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I poveri scontano colpe che non hanno

Famiglie somale ricevono cibo e beni di prima necessità dagli operatori delle Nazioni Unite a Dinsoor, in Somalia. (Giles Clarke, Getty Images)

Il nuovo film del regista haitiano Raoul Peck, Der junge Karl Marx (2017), si apre in una foresta della Prussia. Ci sono dei contadini che raccolgono la legna. Appaiono infreddoliti e affamati. In lontananza si sentono dei cavalli. I soldati e gli aristocratici sono vicini. Sono venuti ad affermare il loro diritto alla proprietà di tutto quello che c’è nella foresta. I contadini scappano. Ma non hanno energie. Cadono. Le fruste e le lance degli aristocratici e delle guardie li colpiscono. Alcuni contadini muoiono. Agli altri non è concesso raccogliere nemmeno la legna già caduta per terra.

Il giovane Karl Marx, che nel 1842 si trovava a Colonia, è sconvolto dalla violenza contro i contadini tedeschi. Quei contadini, scriveva, sanno qual è la punizione. Vengono picchiati, perfino uccisi. Però non conoscono il reato. Qual è il reato per il quale vengono puniti?

Peck è ingegnoso ad aprire il film con questo dilemma, perché è la domanda che dovrebbe porsi oggi qualsiasi persona sensibile. Qual è il reato per il quale i poveri del mondo vengono puniti? Povertà e guerra causano profughi che scappano da fame e bombardamenti ma trovano sbarrata qualsiasi via d’uscita dalle difficoltà. Sanno quale punizione devono affrontare: fame, morte e umiliazione. Questo lo sanno. Quello che non conoscono è il loro reato. Cos’hanno fatto per meritare tutto questo?

Limitarsi a morire
Lo scrittore dominicano-americano Junot Díaz era stato ad Haiti dopo il devastante terremoto del 2010. In un articolo indimenticabile dal titolo Apocalypse(Apocalisse), Díaz ha sottolineato che Haiti rappresenta un avvertimento della nuova “fase da zombie del capitalismo, in cui l’alchimia economica rende intere nazioni né vive né morte. Un tempo lo zombie era una creatura a cui un atto soprannaturale aveva sottratto la vita e il controllo sulle sue azioni. Gli zombie di un tempo dovevano lavorare giorno e notte senza riposare mai. Lo zombie di oggi non può aspettarsi nessun genere di lavoro. Lo zombie di oggi deve solo aspettare di morire”.

E al nuovo zombie non è permesso andare in cerca di cibo, di un riparo o di medicine. Il nuovo zombie deve davvero limitarsi ad aspettare di morire. Questa è la punizione. Ma qual è il reato?

La cosa che più colpisce dell’indagine dell’Oim è che l’età media dei migranti sulla barca era di sedici anni

Il 9 agosto, al largo delle coste dello Yemen, un paese devastato dalla guerra, i trafficanti hanno spinto un’imbarcazione nel mare agitato e “hanno fatto annegare intenzionalmente” cinquanta persone. L’espressione “fatto annegare intenzionalmente” è dei funzionari dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’agenzia dell’Onu che si occupa di migrazioni. Percorrendo a piedi le spiagge di Shabwa (nello Yemen), i funzionari dell’Oim hanno trovato una fossa poco profonda in cui erano sepolte ventinove di queste persone, dodici uomini etiopi, dodici donne etiopi e cinque uomini somali. Altre erano disperse in mare. Inizialmente l’imbarcazione trasportava 180 persone. Alcune hanno raggiunto la costa con molta fortuna. La cosa che più colpisce dell’indagine dell’Oim è che l’età media dei migranti sulla barca era di sedici anni; si trattava di giovani provenienti dalla Somalia e dall’Etiopia, due paesi distrutti dal crollo dell’economia e dal potere dei signori della guerra, dalla lotta al terrorismo e dal saccheggio delle risorse ittiche imposto dal capitalismo.

Una catastrofe silenziosa provocata dalla siccità, dal cambiamento climatico e dall’insicurezza economica sta distruggendo la Somalia: l’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari (Ocha) osserva che attualmente 3,2 milioni di persone sono sull’orlo della carestia. Gli aiuti alimentari disponibili sono pochi. Già 102.263 persone sono state curate per i sintomi di malnutrizione severa acuta (Sam), un aumento del 50 per cento rispetto al 2016. Per queste persone una via d’uscita è inesistente in Somalia, dove è in corso un infinito conflitto dagli anni novanta, quando la carestia del 1991 uccise 200mila persone.

L’agenzia dell’Onu per i rifugiati (Unhcr) sottolinea che in Somalia dal novembre del 2016 alla fine di maggio del 2017 circa 739mila persone sono state costrette alla fuga dalla siccità. Più di 480mila hanno meno di 18 anni, e il dato ancora più sconvolgente è che tra questi, 195mila hanno meno di cinque anni.

La guerra contro i migranti
Il flusso di profughi dal Corno d’Africa verso lo Yemen è ininterrotto: nel 2016 111.500 persone hanno attraversato lo stretto di mare che separa il paese dall’Africa. Molti sono giovani, ansiosi di raggiungere gli stati del golfo in cerca di un miserabile posto di lavoro. Tanti non ce la fanno, come i quarantadue migranti somali la cui barca è stata affondata da un aereo militare saudita nel mese di marzo.

Nell’attuale guerra contro i migranti è emblematico il muro che Donald Trump promette di costruire lungo il confine tra gli Stati Uniti e il Messico. Secondo i dati dell’ufficio statunitense della dogana e della polizia di frontiera e dell’Oim, tra il 2000 e oggi si è registrato un drastico calo nella migrazione attraverso questa frontiera. Nel 2000 i migranti fermati dalle agenzie americane sono stati 1,6 milioni, nel 2016 400mila. In questo periodo però il numero di morti sul confine è rimasto più o meno lo stesso: 380 nel 2000, 322 nel 2016. Già nei primi mesi del 2017 l’Oim ha scoperto 239 migranti morti durante l’attraversamento. A luglio almeno dieci persone sono morte soffocate in un camion fermo in un parcheggio di San Antonio (Texas).

Di solito le persone che cercano di attraversare il confine tra gli Stati Uniti e il Messico non sono messicane ma centroamericane. I primi tre paesi di provenienza dei migranti verso nord sono il Guatemala, l’Honduras ed El Salvador. La spiegazione più comune e diffusa su questi particolari flussi migratori fa riferimento alle guerre tra bande alimentate dal traffico illegale di droga che affligge questi paesi. Questo naturalmente è vero, ma non è la radice di questa crisi. Le cause andrebbero cercate nel crollo dell’agricoltura in questi paesi, provocato in larga misura dalla siccità e dalle violente inondazioni, dal caldo estremo e dai roghi nelle foreste dovuti ai cambiamenti climatici.

