Archivio dell'autore: letturepirata

Yeruldelgger

Il romanzo di Ian Manook nel cuore della steppa

di Gabriele Santoro

Patrick Manoukian, classe 1949, è un figlio dell’emigrazione, della diaspora armena in Francia. Cresciuto a Meudon, sobborgo a sudovest di Parigi, in una famiglia operaia è stato uno scrittore prolifico fin dall’adolescenza, ma non aveva pubblicato nulla fino al 2013, quando la casa editrice Albin Michel ha puntato sul noir dall’ambientazione esotica Yeruldelgger (Fazi, 524 pagine, 16.50 euro, traduzione a cura di Maurizio Ferrara). Il primo volume di una trilogia che ha conquistato i lettori francesi: 200mila copie vendute, insignito di tutti i premi letterari dedicati al giallo ed è in corso di pubblicazione in dieci paesi.
Ian Manook, il nome d’arte, dopo una giovinezza da sessantottino, nel 1987 ha creato un’agenzia di pubblicità specializzata nella comunicazione per il turismo, che dirige col figlio Julien, e le Éditions de Tournon, a lungo leader del mercato editoriale francese dell’animazione e del fumetto. Yeruldelgger è strettamente legato al rapporto con la figlia Zoe, che prima ha sfidato l’autore a non lasciare finalmente incompiuto un romanzo, e poi nel 2007 l’ha portato in Mongolia per verificare da vicino il lavoro dell’associazione per l’adozione a distanza che finanziavano.
Con la qualità della propria scrittura Manook ci introduce con grande competenza e passione in un universo che poco conosciamo, la Mongolia sospesa tra le tradizioni ancestrali dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della capitale Ulan Bator. Il libro propone di viaggiare dietro lo schermo della violenza per comprendere le contraddizioni di un paese schiacciato da appetiti neocolonialisti. Yeruldelgger, un commissario di polizia mongolo, è il nostro eroe che dalle prime pagine si trova a indagare sul ritrovamento in una fabbrica alla periferia della città dei cadaveri di tre cinesi.
E a poche ore da Ulan Bator, nel cuore della steppa, è alle prese col mistero dei resti di una bambina seppellita con il suo triciclo. Le inchieste sembrano del tutto disgiunte, ma sarà così? Yeruldelgger dovrà fronteggiare le minacce e gli ostacoli posti da politici e potenti locali, magnati stranieri in cerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti.
Manook, che cosa ha rappresentato la diaspora nella sua vita?
«Esiste un dolore grande: non essere in grado o non avere il permesso di ricordare, l’essere schiacciati sulle contingenze attuali. Gli armeni sono sopravvissuti anche alla negazione della parola genocidio, dunque alla censura della memoria. La cultura della diaspora è speciale e ha costruito il mio sguardo composito sul mondo, il modo in cui ho vissuto, pensato e scritto».
Dal Bronx alla Mongolia, passando per la Woodstock mancata, ci disegna la mappa così particolare dei suoi viaggi?
«Avevo vent’anni quando viaggiare significava aprirsi al mondo ed essendo un figlio della diaspora, come tutti gli armeni o le persone costrette a fuggire, ho fatto del mondo la mia casa. A sedici anni sono partito per la prima volta destinazione New York, lavorando in un ristorante. Il viaggio che mi ha cambiato risale a quando ho finito i miei studi nel 1973: 27 mesi dall’Islanda all’Amazzonia. A scuola ero sempre il primo della classe, fiero di essere il proletario istruito. Poi ho capito che là fuori c’era un mondo da scoprire».
Perché del suo personaggio, Yeruldelgger, descrive fisicamente solo le mani?
«L’ho fatto per lasciare al lettore la propria immagine di Yeruldelgger. Mi colpisce la coincidenza delle descrizioni di chi ha letto il libro. Per me lui è l’incarnazione della Mongolia. Vuol dire che sembra un personaggio solido, capace di battersi contro tutti, nel contempo nella sua vastità è molto fragile. Yeruldelgger era nella mia penna da vent’anni. All’epoca era un poliziotto americano di Brooklyn, che si chiamava Donelli, dall’esistenza complessa. L’ho ripreso, calandolo nel contesto generale della Mongolia. Subito ho capito una cosa importantissima: la cultura sciamanica della Mongolia dà alle cose importanti di un giallo, la morte, la fedeltà, la vendetta una nozione diversa del nostro modo di pensare occidentale. Questa differenza garantiva ai miei personaggi una asperità maggiore».
La violenza nella sua fiction letteraria: lei si spinge molto in avanti.
«È un personaggio pienamente inscritto nella modernità. Col suo mestiere si misura con gli aspetti più tribolati e violenti della vita del suo paese, che dopo lo scontro con l’URSS, subisce altre influenze, in particolare cinesi e coreane. Manifesta la volontà di conservare le tradizioni millenarie mongole, legate all’educazione ricevuta in un monastero buddista. In un giallo si deve andare un po’ più lontano dell’ultima linea della violenza, oltrepassarla. Il mio personaggio a volte è troppo violento. Il mondo intorno lo spinge alla violenza alla quale lui non vorrebbe cedere. Nello sviluppo della trilogia, a ottobre uscirà in Francia il terzo volume, evolve con esiti inattesi il suo rapporto con la rabbia vendicativa che gli cresceva dentro a ogni delitto».
L’intrigo poliziesco si rivela anche nella complessità delle questioni geopolitiche, ai rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica.
«La Mongolia sembra un paese indistruttibile, eterno, che in realtà potrebbe sparire nei prossimi venti anni, economicamente, politicamente e fisicamente. La Mongolia è come qualcosa che non sarebbe dovuto esistere. Un paese grande due volte e mezzo la Francia con solamente tre milioni di persone, di cui circa il 40% vive in una sola grande città. È una zona sismica terribile. Yeru l’ho scritto come un’incarnazione del suo paese. Spesso abbiamo coscienza dei luoghi come cartoline postali. Quando scrivo il giallo mi piace servirmi della conoscenza approfondita che ho del paese, della quotidianità quanto dei suoi problemi geopolitici. Questo genere letterario, meno soggetto a censure, è un ottimo strumento per occuparsi di sentimenti universali attraversando destini personali».
Qual è il compito della letteratura?
«L’immaginazione è la risorsa migliore del mondo. Serve a varcare le frontiere dell’immaginazione che è un’attivazione della curiosità. Senza di essa non vale la pena vivere. Se vivere è accettare un’idea che gli altri hanno imposto come indiscutibile non vale la pena. La curiosità è il motore di tutto. In quanti vivono senza mai chiedersi l’origine delle parole che pronunciano? Incuriosirsi cambia la vita».
I premi letterari valorizzano un libro?
«Ancora non mi è chiaro. Il riconoscimento ovviamente gratifica, ma non cambiano la vita, soprattutto a 65 anni».

