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Il genocidio del popolo zigano e la ribellione del 16 maggio 1944 ad Auschwitz-Birkenau

L’appuntamento con la storia di questa settimana ci porta a ricordare un episodio a lungo rimasto nell’ombra e, tutt’oggi, ignoti ai più. Il suo oblio si contestualizza nel più ampio quadro di una delle pagine più buie e drammatiche del recente passato, una pagina su cui assai è stato scritto e detto ma che continua a nascondere molti lati oscuri: il fenomeno concentrazionario nazista.
Come è noto il termine con cui viene comunemente indicata l’uccisione di milioni di persone nei campi moltiplicatisi nei territori occupati dalla Wermacht è Olocausto. Il chiaro riferimento biblico non è casuale: esso, infatti, ci rimanda all’immane sacrificio che interessò la comunità ebraica, oggetto principale di un odio razziale da secoli diffuso nel Vecchio Continente e divenuto scientifico progetto di sterminio nell’ambito del piano politico hitleriano. Eppure l’indubbia preponderanza numerica dei “figli di Israele” scomparsi nei forni crematori nazisti ha troppo spesso portato ad una non altrettanto attenta considerazione dell’alto contributo di sangue pagato anche da altri gruppi etnici, religiosi o genericamente sociali. A varcare i cancelli su cui dominava la grottesca frase “Il lavoro rende liberi”, infatti, non furono solo ebrei ma anche omosessuali, portatori di handicap, oppositori politici, testimoni di Geova, Rom e Sinti.
Questi ultimi, in particolar modo, erano accomunati al popolo ebraico dalla storia di una discriminazione che affondava le sue radici nei secoli precedenti. Fin dal medioevo, in tutta Europa,  le tradizioni degli zingari e le relative peculiarità in fatto di usi e costumi avevano creato attorno a loro un clima di sospetto e diffidenza tradottosi presto in un approccio apertamente repressivo da parte delle istituzioni: le superstiziose e strumentali accuse di stregoneria o di essere “spie dei Turchi” andarono via via tramutandosi nella formulazione di un complesso normativo volto a condannare lo stesso stile di vita nomade con particolare riferimento ai temi dell’accattonaggio e del vagabondaggio. L’accostamento e la progressiva identificazione di tali pratiche con un modus vivendi considerato automaticamente illegale finirono per affermare lo stereotipo dello zingaro criminale recidivo e irrecuperabile, corpo estraneo ad una società civile che lo escludeva e rifiutava. In questo senso la natura propriamente culturale delle popolazioni Rom e Sinti veniva completamente disconosciuta e il problema della loro inclusione ignorato in favore di un’attitudine al più assimilatoria.
Fu, dunque, su questo sostrato che si inserì la persecuzione nazista. Non c’è da stupirsi, d’altra parte se, in una Germania ossessionata dall’idea della “pura razza ariana”, la “questione zingara” ebbe fin dai primissimi anni del regime hitleriano un’attenzione peculiare. Ad occuparsene, in particolar modo, fu “L’Istituto di ricerca sull’igiene razziale e sulla biologia della popolazione” istituito nel 1936 e posto sotto la direzione del dott. Robert Ritter. Secondo le ricerche condotte da quest’ultimo, nell’affrontare il problema della popolazione zigana, occorreva partire dal presupposto che «non c’erano più zingari puri poiché avevano assimilato le caratteristiche peggiori delle popolazioni dei numerosi Paesi in cui avevano soggiornato nella loro secolare migrazione dall’India. Pertanto, non si potevano considerare “ariani puri” ma “ariani decaduti”, appartenenti a una “razza degenerata”»[i]; a ciò andava aggiunta poi la vera e propria minaccia rappresentata da quell’“istinto del nomadismo” riconosciuto da Ritter come appartenente al corredo genetico di Rom e Sinti e in grado di rappresentare un pericolo per l’intera società tedesca[ii]. Per quanto oggi ci possano sembrare  assurde e chiaramente prive di ogni fondamento scientifico, fu proprio sulla scorta di tali conclusioni che nel 1937 il governo tedesco riconobbe la natura geneticamente criminale delle popolazioni zigane e dispose pertanto la schedatura e l’arresto dei suoi membri.
Iniziava così un processo che, in breve, avrebbe visto gli zingari come gli altri gruppi etnico/sociali considerati “nocivi” dapprima ghettizzati, indi deportati ed, infine, avviati alla “soluzione finale” delle camere a gas. Nei confronti delle popolazioni zigane, in particolar modo, le politiche concentrazionarie si concretizzarono già a partire dal 1939 quando, a seguito dell’annessione della Polonia, diverse migliaia di Rom e Sinti tedeschi furono richiusi nel ghetto di Łódź e nei campi di concentramento di Sobibor, Belzec, Majdanek, Treblinka ed Auschwitz-Birkenau. Con il diffondersi della guerra e, in particolare, con le vicende che interessarono l’apertura del fronte orientale e l’invasione della Russia sovietica, tuttavia, il programma di sterminio subì una netta accelerazione: se, infatti, già durante l’avanzata della Wermacht, le Einsatzgruppen si resero protagoniste di svariate fucilazioni di massa ai danni delle popolazioni nomadi, la sconfitta di Stalingrado e il capovolgersi delle sorti belliche indussero ben presto il partito nazional-socialista ad affrettare la messa in atto dei suoi piani di morte. Fu così che, nel dicembre 1942, lo stesso comandante delle SS Heinrich Himmler ordinò la totale deportazione degli zigani di tutto il Reich nel tristemente noto lager di Auschwitz-Birkenau.
