84/2016: Orhan Pamuk, Neve, Einaudi 2004, pag. 468

th“La mattina del 7 gennaio stavo lavorando alla versione turca del mio nuovo romanzo, ‘A strangeness in my mind’, quando controllando i messaggi di posta elettronica mi sono accorto dalle domande di alcune giornalisti che qualcosa di terribile era avvenuto a Parigi. Mi sono collegato ai siti Internet e ho appreso dell’attacco terroristico alla redazione di ‘Charlie Hebdo’: dopo lo shock iniziale, mi ha preso un sentimento di tristezza e insieme di rabbia e frustrazione. Cosa può fare uno scrittore di fronte a tanta violenza? Gli appelli, le parole sono molto meno efficaci delle pallottole delle bombe”.
Orhan Pamuk, 62 anni, premio Nobel per la letteratura nel 2006, è il maggiore scrittore turco. Tra i suoi nove romanzi, tradotti in più di sessanta lingue e venduti in tutto il mondo (in Italia sono pubblicati da Einaudi), da “Il libro nero” a “Il mio nome è rosso” al “Museo dell’innocenza”, ce n’è uno, “Neve”, uscito dodici anni fa, in cui affronta il problema dell’Islam politico.
Pamuk, scrittore solitario che rifugge dalle facili etichette politiche, si è trovato nel 2005 a diventare un simbolo pubblico suo malgrado quando è stato attaccato e messo sotto processo per le dichiarazioni e gli scritti sul genocidio armeno e la persecuzione dei curdi.
Legatissimo alla sua Istanbul, cui ha dedicato uno splendido saggio autobiografico, Pamuk è un grande viaggiatore: visita spesso l’Europa e ogni anno insegna sei mesi letteratura nelle università degli Stati Uniti.
D. L’attacco alla redazione di ‘Charlie Hebdo’ è stato definito l’11 settembre europeo. E’ d’accordo?
R. E’ ovviamente altrettanto terribile dell’11 settembre 2001 ma non me la sento di giudicare le sofferenze umane e paragonarle. Una cosa tuttavia vorrei dire: sono sicuro che l’Europa saprà evitare le tentazioni islamofobiche che hanno percorso la società americana dopo l’attacco alle Torri Gemelle. Durante i miei soggiorni negli Stati Uniti avvertivo una diffidenza crescente per esempio fra i vicini di casa nelle città di provincia del Midwest oppure rispondevo con un certo imbarazzo quando in un banale controllo automobilistico il poliziotto mi chiedeva se ero musulmano. Non tutti i musulmani sono terroristi.
D. Eppure il terrorismo islamico è una minaccia reale.
R. Credo che il terrorismo fondamentalista non sia diverso da ogni tipo di terrorismo. Sì, ci sono partiti politici che usano e abusano dell’Islam. Come tante persone laiche nella mia parte del mondo sono critico con loro, ma non possono essere paragonati ai terroristi per quel che fanno. Possiamo per esempio distinguere tra i partiti cristiano democratici e per esempio i cristiani fondamentalisti che fecero l’attentato a Oklahoma City negli Usa… Quindi neppure tutti gli islamisti sono terroristi, sebbene essi tendano a essere tolleranti con i fondamentalisti islamici che praticano il terrore: la distinzione fra l’islamismo moderato e il terrorismo fondamentalista islamico è essenziale per capire la politica nel mondo islamico. Ho scritto di questo e della fragile situazione dei liberali nel nostro mondo secolarizzato nel mio romanzo “Neve”.
D. Parla di questi temi anche nel suo nuovo romanzo, “A strangeness in my mind”?
R. Lasciamo perdere il mio nuovo libro, ne parleremo quando uscirà in Italia. Se intendeva farmi una domanda sulla Turchia, le rispondo che nel mio Paese si è affermato un Islam politico che è ben lontano dal terrorismo. Il partito islamico è andato al potere in Turchia attraverso libere elezioni e in maniera pacifica. Oggi, nel mio Paese la libertà di opinione viene limitata e soppressa non con il terrore ma con certe azioni di governo.
D. La strage di ‘Charlie Hebdo’ è anche un attacco alla libertà di opinione, uno dei capisaldi delle democrazie europee e occidentali. Come difendersi?
R. La libertà di opinione non è solo un fondamento della civiltà europea ma è un valore universale, appartiene a tutta l’umanità. I terroristi che hanno agito a Parigi volevano proprio colpire la libertà di opinione, cosa che non sta loro a cuore. Quegli attentati sono stati anche una ferita per quanti come me credono che musulmani e cristiani possano vivere pacificamente in Europa e che è possibile una pacifica convivenza tra Occidente cristiano e Islam. Sterminando la redazione di ‘Charlie Hebdo’ i terroristi avevano due obiettivi: da un lato far crescere il risentimento contro l’Islam in Europa, dall’altro diffondere la convinzione nelle società islamiche che non è possibile vivere pacificamente con ‘chi ci odia’.
Questo è molto triste per chi come me crede che il futuro della Turchia sia accanto all’Europa, anzi nell’Unione europea.
D. In Italia e in Europa sta crescendo una corrente di opinione che chiede all’Islam maggiore responsabilità contro il terrorismo, che si alzi una voce autorevole a dire che un certo tipo di violenza fa parte dell’”album di famiglia” e, quindi, prenderne le distanze risolutamente.
R. Sono d’accordo con questa affermazione ma la democratizzazione dell’Islam dovrebbe arrivare dagli stessi musulmani piuttosto che essere una risposta alle ragionevoli pressioni della comunità internazionale. Nella parte del mondo in cui vivo non solo non puoi fare una vignetta contro il Profeta ma nemmeno contro il Presidente della Repubblica o il Capo di Stato maggiore.
Farò un altro esempio: in Egitto il presidente Al Sisi è a capo di uno governo laico che nega una completa libertà di espressione.
Alla fine il problema è la scarsa libertà di opinione in una democrazia. Quanto di questo dipenda dall’Islam e quanto dalle attitudini autoritarie delle società non occidentali è difficile dire. E’ un dovere morale criticare i governi quando limitano la libertà di opinione e distruggono le basi della democrazia. Abbiamo molto da fare in questo senso in Turchia.
D. E’ utopistico chiedere ai governi dei Paesi islamici il riconoscimento chiaro dei valori democratici?
R. Potrebbe essere un’utopia ma è moralmente e politicamente giusto. E’ essenziale che chiediamo maggiore democrazia nei Paesi islamici e che ci battiamo contro l’idea che l’Islam e la democrazia non sono compatibili. E’ questo il punto cruciale: i Paesi islamici possono dirsi moderni soltanto se riconoscono la democrazia e rispettano la libertà di opinione, i diritti delle minoranze, il voto delle persone. Essi lo fanno raramente. Il boom economico non è una garanzia di democrazia, abbiamo una notevole crescita economica ma la democrazia non aumenta affatto, almeno non allo stesso passo.
D. Qual è il Paese islamico che riconosce i valori della democrazia?
R. Sfortunatamente ce ne sono molto pochi, quasi nessuno. Spesso, ci sono elementi di democrazia qua e là, ma nello stesso tempo la libertà di opinione è limitata. Un fatto questo dovuto a un insieme di fattori: il ritardato sviluppo economico, la difficile emancipazione dal colonialismo, i retaggi arcaici dell’Islam, che non è l’unico responsabile.
A questo punto vorrei ripetere che non esiste democrazia senza libertà di opinione e che in Turchia tantissime persone rischiano per difendere la libertà di espressione. E ho visto molta gente addolorata e solidale con le vittime dell’attacco a ‘Charlie Hebdo’.

