradizionali, ai quali era stato per lunghi anni negato l’accesso al Parlamento.

Così la Turchia culturalmente europea, moderna, radicata nel ventunesimo secolo e composta – come detto – dalla borghesia urbana, dai ricchi e dai giovani studenti, la Turchia dell’“l’ancien régime” è  stata stoppata. Il fallimento  del golpe sigla la sua sconfitta. Agli occhi delle masse – udite,udite – è l’Akp il partito islamista conservatore che  rappresenta la vera  forza progressista.

A ben guardare siamo di fronte un marxismo in salsa islamista, non molto dissimile dal khomeinismo degli albori che abbatté il regime dello Scià Reza Pahlavi. A guidare la guerriglia in Iran furono all’inizio i fedayyin-e khalgh (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare così le basi della protesta. Come in Turchia, anche in Iran il governo può contare da sempre sul sostegno della classe operaia, dei mostazafin, uno strato sociale per di più rurale che comprende tutte le famiglie redditi delle quali lambiscono la soglia di povertà.

Erdogan ha potuto accaparrarsi il consenso con maggiore velocità, facendo leva sul  boom economico della Turchia che ha effettivamente avvantaggiato i figli delle famiglie più povere, più religiose e più conservatrici. Nel contempo ha accelerato la conversione del paese al liberismo e il suo inserimento nel mondo globalizzato, senza perdere di vista il clero, anzi colmandolo di attenzioni e incassandone la riconoscenza.

Beninteso la Turchia accusa i colpi della recessione, un rallentamento dell’economia c’è stato, ma il Paese non è affatto prossimo al collasso, poiché il tasso di crescita che oscilla tra il 3 e il 4 per cento resta ancora abbastanza alto rispetto agli standard europei. Così  il settore privato turco può ancora ampiamente fare affidamento sui prestiti di istituti di credito occidentali: 56 per cento da quelli europei e 12 da quelli statunitensi, per un totale di 188 miliardi di dollari in 13 anni.

Ecco perché il sostegno ad Erdogan dalla gran parte dei turchi non viene meno, anzi è aumentato. Naturalmente l’economia per via del golpe è adesso sotto pressione, con Standard & Poor’s che ha tagliato il rating turco a BB e la lira precipitata di quasi il 10 per cento nel cambio con il dollaro. Ma tutto lascia prevedere che questa situazione di incertezza finanziaria non durerà a lungo.

Se questa convinzione non fosse ben radicata nel popolo che lo sostiene, nella notte del golpe non ci sarebbe stata risposta all’appello di Erdogan. La gente non sarebbe scesa in piazza, sventolando la bandiera nazionale decorata con «un riflesso della luna che occulta una stella», a ricordare che quel riflesso di luna apparve nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la battaglia di Kosovo nel 1448, che segnò pure l’inizio dell’Impero ottomano.

Anche questo sventolio di vessilli aiuta a capire che nella Turchia di Erdogan, diversamente da quella di Atatürk, c’è una coesione e una sintonia tra Stato e società civile come mai era accaduto nella storia del Paese. Esse si fondano sulla certezza che questi conservatori islamisti dell’Akp non hanno alcuna intenzione di sostituire le insegne della “lotta di classe” con quelle dell’Islam, di trasformare la Turchia in una ierocrazia, in un governo di preti come in Iran.

Così si spiega perché la Turchia non ha alleati nel mondo arabo, e adesso che è ai ferri corti con gli Stati Uniti e con l’Europa rischia di rimanere isolata davvero. Ma non lo sarà per molto, perché essa ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, è il secondo paese Nato per potenza militare e ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a consolidare un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente. Ecco perché diventa cruciale la domanda sulle purghe, se cesseranno oppure no.

fonte: http://www.altrenotizie.org/articoli/cultura.html


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