Come era già avvenuto negli altri campi e luoghi di reclusione, ad Auschwitz gli zingari erano internati in una sezione esclusivamente dedicata a loro, lo Zigeunerlager, una sorta di “campo nel campo” in cui i prigionieri vivevano isolati ed in condizioni particolari: non sottoposti a selezione iniziale o appello mattutino, essi non partecipavano al lavoro e potevano continuare a vivere in gruppi familiari; alle donne era persino concesso di partorire. Quella che potrebbe apparire come una condizione di privilegio, tuttavia, nascondeva un atroce destino di morte: in dette condizioni, infatti, gli zingari erano completamente abbandonati a se stessi con scarsissimi rifornimenti di cibo e nessuna cura medica. Ciò faceva si che nello Zigeunerlager i livelli di mortalità fossero i più alti del campo come testimoniato dall’allora medico dell’infermeria di Auschwitz Hermann Langbein. Questi, nel ricordare una visita alle loro baracche, così ebbe ad esprimersi: «Su un pagliericcio giacciono sei bambini che hanno pochi giorni di vita. Che aspetto hanno! Le membra sono secche e il ventre è gonfio. Nelle brande lí accanto ci sono le madri; occhi esausti e ardenti di febbre. Una canta piano una ninna nanna:  “A quella va meglio che a tutte, ha perso la ragione” […] L’infermiere polacco che ho conosciuto a suo tempo nel lager principale mi porta fuori dalla baracca. Al muro sul retro è annessa una baracchetta di legno che lui apre: è la stanza dei cadaveri. Ho già visto molti cadaveri nel campo di concentramento. Ma qui mi ritraggo spaventato. Una montagna di corpi alta piú di due metri. Quasi tutti bambini, neonati, adolescenti. In cima scorrazzano i topi»[iii].
In merito alle ragioni che indussero i nazisti ad un siffatto trattamento sono state avanzate varie ipotesi tra le quali la più accreditata è che si trattasse di un progetto di sperimentazione –  analogamente al caso del lager per famiglie del ghetto di Theresienstadt – per capire cosa si potesse fare di altri gruppi considerati razzialmente simili qualora fosse continuata l’occupazione tedesca. Tale ipotesi è anche suffragata dal fatto che gli zingari di Auschwitz furono tra le principali vittime degli esperimenti medici e di sterilizzazione condotte dal famigerato dott. Mengele. Parimenti si è supposto che, in tal modo, si volesse mantenere in loro l’illusione della sopravvivenza ed evitare, così, rivolte. Anche questa considerazione non appare affatto infondata nel momento in cui si consideri che proprio gli zingari furono tra i pochi gruppi etnici a ribellarsi al loro sterminio. Il 16 maggio 1944, infatti, la decisione presa dalle autorità del campo di avviare la liquidazione dello Zigeunerlager si scontrò contro la resistenza attiva dei prigionieri ivi internati i quali, avvertiti dell’arrivo delle SS, si rifiutarono di uscire dalle loro baracche e, armatisi di pietre e bastoni, si predisposero a contrastare il loro trasferimento alle camere a gas. Di fronte a quest’atto di rivolta, non unico ma certamente raro nei campi di concentramento nazisti, gli stessi aguzzini inviati per condurre l’operazione di morte furono colti alla sprovvista e decisero di desistere dal loro intento.       Lo sterminio di Rom e Sinti rinchiusi ad Auschwitz, tuttavia, era solo rinviato: con l’approssimarsi del fronte e l’arrivo di nuovi convogli carichi di ebrei provenienti dall’Ungheria, la risoluzione del problema dello “spazio” nel lager divenne non più prorogabile. Il 2 agosto 1944 le SS tornarono a circondare in armi lo Zigeunerlager non prima, tuttavia, che fosse disposta ed effettuata la deportazione presso il campo di Buchenwald di oltre mille zigani con il chiaro obiettivo di ridurne le forze e contrastare più facilmente eventuali ulteriori atti di rivolta. Ricorda un medico ebreo: «La procedura è stata la stessa applicata per il campo ceco. Prima di tutto divieto di uscire dalle baracche. Poi le Ss e i cani poliziotto hanno cacciato gli zingari dalle baracche e li hanno fatti allineare. Hanno distribuito a ciascuno le razioni di pane e i salamini. Una razione per tre giorni. Hanno detto loro che li portavano in un altro campo […] Il blocco degli zingari sempre cosí rumoroso, s’è fatto muto e deserto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo»[iv]. I nuovi, disperati tentativi degli internati di resistere e sottrarsi al loro tragico destino non valsero questa volta a salvar loro la vita: in quel 2 agosto 1944 i quasi 3000 zigani rimasti nel campo trovarono la morte nel crematorio n. 5, il più vicino allo Zigeunerlager.    Molti dei sopravvissuti ad Auschwitz hanno ricordato quella notte con termini di profonda angoscia e tristezza dal momento che con gli zingari sparivano dal campo gli ultimi frammenti di vita rappresentata dai loro canti, le loro musiche e le voci dei loro bambini. Per documentare l’ostinatezza con cui gli zigani tentarono fino all’ultimo di difendere le loro vite, invece, la testimonianza forse più significativa fu quella dello stesso comandante del campo, Rudolph Höss il quale nel suo libro di memorie Comandante ad Auschwitz (Torino, Einaudi, 1960) ebbe a ricordare come «Non fu facile mandarli alle camere a gas. Personalmente non vi assistetti, ma Schwarzhuber mi disse che, fino ad allora, nessuna operazione di sterminio era stata così difficile»
Si stima che durante il Porrajmos, termine zigano traducibile come “grande divoramento” o “devastazione” e che indica appunto il genocidio cui essi furono sottoposti negli anni del Reich tedesco, morirono circa 500.000 zingari. La memoria di uno dei più grandi orrori dell’umanità è doverosa anche nei confronti del loro sacrificio.

«Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra.
Ci possono calpestare,
ci possono eradicare, gassare,
ci possono bruciare,
ci possono ammazzare –
ma come i fiori noi torniamo comunque sempre…»
Karl Stojca

[i] Giorgio Giannini, Vittime dimenticate, lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omosessuali e dei testimoni di Geova, Viterbo, Nuovi Equilibri, 2011, pag. 34.
[ii] Cfr. ibidem
[iii] Hermann Langbein, Uomini di Auschwitz, Milano, Ugo Mursia, 1984, pp.534.
[iv] D. Kenricjk-G. Puxon, Il destino degli zingari, Milano, Rizzoli, 1975, p. 181.

Andrea Fermi

Andrea Fermi, 16 maggio 2017, Appuntamento con la storia

http://virgoletteblog.it/2017/05/16/genocidio-del-popolo-zigano-la-ribellione-del-16-maggio-1944-ad-auschwitz-birkenau/

 


Le riserve indiane

Il 27 febbraio 1851, il Congresso degli Stati Uniti approvava una legge,  l’Indian Appropriations Act o Appropriation Bill For Indian Affairs, che  regolamentava la dislocazione degli indiani d’America su tutto il  territorio degli Stati Uniti. In quel periodo gli Stati Uniti uscivano  da una guerra contro il Messico che aveva consentito alla  giovane repubblica di accrescere il proprio territorio aumentandolo di  circa un terzo rispetto a quello originale.

