110/2016: Amanda Vaill, Hotel Florida, amore e guerra a Madrid, trad. Federica Oddera, Einaudi 2016, pag. 482

download-1Hotel Guerra Civile, la trincea dorata degli sconfitti vincenti

Il «Florida» di Madrid fu il quartier generale di scrittori e giornalisti filo-repubblicani durante il conflitto spagnolo. Volontari in un esercito ideologico poco fedele ai fatti

L’Hotel Florida stava nella Gran Via di Madrid. Durante la guerra civile fu il quartier generale dei corrispondenti di guerra sul fronte repubblicano e nel 1955, quando Ernest Hemingway tornò, con la sua ultima moglie Mary, nella Spagna di Franco, la nostalgia lo portò a scendere proprio lì dove vent’anni prima aveva alloggiato con Martha Gellhorn, già sua amante e non ancora sua sposa.

Hemingway apparteneva a una generazione che sentiva come un obbligo morale «santificare» l’adulterio e questo spiega i suoi quattro matrimoni: il più felice fu probabilmente il primo, il meno felice fu sicuramente il terzo, quello con la Gellhorn, appunto. Era cominciato con lei che ammirava lui, come uomo e come scrittore e lui che, protettivo e sedotto, la consigliava. Era finito in un odio reciproco: «Ernest? Uno sgradevole mitomane». «Martha? Una iena».

Il Florida rimase in piedi ancora un decennio e ciò che non avevano fatto i bombardamenti bellici lo fece la demolizione privata cittadina, erigendo al suo posto prima le Galerías Preciados e in seguito, ovvero ai tempi nostri, El Corte Inglés. Ciò che resta intatto di quell’epoca è l’alta e bianca torre della Telefónica, lì dove i giornalisti andavano a trasmettere i pezzi e a battagliare contro la censura. Adesso è una Fondazione d’arte, ma dalla sua terrazza, nonostante settant’anni di sviluppo urbano, il panorama è rimasto lo stesso: il Manzanares, la Casa de Campo, la collina di Garabitas, da dove i nazionalisti sparavano, e il brillare dei picchi del Guadarrama.

A capo della censura c’era Arturo Barea, anche se nominalmente lui era il responsabile dell’Ufficio Stampa Estera. Aveva per aiutante Ilsa Kulcsar che fra un articolo tradotto, un pass e una cancellatura divenne la sua compagna. Barea doveva quella nomina a Mikhail Koltsov, corrispondente della Pravda e uomo di Mosca e già questo aiuta a spiegare il grado di autonomia del governo repubblicano del tempo. Due anni dopo, tornato in Urss, Koltsov vide il suo Diario di Spagna pubblicato a puntate sulla rivista letteraria russa Novyi Mir , divenne membro dell’Accademia delle Scienze e tenne all’Unione Scrittori, per volontà di Stalin, il discorso di presentazione della Storia del Partito Bolscevico scritta da Stalin. Quella stessa notte, sempre per volontà di Stalin, venne arrestato. Torturato e interrogato per 14 mesi alla Lubjanka, verrà infine impiccato per spionaggio e tradimento. Non serviva più e sapeva troppo.

Al Florida, Barea era di casa e, tolto il personale, per certi versi l’unico spagnolo in un albergo che raccontava quella guerra per la penna di ospiti privilegiati e stranieri. Ci alloggiarono a varie riprese i fotografi Robert Capa e Gerda Taro, il corrispondente del New York Times Herbert Matthews, Arthur Forbes del Daily Express , lo scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry e quello americano John Dos Passos, i già citati Hemingway e Gellhorn, e non mancarono di mettervi piede André Malraux, André Chamson, Stephen Spender… Si cantavano inni repubblicani, si facevano brindisi infiammati, si tenevano parties, si dava fondo alle riserve di cibo e di liquori che gli inviati speciali si erano portati dietro: paté, pasticci in gelatina, whisky e cognac. Molti erano appena tornati da Parigi, molti erano ben provvisti di soldi.

Hotel Florida (Bloomsbury edizioni, pagg. 436, sterline 25), di Amanda Vaill, ha per sottotitolo «Verità, amore e morte nella guerra civile spagnola», ma di questa triade il primo elemento è quello che suona più fragile. La lealtà alla causa repubblicana, fosse frutto di convinzione, moda, calcolo o eccitazione del momento, andava a cozzare con la nuda realtà delle cose e il voler stare da una parte significava dover nascondere che cosa in quella parte stesse avvenendo. Fu quella guerra il primo, clamoroso esempio di una sconfitta militare e politica trasformata sul campo in una vittoria ideologica e culturale e come tale raccontata.

A Parigi, nel 1938, Hemingway e la Gellhorn si imbatterono in quello stesso Randolfo Pacciardi che, come comandante del Battaglione Garibaldi, avevano conosciuto in Spagna due anni prima. Nell’agosto del ’37 Pacciardi aveva lasciato il comando perché il governo spagnolo aveva deciso di inquadrare il suo battaglione in una brigata controllata dai comunisti con il compito di reprimere gli anarchici. Aveva visto, capito e rifiutato ciò che si continuava a fingere non fosse mai successo e ne aveva tratto le conclusioni.

Racconta la Gellhorn che Hemingway si mise a piangere dalla rabbia: «Non possono fargli questo, non possono trattare così un uomo coraggioso». Per lui la Spagna segnerà il passaggio dalla «pace separata» della sua generazione dopo il carnaio della Prima guerra mondiale, al «suicidio separato» nel tempo dell’impegno intellettuale. Nelle guerre di quel genere, nessuno restava puro e al suo Robert Jordan di Per chi suona la campana non restava che farsi ammazzare.

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