Se vi dicono che non si fanno più bei libri, non credeteci.

Le sneakers di Roland Barthes

di FRANCESCO GUGLIERI per IL de ilSole24ore che ringraziamo

I carteggi del saggista francese, pubblicati dal Saggiatore, sono l’album di famiglia del secondo Novecento europeo, quando gli “intellò” erano, nel bene e nel male, i protagonisti del discorso pubblico. È un’epoca ormai tramontata? Forse, ma quanto ci manca un “Miti d’oggi” aggiornato al 2016

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Se vi dicono che non si fanno più bei libri, non credeteci.

Ad esempio: in questi giorni il Saggiatore ne manda in libreria uno interessantissimo. Si intitola Album ed è un grosso tomo di quasi cinquecento pagine che raccoglie «inediti, lettere e altri scritti» di Roland Barthes. Può sembrare un’uscita magnificamente inattuale o una chicca per feticisti di Barthes. Ma per quanto, lo ammetto, io appartenga senz’altro a quest’ultima infelice genìa, non penso che Album abbia valore unicamente antiquario. Mi piace pensare che il giudizio non sia troppo offuscato dalla riconoscenza che devo a Barthes per tutte le volte che mi ha salvato la vita.

I carteggi hanno sempre un po’ il fascino della seduta spiritica e in questo caso doppiamente: sia perché quello di Barthes è forse uno degli ultimi grandi carteggi del secolo – il fatal furgoncino lo investe uccidendolo nel 1980 e la generazione successiva entrerà già, almeno in parte, nell’epoca della posta elettronica, ben più effimera e di difficile ricostruzione. Sia perché aprire questo libro vuol dire davvero sfogliare l’album di famiglia del secondo Novecento europeo. Barthes è stato come nessun altro al centro di una rete di relazioni, amicali e intellettuali, che ha definito l’intellettualità francese in un tempo in cui l’intellettualità francese definiva il pensiero europeo e gli intellò, nel bene e nel male, erano protagonisti del discorso pubblico. Stagione effimera che lo strabismo retrospettivo ingigantisce e di cui stiamo ancora malamente elaborando il lutto con tutto il cascame di nostalgie e sospiri malinconici che ne consegue.

Basta scorrere l’indirizzario di queste lettere per ritrovarsi al centro di un ballo di meravigliosi fantasmi: Raymond Queneau, Jean Paulhan, gli stati maggiori di Gallimard e Seuil, Alain Robbe-Grillet, Michel Butor, Maurice Blanchot, Claude Lévi-Strauss, Georges Perec, Jacques Derrida, Jean Starobinski, Michel Foucault (di quest’ultimo mancano le lettere perché tanto era quotidiana la frequentazione che non ce n’era bisogno). Una possibilità, allora, è quella di spiluccare il libro come un album di figurine vintage, il Real Madrid del post-strutturalismo, e languidamente lasciarsi andare ai rimpianti e alle lamentazioni per la tristezza del presente. Guardarlo con la meraviglia subalterna del bambino di fronte all’album di francobolli esotici.

Il francobollo è un dizionario illustrato, (…) una sorta di Olimpo spirituale, un’immagine mobile, aperta a tutte le combinazioni, e tra questi Olimpici di tutti i tempi e tutti i paesi si instaura un dialogo infinito: su una stessa busta Beethoven può conversare con Maryse Bastié, Bugeaud con Michelangelo, Gargantua con suor Élisabeth,

scrive Barthes in una «mitologia» inedita dedicata al francobollo e raccolta in Album. Ma sul francobollo

non c’è posto per l’inquietudine: i rivoluzionari sono ammessi soltanto se il tempo li ha resi inoffensivi, e i poeti maledetti soltanto se si sono convertiti. Il francobollo raffigura esclusivamente quel che è stato consacrato dalla società. Il francobollo è docile, docile come un’immagine.

Forse anche Barthes oggi è un francobollo, quando non un santino consacrato e per questo docile quando non inutile. In fondo la copertina stessa di Album gioca ironicamente con questa idea: è una foto di Barthes elaborata come fosse un quadro di Andy Warhol (anzi quattro: tante sono le varianti disponibili in libreria. Bella idea del Saggiatore). Un’icona pop, perennemente interscambiabile, un nome-segnaposto che serve solo per ricordare, anzi alludere, a quell’epoca lontana. Un ammiccamento tra gli iniziati e nulla più.

Se così fosse (e così in effetti rischia di essere) sarebbe un peccato. Bisogna invece compiere un’operazione se non antistorica di certo antistoricista e rivitalizzare Barthes oggi.

Bisogna evitare di lasciarci sfuggire nostra epoca, l’unica che abbiamo da vivere,

come scrive lui stesso in uno dei testi di Album.

Del resto se tutta la multiforme, magmatica, asistematica opera di Roland Barthes dovesse ridursi a un’unica lezione, a un solo concetto, sarebbe la necessità di emanciparsi da ogni storicismo.

Tradirlo, strapparlo dal museo in cui rischia di languire, è l’unico modo per saldare il debito di riconoscenza che più generazioni di devoti alla letteratura hanno nei suoi confronti. Barthes mi ha salvato la vita perché ogni volta che la furia normatrice dell’università e di ogni discorso istituzionale mi riportava all’ordine, alla lettera del testo, al buon senso filologico, all’ideologia dipartimentale, lui e la spiazzante genialità dei suoi libri mi faceva rialzare la testa verso orizzonti più ampi. Non ha trasmesso un metodo (troppo inquieto per fermarsi su uno soltanto), né una scuola e neanche una disciplina: ha lasciato però un atteggiamento, una postura.

E se questo è vero per la critica letteraria è vero anche in un contesto più ampio. Gli eccessi barthesiani, i furori semiologici, le sbracate all’insegna del “piacere del testo”, hanno prodotto dei mostri che nessuno rimpiange. Quello che rimpiango è l’acutezza dello sguardo, l’attenzione al dettaglio da far lavorare contro se stesso, l’astuzia della ragione che vorrei applicata a certi fenomeni della contemporaneità. Sogno un’edizione di Miti d’oggi aggiornata ad altezza 2016 che smonti pezzo a pezzo i tweet di Carlo Sibilia, la pettinatura di Donald Trump, la brutta punteggiatura populista (fateci caso: non c’è commento su Facebook di tenore antieuropeista che usi tre puntini di sospensione invece di due o non aggiunga uno spazio prima della virgola: perché?), gli editoriali di Eugenio Scalfari, le camicie bianche con le maniche arrotolate, le vignette del Fatto, le sneakers, l’indignazione in forma di meme, il moralismo a sette colonne, le infografiche, Report, i libri fotografati su Instagram, Rousseau e il sistema operativo del MoVimento 5 Stelle (qualsiasi cosa esso sia), il vero partigiano, le sneakers fluo, le slide, i droni, le fassonerie, «gli euro risparmiati da Virginia Raggi: fate girare», le sneakers personalizzate, le dirette streaming, i libri di Barthes.


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