di Gabriele Santoro pubblicato mercoledì, 31 agosto 2016 su Minima & Moralia

http://www.minimaetmoralia.it/wp/yeruldelgger-il-romanzo-di-ian-manook/

Gabriele Santoro
Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.


Editoria, siamo sommersi di libri che nessuno legge

Continuiamo a ripeterci da anni che il settore editoriale è in crisi perché gli italiani non sono un popolo di lettori, ma non è così vero, perché a vedere i numeri i lettori sono più o meno gli stessi da quarant’anni. Il problema è un altro e assomiglia a una obesità

Salone Libro

Anche quest’anno, come da consolidata tradizione, ci troviamo a commentare i dati aggregati dall’Associazioni Italiana Editori, dalla percentuale dei lettori forti sul totale dei lettori, fino al numero delle copie vendute e al giro di affari. Un sacco di cifre cifrette, cifrone, alcune assolute, altre relative, qualcuna fortemente in positivo, qualcuna fortemente in negativo, altre invece sostanzialmente stabili.

La fotografia dell’Italia che legge, insomma, è più o meno sempre la stessa: i lettori forti sono stabili sui 3 milioni, come sempre; quelli deboli oscillano in dipendenza del successo o meno del best sellerone, come sempre; le fasce forti sono i vecchi e i giovanissimi, come sempre, e via dicendo. Ma la popolazione, in fondo, sembra sempre più o meno la stessa, stabile da quasi quarant’anni: tra i 22 e i 24 milioni di persone.

Tra le cifre pubblicate dall’AIE quest’anno, però, un dato interessante sul serio c’è. E curiosamente è uno dei pochi per il quale la statistica non c’entra nulla, perché è un fatto misurabile e riguarda la produzione di libri nel nostro paese, non il consumo. Eh sì, a guardare i dati dalla giusta distanza lo si nota: di fronte a un pubblico dal corpo sostanzialmente stabile nella sua magrezza rachitica, il mercato editoriale è diventato letteralmente obeso.