Scena di guerra tra Messico e Stati Uniti in un dipinto anonimo
Ciò aveva comportato anche  un significativo aumento delle popolazioni indigene che ricadevano sotto  la tutela (o meglio, sotto il controllo) del governo degli Stati Uniti. Tutta la questione era nata dall’acquisizione dei due territori che  costituiscono parte delle pianure interne degli Stati Uniti, il Texas a  sud e i territori del Dakota (oggi gli stati del Nord e Sud Dakota) a  nord. Il Texas era stata la ragione per cui la guerra con il Messico era  scoppiata. Infatti il Texas, come altri territori quali il Nuovo  Messico, l’Arizona e parte della California, apparteneva  originariamente al neonato stato del Messico, che aveva colonizzato i  territori al nord fino al confine con gli Stati Uniti dell’epoca. In  questo territorio immenso risiedevano diverse tribù indiane. Quando gli Stati Uniti  firmarono con il Messico il  trattato di pace dopo una guerra durata due anni (1846-1848), questo  comportò ovviamente che si ritrovassero in questo territorio una serie di popolazioni indiane a cui  badare sia per la loro sopravvivenza che per il loro rapporto  problematico con le popolazioni americane bianche. Il Texas, al quale  era stata negata l’annessione agli Stati Uniti nel 1836, aveva  dichiarato la propria indipendenza dal Messico. Ciò aveva portato a una  serie di conflitti tra Texas e Messico che sfociò, durante la presidenza  Polk, in una guerra degli Stati Uniti contro il Messico per tutelare la  presenza massiccia di coloni di origine anglo-americana in quei  territori. Questo conflitto portò all’acquisizione di altri territori  oltre il Texas, quali il New Mexico, l’Arizona, la Baja California e  parte del Colorado.

I territori del Messico all’epoca della guerra con gli Stati Uniti (in rosa i movimenti separatisti)
Alcuni anni prima, nel Nord Dakota, alcune importanti tribù come i  Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho avevano rivendicato la proprietà dei  loro territori di caccia contro il sempre maggiore arrivo di coloni  bianchi. Orlando Brown, direttore del Bureau of Indian Affairs (ufficio  ancora oggi esistente incaricato della gestione dei rapporti con gli  indiani), aveva suggerito di cambiare la linea politica del governo  federale nei confronti delle popolazioni indigene, favorendo la  creazione di territori che delimitassero le zone abitate da indigeni  rispetto a quelle abitate dai bianchi. Fino ad allora la politica degli  Stati Uniti consisteva nel costringere le popolazioni indigene a migrare  verso ovest, creando spesso disastri demografici: i Sioux del Centro  Nord avevano invaso con la violenza le terre delle tribù del Midwest,  sostituendosi ad esse ed espandendosi sui territori di caccia che erano  appartenuti ai Nez Percé, ai Crow e ai Pawnee.

Un fotoritratto di Orlando Brown
L’idea di istituire territori appositi per gli indiani d’America,  separati dai territori dei bianchi, era venuta anche a William Medill,  Commissario degli Affari Indiani, che aveva preceduto nell’incarico  Orlando Brown. Questi aveva dichiarato che gli indiani dovevano  rassegnarsi all’inevitabile conquista dei loro territori e che non  potevano pretendere di continuare a muoversi senza controllo nei loro  territori tradizionali. in una lettera al capo del  Bureau of Indian Affairs, aveva anche scritto: “è nella natura del bisonte e di ogni tipo di  selvaggina di ritirarsi davanti all’avanzare della civiltà e il danno  lamentato non è che uno degli inconvenienti a cui vanno incontro tutti i  popoli che si oppongono allo spirito innovatore costantemente  progressista della nostra epoca”. Quegli anni (1848-50) furono anche gli  anni del gold rush,  la corsa all’oro, che aveva spinto moltissimi  coloni verso ovest diretti in California, attraversando in questo modo,  e spesso con scontri violenti con le tribù indigene, i territori del  Texas, del Messico, del Colorado e del Kansas.
Nel frattempo in Texas si stava definendo la progressiva separazione tra  bianchi e indiani, per i quali la legge texana non prevedeva neppure il  diritto di proprietà sui territori appartenuti loro tradizionalmente. Nello stesso  periodo più a nord veniva aperto l’Oregon Trail, un grande corridoio  che a metà dell’800 consentì a centinaia di coloni euro-americani di  trasferirsi ad ovest, occupando gli stati del Missouri, del Kansas, del  Nebraska e del Wyoming, dove risiedevano numerose tribù indiane  d’America. A nord dell’Oregon Trail, nei territori del Dakota, le  potenti tribù Sioux e Cheyenne erano riuscite a dominare le popolazioni  originarie della zona, meno bellicose.