Il muro di Trump non fermerà il flusso di migranti causato dai cambiamenti climatici. Renderà solo il loro viaggio più difficile

Secondo i dati dell’agenzia delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari, in Guatemala, in Honduras e in Salvador ci sono milioni di persone a rischio di insicurezza alimentare. Solo in Honduras le persone in questa situazione sono due milioni. In parole povere, stanno morendo di fame. Il World food program sottolinea come in Guatemala circa la metà dei bambini al di sotto dei cinque anni soffra di malnutrizione: si tratta della percentuale più alta del mondo. Poiché siccità e sconvolgimenti climatici minacciano l’agricoltura, gli agricoltori modificano le loro colture, passando da riso e fagioli a biocarburanti e caffè, ossia colture commerciali che generano profitto per alcuni agricoltori ma riducono la disponibilità di cibo per il paese. Il muro di Trump non fermerà il flusso di migranti causato dai cambiamenti climatici. Renderà solo il loro viaggio più difficile. Ecco perché il numero di morti alla frontiera resta lo stesso.

Trenta milioni di persone sono sull’orlo della carestia. Vorrebbero scappare verso luoghi in cui trovare cibo, e sfuggire alla siccità, agli incendi e alla guerra.

Quello che ha fatto il governo di Lula non è stato replicato in tutto il mondo, nonostante perfino la Banca mondiale ne abbia sottolineato la necessità. Le politiche del Pt sono state lentamente ribaltate dal nuovo governo. Nessuno parla di un programma Fome zero a livello globale. Perché dare da mangiare agli zombie, visto che stanno solo aspettando di morire?

Schiacciati tra l’esaurimento dei mezzi di sostentamento e il divieto di migrare, i poveri del mondo subiscono una punizione per un reato sconosciuto. Cosa hanno fatto per meritare il loro destino? Perché sono puniti se non hanno commesso alcun reato?

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato da Alternet.

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Turchia

Turchia, ciò che non si dice

golpe-in-turchiadi Vincenzo Maddaloni su altrenotizie.org che ringraziamo

In questi giorni molto s’è letto sulle repressioni in Turchia, ma poco o nulla sul perché del vasto consenso che sostiene il suo presidente e la sua “rivoluzione”. Poco si è scritto sulla “ secolarizzazione kemalista” che dal 2002 Erdogan assieme al suo partito, l’ Akp, combatte, e che l’Occidente invece amò e continua ad amare, sebbene il regime che Mustafa Kemal Atatürk impose alla Turchia si ispirava al fascismo degli anni Trenta, con modalità forse peggiori.

Per il momento non se ne parla. Intanto, sulle prime pagine dei mainstream si è iniziata la discesa della Turchia, a meno che un nuovo, tremendo ukaze di Recep Tayyip Erdo?an non ne risvegli l’interesse. Certamente rimane la domanda cruciale: il presidente continuerà con le purghe, oppure inizierà a ricucire quelle lacerazioni che il fallito golpe ha approfondito nella società turca?

Finora prevale la purga. Le ultime notizie dalla Turchia informano che la polizia ha arrestato a Erzurum, in Anatolia orientale – e lo ha trasferito nella capitale per interrogarlo – Muhammet Sait Gulen, nipote di Fethullah Gulen, il religioso e miliardario che dal 1999  vive in esilio negli Stati Uniti, e che è accusato di essere il principale ispiratore del tentato colpo di Stato del 15 luglio. Intanto sulla Gazzetta ufficiale è stato pubblicato il primo decreto dopo lo stato di emergenza, con il quale viene stabilito che potrà durare fino a trenta giorni il fermo di polizia senza la convalida del giudice.

Quello che i mainstream non dicono, o si “dimenticano” di ricordare, è che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha potuto scatenare la sua repressione bestiale perché gode di un grande sostegno popolare, raggiunto con il successo di un’economia che, viaggiando con ritmi cinesi, gli ha permesso di vincere tre elezioni di fila. E così, forte del consenso delle masse, egli ha potuto – negli anni – devitalizzare di molto il potere della vecchia guardia dei militari filo atlantici e laici. Il colpo di Stato nella notte tra venerdì 15 e sabato 16 luglio gli ha offerto un inatteso pretesto per sgomberarsi forse definitivamente il campo incarcerando decine di migliaia di oppositori. Sicché tutto lascia pensare che alla fine di queste purghe anche l’assetto degli equilibri politici sul Bosforo ne usciranno modificati.

Infatti, fino a venerdì 14 luglio esistevano due Turchie, una contro l’altra e di peso uguale. Da una parte c’era la Turchia culturalmente europea, moderna, radicata nel ventunesimo secolo e composta dalla borghesia urbana, dai ricchi e dai giovani studenti con il loro fermento politico e sociale. Dall’altra parte la  Turchia dei conservatori islamici del Partito della giustizia e dello sviluppo – l’Akp – e del presidente Recep Tayyip Erdo?an. Quest’equilibrio – fallito il golpe – si è rotto, lo scenario s’è capovolto.

Agli occhi delle masse turche l’Akp, il partito fondato nel 2002 da Erdogan, è diventato la forza che ha lottato e lotta contro il laicismo radicale del fondatore della Turchia moderna, Kemal Atatürk, cioè  “contro l’ancien régime”. Infatti l’Akp, questo partito di conservatori islamici i quali non  hanno alcuna aspirazione jihadista, si dichiarano i fautori di una “lotta di classe” che, dopo la vittoria elettorale del 2002, ha strappato i bambini dalla fame e dalla miseria. Lo ha spiegato Hurichan Islamoglu, dell’Università del Bosforo: “In tredici anni Erdogan ha rivoluzionato il Paese. Ha creato una nuova classe media di ex contadini urbanizzati che lo adora. Il nostro reddito pro-capite medio è passato con lui da 2 mila dollari annuali a 11 mila. Se non si comprende questo non si capisce come mai egli è sopravvissuto al golpe”.

Dopotutto, la “rivoluzione” di Kemal Atatürk (1881-1938) non rispecchiava un ampio movimento popolare, bensì era stata imposta da una ristretta élite urbana – militare e intellettuale – su una società tradizionalista e per lo più rurale. Il Kemalismo impose non soltanto l’alfabeto latino al turco ufficiale, ma vietò pure l’uso di molti capi dell’abbigliamento tradizionali come il Fez, i pantaloni larghi per gli uomini, il velo per le donne, sostituendoli con quelli all’ europea e obbligando tutta la popolazione ad indossarli. Persino i cognomi arabo-musulmani dovettero essere cambiati o rimodulati sulla sonorità turca.

Nessuna società europea ha mai sperimentato una  rivoluzione culturale così lacerante, come non fu nemmeno nella  Cina del “Libretto rosso” di Lin Biao. In Occidente, la secolarizzazione era andata di pari passo con il progetto illuminista di democratizzazione e di liberalizzazione, con tempi e modalità diversi da paese a paese, e in alcuni dei quali non s’è completata ancora.

In Turchia la “trasformazione” proseguì con ritmo incalzante sotto un regime del tutto simile al fascismo europeo degli anni Trenta. Con tanto di partito unico di ispirazione nazionalista e con tanto di culto della personalità rappresentato dal presidente e fondatore della “nuova” Turchia, Mustafa Kemal Atatürk. Soltanto nel 1950 il regime cominciò ad allentarsi, ma certamente non per le pressioni dell’ Occidente al quale il secolarismo kemalista è sempre piaciuto. E continua a piacere.