Il fenomeno è macroscopico: nel 2016 il mercato ha visto entrare in libreria più di 66mila nuovi titoli, di cui 18mila di sola narrativa. Nel 1980, sempre secondo l’AIE, quegli stessi numeri parlavano di un mercato totalmente diverso, fatto di sole 13mila novità, di cui soltanto 1000 erano di narrativa. Se andiamo a vedere le stime del numero di lettori fatte dall’ISTAT in quegli anni, il numero assoluto che troviamo è, indovinate un po’, sempre lo stesso, circa 24milioni. All’epoca erano il 46 per cento del Paese, ora sono il 41, ma il numero assoluto è sempre più o meno stabile.

Quindi, ricapitolando: in quarant’anni circa, a lettori grosso modo stabili, abbiamo assistito a un aumento della produzione di circa il 600 per cento, un aumento che, nel solo campo della narrativa, è di circa il 1800 per cento. Ovvero, se fino agli anni Ottanta per ogni lettore uscivano circa 3 libri all’anno, ora ne escono 10. Una vera e propria marea di carta che viene rovesciata nel mercato, un mercato che però non si è allargato, è rimasto più o meno della stessa grandezza. Le conseguenza sono molteplici: più libri vuol dire meno tempo per sceglierli, lavorarli e promuoverli. Ma anche meno tempo a disposizione di ogni libro per trovare i propri lettori. Il risultato? Abbassamento della qualità, crollo del tempo di permanenza sullo scaffale, ridotto a volte a poche settimane, vendite medie sempre più basse.

Negli ultimi dieci anni l’industria editoriale ha chiamato tutto ciò “Crisi dell’editoria”, dando la responsabilità ai lettori. Già, perché l’industria editoriale è parecchio brava a scaricare le colpe sui propri clienti: “in Italia stanno sparendo i lettori”, si dice sempre, tanto che ormai è diventato un ritornello, un mantra che ci siamo ripetuti di continuo negli ultimi anni. Eppure, a vedere i numeri, non è esattamente così. O meglio, è vero che la maggior parte degli italiani non leggono, ma non è una novità. Era così anche quando l’industria editoriale era sana, negli anni Ottanta, per esempio, quando non c’era la Crisi.

Ma se il crollo dei lettori non c’è, allora qual è l’anello che non tiene? La domanda non è di quelle semplici da risolvere. La sensazione però è che una parte della risposta sia proprio in questa dieta all’ingrasso, iniziata proprio nel pieno degli anni Ottanta, esattamente quando l’editoria italiana è diventata una vera e propria industria, quando sono cominciate le concentrazioni editoriali, quando ha iniziato a svilupparsi la grande distribuzione organizzata (la modalità di distribuzione più in crisi negli ultimi anni). È questa industrializzazione che ha trasformato il campo di gioco dell’editoria italiana in una giungla affollata, in cui ogni anno vengono fatti piovere 66mila libri — sei volte la quantità che si pubblicava quarant’anni fa — libri che però, più che arrivare ai propri lettori elettivi, assomigliano a una moneta di scambio. Una moneta in forte svalutazione che alimenta il circolo vizioso delle rese, che permetterà anche alle case editrici più grandi di tenere in piedi i propri fatturati, ma che, non essendo prodotta per soddisfare nessuna esigenza particolare dei lettori, sta soffocando l’intero settore.


La storia di “Old man Trump”, la canzone di Woody Guthrie contro il padre di Donald Trump

WOODY GUTHRIE FRED TRUMP

Wikipedia

Nel dicembre 1950, un uomo varca la soglia di un appartamento nel complesso di Beach Heaven, Brooklyn. È un uomo che ha fatto della musica la sua vita. Una vita tumultuosa, scandita da numerose tragedie. Il suo nome è Woodrow Wilson Guthrie, nome che il padre gli diede in onore dell’omonimo presidente. Chi lo conosce, però, preferisce chiamarlo semplicemente Woody. Rimasto solo in giovane età, Woody, chitarra in spalla e armonica in tasca, lascia l’Oklahoma, sua terra di origine, e comincia a viaggiare in lungo e in largo per gli Stati Uniti. Sua sorella era morta in un incidente per colpa di una stufa esplosa in casa, la madre ricoverata per una grave malattia e il padre morto in circostanze mai chiarite.

