91/2016: Jonathan Franzen, Purity, trad. Silvia Pareschi, Einaudi 2016, pag. 642

Purity, il romanzo di Jonathan Franzen, pronto a diventare l’ennesimo bestseller

Pubblicato: 03/02/2016 11:56 CET Aggiornato: 04/02/2016 12:21 CET
FRANZEN

Se sostituiamo il socialismo con la rete otteniamo internet

Che Jonathan Franzen non sia un fan della rete non ne fa segreto lui stesso, evita i social network e si concede di rado anche pubblicamente, ha persino declinato un invito in Tv dell’onnipotente Oprah Winfrey. Ma uno scrittore come lui non ha bisogno di inseguire il pubblico, si presenta attraverso le sue opere che puntualmente diventano bestseller mondiali.

Uscito negli States nel 2015, l’8 marzo sarà nelle nostre librerie l’ultimo attesissimo romanzo di Franzen,Purity, edito da Einaudi. Sette lunghi capitoli di cui solo uno scritto in prima persona (che è anche il capitolo chiave del libro), ambientato in Texas, California, New York, Bolivia e anche nella Germania Est prima e dopo la caduta del muro, a Lipsia e Jena.

Al posto delle quattro mura tradizionali, palcoscenico dei suoi romanzi precedenti (il più noto è Le correzioni), abbiamo qui case occupate, capanne nel bosco, scantinati di chiese, accampamenti nella giungla, perché il focolare domestico è ridimensionato a spazio fisiologico mentre la vera esistenza si consuma in rete: l’attrazione che abbiamo per un senso di appartenenza qualsiasi regala a internet il potere di stabilire se esistiamo o meno.

Potrebbe essere un romanzo analitico con tracce di flusso di coscienza sveviano, non comune tra gli scrittori americani, solitamente più sensibili al flusso degli eventi dove la coscienza si fa spazio tra i valori tradizionali o in controtendenza. Franzen stesso, in un saggio dal titolo Mr. Difficult pubblicato nel New Yorker, distingue gli autori che stringono un patto di comprensibilità col lettore, appartenenti al “contract model”, da quelli difficili la cui potenza artistica prescinde dal grado di ricezione di chi legge, categoria “status model”, a patto che a scrivere sia Flaubert o come minimo De Lillo, Pynchon o Burroughs. Lui è meno cool e cult e sembra prenderci per mano ma talvolta per i fondelli, si ha l’impressione, a partire dal finale che così è se vi pare ma pare meno lieto di quel che voglia farci apparire.

Per parlare della trama occorre scomporla perché è strutturata come una scatola cinese, una storia nella storia nella storia. Iniziamo dalla protagonista, che non coincide col fulcro del romanzo anche se ne porta il nome, Purity, soprannominata Pit (se non è una diretta allusione al Pit di Moby Dick senz’altro lo è alla sfida dickensiana tra il Bene e il Male): ha una madre mezza pazza e manipolatrice, vegana fondamentalista, che si rifiuta di svelarle l’identità del padre, cosa che tornerebbe utile a Pit anche per ragioni economiche, dato che per pagarsi gli studi si è ridotta sul lastrico ed è pure reduce da una spina nel cuore. E tra donne problematiche e madri stronze, motivi ricorrenti nelle sue opere, Franzen si tira sempre dietro una schiera di detrattori al femminile, ça va sans dire.

Pit finisce nelle braccia di Andreas Wolf, il vero protagonista del romanzo, losco figuro carismatico dai tratti mefistofelici, che diversamente dal Faust di Goethe “che vuole sempre il male e sempre produce il bene”, ambisce a entrambi fino a fonderli e confonderli. Nato nella ex Repubblica Federale Tedesca da padre membro del Politbüro e madre inglesista shakespeariana “che a cena snocciolava le sue fascinose chicche come frutti dolci e succulenti”, l’adolescente Andreas si innamora di Annagret, così bella da rappresentare “un diretto affronto al cattivo gusto della Repubblica”, ne ammazza il patrigno che l’aveva violentata e fugge nella giungla boliviana diventando un apologeta internettiano con la sua “Sunlight Project”, una rete di hacker sulla falsariga di Assange ma con obiettivo etico e purificatore che si concentra sulle impurità delle multinazionali al motto di “la luce del sole è il miglior disinfettante”.

Non a caso Andreas è un prodotto del socialismo, “la Repubblica lo aveva plasmato, lui esisteva solo in relazione ad essa”, così come oggi esiste grazie alla rete. Qui lo raggiunge anche Pit che spera di sfruttare la rete spionistica per stanare il padre. Ma niente e nessuno è puro come sembra e la manipolazione fa il resto: “sembrava che le avessero aperto il cranio e mescolato il cervello con un cucchiaino di legno”.

Omicidi, sesso, vegani, suspence, ricche ereditiere, contrabbando di armi nucleari, rapporti tra genitori e figli, cinica satira e ironia pungente, microanalisi (individuo e famiglia) proiettate in macroanalisi (sociopolitica) con particolare riguardo al passaggio dai regimi socialisti alla dittatura del web: auguri a chi tentasse di etichettare Purity, che come ogni opera che si rispetti è un genere a sé e null’altro che una strepitosa fiction con molti spunti di riflessione. Con un leitmotiv su tutti: il pericolo della sostituzione del credo nell’individuo con il credo nel collettivo, niente di più attuale con riferimento al conformismo e al pensiero dominante.

Da leggere senza dubbio.


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