87/2016: Antonio Moresco, L’addio, Giunti 2016, pag. 274

Cercavo una storia, ho trovato un mantra: nell’ultimo romanzo Antonio Moresco estremizza la sua fusione con la scrittura etica e salvifica, eroica e militante, annunciando nel preambolo L’addio al mondo della letteratura. Un artificio classico – il narratore che sale sul palco a sipario ancora chiuso a raccontare la genesi della finzione – diventa una drammatica ouverture: finisce qui la lotta del cavaliere errante contro il male ma prima guardate anche voi, affacciatevi sull’abisso delle grandi verità, aberranti e tuttavia plausibili. Sarà che sono sensibile, ma dopo aver chiuso l’ultima pagina ho sentito subito il bisogno di dimenticarlo. Prendere o lasciare, L’addio irrompe nella coscienza come una cometa “che si è staccata da un corpo infinitamente più grande”, il mondo degli Increati.

La decantazione nella memoria mi ha lasciato in eredità una catena di riminiscenze. Immagini, flash, rappresentazioni legate a un ricordo patogeno. Ricordo un poliziotto e il suo doppio, un bimbo muto che si esprime scrivendo parole sui muri con un sasso, parole-pallottole simili a lallazioni, esplosivi residui fuoriusciti dalla gabbia del linguaggio. Ricordo un dantesco upside-down dove il contrappasso è davvero spaventoso: la città dei morti è con-dannata a replicare la città dei vivi nella sua abbacinante fisicità. Ricordo le armi, un amore fugace in abbaino, la solitudine abietta dei guardiani notturni. Ricordo i violenti stacchi fra il buio e la luce, e il silenzio rotto da una misteriosa vibrazione sonora che fa tremare il mondo: il canto dei bambini. Ho cercato invano di dimenticare la battaglia senza speranza contro il male.

Protagonista di un romanzo di Moresco intitolato La lucina – anch’esso una specie di spin off da Gli increati – era un bimbo che viveva da solo in una casa nel bosco come in un limbo, una strana sospensione. Dalla lucina all’incendio di luce, qui il bimbo viene catapultato completamente dentro il male. Il crimine viola la barriera dell’innocenza insozzando ogni purezza nella parata del nichilismo contemporaneo. L’esasperato – a volte grottesco – realismo di questo romanzo, ha spiegato l’autore, mette a nudo l’ideologia totalitaria, angosciata, angosciante della società occidentale. Pensate all’espressione che si propaga oggi fra le case d’Europa come un refrain: respingimento di migranti. Che entità minacciosa ci guarda dall’alto di un dirigibile?

Una società, la nostra, imperniata sull’ipertrofia tecnologica e l’idolatria economica, sulla spoliazione delle risorse e sulla cupidigia. Ecco Moresco ha il coraggio di sfondare lo specchio e guardare dentro i tabù attraverso la sua iconografia dell’orrore. La morte, il tempo e il futuro di cui saranno private le generazioni future, la nascita, l’uomo, la donna e il desiderio, la libertà e le catene, l’amore contro l’amore. Mi colpisce la dimensione inconscia che percorre questo romanzo, senza che l’autore forse ne governi l’intenzione. Ciò che è spaventoso nell’Addio – come per esempio in alcuni film di Hitchcock o nei 21 grammi di Alejandro Iñárritu, nei dipinti di un Goya, Van Gogh, Picasso – non è tanto il risvolto apocalittico della trama, il clangore delle pallottole sul metallo, l’odore della pioggia e della sconfitta, il sangue dei corpi dilaniati, bensì il peso degli incubi che contiene.

La missione dello scrittore appare abnorme perché L’addio ha reciso il codice materno, la rappresentazione affettiva primaria attraverso la quale i neonati, prima ancora di diventare bambini, fanno esperienza del reale. Se il male è strettamente connesso al venire al mondo (“ed è rischio di morte il nascimento”, come recitava il Pastore errante leopardiano), il neonato è troppo fragile per sopportarlo. L’illusione fantasmatica data dal contatto (lo sguardo, l’odore, il suono) con la madre è il sortilegio che gli permette di ritrovare traccia del paradiso perduto: lo stato fusionale originario da cui è stato separato con violenza.

Con la tragica espulsione della figura materna dalla triade parentale, Moresco ha privato i due protagonisti – il padre (l’ispettore D’Arco) e il bambino – della componente magica dell’esistenza, suggerendo forse che tutto questo male insopportabile, questo male senza senso, non sia nient’altro che la stessa condizione umana con il dolore arcaico di nascere troppo presto e di avere un’infanzia segnata dalla miseria di avere bisogno di tutto. Alla catastrofe della nascita, un’umanità giunta al culmine del proprio degrado cerca di porre rimedio con la realizzazione allucinatoria di un desiderio: cancellare l’infanzia, ripristinare un luogo senza storia e senza tempo dove non si nasce mai, dove non si ha bisogno di nulla.

“A questi fragili bambini appesi / alla nostra ringhiera di parole / diremo solo della morte, ma / non potranno capire…” I versi struggenti di Franco Matacotta sembrano musica d’accompagnamento per il sogno di Antonio Moresco. Questo romanzo “viene dopo perché viene prima”, si legge già nel prologo. Ma cos’è che viene prima, la nascita o la morte, l’innocenza o il male, il castigo o il delitto, l’espiazione o la colpa? Cosa viene dopo? Che relazione c’è tra la verità e il male? La ripetizione – con variazioni minime eppure essenziali – dell’interrogativo esistenziale genera un senso al di là del senso.

Cercavo una storia e ho trovato un mantra, dicevo. Con il suo bordone ipnoide, il ritmo circolare dell’Addio attenua il disagio di sentirci tutti avvinghiati allo stesso male a cui siamo chiamati inconsapevolmente a contribuire. Il “dovere” di vivere nel nostro tempo residuale si spegne in questa specie di preghiera che mentre ci respinge ci affratella, mi verrebbe da dire se non suonasse come una bestemmia. Non ci restano che le illusioni: alcune, quelle dei grandi libri per esempio, rimangono bellissime.

http://www.panorama.it/cultura/libri/antonio-moresco-laddio-la-recensione/


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