Vive alla giornata, fa qualsiasi lavoro gli venga proposto. E comincia a scrivere canzoni. Protagoniste dei suoi testi sono le persone che incontra, perlopiù lavoratori, operai, gente che combatte per arrivare alla fine del mese, vittime di una società che li ha relegati in un angolino dove si è accumulata la ruggine delle acciaierie e delle fabbriche, luoghi che lui conosce molto bene. La musica che scrive lui la considera un’arma. I suoi proiettili sono le storie, storie di scioperi e di lotta sociale. La sopravvivenza dell’uomo qualunque.

Inizia a suonare con alcuni gruppi folk, che diventerà poi il suo genere, e la sua musica qualche anno dopo ispirerà un giovane di nome Bob Dylan. Poi l’America entra in guerra, siamo negli anni ’40, e Woody viene imbarcato nella marina mercantile. La sua nave, tempo dopo, verrà affondata e naufragherà in Sicilia. Il ritorno in patria non è dei migliori: il governo lo segue, così come i federali. Viene inserito nella lista nera di McCarthy, le sue idee di sinistra e il suo appoggio al mondo dei sindacati sono considerate pericolose. Per non parlare delle sue canzoni. “This land is your land”, scritta nel 1940 e pubblicata nel 1945, era diventata un inno di protesta nei confronti della disuguaglianza tra le classi negli Usa e l’eccessiva privatizzazione del paese.

Eccolo, quindi, nel freddo inverno newyorchese, entrare nel nuovo appartamento di Beach Heaven, “La spiaggia del Paradiso”. Nel contratto di locazione, accanto alla sua firma, ne appare un’altra, quella di un uomo che, per stile di vita e ideali, può tranquillamente essere definito la nemesi di Woody. Un uomo ricchissimo, che ha fatto dell’edilizia la sua ragione di vita: Frederick Christ Trump Jr. Un uomo risoluto, figlio di immigrati tedeschi di Kallstadt. La madre si chiamava Elizabeth, il padre come lui, Friedrich. E il loro cognome non si pronunciava Tràmp, ma un più incisivo Trùmp. Ma Fred Jr. era nato nel Bronx e ben presto il cognome perse quel peculiare suono tedesco, per poi americanizzarsi. Lui stesso si imbarazzava a dire di avere origini tedesche: preferiva dire che i suoi provenissero dalla Svezia, anche per non allontanare potenziali inquilini di fede ebraica, che difficilmente avrebbero firmato un contratto con un tedesco, soprattutto all’epoca. Anche lui si diede da fare in giovane età: a 15 anni cominciò a interessarsi di edilizia e di affitti, mentre lavorava come falegname. Mise su una società, che intestò alla madre. Vivevano insieme nel Queens. Proprio qui, nel 1927, durante il Memorial Day, scoppiano dei disordini. Il Ku Klux Klan marcia per le strade per protestare contro la polizia di New York, secondo loro composta solo da immigrati cattolici che odiano i “nativi americani protestanti bianchi”. Tra questi c’è Fred Trump, che viene arrestato. Chi lo conosceva sapeva delle sue idee, molto vicine a quelle del KKK.

Dopo l’arresto, Fred torna in carreggiata e si dedica anima e corpo al suo business: negli anni a venire costruirà più di 27mila appartamenti in affitto a prezzo accessibile nelle zone di Coney Island, Bensonhurst, Sheepshead Bay, Flatbush e Brighton Beach, a Brooklyn e Flushing, infine a Jamaica Estates nel Queens. Aveva sfruttato una licenza pubblica della Federal Housing Authority, che gli garantiva l’incasso delle locazioni. Ben presto riuscì a mettere da parte una fortuna, inaugurando un vero e proprio impero.

Woody iniziò così a conoscere Fred Trump, e, vivendo in uno dei suoi condomini (ci rimarrà per due anni) comprese la realtà di quei palazzi, di chi ci viveva e di chi li gestiva. Iniziò a scrivere testi feroci, la sua rabbia trasudava in ogni nota. Tra queste, la più famosa è “Old man Trump”. Woody era venuto a conoscenza di una piccola regola non scritta: in quegli appartamenti dovevano abitarci solo bianchi. La realtà che lo circonda inizia a stargli stretta, odia quei bigotti bianchi che camminano felici per strada, gente che ha paura dell’uomo nero e di chi non è come loro. Un credo, una paura, foraggiata dal “palazzinaro” Trump, che in silenzio asseconda tutto questo. E per Woody “Beach Heaven” diventa presto “Bitch Haven”.