E’ dal 2002, con il susseguirsi delle vittorie elettorali dell’AKP che  il kemalismo finalmente si liberalizza politicamente (anche se non culturalmente) con un sistema pluripartitico liberamente eletto che apre anche ai conservatori tradizionali, ai quali era stato per lunghi anni negato l’accesso al Parlamento.

Così la Turchia culturalmente europea, moderna, radicata nel ventunesimo secolo e composta – come detto – dalla borghesia urbana, dai ricchi e dai giovani studenti, la Turchia dell’“l’ancien régime” è  stata stoppata. Il fallimento  del golpe sigla la sua sconfitta. Agli occhi delle masse – udite,udite – è l’Akp il partito islamista conservatore che  rappresenta la vera  forza progressista.

A ben guardare siamo di fronte un marxismo in salsa islamista, non molto dissimile dal khomeinismo degli albori che abbatté il regime dello Scià Reza Pahlavi. A guidare la guerriglia in Iran furono all’inizio i fedayyin-e khalgh (volontari del popolo) d’ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici per coinvolgere nella lotta sempre più ampi strati della popolazione ed allargare così le basi della protesta. Come in Turchia, anche in Iran il governo può contare da sempre sul sostegno della classe operaia, dei mostazafin, uno strato sociale per di più rurale che comprende tutte le famiglie redditi delle quali lambiscono la soglia di povertà.

Erdogan ha potuto accaparrarsi il consenso con maggiore velocità, facendo leva sul  boom economico della Turchia che ha effettivamente avvantaggiato i figli delle famiglie più povere, più religiose e più conservatrici. Nel contempo ha accelerato la conversione del paese al liberismo e il suo inserimento nel mondo globalizzato, senza perdere di vista il clero, anzi colmandolo di attenzioni e incassandone la riconoscenza.

Beninteso la Turchia accusa i colpi della recessione, un rallentamento dell’economia c’è stato, ma il Paese non è affatto prossimo al collasso, poiché il tasso di crescita che oscilla tra il 3 e il 4 per cento resta ancora abbastanza alto rispetto agli standard europei. Così  il settore privato turco può ancora ampiamente fare affidamento sui prestiti di istituti di credito occidentali: 56 per cento da quelli europei e 12 da quelli statunitensi, per un totale di 188 miliardi di dollari in 13 anni.

Ecco perché il sostegno ad Erdogan dalla gran parte dei turchi non viene meno, anzi è aumentato. Naturalmente l’economia per via del golpe è adesso sotto pressione, con Standard & Poor’s che ha tagliato il rating turco a BB e la lira precipitata di quasi il 10 per cento nel cambio con il dollaro. Ma tutto lascia prevedere che questa situazione di incertezza finanziaria non durerà a lungo.

Se questa convinzione non fosse ben radicata nel popolo che lo sostiene, nella notte del golpe non ci sarebbe stata risposta all’appello di Erdogan. La gente non sarebbe scesa in piazza, sventolando la bandiera nazionale decorata con «un riflesso della luna che occulta una stella», a ricordare che quel riflesso di luna apparve nelle pozze di sangue dei cristiani sconfitti dopo la battaglia di Kosovo nel 1448, che segnò pure l’inizio dell’Impero ottomano.

Anche questo sventolio di vessilli aiuta a capire che nella Turchia di Erdogan, diversamente da quella di Atatürk, c’è una coesione e una sintonia tra Stato e società civile come mai era accaduto nella storia del Paese. Esse si fondano sulla certezza che questi conservatori islamisti dell’Akp non hanno alcuna intenzione di sostituire le insegne della “lotta di classe” con quelle dell’Islam, di trasformare la Turchia in una ierocrazia, in un governo di preti come in Iran.

Così si spiega perché la Turchia non ha alleati nel mondo arabo, e adesso che è ai ferri corti con gli Stati Uniti e con l’Europa rischia di rimanere isolata davvero. Ma non lo sarà per molto, perché essa ha ottantacinque milioni di abitanti a schiacciante maggioranza islamica, è il secondo paese Nato per potenza militare e ha un forte orgoglio nazionale, memore della storia imperiale ottomana. Insomma ha un “curriculum” degno di una nazione che aspira a consolidare un ruolo di leader in un’area delicata com’è il Medio Oriente. Ecco perché diventa cruciale la domanda sulle purghe, se cesseranno oppure no.

fonte: http://www.altrenotizie.org/articoli/cultura.html


il futuro dell’Africa

L’Africa nel nuovo secolo

Achille Mbembe

In un testo presentato in origine in una serie di conferenze e successivamente inserito in La filosofia della storia (Germania, 1837), Hegel scrive: “Il Negro… mostra l’uomo naturale nel suo stato completamente selvaggio e non addomesticato. Noi dobbiamo mettere da parte ogni idea di riverenza e moralità – tutto ciò che noi chiamiamo sentimento – se vogliamo comprenderlo correttamente. In questo tipo umano non c’è nulla che si accordi con l’umanità”. Hegel poi si ripromette di non menzionare più l’Africa, poiché “non è una parte storica del mondo; non ha alcun movimento o sviluppo da esibire”. Quello che noi intendiamo propriamente per Africa, conclude, “è lo Spirito Non storico, Non evoluto, ancora connesso con le condizioni di natura pura.”

Più di un secolo e mezzo dopo le ruminazioni di Hegel, Robert D. Kaplan, un giornalista e guru politico americano, pubblicò L’imminente Anarchia, un ritratto devastante dell’Africa occidentale, nell’edizione del febbraio 1994 del mensile US, “The Atlantic”. La guerra fredda era appena finita e gran parte del mondo occidentale stava cavalcando trionfalmente un’ondata di ottimismo. Celebrando tale trionfo – dell’occidente e di ciò che egli chiamava l’idea occidentale – Francis Fukuyama, scrivendo nell’edizione 1989 di “The National Interest”, un bimensile americano di affari internazionali, suggerì “ciò di cui noi possiamo essere testimoni non è semplicemente la fine della guerra fredda o il superamento di un periodo particolare di storia post-bellica, ma la fine della storia stessa.” Con “la fine della storia in sé”, Fukuyama non intese semplicemente il capolinea dell’evoluzione ideologica dell’umanità. Più fondamentalmente, egli intese la riconciliazione del principio di mercato e dell’idea di libertà, e l’universalizzazione della democrazia liberale dell’occidente in quanto forma finale del governo umano.

Ma, proiettando se stesso nel periodo dopo la fine della storia, Fukuyama poteva vedere soltanto malinconia e tristezza, una profonda nostalgia per il mondo hegeliano: “la fine della storia sarà un tempo molto triste. La lotta per il riconoscimento, la disponibilità a rischiare la propria vita per un obiettivo puramente astratto, la lotta ideologica globale che ha chiamato in causa temerarietà, coraggio, immaginazione, e idealismo, tutto ciò sarà rimpiazzato dai calcoli economici, la soluzione senza fine di problemi tecnici, questioni ambientali, e la soddisfazione di sofisticate esigenze dei consumatori.

Nel periodo post-storico non ci saranno né arte né filosofia, solo la cura perpetua del museo della storia umana”.

Mwangi Hutter, dark ease ease 2016, courtesy of the artists.

