Nel giallo di Dürrenmatt ciò che prima sembrava oscurare ora illumina Il giudice e il suo boia, resa dei conti di un commissario con il rivale di sempre

L’edificio del romanzo è curato e compatto, ne intravediamo i pieni e i vuoti, elementi di una struttura a prima vista unitaria e omogenea. Ma l’apparente uniformità nasconde in realtà un profondo dualismo

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MATTEO PERICOLI per LA STAMPA che ringraziamo

Il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt, Il giudice e il suo boia, si annoda intorno all’improvviso incontro notturno tra il commissario Bärlach e Gastmann, il suo rivale di sempre. Fino a quel punto il protagonista, un ispettore della polizia di Berna, era stato impegnato a condurre le indagini sull’omicidio di un collega.  

Durante l’incontro si scopre che i due si conoscono quarant’anni prima in una bettola del Bosforo. «Eccitati dalle infernali misture […] e ancor più dalla nostra giovane età» fanno una scommessa che li legherà per il resto della vita. Bärlach sostiene che è «da stupidi compiere un delitto»: l’imperfezione umana, le imprevedibili azioni degli altri e il non poter tener conto del caso sono i motivi per cui la maggior parte dei delitti vengono immancabilmente svelati. L’avversario, «per contraddirti, ma senza vera convinzione», sostiene invece (e quindi scommette) che è proprio grazie al «garbuglio dei rapporti umani» che gli sarà possibile commettere delitti irrisolvibili, di cui Bärlach non sarà mai in grado di fornire le prove. Da quel giorno il commissario passa la vita a cercare di inchiodare il suo avversario.

È la resa dei conti. Quarant’anni dopo e con in gioco sia la scommessa sia la vita dell’ormai malato Bärlach, anche noi lettori sembriamo essere nelle condizioni di mettere insieme i pezzi dell’ennesimo crimine di Gastmann e di quella che sembra essere la struttura classica di un grande romanzo giallo. Assieme al commissario, crediamo di aver identificato il colpevole e di aver messo insieme alcuni indizi nascosti nel testo. Il coronamento dell’architettura è ormai alla nostra portata e non ci resta che assistere a come Dürrenmatt, attraverso Bärlach, completerà il giallo fin qui impostato.  

 

(Le due imponenti forme che contrappongono e si specchiano, si inseguono e si completano, sono i due protagonisti del romanzo di Dürrenmatt, legati da una vecchia scommessa )

L’edificio è curato e compatto. Ne intravediamo i pieni e i vuoti, elementi di una struttura a prima vista unitaria e omogenea. L’apparente uniformità non fa che nascondere il profondo dualismo della costruzione. Lo spazio nel quale stiamo per entrare infatti non è quello della struttura del giallo: le due imponenti forme che si contrappongono e si specchiano, che si inseguono e si completano, sono i due protagonisti legati dalla scommessa.

Come nel romanzo – che con una sorpresa finale capovolge tutto, trasformando la struttura finora data per scontata in un profondo dilemma morale ed esistenziale – così nell’edificio ciò che sembrava oscurare ora illumina, ciò che copriva ora è coperto, ciò che sembrava reggere ora non è altro che un peso da sostenere e capire.

(“Il giudice e il suo boia”, qui nell’edizione Adelphidel 2015, pp. 121, €15, è stato scritto da Friedrich Dürrenmatt nel 1952)

Come ha potuto Bärlach, proprio lui, finire col cedere alla diabolica provocazione di Gastmann e, pur di incastrarlo, affidarsi all’«imperfezione umana» per ottenere il suo scopo? Il vuoto al centro dell’edificio, attorno al quale i due volumi si tormentano, quel nulla nel cuore dell’architettura, potrebbe nascondere la risposta.

In collaborazione con Giuseppe Franco  


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