“Credo che il vecchio Trump – scrive Woody – sappia bene quanto odio razziale abbia fomentato in quella lattina di sangue che è il cuore degli uomini, quando disegnò quella linea colorata, qui, nel suo progetto per le famiglie di Beach Heaven”.
“Beach Heaven non è la mia casa! No, non posso pagare l’affitto! I miei soldi sono sprecati, e la mia anima è accartocciata!Beach Heaven è la Torre di Trump, dove nessun nero può vagare! No, no vecchio Trump, la vecchia Beach Heaven non è la mia casa!”.

Sei anni dopo, Woody si ammala, le sue condizioni di salute peggiorano. Gli viene diagnosticata la Corea di Huntington, una malattia che provoca alterazioni del comportamento e gravi danni neurologici. Viene mandato in un ospedale psichiatrico, dove rimarrà, tranne qualche breve periodo, fino al giorno della sua morte, il 3 ottobre 1967.

I suppose that Old Man Trump knows just how much racial hate
He stirred up in that bloodpot of human hearts
When he drawed that color line
Here at his Beach Haven family project

Beach Haven ain’t my home!
No, I just can’t pay this rent!
My money’s down the drain,
And my soul is badly bent!
Beach Haven is Trump’s Tower
Where no black folks come to roam,
No, no, Old Man Trump!
Old Beach Haven ain’t my home!

I’m calling out my welcome to you and your man both
Welcoming you here to Beach Haven
To love in any way you please and to have some kind of a decent place
To have your kids raised up in.

Beach Haven ain’t my home!
No, I just can’t pay this rent!
My money’s down the drain,
And my soul is badly bent!
Beach Haven is Trump’s Tower
Where no black folks come to roam,
No, no, Old Man Trump!
Old Beach Haven ain’t my home


Era dato per morto, ora il vinile vale un miliardo

ViniliNegli Anni 90 le fabbriche chiudevano per assenza di ordini, oggi sono rimesse a nuovo. Nel 2017 un quinto degli acquisti musicali su supporto fisico saranno dischi.

Francesco De Remigis per lettera43

Produrre dischi 33 giri nell’era della musica digitale sembrava un passatempo più che un’attività imprenditoriale. Almeno fino a dieci anni fa. Poi lo scorso dicembre il vinile ha superato il download nelle vendite inglesi. E Deloitte ha sfornato un’analisi che riguarda l’indotto del business. Secondo la società di consulenza, l’industria del 33 giri è ormai in grado di generare profitti miliardari: tra gli 800 e i 900 milioni di dollari di entrate la previsione 2017. Una tendenza mondiale che passa da fabbriche rimesse a nuovo e major che scoprono il vinile più appetibile del cd. Questione di profitti più che di passione.

DA 10 ANNI VENDITE AUMENTATE. La Federazione industria musicale italiana, meglio nota con l’acronimo Fimi, aveva già aperto il 2016 spiegando che «alle consuete classifiche sulle vendite settimanali dei prodotti fisici (cd) e delle singole tracce online in Italia, che danno un riferimento per il mercato musicale, saranno aggiunte quelle relative ai vinili». Una presa d’atto del ritorno del disco in pvc, che dal 2007 ad oggi non ha fatto altro che aumentare le vendite e dunque fare la gioia di chi i vinili li stampa su commissione. A oggi la vendita rappresenta tra il 10 e 15% del fatturato di un negozio italiano di musica. Ma dove si produce oggi il supporto fisico su cui viene inciso un album o un singolo?

LA DOMANDA ORA È ESPLOSA. Negli anni Novanta decine di fabbriche sono state dismesse per mancanza di ordini. La sopravvissuta italiana è la PhonoPress di Settala, nel Milanese, che ha cambiato sede e si è perfino ingrandita. È sul mercato da 30 anni, ma oggi svolge tutte le fasi della produzione nello stabilimento: dall’incisione dei solchi sugli acetati, al bagno galvanico degli stampi, al pressaggio e confezionamento. «Se fino a qualche anno fa si stampavano dai 1.000 ai 2.000 dischi al giorno, oggi siamo a 6.000 dischi», ha spiegato uno dei responsabili al portale DDay.it. La domanda è esplosa, tanto che in alcuni Paesi europei la lista di attesa è lunghissima: in Repubblica Ceca chi ordina una stampa deve attendere fino a 6 mesi per ricevere i dischi.

