82/2016: Simona Lo Iacono, Le streghe di Lenzavacche, e/o 2016, pag. 153

lo-iaconoCome il precedente Effatà (in ebraico “apriti”), anche questo recente romanzo racconta di un’infanzia difficile, dell’amore per chi ha bisogno, dello sforzo di comunicazione. Ed è giocato su più piani temporali che s’intrecciano. In Effatà, ambientato nella Siracusa dell’autrice, Nino, un bambino sordomuto degli anni cinquanta, trova nel maestro di buca del teatro nel quale lavora la madre un aiuto per compiere progressi insperati. Il maestro è stato però collaboratore del medico personale di Hitler, impegnato nel programma di eugenetica nazista, e ha quindi compiuto un percorso di redenzione. La storia di Nino si alterna con quelle dei verbali nazisti, in realtà ritrascritti dall’autrice che sperimentalmente si mette alla prova con diversi codici di pratica testuale.

Nel recente Le streghe di Lenzavacche, un paesino siciliano, protagonista è Felice, nato negli anni del fascismo con una deformità fisica che gli impedisce di comunicare e stare in piedi – infrazione al vitalismo del regime. A lui si dedicano la madre Rosalba, in un simbiotico rapporto, e la nonna Tilde. Il padre, un arrotino mai sposato, viene preso un giorno da agenti del regime. Anche qui, oltre all’amore, centrale è lo sforzo di comunicazione, che dell’amore è diretta espressione. La madre, appassionata di letture, fa crescere il figlio nel mondo delle storie inventate, visto che il mondo reale gli è precluso. Il farmacista Mussumeli a sua volta intende surrogare la figura paterna. Inoltre costruisce un marchingegno che permette al piccolo di stare dritto, e ne costruisce un altro che permette, attraverso lettere componibili mosse dal soffio o dallo sputo di Felice, di “scrivere” parole.

In ogni capitolo compare poi una missiva, indirizzata a una zia da un giovane maestro capitato nel 1938 nella scuola del paese, chiamata “Maria Montessori”, la pedagogista italiana, in realtà al tempo ancora viva, e in esilio per dissapori con il regime (una voluta “contraddizione”). Il maestro riesce a rimanere nella scuola quando ai soli suoi nove alunni, se ne aggiunge il decimo necessario (non diciamo chi). Il maestro aveva man mano perso gli allievi per il suo balzano metodo di insegnare attraverso racconti, invenzioni che hanno la colpa di suscitare la fantasia, pericolo per un regime.

Ecco infine l’infrazione di fondo, che giustifica il titolo. Tilde e Rosalba sono discendenti di streghe, la cui condizione è per antonomasia irregolare. E la loro storia, compresi Felice e l’arrotino, è la replica di vicende vissute da personaggi del passato ma con gli stessi nomi. Ne racconta le vicende una (presunta?) cronaca del Seicento che del tempo riproduce il linguaggio. Era allora stato fondato un monastero per accogliere fanciulle sbandate e raso al suolo con una carneficina, con l’accusa di stregonerie. Le “streghe” sono l’altro aspetto del mondo, irreale e irregolare ma vero e giusto. Al bambino la nonna Tilde spiega chi sono: “Le streghe insomma si distinguono dal resto del mondo […] e sbaglia chi pensa che siano indecenti e misteriose. A Lenzavacche sono state ingiustamente perseguitate per secoli, e quel poco che resta del loro ceppo è guardato con circospezione e paura. Le credono disonorate e senza Dio, una stirpe maligna su cui far sgrondare aspersori e cera di candele. Non sanno invece che vegliano sul sonno, proteggono i deboli, non giudicano il prossimo. Sono stravaganti, disordinate e vedove, Felice. Ma sono le madri”.

enzo.rega@libero.it

E Rega è insegnante e saggista

Simona Lo Iacono – Le streghe di Lenzavacche


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