United States Bureau of Indian Affairs
Si stava verificando qualcosa di simile a ciò che era avvenuto negli  anni ’30 dell’ ‘800 quando, violando le leggi federali, gli stati della  Georgia e del North Carolina avevano deportato con la forza le tribù  indigene verso ovest. Il piano in questo caso era quello di creare una  enorme riserva indiana nelle pianure centrali, che si ritenevano  scarsamente dotate di risorse. Questo piano prevedeva che gli indiani  vivessero separati dai bianchi e che si potesse aprire un corridoio per  attraversare le pianure centrali per permettere ai coloni di insediarsi  negli stati attuali dell’Oregon, di Washington e della California. Il  trail of tears (sentiero delle lacrime) vide centinaia di tribù indiane  del sud-est spinte a trasferirsi verso l’Oklahoma, sotto il controllo  dell’esercito americano. Durante il trasferimento forzato vi furono  migliaia di vittime. Il governo federale a Washington non si preoccupò  minimamente di intervenire sebbene la legge prevedesse che vari  territori del sud-est appartenessero ancora alle tribù indigene. Nello stesso periodo il Nuovo Messico cadeva sotto il controllo degli  Stati Uniti, dove  il governo federale si trovò a gestire una situazione  del tutto particolare. Nel Nuovo Messico vivevano diverse tribù  guerriere (come i Navajos, gli Apache e gli Ute) spesso in conflitto tra  di loro e che assalivano ripetutamente non solo gli insediamenti  bianchi, ma anche quelli dei pueblo. Queste tribù, che praticavano  l’agricoltura, prendevano il nome dalle loro abitazioni costruite con  terra e mattoni, di solito addossate a delle montagnole, frequenti  sull’altopiano del deserto del Nuovo Messico, con la finalità di rendere  più difficile un assalto al loro villaggio. Secondo l’ Agente per gli  Affari Indiani e futuro governatore di quel territorio James Calhoun, i  pueblo avrebbero dovuto essere riconosciuti da subito cittadini degli  Stati Uniti poiché, praticando l’agricoltura e costruendo abitazioni in  muratura, dimostravano di possedere un consistente grado di civiltà. Anche nel caso di Calhoun la soluzione delle riserve sembrò essere  l’unica strada percorribile, perchè garantiva sia il controllo delle  popolazioni indigene e sia maggiore sicurezza per i bianchi che si  andavano a stanziare nelle zone limitrofe. Era inoltre una garanzia per  gli stessi indiani, che stavano rischiando di perdere tutto per mano dei  coloni bianchi.

Guerrieri apache – National Archive
Iniziava così nel 1851 la politica delle riserve che riprendeva idee già  promosse durante il periodo coloniale e nel primo periodo dopo la  rivoluzione. In sostanza l’idea era quella di isolare gli indiani riservando loro  un territorio circoscritto, rendendoli invisibili agli occhi dei bianchi. Contemporaneamente in Texas il locale Agente per gli Affari Indiani,  Robert Simpson Neighbors, induceva l’esercito federale a trasferire le  tribù indigene locali. L’idea delle riserve stava quindi prendendo piede  in modo indipendente in diverse parti del Paese. Ci si rendeva conto che  lo spostamento sempre più a ovest della linea di demarcazione con i  territori indiani e il conseguente controllo del territorio, elemento  fondante dell’esperienza nazionale e identitaria degli Stati Uniti di  metà 800, doveva comportare anche la rimozione delle popolazioni indigene.
Secondo Neighbors alcune tribù guerriere come i Comanche, i Wichita e i  Washo potevano essere costrette in appositi territori, nell’ovest del  Texas, che dovevano essere acquistati dal governo federale, in quanto  nel Texas non veniva riconosciuto agli indigeni nessun diritto di proprietà.
In questo modo si sarebbero potute istituire zone speciali, riservate  alle tribù, con l’obiettivo di evitare che entrassero in contatto con i  nuovi coloni nelle loro attività di caccia che continuavano a praticare. Al fine di impedire agli indiani tanto la caccia che i loro spostamenti, iniziò  nelle grandi pianure del centro degli Stati Uniti una sorta di guerra  ecologica, che portò alla distruzione, da parte dei bianchi, delle  enormi mandrie di bisonti che avevano da sempre assicurato la  sopravvivenza di queste tribù.
Fu così che nelle nelle zone centrali del Paese si scatenò una guerra  permanente tra il governo federale e le tribù indiane finalizzata  all’appropriazione di quelle terre.
Le proposte dei due direttori del Bureau of Indian Affairs, Medill e  Brown, prevedevano di costituire due enormi riserve, senza considerare  il fatto che all’interno di queste dovevano convivere popolazioni  indiane completamente diverse le une dalle altre.
Gli indiani non si percepivano come un popolo unico, ma ogni tribù  rivendicava una sua specifica identità che la distingueva da quella  degli altri popoli indiani.
Queste proposte, che arrivarono a Congresso nel 1849, non sortirono un  effetto immediato ma avviarono un dibattito su quello che ormai veniva  definito il problema indiano, dibattito che avrebbe portato  all’approvazione il 27 Febbraio del 1851 dell’Indian Appropriations Act.

