94/2016: Jonathan Safran Foer, Eccomi, trad. Irene Abigail Piccinini, Guanda 2016, pag. 666

foerDopo undici anni di attesa arriva “Eccomi” (Guanda). Scene da un matrimonio perfettino tra chat, silenzi e culotte non indossate

«Eccomi», risponde Abramo a Dio che l’ha chiamato per metterlo alla prova; «Guardami», vorrebbe chiedere Julia, quarantenne ebrea newyorkese, all’uomo con cui è sposata. «Guarda come sono», potrebbe scendere le scale con indosso soltanto la culotte nuova, tappare la penna di Jacob, riuscire a farlo smettere di scrivere e farlo voltare verso di lei senza aprire bocca, spostare l’aria con la naturalezza dei poteri magici delle coppie appena formate, le coppie che non hanno addosso dieci anni di matrimonio, tre figli voluti e beneducati, la delicata cristallizzazione di una vita perfetta, anzi peggio, più inossidabile: perfettina.

Il perfettinismo, la malattia della borghesia consapevole e piena di buone opinioni, sempre dal lato giusto dei conflitti e delle scelte etiche, alimentari, morali, è la malattia di Julia e Jacob, protagonisti di Eccomi, il nuovo romanzo di Jonathan Safran Foer, che esce il 29 agosto a più di dieci anni dall’ultimo (Guanda, traduzione di Irene Abigail Piccinini). Su quella famiglia pesano solo minacce: la tentazione di parole scorrettissime e la loro inarrestabile fuoriuscita per bocca di giovani e anziani, l’ombra della distruzione di Israele, un patriarca che procrastina la data in cui potrà morire in pace (la nascita dell’ultimo pronipote, e poi il Bar Mitzvah dell’ultimo pronipote), la maledizione di una religiosità mai del tutto scelta ma neanche mai seriamente discussa, tenuta in piedi dalle scorciatoie e dai contorsionismi delle doppie negazioni:

Jacob non era mai non appartenuto a una sinagoga, non aveva mai non mostrato una qualche attenzione alle regole alimentari della kasherut, non aveva mai non dato per scontato – neppure nei momenti di massima frustrazione nei confronti di Israele o di suo padre o dell’ebraismo americano o dell’assenza di Dio – che avrebbe cresciuto i propri figli con un qualche grado di pratica e di istruzione ebraica.

Immerso nel silenzio che lo lega alla moglie e allo stesso tempo lo separa da lei, intento a cercare un’ispirazione che non arriva, pure lui ormai privo di magie, anche Jacob sa quali sarebbero le parole giuste: «Sei il mio scrittore preferito», potrebbe dirgli Julia, non gli servirebbe nient’altro. Almeno così crede.

A dividerli resta quella culotte non indossata, prima pagata in contanti perché il marito non vedesse l’acquisto sulla carta di credito rovinando la sorpresa, e poi non sfoggiata per paure contestuali e contraddittorie – forse non se ne sarebbe nemmeno accorto, forse se ne sarebbe accorto senza cambiare nulla, forse sarebbe solo riapparso lo spettro della domanda notturna dei matrimoni pacifici fra gente che si stima ed è troppo risolta per smettere di stimarsi: «Ti accorgi anche tu che non stiamo facendo sesso?». La domanda martellante della prima notte in cui si dorme insieme senza figli dopo tanto tempo passato a occuparsi di loro, quando non ci sono più scappatoie. La notte in cui si sapeva benissimo che l’ansia genitoriale, il tempo e la privacy mancanti erano scuse, ma almeno permettevano di continuare a rimandare quella domanda.

Un racconto di A.M. Homes nella raccolta La sicurezza degli oggetti (Feltrinelli) narrava le giornate spaesate di una coppia con il dovere di essere felice la prima volta che i figli vanno in vacanza: l’imbarazzo di stonarsi leggermente perché non si sa più che fare da soli, come quando ci ritroviamo all’improvviso con le mani libere mentre camminiamo e rimpiangiamo il sollievo di una tasca, e perfino di un pacco pesante da trascinare. Anche Jonathan Safran Foer racconta – con precisione e maestria sublimi – la nuova notte di Julia e Jacob nell’albergo dove avevano dormito appena sposati giurandosi di dirsi sempre tutto, di non lasciarsi travolgere dal silenzio, quando il mondo era fatto di oggetti piccoli fuori ma con l’infinito nascosto dentro (conchiglie, nastri audio, specchi) prima che la vita ribaltasse le proporzioni delle cose rivelando meschinità minuscole dentro un appartamento ampio e ben ammobiliato. Nel perfettinismo tutto può diventare nevrosi e senso di colpa, e Safran Foer ne è il cantore:

Ho appena saltato l’articolo sui rifugiati siriani. So che è una tragedia orribile e so che in teoria mi rende triste, ma è una cosa per cui non riesco a provare vere emozioni. Lo sciroppo invece mi ha fatto venire voglia di rifugiarmi sotto il letto.

