Pier Vittorio Tondelli. Biglietto ad un amico

A 25 anni dalla morte dell’autore, condividiamo il ricordo di Elisabetta Sgarbi, ex direttore editoriale di Bompiani, la casa editrice che pubblica l’intera opera tondelliana.

“Quando arrivava in casa editrice lo si notava subito, essendo molto alto. Passava veloce, silenziosamente, portandosi appresso la sua naturale timidezza. Poi sorrideva, ed ecco emergere il Tondelli dei suoi libri, della leggerezza e della malinconia che mi è caro ritrovare leggendolo”, così Elisabetta Sgarbi, amica e per lungo tempo direttore editoriale di Bompiani (oggi a La nave di Teseo), la casa editrice che pubblica l’opera completa tondelliana, ricorda Pvt.
Come ha incontrato e conosciuto Pier Vittorio Tondelli?
L’ho conosciuto davvero, in profondità, nei primi anni 90, quando abbiamo dato vita con lui, Alain Elkann e Elisabetta Rasy, Jay McInerney alla rivista “Panta” una bella avventura, che continua ancora oggi nel suo nome. Una “rivista di mondi narrati”, aliena da ogni pregiudizio ideologico e stilistico. Pier Vittorio era entusiasta del progetto e nell’editoriale del primo numero scriveva che “Panta” “è realizzata da un gruppo di autori la cui appartenenza a una stessa generazione si esprime nella ritrovata fiducia del narrare”. Potrei indicare alcune caratteristiche che subito mi colpirono di lui: l’eleganza, come diceva anche Fernanda Pivano, l’ironia, il tratto infantile, la vocazione a fare senza risparmiarsi e pensando sempre agli altri quasi più che a se stesso.
Qual è stata, secondo lei, l’innovazione più grande che Tondelli ha immesso nella narrativa italiana?
La capacità di raccontare la giovinezza e i suoi furori: era un Giordano Bruno della narrativa novecentesca, un innovatore puro. In grado di ridare al lettore le emozioni che si provano durante le fasi di transizione della vita personale.
Come viveva la sua funzione di intellettuale?
Cercando di dare voce agli altri, anche agli ignoti, consigliando, suggerendo, senza mai tirarsi indietro, e non è una notazione retorica.
In pochi anni di attività, Tondelli ha scritto e pubblicato romanzi, racconti, pezzi giornalistici con approcci stilistici differenti. Da lettrice, qual è il Tondelli che ha apprezzato di più?
Il Tondelli di Camere separate e quello intimo, quasi mistico, di una sua mistica del tutto laica, di Biglietti agli amici. Ma è tutto da leggere, la sua anima poetica è un flusso che investe ogni parola, ogni trama.
Ogni anno si celebrano incontri su Tondelli, i suoi romanzi continuano ad essere venduti regolarmente, tanti ragazzi si laureano scrivendo tesi sui suoi libri, qualche critico che “in presa diretta” lo aveva sottostimato ha fatto marcia indietro (penso ad Angelo Guglielmi, ad esempio). Come valuta, per così dire, l’eredità di Tondelli a venticinque anni dalla sua scomparsa? Ha la considerazione che merita un intellettuale del suo calibro?
A Tondelli molti scrittori di oggi debbono molto e molto gli deve l’editoria contemporanea. Pier e il più giovane Andrea De Carlo hanno liberato il romanzo puro, consegnandolo alle generazioni successive svincolato dalle maglie a volte troppo strette delle ideologie e dello sperimentalismo. I narratori puri di oggi hanno questo debito nei confronti di Andrea e Pier, che agivano in un terreno ostile, spesso, ma che hanno affrontato con tutta la sfrontatezza necessaria agli scrittori. È una storia ancora da scrivere, ma importante e bella. Poi direi che il contributo essenziale di Pier alla narrativa è stato quello di dare forma e sostanza all’esperienza reale, accumulata, carica di fatti e immaginazioni. Non quindi la semplice esperienza “vissuta”, ma qualcosa di più alto, di più vasto, che include il profondo senso delle cose, una prospettiva esistenziale sempre fatta valere senza schermi, il che è possibile ai grandi.
Pubblicato sul Mucchio n. 726, Gennaio 2015

L’intervista era presente sul Mucchio n. 726 – gennaio 2015.

di Liborio Conca / 16 Dic 2016

http://ilmucchio.it/interviste/libri-fumetti/pier-vittorio-tondelli/

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