86/2016: Julian Barnes, Il rumore del tempo, trad. Susanna Basso, Einaudi 2016, pag. 191

barnes-kg4d-u1090458943693dug-680x600lastampa-itJulian Barnes, compagno Sostakovic la tua musica è solo rumore del caos

Tra libertà del creare e violenza del potereil dramma dell’artista stroncato da Stalin
Pubblicato il 06/09/2016
paolo bertinetti
La prima dell’opera Lady Macbeth del distretto di Mcensk di Sostakovic ebbe luogo nel gennaio del 1934. Un grandissimo successo. Nel gennaio del 1936 Stalin decise di andarla a vedere: uscì dal teatro prima della fine. Poco dopo sulla Pravda comparve un articolo anonimo (forse scritto da Stalin) che definiva l’opera «caos anziché musica». L’atteggiamento dei critici mutò radicalmente e tutti i lavori di Sostakovic, diventato un «nemico del popolo», vennero esclusi dal repertorio.

Nella stagione delle purghe staliniane quell’articolo era una sentenza di morte. A Sostakovic non restò che prepararsi all’interrogatorio che si sarebbe concluso automaticamente con la sua condanna. Le sue drammatiche e «istruttive» vicende sono raccontate nel romanzo Il rumore del tempo di Julian Barnes, il raffinato autore del Pappagallo di Flaubert, e ha inizio con il compositore, vestito di tutto punto, con una valigetta contenente sigarette, dentifricio e biancheria, che sul pianerottolo del suo alloggio aspetta che lo vengano a prendere. Nella sua mente passano i ricordi della sua giovinezza, dei suoi amori, dei suoi successi, di quando Stalin se n’era uscito dal teatro. Il racconto procede tra passato e presente, creando, con la minimalista descrizione dell’attesa, un formidabile effetto di suspense.

L’interrogatorio, la prima delle tre «conversazioni con il potere» in cui è diviso il libro, è condotta dal gelido funzionario Zakrevsky. E’ un sabato. Dopo due notti insonni, il lunedì Sostakovic si presenta all’ingresso dell’edificio da cui, a conclusione dell’interrogatorio, uscirà per finire in carcere. Ma Zakrevsky non c’è e gli viene detto di andarsene a casa. Il suo inquisitore era caduto vittima delle purghe prima di poter «purgare» lui.

La seconda conversazione con il potere avviene nel 1949. E’ una conversazione telefonica con Stalin, che gli chiede di andare a New York come rappresentante dell’URSS al Congresso per la pace nel mondo. Sostakovic spiega di non poter essere lui tale rappresentante, dato che in Russia la sua musica è stata messa al bando. Stalin gli dice che c’è stato un errore: qualche giorno dopo gli arriva la copia del documento, firmato Stalin, che riconosce «l’errore» e lo riabilita. Il prezzo da pagare fu la lettura a New York di un discorso di pura propaganda sovietica – al termine della quale dovette subire gli attacchi sprezzanti del musicista Nicolas Nabokov, che aggiunsero l’umiliazione alla vergogna.

La terza conversazione ha luogo nel 1960, quando nel dopo Stalin, negli anni del «tollerante» Kruscev, Sostakovic viene costretto a prendere la tessera del Partito comunista: è questa la sua vergogna più grande, un cedimento forse “aiutato” dai suoi eccessi alcolici.

 

«L’arte è il sussurro della storia che si ode al di sopra del rumore del tempo», dice il narratore, che si pone quasi sempre dal punto di vista di Sostakovic. E che gli attribuisce un tipo di ironia, di confortante black humour, con cui sopportare sventure, minacce e umiliazioni: come quando gli fa dire che essere vigliacchi richiede costanza, fermezza, impegno a non cambiare e quindi una certa qual forma di coraggio, o come quando, invertendo la famosa frase di Marx, gli fa dire che la storia si ripete, ma la prima volta come farsa e la seconda come tragedia (per la verità, bisogna riconoscerlo, si tratta di un tipo di humour un po’ troppo inglese).

Il rapporto tra arte e potere è uno dei temi del romanzo, insieme a quello della quasi impossibilità, in un regime dittatoriale e sanguinario, di dire la verità senza perdere la propria libertà, se non addirittura la vita. Barnes, che prende il titolo del libro da Osip Mandel’stam, il poeta russo esiliato e lasciato morire in Siberia, non scrive un romanzo storico; e neppure una biografia romanzata. Scrive, nel suo linguaggio misurato ed elegante (reso benissimo dalla traduzione di Susanna Basso), un romanzo sulla coscienza lacerata di un artista travolto dal totalitarismo, senza per questo andare alla ricerca di assoluzioni. Sapendo però che non tutti possono avere il coraggio e la disponibilità al martirio di un Mandel’stam.


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