Quando Fukuyama scrisse il suo epitaffio alla storia, l’Africa era nel bel mezzo di una spettacolare collisione. L’Apartheid e il governo della minoranza bianca stavano giungendo a una fine ufficiale in Sud Africa, mentre un genocidio di proporzioni catastrofiche si stava svolgendo in Ruanda. 

Liberazione e apoteosi di lunghi anni di lotta da un lato, autodistruzione dall’altro.

Entrate procapite e produzione in ribasso, bassi livelli del risparmio e degli investimenti, crescita lenta della produzione in agricoltura, guadagni mancati delle esportazioni, importazioni strangolate e onerosi debiti con l’estero – tutte piaghe prevalenti dell’Africa Subsahariana.

Nel suo scenario del 21esimo secolo, Kaplan argomentava che l’Africa occidentale in particolare stava diventando: “il simbolo di un sovraccarico demografico, ambientale e sociale, nel quale l’anarchia criminale emerge come il vero pericolo “strategico”. Malattie, sovrappopolazione, criminalità spontanea, scarsità di risorse, migrazione di rifugiati, la crescente erosione di stati-nazione e confini internazionali, e il rafforzamento di corpi armati privati, agenzie di sicurezza, e cartelli internazionali della droga sono adesso chiaramente manifesti nel prisma dell’Africa occidentale.”

Nella geografia di Kaplan – così come in Hegel nel secolo precedente – l’Africa Occidentale divenne l’epitome di quelle regioni del mondo dove i governi centrali stavano scomparendo, feudi tribali e regionali stavano nascendo e la guerra era diventata pervasiva.

L’Africa Occidentale, argomentò Kaplan, stava tornando “all’Africa dell’Atlante Vittoriano”. Egli aggiunse: “Ora consiste in una serie di postazioni commerciali costiere, come Freetown e Conakry, e un retroterra che, a causa di violenza, instabilità e malattie, sta nuovamente diventando, come Graham Greene osservò una volta, ‘vuota’ e ‘inesplorata’”. Kaplan evocò l’economista politico inglese Thomas Malthus, descrivendolo come “il filosofo dell’apocalisse demografica” e un “profeta” del futuro dell’Africa Occidentale.

E il futuro dell’Africa Occidentale, alla fine, sarà lo stesso della gran parte del resto del mondo… in un’età di scontro culturale e razziale”.

Questa visione apocalittica del futuro dell’Africa fu ripresa nel 2000, quando, basandosi nuovamente su schemi hegeliani, l’influente settimanale finanziario britannico, “The Economist”, dichiarò che l’Africa era “senza speranza”.

 

Mwangi Hutter, days of creation 2016, courtesy of the artists.

 

In un famoso editoriale, intitolato “Il Continente senza speranza”, evocò immagini di indigenza, fallimento, disperazione, alluvioni e carestie, povertà e pestilenza, brutalità, despotismo e corruzione, terribili guerre e saccheggi, stupri, cannibalismo, amputazioni, e perfino il clima, per suggerire che l’Africa era definitivamente condannata. Gli operatori di aiuto umanitario, missioni di mantenimento della pace, agenzie umanitarie e il mondo in generale, a tutti non restava che arrendersi, così profondamente “radicate nelle loro culture” erano le cause di tale miseria umana, queste le conclusioni.

Mentre scrivo, povertà e disoccupazione sono ancora diffusi sul continente, in alcuni casi più che in altri mercati emergenti. In molte aree del mondo ricco, l’Africa, con le sue storie apparentemente senza fine di malattie e disordini, ispira ancora pietà e sfiducia, quando non produce impulsi umanitari e filantropici profondamente radicati – e il disprezzo che generalmente li accompagna. La gente lotta ancora per sbarcare il lunario – ma oggigiorno, dov’è che non succede? Si cercano comunque prodotti che possano essere a buon mercato e affidabili. Le necessità sono ancora ovvie. La scarsità è ancora un fatto. Non c’è ancora abbastanza da mangiare. Manca ancora l’educazione. Ci si dispera di fronte all’ingiustizia quotidiana e alcuni vogliono emigrare. Molti ancora temono una fine prematura e violenta.

Ma c’è dell’altro.

 

L’iscrizione alla scuola secondaria è cresciuta del 48% tra il 2000 e il 2008. Nello scorso decennio, la morte per malaria in alcune delle zone più colpite è calata del 30% e l’infezione HIV fino al 74%. L’aspettativa di vita in Africa è aumentata di circa il 10 % e il tasso mortalità infantile nella gran parte dei Paesi ha avuto un forte declino. Negli ultimi dieci anni, il reddito reale procapite è aumentato del 30% mentre nei precedenti 20 anni si era contratto di circa il 10%. Solo il 20% di un miliardo di persone è online, ma tale quota sta crescendo rapidamente dato che le reti mobili si stanno diffondendo e il costo dei dispositivi che si collegano a internet è in continua caduta. Di fatto, 720 milioni di Africani hanno telefoni cellulari e 100 milioni erano su Facebook nel 2014.

La telefonia mobile in particolare ha rivoluzionato il modo di interagire degli Africani e il modo di operare delle piccole e medie imprese, degli agricoltori e del commercio informale. Come risultato, le rendite mobili equivalgono oggi al 3,7% del PIL africano – più del triplo della quota dei paesi sviluppati dove era un’innovazione incrementale. Se internet eventualmente pareggiasse o eccedesse il livello di impatto già raggiunto dalla telefonia mobile, potrebbe contribuire per circa 300 miliardi al PIL africano per il 2025, secondo un rapporto della società di consulenza McKinsey.

Si calcola che, in questo scenario “a salto di rana”, un’accresciuta penetrazione e uso di internet potrebbe incentivare il consumo privato ad oltre 13 volte i livelli correnti di 12 miliardi, raggiungendo circa 154 miliardi di dollari nel 2025.

 

Mwangi Hutter, just a concept 2016, courtesy of the artists.

 

Faccio un altro esempio: le trasformazioni che stanno interessando i modelli urbani.

Queste sono state causate in parte dall’emergere, nel continente, di megacities e mega-regioni la cui densità, massiccia espansione spaziale, enorme incremento demografico, alti livelli di rischio e grandi disparità di ricchezza, è stata accompagnata da modalità dinamiche e inaspettate di crescita urbana. Le città principali quali Lagos, Johannesburg, Kinshasa, Nairobi, Luanda, Dakar e Abidjan hanno continuato ad espandersi in modo relativamente incontrollato, decentralizzato se non casuale dagli anni ’80. Oggi, queste città sono meglio definite come mega-regioni con multipli nuclei urbani.

Le miriadi di spazi pubblici vengono sempre più privatizzati. Nuovi modelli di migrazioni trans-regionali, insediamenti e alto consumo stanno trasformando il loro tessuto economico e culturale, aprendo la strada a forme altamente stilizzate, ibride e creolizzate. Reti visibili e invisibili di scambio sociale ed economico partecipano ma sono anche separate dai flussi principali di capitale globale, reale e fittizio. Una delle loro caratteristiche dominanti non è solo la geografia sociale disgiunta, ma anche il modo in cui esseri umani e non, sono interconnessi in insiemi eterogenei non riconosciuti che concorrono a formare un’unica civilizzazione urbana. Più che in qualsiasi altro momento della loro storia recente, queste mega-regioni sono il risultato diretto di nuove forme socio-economiche come pure di differenti politiche di relazioni umane/non umane/tecno-ecologiche.