Accampamento sioux a Pine Ridge, South Dakota – National Archive
Quello stesso anno nei territori del nord (dove risiedevano  popolazioni importanti come i Sioux, i Cheyenne, i Crow, gli Arapaho) si  giungeva a un accordo, il trattato di Fort Laramie, che assegnava  precisi territori di caccia  a quei popoli. Per assicurare che i confini  stabiliti non fossero superati, si costruirono fortini e posti di  controllo e si istituirono agenzie governative che potessero controllare  gli indiani nel rispetto effettivo di tali confini.
La recinzione dei loro territori era difficile da comprendere da parte  di quelle tribù indiane, i cui sconfinamenti erano inevitabili  soprattutto verso quei territori come per esempio le Black hills, le  Colline Nere, che erano sacre per il popolo dei Sioux. Ciò portò  inevitabilmente a continui scontri armati tra le truppe degli Stati  Uniti e le diverse tribù indiane che da quel momento cominciarono ad  allearsi tra di loro.
Nel 1849 intanto il governo federale aveva istituito un nuovo ente  governativo, il Dipartimento degli Interni, per la gestione dei territori  che venivano aggiunti sempre più frequentemente alla repubblica. Sotto  la giurisdizione del dipartimento passò anche l’Ufficio per gli Affari  Indiani (il Bureau of Indian Affairs), che fino ad allora era  dipeso dal Dipartimento della Guerra. Fatto questo significativo per  capire come, nel primo periodo dopo la rivoluzione, il governo degli  Stati Uniti avesse percepito la questione indiana come una questione  militare. Sottintendendo in questa concezione che comunque gli indiani  rappresentavano un pericolo per i coloni bianchi e per la sicurezza stessa della nazione.
Questa nuova istituzione portò anche al cambiamento di linea politica  del governo degli Stati Uniti, in quanto questo Dipartimento contribuì a  fare in modo che l’Ufficio per gli Affari Indiani cominciasse a mutare  la sua politica verso le tribù indiane. Alcuni filantropi e persone  influenti che avevano a cuore il destino di queste popolazioni, come ad  esempio i cosiddetti riformatori cristiani che si proponevano di  civilizzare i popoli indigeni, cominciarono a richiedere un trattamento  più rispettoso e a considerare gli indiani non più come stranieri  (nazioni straniere infatti li definiva la Costituzione degli Stati  Uniti), ma come protetti del governo degli Stati Uniti, o wards,  soggetti sotto il controllo del governo americano.
A metà dell’800 si erano sviluppate teorie sullo stato della cultura di  queste popolazioni che stabilivano la necessità di civilizzarle. Queste  consideravano gli indiani come “bambini che vanno educati,  istruiti e portati alla conoscenza del valore della civiltà” 1 moderna e  del capitale.
Si iniziò inoltre a pensare che le riserve indiane potessero essere  ripartite e divise, non più quindi gestite in forma collettiva e  comunitaria dalle tribù come avveniva all’inizio nella maggior parte dei  casi.

Famiglia di Navajo in New Mexico – National Achive
I continui confronti e scontri tra gli indiani d’America e il governo  degli Stati Uniti (e in particolar modo con quei distaccamenti militari  che erano stati inviati a ovest per favorire sia la colonizzazione che  il controllo delle tribù indiane) portarono inevitabilmente a ulteriori  guerre tra le diverse popolazioni. In particolar modo gli Apache, i  Comanche, i Navajos, e più a nord i Sioux e i Cheyenne, si scontrarono  frequentemente con l’esercito federale, anche durante la guerra civile  (1861-65). Gli indiani mal sopportavano il controllo da parte del  governo federale e volevano rivendicare il loro dominio su quelle  terre. Oltretutto il concetto di proprietà privata delle terre per la  maggioranza delle tribù indiane d’ America era qualcosa di  inconcepibile: la terra, generatrice e madre della natura e degli esseri  umani, non poteva essere proprietà di alcuno.
Nel 1871 ebbe così inizio la progressiva approvazione di leggi che  portò, alla fine dell’800, a un’ espropriazione definitiva e completa  dei territori indiani, mantenendo sì l’esistenza delle riserve ma  suddividendole e parcellizzandole in tante piccole proprietà private con  la speranza che gli indiani cominciassero poi a praticare l’agricoltura.  Cosa che successe in pochissimi casi. Infine, in quello stesso anno, il  nuovo Indian Appropriations Act privò di qualsiasi sovranità le nazioni  indiane che così non erano più riconosciute come indipendenti. L’ultima grande riserva di Pine Ridge, quella dei Sioux (la più grande  insieme a quella dei Navajo), veniva definitivamente frammentata nel  1889 in tanti piccoli dipartimenti controllati da agenzie del governo  federale, cosa che portò queste popolazioni a vivere soprattutto  dell’assistenza economica del Governo federale.

