100/2016: Viet Thanh Nguyen, Il simpatizzante, trad. Luca Briasco, Neri Pozza 2016, pag. 511

thViet Thanh Nguyen, com’è arduo tradire l’amico in nome del comunismo

Un infiltrato vietcong negli Usa dopo la caduta di Saigon diviso tra la fedeltà all’ideologia e gli affetti personali

Sudvietnamiti in fuga dopo la caduta di Saigon nel 1975

Pubblicato il 27/11/2016
domenico quirico

Per favore! Fate leggere questo romanzo, Il simpatizzante, vincitore del Pulitzer, a Salvini e ai suoi leghisti. Imponetelo come premessa elettorale a madame Le Pen, alla svelta protervia di tutti gli xenofobi, indigeni e da esportazione. Soprattutto: accertatevi che questi avvelenatori dei pozzi della psicologia collettiva scorrano la biografia dell’autore, Viet Thanh Nguyen, figlio di migranti vietnamiti negli anni settanta, rifugiato di seconda generazione diventato professore di inglese e studi americani alla Ucla, la prestigiosa università della California, autore di saggi sulla memoria e l’oblio e ora anche potente romanziere: il romanziere AMERICANO dell’anno. Che ha scelto come tema per il suo esordio letterario gli anni «americani» del Vietnam che furono proprio quelli che fecero tremare Popoli, Terre, Spiriti in tutte le loro fondamenta.

E’ compito bello e amabile presentare l’opera di un grande scrittore e Thanh Nguyen lo è. Bello chiosare la singolarità di una delle sue pagine: ad esempio, nel racconto delle ultime notti di Saigon ormai accucciata, esausta, nella morsa salda dei «liberatori», la scena in cui descrive le strade che portano all’ultima via di fuga, l’aeroporto, sui marciapiedi le divise abbandonate dai disertori prima di travestirsi da civili, scena classica di ogni débacle anche nostrana. Ma qui le divise non son gettate qua e là alla rinfusa, ma ben ripiegate, elmetto giubba pantaloni scarpe, in ordine rigoroso dall’alto al basso, quasi fossero esposte in vendita «… ma nessuno in una città in cui niente andava sprecato, nessuno osava toccarle…».

E’ bello additare al lettore indaffarato o insensibile, la frase, il personaggio, la battuta, certe bellezze ingegnose di una ispirazione mai incauta o incolta… «Era un uomo sincero che credeva in tutto quello che diceva anche quando mentiva…». Che storia è la sua: tragica terrificante bizzarra! Libro perfetto dunque come sono quelli dove ogni orrore e dolore, verità e menzogna, odio e morte diventano destino e struttura.

Tutto questo è vero: ma scopro che la vita dell’autore, la sua condizione umana, di persona e non di personaggio, mi folgora e mi attrae quanto e forse più della sua opera. Perché dimostra, con pertinenza didascalica, cosa sono e possono diventare i migranti, «invasori» descritti come devoti al saccheggio, impermeabili a ogni integrazione, che sia anche accettazione di ciò che siamo. Possono diventare ad esempio maestri in grado di darci lezioni nei nostri idiomi. Oppure di vincere il premio letterario più prestigioso. Tra dieci, venti anni avremo anche noi, in Italia, un vincitore del Campiello o dello Strega arrivato, bambino, sul molo di Lampedusa su una slabbrata caravella, o alla deriva per torridi deserti incalzato dalla paura: che è stato insomma Migrante.

Il libro è, a ridurlo a trama di vertiginosa proliferazione, la storia di un uomo, il Capitano, l’apprezzato braccio destro del capo della polizia di Saigon ma anche rivoluzionario vietcong, marxista, abilissimo infiltrato a cui i nordvietnamiti chiedono di seguire il generale fuggiasco in America per sorvegliare possibili «revanche» degli sconfitti. Nguyen ne coglie magistralmente la seduzione, il torbido fuoco, quanto basta a consentirci l’affaccio sul pozzo senza fondo della vita e vederci confusi, in ambigui intrecci, il bene e il male.

Un tempo ci avvertivano che non si debbono leggere libri per sapere come vanno a finire, né voltare le pagine per sapere cosa accade dopo. Che errore! Confesso di leggere per sapere, appunto, ciò che accadrà, quello che ci porterà la pagina dispari dopo quella pari.

Ma non nel caso de Il simpatizzante. Ogni parola scritta con magistrale perizia dal migrante Nguyen è, automaticamente, per una sorta di traslazione biografica, anche una pietra scagliata contro il pregiudizio, l’ottusità degli xenofobi, la meschinità di tutti gli egoismi, razziali ed economici. Sì. Il simpatizzante è un libro che nasce dal coraggio dell’uomo, è impastato dalla sua mirabile capacità di adattarsi e di crescere, della generosità del sopportare il dolore e il distacco da ciò che eravamo e non possiamo più essere. Che ci dice come gli uomini siano più saldi e buoni di quello che credono. Anche se talvolta lo sono meno di quello che dicono.

http://www.lastampa.it/2016/11/27/cultura/tuttolibri/viet-thanh-nguyen-com-arduo-tradire-lamico-in-nome-del-comunismo-dW1xf2KEiMUqyrs3rD64uN/pagina.html


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