105/2016: Kent Haruf, Benedizione, trad Fabio Cremonesi, Enne enne editore, 2015, pag. 277

download-2Fantasmi americani negli abissi della provincia

UN NUOVA casa editrice, NN Editore, e il recupero di uno scrittore americano che sta alla tradizione e al canone delimitato da Faulkner, da Cormac McCarthy, e dal Williams di Butcher’s Crossing, come American Gothic e Grant Wood stanno alla tradizione figurativa (e fotografica) di Dorothea Lange, di Robert Frank e del realismo made in Usa. NN (nescio nomen, l’acronimo che etichettava gli illegittimi e gli orfani, e gli editori ci dicono che di questo proprio si tratta, di occuparsi dei libri “orfani”) ha due genitori, Eugenia Dubini, editore, e Alberto Ibla, amministratore. E di genitori coraggiosi si tratta, visto che aprono i battenti in un momento in cui certo l’editoria di carta non gode di perfetta salute e di opulenti conti in nero. Coraggiosi e abili, però, perché il primo titolo pubblicato – Benedizione, di Kent Haruf, tradotto da Fabio Cremonesi – è un bel libro nella grande tradizione americana. E Kent Haruf, che se ne è andato a settantun anni lo scorso 30 novembre, ha una biografia che sembra inventata per il ruolo: figlio di un pastore metodista, mille mestieri (allevamento di polli, muratore, addetto a una clinica per la riabilitazione, insegnante di inglese con i Peace Corps in Turchia, college in Nebraska e Illinois), fino ai molti anni passati tranquillamente a Salida, in Colorado, nell’America profonda, periferica, provinciale, religiosa, tradizionale, immutabile.

Benedizione , come gli altri libri di Haruf, si svolge nella fittizia città di Holt, nel Colorado, che è in realtà un doppione di Yuma, dove Haruf ha vissuto per molti anni e dove sono ambientati e sono stati scritti The Tie That Binds, il suo primo romanzo, Where You Once Belonged, Plainsong, Eventide, Benediction e Our Souls at Night, che esce ora postumo negli Stati Uniti.

Come Jenny Offill, il secondo autore della casa editrice, e il suo romanzo anche Haruf e Benedizione di Haruf sono orfani e NN, perché, nonostante la qualità e la fama, non avevano trovato finora, almeno da noi, un editore. E Haruf lo ha trovato ora con un romanzo che probabilmente Wim Wenders amerebbe molto, intriso com’è di dolore, di amore e di un’America fuori dal tempo, che non cambia mai. Almeno all’apparenza. Perché, è vero, non cambia l’amore di Mary per suo marito, Dad Lewis, proprietario del locale negozio di ferramenta, il temuto e rispettato notabile cittadino che sta morendo di cancro e che Mary, e sua figlia Lorraine, e noi, seguiamo nel suo lento decadimento, fino all ‘ultimo re- spiro – e per questa lunga agonia arriviamo a perdonarlo, perché Papà Lewis è di quegli uomini retti che non hanno pietà, che sentenziano, giudicano e mandano senza un cedimento di umanità. Un cedimento che non ha mostrato neanche di fronte a suo figlio, cui non perdona la sua scelta, o il suo destino, omosessuale, al punto di perderlo in un lungo, solitario esilio autoinflitto. Per tacere dell’implacabile durezza mostrata nei confronti di un dipendente non perfettamente onesto, mettendo in moto, con la sua durezza di uomo perbene, una catena atroce di dolori.

Ma l’apparentemente tranquilla e immutabile scena di Holt cambia e diventa drammatica anche per le eterne insofferenze verso i “diversi” di ogni genere, e per la presenza di un reverendo, esiliato a Holt per aver parlato in difesa dei gay, che, dal pulpito della cittadina, invita gli Usa (siamo nel dopo 11 settembre) a porgere l’altra guancia invece di andare a fare la guerra all’Iraq e all’Afghanistan e che viene ovviamente rimosso.

Il paesaggio umano di quest’America tradizionalissima e apparentemente identica a se stessa, in realtà minata dal cambiamento, finisce così per assomigliare a quelle versioni ironiche di American Gothic in cui la coppia di Grant Wood è modificata da elementi contemporanei. Hanuf racconta la sua piccola città con una prosa in cui non si spreca un aggettivo o un complemento, tutta nervi e cose, asciutta ed essenziale. Tutta, sotto l’apparente pace, tragica e difficile, nell’impossibile unione della tradizione e del mondo che va avanti.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

È un intreccio che Wim Wenders amerebbe molto, intriso com’è di dolore, di amore in un Paese immobile che non cambia mai

ILLUSTRAZIONE DI GABRIELLA GIANDELLI

 

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