Gruppo di Pawnee in Nebraska – National Archive
L’ultima resistenza  dei Sioux fu soppressa nel sangue (nel tragico episodio di Wounded Knee Creek, Pine Ridge nel dicembre del 1890), quando i Sioux non erano più in grado di opporre una  resistenza militare adeguata all’esercito federale. Nella storia sono  comunque rimaste famose alcune significative vittorie in particolar modo  di Sioux, Cheyenne e Arapaho che, alleati, nel 1876 sconfissero il  reggimento del generale Custer nella battaglia del Little Big Horn. Le riserve sono sopravvissute, anche se sempre più ridotte, e la  politica varata il 27 febbraio del 1851 dal Congresso degli Stati Uniti  ha avuto conseguenze di lungo periodo, fino ai nostri giorni, su tutti i popoli indiani residenti sul territorio statunitense.

“The New York Review of Books”
Daniele Fiorentino
Radio3 su carta
a cura di Loredana Rotundo con Antonella Borghi, Lorenzo Pavolini e Roberta Vespa.

http://www.451online.it/radio3-su-carta-le-riserve-indiane/


E’ morto lo storico Denis Mack Smith. Popolari le sue biografie di Cavour, Garibaldi e Mussolini

E’ morto, all’età di 97 anni, lo storico inglese Denis Mack Smith, noto nel nostro paese per una “Storia d’Italia” che ha  avuto grande successo, ma anche molte contestazioni da alcuni critici, che lo consideravano un divulgatore più che uno storico. I suoi libri comunque si trovano ancora sulle bancarelle dell’usato. Docente all’università di Oxford, esperto di Risorgimento e fascismo, è autore di molte biografie, tra cui quelle di Garibaldi, di Cavour e di Benito Mussolini. Fu molto amico di Indro Montalelli, anche se i due erano divisi da valutazioni diverse, in particolare sul Risorgimento italiano.  Nato a Londra il 3 marzo del 1920, aveva collaborato anche con Benedetto Croce.


È morto Liu Xiaobo

L’attivista cinese premio Nobel per la pace aveva 61 anni: era stato scarcerato pochi giorni fa perché malato di tumore

Liu Xiaobo, noto attivista cinese per i diritti umani e premio Nobel per la pace nel 2010, è morto a 61 anni in ospedale nel nord-est della Cina. Fino al mese scorso Liu si trovava in un carcere della provincia nord orientale di Liaoning, dove stava scontando una pena di 11 anni di prigione per il reato di “sovversione”, ma era stato trasferito in ospedale perché gli era stato diagnosticato un tumore al fegato in fase terminale. Nelle ultime settimane Liu era finito in mezzo a una controversia internazionale: diversi paesi avevano chiesto al governo cinese di trasferire Liu in uno dei loro ospedali, per permettergli di ricevere delle cure palliative. La Cina si era però rifiutata, sostenendo che le condizioni di Liu non erano sufficientemente buone per permettergli un trasferimento così lungo.
Liu era un attivista e intellettuale laureato in letteratura e da molti anni era impegnato per la difesa dei diritti umani e civili in Cina, dove era poco conosciuto a causa della censura del governo. Nel 1989, quando la sua carriera universitaria era già avviata, Liu partecipò alle grandi manifestazioni di piazza Tienanmen, per le quali fu accusato di voler sovvertire il regime e fu condannato a tre anni di lavoro in un campo di rieducazione per «disturbo della quiete pubblica». Dopo la liberazione gli fu impedito di pubblicare dei libri e di tenere lezioni pubbliche in Cina: diverse ambasciate gli offrirono asilo politico, ma lui lo rifiutò, preferendo continuare a occuparsi di diritti umani e civili e a pubblicare articoli su Internet.

In occasione del sessantesimo anniversario dell’adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, a dicembre del 2008, Liu sottoscrisse il manifesto “Charta 08” in cui chiedeva riforme democratiche. Due giorni prima della pubblicazione del manifesto, Liu fu fermato e nel giugno del 2009 fu confermato l’arresto per atti sovversivi contro il governo. Nel dicembre dello stesso anno Liu fu condannato a undici anni di carcere, una sentenza molto criticata all’estero e contro la quale si erano mossi gli Stati Uniti e altri paesi, senza ottenere però alcuna apertura dal governo di Pechino. Nel 2010 Liu ricevette il premio Nobel per la Pace, ma il governo cinese non gli consentì di andare a ritirarlo. Anche sua moglie, Liu Xia, si trova da anni agli arresti domiciliari a Pechino. Dopo la diagnosi di tumore in fase terminale, Liu era stato trasferito in un ospedale di Shenyang, capoluogo della provincia del Liaoning, ma non gli era comunque stata data l’opportunità di andare all’estero per farsi curare.