 

Consideriamo inoltre che cosa sta accadendo nell’arte contemporanea Africana. Nel paradigma hegeliano, ovviamente non c’è una cosa come “l’arte contemporanea africana”. Qualora esistesse, non avrebbe né autori né concetti, solo caratteri etnici e i loro feticci. È sufficiente piazzare banali oggetti domestici o cerimoniali in un museo o una galleria per trasformarli in oggetti d’arte. In ogni caso, da quando l’artista francese Marcel Duchamp ha definito come arte oggetti di consumo, non ci sono più opere come tali nell’occidente. 

Duchamp ha siglato la morte dell’opera d’arte nel senso classico del termine. Non c’è più nessuna immagine da isolare o da catturare. O almeno non c’è più niente da interpretare. Ci sono solo delle selezioni da fare e collezioni di oggetti da assemblare, da curare ed esporre. 

Da Duchamp, si potrebbe dire che l’atto di dare forma, di animare, è finito in secondo piano. 

Quando l’occidente “scopre” l’art nègre (Arte negra) all’inizio del 20° secolo, è affascinato prima di tutto da ciò che ha dimenticato – che non era necessario separare l’immagine e la forma; infatti potevano essere riconciliate nell’oggetto; e la loro riconciliazione è ciò che conferì ad entrambe una singolare forza animatrice. Da qui la vitale costruzione degli oggetti Africani all’inizio del 20° secolo.

La magia dell’arte dell’Africa e della sua diaspora è sempre derivata dal suo potere di dematerializzazione, la sua capacità di risiedere nei luoghi comuni e nel sensibile, precisamente al fine di trasformarlo in un’idea e un evento. Storicamente deriva da un inequivocabile riconoscimento del fatto che l’infinito non può essere catturato in un forma. 

L’infinito va oltre ogni forma – anche se, di quando in quando, passa attraverso la forma, ovvero attraverso il finito. Ma ciò che fondamentalmente caratterizza la forma è la sua finitezza. La forma può essere soltanto effimera, evanescente e labile. “Formare” è occupare uno spazio di essenziale fragilità e vulnerabilità. Questa è la ragione per cui prendersi cura e nutrire la vita sono le funzioni principali delle arti.

L’idea dell’arte come un tentativo di catturare le forze dell’infinito; un tentativo di calare l’infinito in una forma sensibile, ma un formare che consiste in un costante fare, disfare e rifare; assemblare, disassemblare e riassemblare – questa idea è tipicamente ‘Africana’. È in piena consonanza con lospirito digitale dei nostri tempi. Ecco perché ci sono buone probabilità che l’arte del 21° secolo sia Afropolitan.

 

Mwangi Hutter, reflex 2016, courtesy of the artists.

 

Comunque sia, oggi, un’altra geografia culturale del mondo si sta configurando. Piaccia o no, l’Africa si sta fermamente inscrivendo in un una nuova storia, decentrata ma globale, delle arti.

Si sta sganciando da paradigmi etnologici che l’avrebbero imbrigliata nel primitivismo o neo-privitivismo. Il termine “Africa” in sé tende, sempre più, a riferirsi ad una categoria geo-estetica.

Essendo l’Africa soprattutto il corpo di una vasta diaspora, è per definizione un corpo in movimento, un corpo deterritorializzato costituito nel crogiolo di varie forme di migrazione. Anche  i suoi oggetti d’arte sono soprattutto oggetti in movimento, derivanti direttamente da un immaginario fluttuante. Questa è la modernità africana – una forma migrante di modernità, scaturita da genealogie sovrapposte, all’incrocio di incontri multipli con multipli altrove.

Anzi se l’arte moderna è una risposta alla crisi dell’immagine, è possibile che questa crisi sia sul punto di essere risolta dalla creazione afro-diasporica contemporanea, che ci consentirà di uscire dalla crisi dell’idea dell’immagine aperta dall’arte moderna. 

Quando si entra nel 21° secolo, la mitologia hegeliana – e le sue molteplici varianti – evidentemente non tengono più. Questa mitologia si sta chiaramente sfaldando. Qualcos’altro sta accadendo. Sta venendo raccolta sia dagli stessi Africani che, per quanto sembri strano, dal mondo dell’alta finanza. Un tacito consenso si sta formando attorno all’idea che dopo la Cina, quello che sta accadendo in Africa avrà un enorme impatto non solo sulla stessa Africa ma sul nostro pianeta. Il tacito consenso emergente è che il destino del nostro pianeta si giocherà, in larga misura, in Africa.

 

Se c’è una singola idea che vorrei tratteneste da questo intervento, è proprio questa.

Questa svolta planetaria del paradigma africano costituirà l’evento culturale e filosofico centrale del 21° secolo. Ci porterà molto lontano dai miti hegeliani che ho citato in apertura di questo discorso.

Tale svolta planetaria è il risultato di uno spostamento concettuale in corso – e non ancora del tutto manifesto – rispetto al quale vorrei fare tre osservazioni. 

Primo, che l’Africa sia percepita gradualmente come il luogo in cui il nostro futuro planetario è in ballo – o si sta giocando – è dovuto al fatto che, in tutto il mondo e in particolare in Africa, concetti superati di spazio e tempo basati su nozioni lineari di sviluppo e progresso stanno per essere rimpiazzati da nuovi concetti di tempo e orizzonti futuri fondati su modelli di racconto aperti.

Secondo, nel continente stesso, il futuro dell’Africa è pensato sempre più come pieno di possibilità inattuali, di mondi agognati, di potenzialità. Molti credono sempre più che tramite l’auto-organizzazione e piccole rotture, si possa realmente creare miriadi di “punti critici” che potrebbero portare a profonde alterazioni della direzione che il continente sta prendendo.

Terzo, in effetti, è ormai una questione di tacito consenso, specialmente tra istituzioni finanziarie ed esperti internazionali, che l’Africa rappresenti l’ultima frontiera del capitalismo. 

 

Mwangi Hutter,thinking makes it so 2016, courtesy of the artists.

 

Lasciatemi finire dove ho cominciato: con Hegel, cioè, con la razza e il razzismo, e il futuro della specie umana in questa era post-hegeliana e la svolta planetaria del paradigma africano. La razza è ancora una volta rientrata nella sfera della verità biologica, osservata a livello molecolare. Una nuova evoluzione molecolare della razza è emersa dal pensiero genomico. 

In tutto il mondo, siamo testimoni di un rinnovato interesse in termini di identificazione di diversità biologiche. In questi tempi di migrazioni globali, molti stanno cullando il sogno di “Nazioni senza stranieri”. La genomica ha iniettato nuova complessità nell’immagine dell’umano. E tuttavia la tipologia razziale centrale del 19° secolo procura tuttora la lente dominante attraverso cui viene compresa questa nuova conoscenza genetica della diversità umana – e, in effetti, si stanno formando e sviluppando nuovi concetti di natura medica e laica della variazione umana. 

