81/2016: Murakami Haruki, Vento e flipper, Einaudi 2016, pag. 229

murakami-haruki-vento-flipper«Mentre vi consumate in solitudine attaccati a un flipper, un altro sta leggendo Proust. Un altro ancora sta pomiciando con la sua ragazza (…). Il primo forse diventerà uno scrittore (…) Il secondo si sposerà (…). Un flipper invece non vi porterà da nessuna parte». Sembra di leggere il Roland Barthes di L’impero dei segni (1970) che non riusciva a rassegnarsi, in giro per Tokyo, a vedere orde di ragazzi incollati per ore al pachinko (una sorta di slot machine). E invece è un brano di Murakami Haruki, che descriveva così l’ossessione dei giovani della sua generazione nel secondo di due brevi romanzi – Ascolta la canzone del vento (1979) e Flipper, 1973 (1980) – con cui fece il proprio esordio in Giappone. Entrambi a lungo inediti in Europa per volontà dell’autore, sono ora pubblicati per la prima volta in Italia, nello stesso volume, da Einaudi, nella traduzione di Antonietta Pastore.
La memoria – sostiene Murakami – è «come carta carbone fuori posto, tutto un po’ sfasato rispetto a un passato irripetibile». A distanza di anni, l’autore giapponese racconta di aver avuto l’idea di diventare scrittore davanti a un flipper: come la pallina da baseball che vola sulla New York di Underworld (1997) di Don DeLillo, il matto girovagare di quella del flipper rappresenterebbe il disordine del reale, le spinte dell’ambizione, l’intrecciarsi dei destini degli uomini. I due romanzi hanno per protagonista lo stesso giovane che racconta, in Ascolta la canzone del vento, gli anni di università, passati con il miglior amico, detto il Sorcio, a bere birra, leggere libri, chiacchierare (nella convinzione, molto dostoevskijana, verrebbe da dire, di poter trasformare la realtà con uno scambio di idee), inseguire ragazze e poi dimenticarle. In Flipper, 1973, invece, si prosegue con il passaggio al mondo degli adulti, l’apertura di una piccola agenzia di traduzioni e la relazione con due gemelle, sbucate dal nulla direttamente nel letto del narratore, senza nome, senza storia, senza altri desideri che stare con lui.

Tutto passa ma noi ricordiamo

«Ho imparato molto sulla scrittura da Derek Heartfield. Quasi tutto, dovrei dire», ammette a un certo punto Murakami. Peccato che tale Heartfield sia un personaggio d’invenzione e il divertissement borgesiano serva a esibire la spavalderia dell’esordiente, sicuro dei propri mezzi. In verità, come si sa, di primi romanzi che raccontano la storia di un giovane che vuole diventare scrittore sono pieni i cestini delle case editrici: li si giudica spesso eccessivi, sovraccarichi, privi di equilibrio. Ma quando riescono, c’è da leccarsi i baffi. Ascolta la canzone del vento ha un inizio marcatamente metaletterario: più che un romanzo sembra un misto tra un manuale di scrittura e una giustificazione per la debolezza di voler scrivere di sé, con giri di frase, come sempre in Murakami, che sono anche meravigliosi aforismi. Poi comincia la storia, e la voce narrante esprime, da una vicenda all’altra, l’ansia di ricomporre l’imperscrutabilità del reale, l’imponderabile fatica di esistere, qui e ora, attraverso la scrittura. «Dobbiamo conoscere la profondità della notte dalla luce del giorno?», è la domanda di Nietzsche che Murakami immagina scritta, a mo’ di epitaffio, sulla tomba di Heartfield.

Fin dal romanzo d’esordio agisce nella scrittura di Murakami lo stile laconico, senza mai una parola fuori posto, del futuro traduttore di Carver. «Sono nato sotto una strana stella. Vedi, quando ho voluto qualcosa, sono sempre riuscito ad averla. Ma una volta che l’ho ottenuta, qualcos’altro è andato distrutto», si legge in Ascolta la canzone del vento. La cifra di questo stile è la malinconia: una malinconia che, nelle atmosfere fatalistiche, in certo modo kafkiane, di chi non riesce mai a scegliere, si ritrova la vita scorrersi addosso e scopre di avere un destino scritto da altri: «Tutto passa. È qualcosa contro cui nessuno di noi può fare niente. Ci tocca vivere accettando quest’idea».
La risposta di Murakami all’irreversibilità del tempo è lasciarsi andare al flusso degli eventi senza pensare di poterlo dirigere, ma collezionando sensazioni insolite, illuminazioni improvvise, frammenti di fato. È a questo che serve quel supporto speciale della memoria che è la scrittura, come poi Murakami avrebbe ripetuto in Kafka sulla spiaggia (2008): «Tutti perdiamo continuamente tante cose importanti. Occasioni preziose, possibilità, emozioni irripetibili. Vivere significa anche questo. Ma ognuno di noi nella propria testa ha una piccola stanza dove può conservare tutte queste cose in forma di ricordi».

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Murakami Haruki

Quando si sveglia dopo l’ennesima sbornia, e si ritrova le due gemelle nel letto, il narratore di Flipper, 1973, pensa di averne dimenticato i nomi, ma scopre che non ne hanno mai avuti. Allora cerca per loro dei soprannomi e le chiama scherzosamente «entrata» e «uscita», sperando che anche l’«entrata» e l’«uscita» di ogni nuova storia o avventura che possa loro capitare siano altrettanto inseparabili. «Questa è l’entrata. Sarebbe bello che ci fosse anche un’uscita. Perché se non ci fosse non avrebbe alcun senso scrivere».


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