In quel matrimonio senza esplosioni e senza crolli, nevrotico né più né meno di tutti i matrimoni, in quel silenzio che non finisce mai, eppure così denso e concreto che il lettore non può fare a meno di andare avanti, appare di tanto in tanto una voce che parla e interrompe, disturba e molesta, straccia la patina di quiete morta che ricopre ogni cosa. Non sappiamo subito a chi appartenga, dice frasi semplici e decontestualizzate, brutalmente vive e sporchissime.

Ci vorranno diverse pagine (non molte) per scoprire che Safran Foer ha risposto nel modo migliore a uno dei problemi letterari del decennio: come far entrare le chat e i messaggi nei romanzi contemporanei? Come raccontare il presente senza ignorare lo smartphone ma senza neanche farlo diventare il tema centrale, lasciando che divori tutto il resto? Scopriamo a poco a poco quanto è corrosa la vita di Julia e Jacob, e appena il velo è tolto il loro universo già non esiste più.

La voce che manda messaggi sconci dal secondo telefono (segreto) di Jacob, è innocua, concordano i due nel corso della discussione che segue la scoperta. «Non l’avrei mai fatto veramente» è il centro della questione. La voce innocua è colpevole soprattutto di aver rotto il silenzio. Di avere avvicinato il momento in cui ci si separerà con un dolore lancinante ma senza strappi, «come amici che divorziano», com’era successo a un’altra coppia di conoscenti poco tempo prima, ed era stato un presagio nero e terribile. La voce è colpevole di aver scritto a un’altra donna promesse di porcate mai accadute, colpevole di essersi tirata addosso la risposta più cattiva: certo che ti credo, sono sicura che non l’avete mai fatto, «sei troppo fichetta per farlo», insomma neanche ti tira, e se lo dice la madre dei tuoi tre figli puoi esserne certo.

Eccomi è pieno di frasi da sottolineare, è un libro in cui ogni battuta parla di un argomento alludendo a un altro, religione, sesso, identità e amore. Tutti dicono qualcosa di brillante, di sbagliato, di irreversibile, la terza persona usata da Safran Foer è in realtà sempre una prima, primissima persona, ogni luogo è riempito per metà dallo sguardo dei protagonisti. «Hinneni», dice Abramo, «eccomi», e non sa ancora che Dio gli chiederà di sacrificare il figlio Isacco, ma non si sottrae e non chiede nulla, non interroga il destino: hinneni, la parola pronunciata è pura testimonianza di un esserci – la metafora ci assilla dal frontespizio, per tutto il tempo della lettura, tutto il tempo che passiamo con Jacob, Julia e gli altri, l’ombra lunga di quell’annunciazione non ci lascia, spostandosi da un personaggio all’altro, fino ad arrivare al cuore di noi stessi. Chi o che cosa ci sta mettendo alla prova?

Da questo “lamento di Portnoy” del quarantenne paralizzato e maturo si dipana un intreccio splendido, in cui protagonisti di diverse età combattono e assecondano desideri inconfessabili e paure mediocri, pericoli reali e ansie coltivate. Per cui possiamo solo dire: fermi tutti, è uscito “il romanzo” di Jonathan Safran Foer. Non “il nuovo romanzo”, non “l’ultimo”, non “un altro”: c’è un momento in cui uno scrittore azzera distanze e diffidenze, schiude spudoratamente un accesso diverso alla sua letteratura. Eccomi è Safran Foer in purezza, ma anche con un vestito radicalmente nuovo. Che lo abbiate amato odiato o ignorato, che abbiate pianto insieme a Oskar di Molto forte, incredibilmente vicino o abbiate giudicato quel bambino lagnoso e pedante, che siate stati in Ucraina alla ricerca di nonno Safran fino all’ultima pagina o che vi siate addormentati su Ogni cosa è illuminata maledicendolo per la sua astrusità, che conserviate Se niente importa: Perché mangiamo gli animali come una Bibbia (meglio: una Torah) vegana o che sia il libro più perculato della vostra vita, stavolta importa meno.

Non pensate neanche all’autobiografismo, al Jonathan Safran Foer sposato con la scrittrice Nicole Krauss, belli, etici, in eterna discussione con l’ebraismo e vegetariani, autori di libri di culto, genitori di due figli e oggi separati. Cioè, pensateci un po’ – finché fin dalle prime righe non vi ritroverete riflessi e trascinati in un universo parallelo. Allora sarete soltanto lì, dove la scrittura di Safran Foer vi ha saputo portare, e conoscerete un posto più vicino alla vostra vita che alla sua. 

Il più bel romanzo di Jonathan Safran Foer


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