Fondamentali nella corrente di riarticolazione della razza e ricodificazione del razzismo sono gli sviluppi delle scienze biologiche. Ho già menzionato la genomica. Dovrei aggiungere la nostra rinnovata comprensione della cellula, della neuroscienza e biologia sintetica. L’ultimo quarto del 20° secolo ha visto il sorgere di uno stile di pensiero molecolare e neuro-molecolare che analizza tutti i processi viventi del corpo e del cervello in termini di proprietà materiali di componenti cellulari come basi DNA, canali ionici, potenziali di membrana e affini. Questo processo è iniziato all’inizio del 20° secolo e ha raggiunto il suo acme durante il suo ultimo quarto – e continua a esercitare un influsso nel 21°. 

È un processo che è stato reso ancora più potente dalla sua convergenza con due sviluppi paralleli. Il primo è l’emergere delle tecnologie digitali dell’era informatica, e il secondo è la finanziarizzazione dell’economia. Questi sviluppi hanno a loro volta creato due serie di conseguenze. Da un lato, questa è una rinnovata preoccupazione per il futuro della vita stessa, e dall’altro, il capitale sta operando in modo nuovo nelle condizioni attuali. Grazie al lavoro del capitale, non siamo più radicalmente diversi dalle cose. Le trasformiamo in persone. Ce ne innamoriamo. Non siamo più solo persone, o forse non siamo mai stati solo persone.

 

Ora ci rendiamo conto che nell’idea di razza c’è più di quanto Hegel aveva immaginato. Nuove configurazioni di razzismo stanno emergendo ovunque. Poiché il concetto di razza implica profonde domande sulla natura della specie umana in genere, la necessità di ripensare le politiche di razzializzazione e i termini in base ai quali si sviluppa la battaglia per la giustizia razziale – qui e ovunque nel mondo – oggi è diventato sempre più urgente. Il razzismo agisce ancora come un supplemento intrinseco del nazionalismo. Come creiamo un mondo oltre il nazionalismo? Dietro il velo della neutralità e imparzialità, il potere razziale dipende ancora strutturalmente da vari regimi legali per la sua riproduzione. Come trasformiamo radicalmente la legge?

Cosa ancora più minacciosa, la politica razziale sta prendendo una svolta genomica. Al fine di rafforzare pensieri e prassi anti-razziste, e per rianimare il progetto di non-razzismo, abbiamo particolarmente bisogno di esplorare i nessi emergenti tra biologia, geni, tecnologie e le loro articolazioni con nuove forme di umana miseria. Nella attuale riconfigurazione e mutazione della razza e del razzismo è in gioco la divisione dell’umanità stessa in specie e sottospecie separate come risultato della liberalizzazione del mercato e della tecnologia genetica. 

 

Mwangi Hutter, two to fly 2016, courtesy of the artists.

 

Sono pure in gioco, di nuovo, le vecchie domande su chi è chi; chi può avanzare pretese su chi, e su quale terreno; e chi possiede chi, e che cosa. In un ordine neoliberale contemporaneo che si vanta di essere andato oltre il razziale, la lotta per la giustizia razziale deve prendere nuove forme.

Ma guardando semplicemente al passato e al presente, riarticolazioni locali e globali della razza non basteranno. Per promuovere alternative possibili di pensiero sulla vita e il futuro dell’uomo in questa era di individualismo neoliberale, dobbiamo collegare in modi completamente diversi il progetto non-razzismo a quello della solidarietà umana. 

In ultima istanza, non-razziale ha veramente a che fare con la condivisione radicale e l’inclusione universale. Riguarda il genere umano che governa in comune in nome di un bene comune più grande, che include non-umani – questo è il termine esatto per democrazia. In questo senso, non-razzismo è l’antitesi del potere del mercato. Il dominio del capitale sulla politica ha avuto come risultato la  perdita di innumerevoli vite umane e la produzione in ogni angolo del mondo di vaste distese di terre aride e morte.

 

Per riaprire il futuro del nostro pianeta a tutti coloro che lo abitano, dovremo imparare a condividerlo di nuovo, tra i suoi abitanti umani e non umani, tra le molte specie che lo popolano. È solo a queste condizioni che, consapevoli della nostra precarietà come specie di fronte a minacce ecologiche, saremo in grado di superare la prospettiva certa dell’estinzione umana che si è aperta in questa nuova epoca, l’era dell’Antropocene.

 

* This article originally appeared in City Scapes, the publication of the African Center for Cities.

 

La traduzione è a cura di Gian Carlo Gianesin.

http://www.doppiozero.com/materiali/why-africa/lafrica-nel-nuovo-secolo


Abd Elsalam Ahmed Eldanf

La morte di Abdesselem, fotografia del lavoro operaio

La morte di Abdesselem, fotografia del lavoro operaio


DI LUCA COVINO|15 SETTEMBRE 2016 per 2righe.com

Per l’Usb il «conducente incitato a forzare picchetto da un addetto dell’azienda». Per la Procura va fatta chiarezza. Ma un operaio è morto e la tragedia si trasforma in espressione violenta della condizione dei lavoratori in Italia. 

Il fatto – Sono le 23:45 di ieri e Abdesselem, operaio, sta manifestando davanti i cancelli della Gls di Montale, Piacenza, con i suoi compagni di reparto e gli aderenti all’Usb, per chiedere il reintegro di otto operai licenziati lo scorso dicembre e la stabilizzazione di altri tredici. Un camion inizia a muoversi ed esce dal cancello aziendale, vuole passare nonostante il picchetto formato dai lavoratori. Disordine, il tir colpisce uno di loro e lo sbalza lontano, cinque metri: l’uomo è a terra, è Abdesselem. Disordine e sirene. La polizia, che ha visto tutta la scena, ferma il camion. A bordo del mezzo c’è un camionista, un italiano di 43 anni, che rischia il linciaggio da parte dei presenti riuniti a manifestare.

Gli agenti lo portano via, in Questura. «Non c’era nessun blocco. Non mi sono accorto di nulla – dichiarerà il camionista agli inquirenti – Sono partito e solo successivamente ho capito di aver investito un operaio». La procura di Piacenza ha dichiarato che non c’era nessun picchetto e che i camion entravano e uscivano regolarmente dallo stabilimento. Di fatto, per la Procura piacentina, si è trattato di un incidente. Abdesselem  si sarebbe allontanato dal gruppo inseguendo il camion, o è stato inavvertitamente investito. Attualmente l’uomo è stato rilasciato, ma su di lui pende l’accusa di omicidio stradale.

La versione del camionista è osteggiata da Usb e dai lavoratori che hanno assistito alla tragedia, che sostengono il crimine padronale. Inun’intervista su La Repubblica, Ahmed Hamdin, connazionale e collega di Abdesselem, ha dichiarato che «iI camion è stato invitato a forzare il nostro picchetto dal direttore dell’azienda, che gridava “se c’è qualcuno davanti investilo”». A fare eco alle dichiarazioni dei colleghi di Abdesselem, anche il fratellodell’operaio ucciso. Riccardo Germani, sindacalista di Usb presente alla manifestazione, ha dichiarato che «il conducente del camion che ha travolto e ucciso il nostro lavoratore è stato incitato a forzare il picchetto da un addetto vicino all’azienda. Gli urlavano ‘parti, vai!’ – ha raccontato – e quello e’ partito investendo il nostro aderente

operaioAbd Elsalam Ahmed Eldanf, l’operaio egiziano investito ieri sera da un tir mentre manifestava. (Fonte: Facebook)

Abdesselem, un operaio della logistica – Si chiamava Abd Elsalam Ahmed Eldanf , ed era un operaio. Aveva 53 anni e gli ultimi quattordici li aveva passati nel nostro Paese dopo aver lasciato l’Egitto. A Piacenza lavorava dal 2003 per Gls, una delle realtà di punta di logistica e spedizione in Italia. Con il suo lavoro Abdesselem aveva messo su famiglia insieme alla moglie e cinque figli, uno dei quali ha compiuto 14 anni proprio ieri, nello stesso giorno del suo compleanno. Con l’arrivo delle riforme, dalla Fornero al Jobs Act, sono arrivate le casse integrazioni e i tagli sulle voci salariali e molti suoi colleghi hanno perso il lavoro o hanno continuato a lavorare in condizioni precarie. Bisognava esprimere il proprio disagio per la disumanizzazione di un lavoro che poi, in fondo, tanto umano non lo è mai stato, soprattutto dopo che l’azienda in questione aveva bluffato sugli accordi con i sindacati.

«Dovevamo fare la trattativa – spiega Elderah, un collega della vittima presente ieri notte – e ci hanno obbligato ad andare in un locale a fare quest’incontro invece di farlo in magazzino, isolandoci. Così quando abbiamo saputo che la trattativa era andata male, ci siamo messi in sciopero davanti ai cancelli». Abdesselem aveva ottenuto da anni un contratto a tempo indeterminato presso la Gls, ma era comunque presente ieri notte davanti a quel cancello, perché con la sua presenza avrebbe supportato i suoi colleghi. Fare l’operaio oggi, in un Paese che è passato per l’abolizione della scala mobile e lo smantellamento progressivo delle tutele, è come vivere – o meglio sopravvivere – in una giungla.

Bisognava manifestare per i propri diritti e Abdesselem lo sapeva bene, lui che in Egitto era professore, ora convertito a caricare e scaricare i tir in turni massacranti. Se lavorare come operaio è una brutta storia, essere un dipendente delle aziende logistiche è un incubo. Nel vasto assortimento prontamento distribuito, i tagli al personale e i continui ricatti hanno generato nel corso degli anni tensione e rapporti di forza lavoro sbilanciati. Da anni in Italia si sta assistendo alla distruzione dei diritti dei lavoratori impiegati in aziende di logistica e l’area di Piacenza non è nuova a manifestazioni di lavoratori impiegati in questo settore. Le lotte sindacali degli ultimi anni, hanno permesso ai lavoratori della logistica, di ottenere condizioni di lavoro minime: il riconoscimento della tutela all’assenza per malattia, la mensa e garanzie in caso di infortunio.

Gls è solo una delle tante aziende della logistica che sfrutta queste condizioni perché gli è concesso istituzionalmente. Un lavoratore della logistica è praticamente a cottimo: paghe misere, organizzazione del lavoro su base cooperativa, assunzione di manodopera a basso costo. L’ultimo punto in particolare, è occupata dai lavoratori stranieri, spesso disorganizzati a livello sindacale, e proprio a seconda di questo assunti o meno dalle aziende. I lavoratori sono messi uno contro l’altro, in una lotta tra poveri che li trasforma in oggetto di conflittualità interna loro stessi. Il settore della logistica è in continua espansione, ma deve il suo successo proprio allo smantellamento dei diritti del lavoro. La subordinazione è a completo appannaggio delle cooperative, che hanno monopolizzato i rapporti di lavoro a vantaggio delle stesse aziende.

Quanto accaduto ieri deve avere una ferma risposta delle istituzioni, dal ministro del Lavoro Poletti fino al premier Renzi. Nel 2016 non ci si puo’ permettere di tornare indietro di un secolo, o forse meno. La morte di Abdesselem è una tragedia e andrebbe compreso il motivo, al di là del fato già largamente usato per giustificare una tragedia che invece è espressione letale della condizione operaia in Italia.

fonte: http://www.2duerighe.com/attualita/78830-operaio-piacenza-gls.html

 


MILIONI DI PERSONE NEL MONDO FUGGONO DALLE POLITICHE NEOLIBERISTE


informationclearinghouse.info

L’economista Michael Hudson sostiene che le politiche neoliberiste a un certo punto spingeranno i cittadini USA ad emigrare, allo stesso modo in cui hanno forzato milioni di persone a lasciare la Russia, gli Stati Baltici e oggi la Grecia, in cerca di una vita migliore.

Una equipe di ricerca della Mailman School per gli studi di salute pubblica presso l’Università della Columbia New York ha stimato che 875.000 morti negli Stati Uniti nell’anno 2000 siano ascrivibili a fattori sociali quali povertà e sperequazione economica.

Secondo le statistiche del Governo USA, 2,45 milioni di Americani sono morti quell’anno. Se paragoniamo il dato alla scoperta dell’equipe di ricerca della Columbia University, la deprivazione sociale risulta responsabile del 36% circa dei decessi nel 2000.

Praticamente tutti gli economisti Britannici del secolo Diciottesimo sostenevano che in presenza di povertà e di un costante trasferimento di risorse verso i ricchi il risultato sarà ridotta aspettativa di vita in durata ed emigrazione” sostiene Michael Hudson, professore emerito di Economia all’Università del Missouri-Kansas City.

Molti paesi tra cui la Russia, i paesi Baltici, ed oggi la Grecia, hanno assistito a un massiccio esodo delle loro popolazioni dovuto a condizioni sociali peggiorate come risultato dell’instaurazione di politiche neoliberiste.

Hudson prevede che gli Stati Uniti seguiranno lo stesso percorso, specialmente a cause delle maggiori difficoltà che seguiranno al passaggio del Trattato Trans-Pacifico, ai cambiamenti nelle politiche sociali e più ampi cambiamenti legislativi dovuti alle attese nomine presso la Corte Suprema e il prossimo gabinetto presidenziale.

La domanda è, se l’America sta avendo come risultato aspettative della durata di vita ridotte, salute peggiore, dieta peggiore, dove emigreranno gli Americani? Nessuno può dirlo oggi”, sostiene Hudson.

SHARMINI PERIES, TRNN: Dopo decadi di sostenuti attacchi ai programmi sociali e disoccupazione costantemente alta, non è una sorpresa che il tasso di mortalità sia salito. Una equipe di ricerca della Mailman School per gli studi di salute pubblica presso l’Università della Columbia New York ha stimato che 875.000 morti negli Stati Uniti nell’anno 2000 siano ascrivibili a un grappolo di fattori sociali tutti legati a povertà e diseguaglianza nei redditi. Secondo le statistiche del Governo USA, 2,45 milioni di Americani sono morti nell’anno 2000, rendendo la deprivazione sociale responsabile del 36% circa dei decessi nel 2000. Un totale allarmante.

Michael, che cosa ne pensi di questa recente ricerca, che cosa ci rivela sulla mortalità in questo paese?