DAGLI SBERLEFFI AGLI AFFARI. Ma chi sono i clienti? Chi si rivolge a uno stabilimento considerato obsoleto fino a dieci anni fa? Etichette italiane ed europee: «Indipendenti e qualche ordine di major, ma in media ogni ordine non passa i 500-1000 dischi». Il tutto per rifornire buona parte del sud-est Europa grazie alle sei macchine automatiche di cui dispone. Anche in Francia, in un borgo isolato con meno di 3 mila abitanti nella Loira, si è ripreso a produrre (12 milioni di dischi l’anno) e ad assumere personale in grado di lavorare il pvc. Siamo nella Mpo, arrivata a 120 dipendenti in tre anni e 25 milioni di euro di fatturato nel 2015; buona parte stampando dischi per il mercato statunitense. In America, infatti, l’industria del vinile per un lungo periodo era quasi scomparsa, se paragonata agli “artigiani” europei. Tanto che nel 2001, a New York, Thomas Bernich comprò una vecchia macchina per stampare dischi tra gli sberleffi dei suoi cari e accuse di sociopatia. Oggi è uno dei punti di riferimento per l’industria newyorkese, con sei macchine per vinili e una produzione di circa 20 mila dischi a settimana.

CRESCITA CONTINUA NEGLI USA. La sua Brooklynphono non è l’unica fabbrica – sorta o risorta – in cui gli States stampano vinili: altre sono in California e in Texas; soprattutto in Tennessee, a Nashville, dove ha sede la United Record Pressing. Grazie alla partnership con la società americana Sunpress Vinyl, dopo anni di inattività, è pronta a risorgere anche la storica casa giamaicana Tuff Gong International fondata da Bob Marley. A Kingston sono già partiti i lavori di ristrutturazione, documenta il settimanale britannico Nme, e lo stabilimento dovrebbe riaprire i battenti in primavera. Il piano di rilancio prevede un periodo di transizione, con gli ordini gestiti dalla Sunpress basata in Florida. Il neo direttore generale, Marie Bruce, ricorda che «l’idea di Marley era di creare un impianto di produzione e distribuzione di vinili, permettendo che in un unico luogo un artista potesse registrare e produrre la propria musica. Dopo otto anni consecutivi di crescita, la Tuff è felice di ricongiungersi a questo movimento».

UN QUINTO DEGLI ACQUISTI MUSICALI. Deloitte prevede però che ci sarà pure una comprensibile flessione nelle vendite del vinile: «Nel 1981 gli album venduti furono circa 1 miliardo. Nel 2017 saranno circa 40 milioni. Non è il risorgimento che è stato ritratto finora. È un’anomalia», ha spiegato Paul Lee al Financial Times, sostenendo che sempre più consumatori sono portati all’acquisto di ristampe ed edizioni deluxe, anziché nuovi album. Citando un sondaggio della Bbc, l’esperto di ricerca su tecnologie, media e telecomunicazioni della compagnia aggiunge che quasi la metà delle persone che acquistano vinili non li ascolta, e che il 7% di questi non possiede nemmeno un giradischi. Ma «nel 2017 il vinile coprirà comunque circa un quinto degli acquisti musicali su supporti fisici, e circa il 7% dei 15 miliardi di dollari che l’industria musicale prevede di incassare quest’anno». La testimonianza del revival sono i 3,2 milioni di vinili venduti nel 2016 in Gran Bretagna. Non accadeva dal ’91.


Nel 1939 una nave di rifugiati in fuga dal nazismo chiese aiuto agli Usa. Furono rispediti in Europa. 

c3oatd2vuaaiu5cAmburgo, 13 maggio 1939. La St. Louis, una nave da crociera tedesca, salpa verso occidente, in fuga dal nazismo. A bordo ci sono 937 persone, perlopiù ebrei. Sono terrorizzati da quanto sta accadendo in Germania, il Terzo Reich ha messo in atto una persecuzione mortale. Come i padri pellegrini, tre secoli prima di loro, cercano una terra in cui vivere liberi, lontano da morte e violenza. Il loro obiettivo è raggiungere L’Avana, Cuba, e poi gli Stati Uniti. Un viaggio che, però, per molti di loro si rivelerà una vana speranza.