D. C’è chi sostiene che per battere il terrorismo islamista bisogna allearsi con personaggi scomodi, non proprio campioni di libertà ma che sanno fronteggiare il nemico, con l’egiziano Al Sisi e il russo Putin.
R. Ciò significa che Mubarak e Saddam erano bravi ragazzi solo perché mettevano gli islamisti in galera… Saddam Hussein era un dittatore laico che avversava l’Islam politico ma gli Stati Uniti e l’Europa l’hanno abbattuto.
Non credo sia giusto legittimare le dittature militari per il solo fatto che sanno tenere a bada l’Islam politico. Di fatto questa vecchia mentalità coloniale implica che i Paesi islamici meritino solo dittatori e che la democrazia non fa per loro. Preferisco essere considerato un liberale naif piuttosto che condividere questo modo di pensare.
D. Dopo gli attentati a Parigi si è svolta una manifestazione oceanica cui hanno partecipato circa cinquanta tra capi di Stato e di governo. Tra essi alcuni non erano campioni di democrazia, come il vostro primo ministro Ahmet Davutoglu.
R. E’ un fatto positivo che fosse lì. La comunità internazionale dovrebbe allo stesso tempo accettare e criticare i governanti della Turchia piuttosto che isolarli. Il fallimento del negoziato fra l’Unione europea e il mio Paese non ha certo migliorato la nostra democrazia. Oggi, mentre le parlo, sento che Twitter e You Tube potrebbero di nuovo essere bandite. Alcuni giornalisti sono finiti in prigione, altri vengono licenziati o si sentono comunque sotto pressione.
La libertà d’opinione è fortemente limitata in Turchia, ma per onestà devo dire che lo era anche prima, quando al potere non c’era il partito di ispirazione islamica, ma i laici e i militari.
Dino Messina

Orhan Pamuk: una via democratica per l’Islam


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: