Era dato per morto, ora il vinile vale un miliardo

ViniliNegli Anni 90 le fabbriche chiudevano per assenza di ordini, oggi sono rimesse a nuovo. Nel 2017 un quinto degli acquisti musicali su supporto fisico saranno dischi.

Francesco De Remigis per lettera43

Produrre dischi 33 giri nell’era della musica digitale sembrava un passatempo più che un’attività imprenditoriale. Almeno fino a dieci anni fa. Poi lo scorso dicembre il vinile ha superato il download nelle vendite inglesi. E Deloitte ha sfornato un’analisi che riguarda l’indotto del business. Secondo la società di consulenza, l’industria del 33 giri è ormai in grado di generare profitti miliardari: tra gli 800 e i 900 milioni di dollari di entrate la previsione 2017. Una tendenza mondiale che passa da fabbriche rimesse a nuovo e major che scoprono il vinile più appetibile del cd. Questione di profitti più che di passione.

DA 10 ANNI VENDITE AUMENTATE. La Federazione industria musicale italiana, meglio nota con l’acronimo Fimi, aveva già aperto il 2016 spiegando che «alle consuete classifiche sulle vendite settimanali dei prodotti fisici (cd) e delle singole tracce online in Italia, che danno un riferimento per il mercato musicale, saranno aggiunte quelle relative ai vinili». Una presa d’atto del ritorno del disco in pvc, che dal 2007 ad oggi non ha fatto altro che aumentare le vendite e dunque fare la gioia di chi i vinili li stampa su commissione. A oggi la vendita rappresenta tra il 10 e 15% del fatturato di un negozio italiano di musica. Ma dove si produce oggi il supporto fisico su cui viene inciso un album o un singolo?

LA DOMANDA ORA È ESPLOSA. Negli anni Novanta decine di fabbriche sono state dismesse per mancanza di ordini. La sopravvissuta italiana è la PhonoPress di Settala, nel Milanese, che ha cambiato sede e si è perfino ingrandita. È sul mercato da 30 anni, ma oggi svolge tutte le fasi della produzione nello stabilimento: dall’incisione dei solchi sugli acetati, al bagno galvanico degli stampi, al pressaggio e confezionamento. «Se fino a qualche anno fa si stampavano dai 1.000 ai 2.000 dischi al giorno, oggi siamo a 6.000 dischi», ha spiegato uno dei responsabili al portale DDay.it. La domanda è esplosa, tanto che in alcuni Paesi europei la lista di attesa è lunghissima: in Repubblica Ceca chi ordina una stampa deve attendere fino a 6 mesi per ricevere i dischi.

DAGLI SBERLEFFI AGLI AFFARI. Ma chi sono i clienti? Chi si rivolge a uno stabilimento considerato obsoleto fino a dieci anni fa? Etichette italiane ed europee: «Indipendenti e qualche ordine di major, ma in media ogni ordine non passa i 500-1000 dischi». Il tutto per rifornire buona parte del sud-est Europa grazie alle sei macchine automatiche di cui dispone. Anche in Francia, in un borgo isolato con meno di 3 mila abitanti nella Loira, si è ripreso a produrre (12 milioni di dischi l’anno) e ad assumere personale in grado di lavorare il pvc. Siamo nella Mpo, arrivata a 120 dipendenti in tre anni e 25 milioni di euro di fatturato nel 2015; buona parte stampando dischi per il mercato statunitense. In America, infatti, l’industria del vinile per un lungo periodo era quasi scomparsa, se paragonata agli “artigiani” europei. Tanto che nel 2001, a New York, Thomas Bernich comprò una vecchia macchina per stampare dischi tra gli sberleffi dei suoi cari e accuse di sociopatia. Oggi è uno dei punti di riferimento per l’industria newyorkese, con sei macchine per vinili e una produzione di circa 20 mila dischi a settimana.

CRESCITA CONTINUA NEGLI USA. La sua Brooklynphono non è l’unica fabbrica – sorta o risorta – in cui gli States stampano vinili: altre sono in California e in Texas; soprattutto in Tennessee, a Nashville, dove ha sede la United Record Pressing. Grazie alla partnership con la società americana Sunpress Vinyl, dopo anni di inattività, è pronta a risorgere anche la storica casa giamaicana Tuff Gong International fondata da Bob Marley. A Kingston sono già partiti i lavori di ristrutturazione, documenta il settimanale britannico Nme, e lo stabilimento dovrebbe riaprire i battenti in primavera. Il piano di rilancio prevede un periodo di transizione, con gli ordini gestiti dalla Sunpress basata in Florida. Il neo direttore generale, Marie Bruce, ricorda che «l’idea di Marley era di creare un impianto di produzione e distribuzione di vinili, permettendo che in un unico luogo un artista potesse registrare e produrre la propria musica. Dopo otto anni consecutivi di crescita, la Tuff è felice di ricongiungersi a questo movimento».

UN QUINTO DEGLI ACQUISTI MUSICALI. Deloitte prevede però che ci sarà pure una comprensibile flessione nelle vendite del vinile: «Nel 1981 gli album venduti furono circa 1 miliardo. Nel 2017 saranno circa 40 milioni. Non è il risorgimento che è stato ritratto finora. È un’anomalia», ha spiegato Paul Lee al Financial Times, sostenendo che sempre più consumatori sono portati all’acquisto di ristampe ed edizioni deluxe, anziché nuovi album. Citando un sondaggio della Bbc, l’esperto di ricerca su tecnologie, media e telecomunicazioni della compagnia aggiunge che quasi la metà delle persone che acquistano vinili non li ascolta, e che il 7% di questi non possiede nemmeno un giradischi. Ma «nel 2017 il vinile coprirà comunque circa un quinto degli acquisti musicali su supporti fisici, e circa il 7% dei 15 miliardi di dollari che l’industria musicale prevede di incassare quest’anno». La testimonianza del revival sono i 3,2 milioni di vinili venduti nel 2016 in Gran Bretagna. Non accadeva dal ’91.

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