Pier Vittorio Tondelli. Biglietto ad un amico

A 25 anni dalla morte dell’autore, condividiamo il ricordo di Elisabetta Sgarbi, ex direttore editoriale di Bompiani, la casa editrice che pubblica l’intera opera tondelliana.

“Quando arrivava in casa editrice lo si notava subito, essendo molto alto. Passava veloce, silenziosamente, portandosi appresso la sua naturale timidezza. Poi sorrideva, ed ecco emergere il Tondelli dei suoi libri, della leggerezza e della malinconia che mi è caro ritrovare leggendolo”, così Elisabetta Sgarbi, amica e per lungo tempo direttore editoriale di Bompiani (oggi a La nave di Teseo), la casa editrice che pubblica l’opera completa tondelliana, ricorda Pvt.
Come ha incontrato e conosciuto Pier Vittorio Tondelli?
L’ho conosciuto davvero, in profondità, nei primi anni 90, quando abbiamo dato vita con lui, Alain Elkann e Elisabetta Rasy, Jay McInerney alla rivista “Panta” una bella avventura, che continua ancora oggi nel suo nome. Una “rivista di mondi narrati”, aliena da ogni pregiudizio ideologico e stilistico. Pier Vittorio era entusiasta del progetto e nell’editoriale del primo numero scriveva che “Panta” “è realizzata da un gruppo di autori la cui appartenenza a una stessa generazione si esprime nella ritrovata fiducia del narrare”. Potrei indicare alcune caratteristiche che subito mi colpirono di lui: l’eleganza, come diceva anche Fernanda Pivano, l’ironia, il tratto infantile, la vocazione a fare senza risparmiarsi e pensando sempre agli altri quasi più che a se stesso.
Qual è stata, secondo lei, l’innovazione più grande che Tondelli ha immesso nella narrativa italiana?
La capacità di raccontare la giovinezza e i suoi furori: era un Giordano Bruno della narrativa novecentesca, un innovatore puro. In grado di ridare al lettore le emozioni che si provano durante le fasi di transizione della vita personale.
Come viveva la sua funzione di intellettuale?
Cercando di dare voce agli altri, anche agli ignoti, consigliando, suggerendo, senza mai tirarsi indietro, e non è una notazione retorica.
In pochi anni di attività, Tondelli ha scritto e pubblicato romanzi, racconti, pezzi giornalistici con approcci stilistici differenti. Da lettrice, qual è il Tondelli che ha apprezzato di più?
Il Tondelli di Camere separate e quello intimo, quasi mistico, di una sua mistica del tutto laica, di Biglietti agli amici. Ma è tutto da leggere, la sua anima poetica è un flusso che investe ogni parola, ogni trama.
Ogni anno si celebrano incontri su Tondelli, i suoi romanzi continuano ad essere venduti regolarmente, tanti ragazzi si laureano scrivendo tesi sui suoi libri, qualche critico che “in presa diretta” lo aveva sottostimato ha fatto marcia indietro (penso ad Angelo Guglielmi, ad esempio). Come valuta, per così dire, l’eredità di Tondelli a venticinque anni dalla sua scomparsa? Ha la considerazione che merita un intellettuale del suo calibro?
A Tondelli molti scrittori di oggi debbono molto e molto gli deve l’editoria contemporanea. Pier e il più giovane Andrea De Carlo hanno liberato il romanzo puro, consegnandolo alle generazioni successive svincolato dalle maglie a volte troppo strette delle ideologie e dello sperimentalismo. I narratori puri di oggi hanno questo debito nei confronti di Andrea e Pier, che agivano in un terreno ostile, spesso, ma che hanno affrontato con tutta la sfrontatezza necessaria agli scrittori. È una storia ancora da scrivere, ma importante e bella. Poi direi che il contributo essenziale di Pier alla narrativa è stato quello di dare forma e sostanza all’esperienza reale, accumulata, carica di fatti e immaginazioni. Non quindi la semplice esperienza “vissuta”, ma qualcosa di più alto, di più vasto, che include il profondo senso delle cose, una prospettiva esistenziale sempre fatta valere senza schermi, il che è possibile ai grandi.
Pubblicato sul Mucchio n. 726, Gennaio 2015

L’intervista era presente sul Mucchio n. 726 – gennaio 2015.

di Liborio Conca / 16 Dic 2016

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