I primi problemi sorgono poco prima della partenza. Tanti passeggeri possiedono certificati di sbarco scaduti, e questo avrebbe costituito un problema non da poco una volta giunti a Cuba. Un paese che, nonostante i chilometri di distanza, già conosceva l’antisemitismo, un sentimento di avversione nei confronti degli ebrei appoggiato anche da molti quotidiani locali. Molti cubani non vedevano di buon occhio il gran numero di rifugiati (circa 2500) che il governo aveva già ammesso all’interno del paese. Secondo loro – stando ai documenti del “United States Holocaust Memorial Museum” – questi rubavano i pochi posti di lavoro a disposizione, un fattore che in breve tempo aizzò focolai xenofobi e antisemiti. E non era difficile che venissero indette proteste pubbliche, organizzate dai movimenti di destra del paese con il supporto di agenti nazisti attivi a Cuba, contro gli “ebrei comunisti”.

Nonostante fossero a conoscenza di cosa li attendesse una volta giunti a L’Avana, i passeggeri decisero comunque di partire. Per loro era comunque meglio che rimanere in Germania. La St. Louis, quindi, salpa alla volta di Cuba e arriva in prossimità delle sue coste due settimane dopo. Qui, solo a 28 passeggeri viene concesso il permesso di scendere dalla nave e di entrare nel paese. Gli altri 907, uno era morto durante il viaggio, devono rimanere sulla St. Louis. Cercano di trattare con il governo del presidente cubano Federico Laredo Brú, ma questo non vuole sentire ragioni. La loro storia fa il giro del mondo, molti giornali cominciano a parlare di queste persone in fuga dal nazismo, ma solo pochi giornalisti statunitensi suggeriscono di accoglierli in America. Nel frattempo, Laredo costringe la nave ad abbandonare le acque cubane. La St. Louis parte alla volta degli States.

Quando la nave si avvicina alla costa della Florida, i passeggeri possono distinguere chiaramente le luci dei palazzi e delle strade di Miami. Una piccola speranza si fa largo nei loro cuori disperati. Inviano una richiesta di aiuto direttamente al presidente Franklin D. Roosevelt, una richiesta che non avrà mai risposta. Se non una. Il Dipartimento di Stato invia una telegramma agli esuli: “I passeggeri dovranno iscriversi e aspettare il loro turno nella lista di attesa per ottenere il visto, solo allora potranno entrare negli Stati Uniti”.

Il 6 giugno, Gustav Schroeder, il capitano della nave, dà l’ordine di salpare: si ritorna in Europa. La nave approda ad Anversa, dopo quasi un mese in mare. Alcune organizzazioni guidate da ebrei si organizzano per accogliere e sistemare gli uomini, le donne e i bambini di ritorno dall’inutile viaggio oltreoceano. Quattro nazioni danno la loro approvazione ad accogliere i superstiti della St. Louis: la Gran Bretagna ne accoglie 288, l’Olanda 181, il Belgio 214, la Francia ne prende – provvisoriamente – 224.

Tutti quelli accolti in Gran Bretagna sopravvissero al secondo conflitto mondiale, solo uno perse la vita durante un raid aereo nel 1940. Dei 620 accolti nel Continente, 87 riuscirono a emigrare prima che i tedeschi conquistassero l’Europa occidentale nel 1940. 532 passeggeri della St. Louis, invece, vennero imprigionati dai nazisti, solo 278 di questi sopravvissero all’olocausto. Gli altri 254 morirono nei campi di concentramento.

I loro nomi e i loro volti vengono ricordati sull’account Twitter St. Louis Manifest, creato da Russel Neiss, un attivista ebreo. La sua volontà è di riuscire a far capire alla gente l’attuale clima politico con quanto accaduto in passato: “Le persone dicono sempre che, se ci scordiamo della storia, siamo condannati a ripetere gli stessi errori”, ha dichiarato Neiss. “Questo – riferendosi alla decisione di Trump di chiudere ai rifugiati – è uno di quei momenti in cui la storia ci dà l’opportunità di ragionare sul presente. Quando si dice ‘mai più’ o ‘noi ricordiamo’, è importante farlo veramente”.