88/2016: Emanuele Trevi, Il popolo di legno, Einaudi 2015, pag. 182

indexTrevi, la vertigine del disprezzo nel nuovo libro «Il popolo di legno»

Il protagonista è «Topo»: un personaggio che detesta la mente, la ragione, la parola

di PIETRO CITATI

«Small lie», installazione di Kaws, Firenze 2014  (foto Linda Nylind) «Small lie», installazione di Kaws, Firenze 2014 (foto Linda Nylind)

Con Il popolo di legno (Einaudi Stile libero, pagine 182, euro 18), Emanuele Trevi ha composto un libro singolarissimo. Da un lato, egli conosce perfettamente il proprio testo: ogni sillaba che, cautamente, lascia cadere sulla carta; d’altra parte, non lo conosce e si lascia trascinare da lui chissà dove, nel mondo inverosimile e impossibile dove trionfa Pinocchio. La vita umana è insensata: è come il ronzio di un frigorifero, rumore indistinto tra i mille rumori della notte; e questo ronzio ispira, in chi ascolta, solo indifferenza. Ma dicendo questo, ci siamo fermati a un livello superficiale. Se scendiamo nelle profondità, la vita ci appare piena di significato; e ci fa ridere follemente, come Stanlio e Ollio quando combinano qualche guaio.

Il popolo di legno ha un protagonista: un uomo o un ragazzo o un fantasma chiamato il Topo: anche se nessun personaggio assomigli meno a un protagonista. Egli ha occhi neri, circondati da una corona di ciglia lunghissime: quando sono fermi, sembrano onici immerse in un’acqua di sogno; quando si muovono, danno l’impressione di trasformarsi in lembi trasparenti di seta agitati dal vento. Il Topo si guarda dal di fuori: si guarda e non si conosce: vede quello che si volge nella tenebra del sangue, nel lago del cuore; vita nascosta e arrotolata come una vipera sotto il sasso. Non sa quello che sta pensando: parla, parla, immensamente curioso di conoscere il proprio pensiero: origlia se stesso, per cercare di comprendere le proprie sensazioni e i propri pensieri; la sua massima felicità, che qualche volta lo assale come un barlume luminoso, è quella di non comprendersi; una calma, ipnotica beatitudine, fisica e pigra come l’esistenza di un gatto.

Il Topo possiede un’enorme facoltà di disprezzo: disprezza la mente, la ragione, tutto ciò che è nobile, e che l’uomo ha chiamato per secoli il mondo dello spirito: la figura platonica che sta ritta in piedi e guarda verso l’alto i raggi di un sole inaccessibile. Disprezza il progresso. Egli ha origini talmente infime che lo si potrebbe definire un diretto discendente del nulla: o dell’oscuro e del basso. Vive nel mondo: non pensa mai di rifiutare quella che gli altri uomini chiamano realtà; ma non gli interessa assolutamente niente di essa e dei suoi apparenti incantesimi. Guarda il mondo attorno a sé come se fosse un riflesso del vuoto che si porta dentro: un feto senza corpo e dimensioni, deposto nel suo grembo dal nulla in persona. Ama le parole insensate e insignificanti: appena una parola sembra assumere un senso, la rifiuta e la allontana da sé. Ciò che detesta, nella parola, è appunto la parola: quello che i greci e i cristiani chiamavano logos , e che avevano tanto caro.

Il Topo ha due modelli. Il primo, non dichiarato, sono i mirabili romanzi di Beckett, che, come Trevi, preferisce al suo teatro. Il secondo sono Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi: egli ne conosce una forma suprema, Le avventure di Pinocchio il calabrese , che noi non abbiamo mai letto, e che egli vorrebbe trasformare in un programma televisivo. In apparenza è lo stesso libro: in copertina si vede Pinocchio che corre a larghe falcate, fuggendo qualche pericolo o, almeno, tentando di fuggire qualche pericolo. Un immenso sole tramonta dietro quella che sembra la parete di una cava, o di un monte scosceso. Il sole è così basso che Pinocchio pare correre nell’atmosfera incandescente, e la sua figura in controluce è ridotta a un’ombra nera, simile a un tizzone.

Le avventure di Pinocchio viene considerato come una bussola meravigliosa nel mare tormentoso della vita, come l’unico e autentico Vangelo, che invita noi, dubbi esseri umani, a trasformarci in asini, rovesciando i valori apparenti della esistenza. La sua verità fondamentale — che Trevi adora — è che noi possiamo fare a meno di tutto: questa è la nostra ricchezza, intessuta di delizioso vuoto. Tutto ciò che noi crediamo destino è, in realtà, caso: tutto ciò che noi proclamiamo vita è soltanto inganno; inganno che ci conduce nelle profondità della vita infima.

Il Topo possiede una sola qualità positiva, quella dell’attenzione: l’unica che modella il suo cuore, invece di passioni e desideri. Osserva, origlia, fiuta: il mondo e se stesso. Scrive in un luogo unico, che è insieme casuale ed essenziale; e si rifugia nel tempo – nel «puro e semplice scorrere del tempo, che, per tutti gli uomini, senza distinzione, è il più grande e irrimediabile dei doni e degli affronti». «Tempo, tempo, tempo, che scorre e si dilegua, indifferente a se stesso prima ancora che ai miliardi di anime in pena che si trascina». Per noi e per il tempo, la vita non è altro che una biglia che rotola su un piano inclinato, acquistando velocità; tempo che passa senza rimpianti e senza speranze, trascinando la vita, questa pila che si scarica, come fanno tutte le cose, che perdono energia, perdono senso, perdono potenza, scorrendo impercettibili verso il nulla.

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