83/2016: Joe R. Lansdale, Paradise sky, trad. Luca Briasco, Einaudi 2016, pag. 505

Paradise Sky: un’epopea di 500 pagine
Pubblicato il 17/10/2016
massimo vincenzi

Ho iniziato ad amare il western da bambino, in quelle storie c’era l’essenza della vita: azione, morte, amore, buoni, cattivi, pistole, sangue e sogni». A quelle storie ritorna ora Joe R. Lansdale che riabbraccia una delle sue prime passioni e scrive un’epopea di 500 pagine: Paradise Sky. È la definitiva consacrazione della rinascita di un genere che tanto ha nutrito il nostro immaginario. Tendenza al solito annusata al volo prima da Hollywood, il remake di Magnifici sette è solo l’ultima prova, rilanciata dalla televisione con serie come Hell on Wheels e adesso sancita dallo scrittore di frontiera per eccellenza, colui (definizione sua) che ha fatto del Texas «uno stato mentale».

La trama è racchiusa nelle prime venti righe, ma l’incipit che svela tutto anziché togliere la voglia obbliga ad arrivare in fondo e a farlo anche velocemente. Il protagonista è Nat Love, che in realtà all’inizio si chiama Willie Jackson e chiuderà con un terzo pseudonimo: Deadwood Dick. Lui è un ragazzo nero che vive all’indomani della Guerra Civile americana, quando i bianchi del Sud sconfitti non avevano digerito quello che ancora oggi sta sullo stomaco e nelle menti di molti di loro: ovvero che gli afroamericani erano e sono e saranno uomini e donne come tutti gli altri. La molla scatta con un classico delle tensioni razziali di quel periodo: il giovane sbircia senza nemmeno troppa convinzione il sedere di una donna bianca, moglie di un razzista furente e testardo. Questo sguardo da niente obbliga il protagonista ad una repentina fuga a casa dal padre dove il destino compie il suo primo giro e l’avventura comincia.

Il romanzo ha il respiro lungo delle grandi saghe, mentre le pagine scorrono, le immagini iniziano a danzare davanti agli occhi come in un sogno avvolgente: si sentono gli spari, il soffio del vento caldo e il gelo della luna del deserto. Questo grazie ad uno stile mai come adesso adulto e maturo, come se in questo scenario Lansdale, libero dalle barriere del genere noir e dei personaggi seriali, trovasse finalmente il passo giusto. Lo stile è tutto: spinge la storia anche quando sembra arenarsi in stereotipi già visti. Il ritmo è da film e c’è da scommetterci che gli Studios ci metteranno sopra le mani. C’è Quentin Tarantino ovviamente: le scene di violenza sono Django (oltre alla similitudine del cowboy di colore). C’è Sergio Leone: le pagine della descrizione della cittadina Deadwood nel South Dakota ricordano la scena di C’era una volta il West quando la camera si alza sul tetto del paesino seguendo i passi di Claudia Cardinale e svelando i minimi particolari di un piccolo mondo antico. I dettagli sono la chiave: le armi hanno nomi e cognomi, ci sono la Colt Peacemaker, c’è il Revolver La Mat, ci sono i fucili Winchester. I personaggi sfilano in ordine di apparizione: cinesi, indiani, cacciatori di uomini, soldati yankees, prostitute e pianisti da saloon, sceriffi, razziatori di cavalli: si muovono tutti sulla scena perfettamente descritti con un aggettivo, una mezza frase. Il linguaggio diventa evocativo: «… Il grosso ventre bianco era appoggiato alla cintura come un sacco di patate, e torceva le labbra in mezzo alla barba come fossero due vermi rossi che cercavano di uscire da un groviglio di erba….», detto del cattivo Sam Ruggert. Poi le battute secche e definitive come sarebbero piaciute al più grande creatore di dialoghi di tutti i tempi: Elmore Leonard. «… Stiamo tranquilli, gli indiani hanno pessima mira…» dice un tizio prima di essere colpito a morte da un pellerossa. «Si saranno esercitati» è la chiosa di Nat Love.

Paradise Sky è inzuppato di cose. È un racconto di formazione: il ragazzo troverà un mentore al quale dedicare il suo primo pseudonimo. È una storia d’avventura. È un’anatomia spietata dei sentimenti cardine della tragedia umana: amore e vendetta. È un regalo appassionato al West. Ma è infine, e forse soprattutto, un romanzo di coscienza civile. Nell’America che rivede esplodere gli scontri razziali, Lansdale mette in sella un eroe nero, riabilitando così un gruppo di uomini (in verità più numeroso di quanto si pensi) sino ad ora poco raccontato dai creativi. Nat Love è realmente esistito, ha combattuto con Custer, ha lavorato con Buffalo Bill, incrociato le armi al fianco di Pat Garrett e Billy the Kid. Lansdale prende la realtà, la cancella e ce la restituisce luccicante: «Mi sono innamorato di lui nel 1970 leggendo la sua autobiografia e da allora penso a come trasformarla in un romanzo. È una storia che merita di essere raccontata ancora: Nat è un simbolo di libertà e coraggio». Le molle sulle quali dovrebbe rimbalzare un mondo migliore.

http://www.lastampa.it/2016/10/17/cultura/tuttolibri/joe-r-lansdale-un-cowboy-nero-per-sfidare-il-sud-razzista-y9jeDV0wiOP3urUATUppYK/pagina.html


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