HUDSON: Ci riconduce alle narrazioni passate di Russia e Grecia. E il responsabile dell’incremento nel tasso di mortalità sono le politiche neoliberiste, le politiche commerciali neoliberiste, la polarizzazione della società e conseguente impoverimento di larga parte di essa. Dopo che l’Unione Sovietica si divise nel 1991, il tasso di mortalità si impennò, l’aspettativa di vita calò, gli standard di salute precipitarono costantemente lungo tutti gli anni dell’amministrazione Eltsin, finchè il Presidente Putin non arrivò a ristabilizzare la situazione. Putin ha sostenuto che la distruzione causata dalle politiche neoliberiste ha ucciso più Russi di quanti non ne siano morti nella Seconda Guerra Mondiale, e lì ne morirono 22 milioni. Questa è la portata di devastazione causata dalla polarizzazione sociale.

Stessa storia in Grecia, nel corso degli ultimi 5 anni, l’aspettativa di vita dei Greci è diminuita, il tasso di malattie aumentato, si muore di più, la popolazione non è sana. Praticamente tutti gli economisti Britannici del secolo Diciottesimo sostenevano che in presenza di povertà e di un costante trasferimento di risorse verso i ricchi il risultato sarà ridotta aspettativa di vita in durata ed emigrazione. I paesi con una politica monetaria dura, una politica a favore dei creditori, genereranno logicamente emigrazione. Al tempo in cui i detti economisti scrivevano l’Inghilterra riceveva migranti, aveva un accresciuto bisogno di forza lavoro, guadagnava persone qualificate disposte a lavorare nella sua industria poiché al tempo il resto d’Europa funzionava ancora con un sistema post-feudale e spingeva le persone ad emigrare. La Russia ha subito un massiccio esodo di lavoratori qualificati, perlopiù verso Germania e Stati Uniti, specialmente nel settore informatico. In Grecia l’emigrazione oggi è massiccia e costante. Gli Stati Baltici hanno perso qualcosa di vicino al 10% della popolazione nell’ultima decade in seguito all’aver adottato politiche neoliberiste. In congiunzione a questo, la salute pubblica si deteriora.

La domanda adesso è, se l’America sta avendo come risultato aspettative della durata di vita ridotte, salute peggiore, dieta peggiore, dove emigreranno gli Americani? Nessuno può dirlo oggi. Non possono andare da nessuna parte, non parlano lingue straniere. I Russi, Greci e la maggior parte degli Europei sono tutti tenuti ad apprendere l’Inglese a scuola. Riescono a cavarsela all’estero. Gli Americani non avrebbero nessun posto al Mondo dove andare, o se esiste tale posto nessuno può dirlo.

E la cosa più sconvolgente è che il cosiddetto Trattato Trans-Pacifico, e la sua controparte Atlantica, sono pronti per peggiorare la situazione ulteriormente. A quanto pare il Presidente Obama è determinato a spingere con tutte le sue forze per il Trattato Trans Pacifico, che altro non è, in essenza, che dare carta bianca alle corporazioni per impedire agli Stati di mettere in atto protezioni ambientali, standard di salute pubblica, avvisi sul fumo o altre cose nocive, avviso e informazione sulla qualità dei cibi. Obama sostiene che per questo attenderà dopo le elezioni, confidente che anche i Repubblicani siano favorevoli al piano e pensino vediamo, magari Donald Trump lo metterà davvero in atto. O più probabilmente confida che Hillary, capace di spaziare a destra che qualsiasi Repubblicano mai potrebbe, può farcela a trascinare il Congresso dentro l’affare.

Ma dal momento che non abbiamo modo di sapere che cosa accadrà dopo le elezioni, diciamo che i Repubblicani non vogliano rischiare. Faranno delle cose, approveranno del Repubblicano scelto da Obama per la Corte Suprema, d’altronde Hillary potrebbe nominare qualcuno peggiore, anche Trump potrebbe nominare uno peggiore. Se accettano questo compromesso possono anche accodarsi a spingere sul Trattato TransPacifico destinato certamente a fare aumentare considerevolmente il tasso di disoccupazione, specialmente nell’impego industriale, trasformando il più del complesso industriale urbano Americano in una cintura di ruggine. Si parla pure di una “sorpresa d’Ottobre” o una “sorpresa di inizio Novembre” (vedi pagina wikipedia “October surprise”, o recente articolo di Maurizio Blondet sul tema ndt). E’ anche l’ultima chance di Obama di dare inizio a una guerra contro la Russia.

L’esperto Americano di politiche Russe Stephen Cohen, nonché un numero di altri siti, hanno avvertito che il livello di rischio aumentarà di parecchio una volta che le armi atomiche saranno installate anche in Romania. Il Presidente Putin ha detto che questa è la linea rossa che non si deve mai varcare. In una guerra convenzionale non avremmo chances, possiamo solo sferrare un attacco atomico (parafrasi del traduttore, senso letterale non traducibile). Quindi non ci troviamo solo di fronte al rischio di un sostanziale declino nella popolazione, ma anche peggio di un realistico rischio di conflitto armato. E Hillary ha alzato il livello dell’escalation, ha praticamente promesso di nominare Victoria Nuland Segretario di Stato: Victoria Nuland è quella che ha istigato i fascisti Ucraini verso assassini, sparatorie sulla folla ed altre atrocità.

La tendenza è pessima. Se vogliamo provare a intravedere verso dove l’America si dirige dal punto di vista demografico, dobbiamo guardare a Grecia, Lituania, Russia, ma anche all’Inghilterra. Il Dottor Miller, che ha condotto studi su salute e longevità, è riuscito a dimostrare una correlazione diretta: suddividendo la popolazione Inglese in gruppi in base al censo, ne è risultato che l’aspettativa di vita di un dato gruppo decresce relativamente alla decrescita del reddito disponibile relativo a un gruppo.

E’un dato fondamentale rispetto all’attuale dibattito sulla sicurezza sociale. C’è gente che sostiene che alzare l’età pensionabile è giustificato dal fatto che la popolazione vive più a lungo. Chi vive più a lungo in America? I ricchi vivono più a lungo, solo i benestanti. Ma se ti trovi nella fascia di reddito inferiore a 30000 dollari all’anno, o anche 50000 dollari all’anno, non vivi affatto più a lungo.

Il ragionamento è come evitare di pagare le spese di assistenza sociale alla gente a reddito basso, laworking class e middle class che muoiono prima, e conservare il welfare solo per i ricchi che vivono più a lungo? Nessuno ha sollevato la discussione su aspettativa di vita e longevità nel dibattito sul Welfare e in particolare quello sul proposto innalzamento dell’età pensionabile per il quale spingono Obama e Hillary, col pretesto di salvare il sistema previdenziale. Con “salvare la previdenza sociale” ciò che intende una Hillary Clinton è evitare di tassare le aliquote fiscali alte e pagare per la previdenza con i soldi del bilancio generale, modo di trasferire il costo facendolo pagare, indirettamente, in misura uguale ai ricchi come ai poveri.

FONTE: http://www.criticamente.it/2016/08/21/milioni-persone-nel-mondo-fuggono-dalle-politiche-neoliberiste/#