Archivi categoria: fascismi & revisionismi

la più completa biografia di Knut Hamsun

Dal Premio Nobel al manicomio, il viaggio di Knut Hamsun fra Quisling e il nazismo

knu-hamsun-fazi-jpg-196x300di Gennaro Malgieri per blitzquotidiano.it che ringraziamo

Finalmente anche in Italia si può leggere la più completa biografia del grande scrittore norvegese Knut Hamsun (1859-1952), Premio Nobel per la letteratura nel 1920. L’editore  Settimo Sigillo ha pubblicato l’opera dello studioso finlandese Tarmo Kunnas “L’avventura di Knut Hamsun”. Dopo che sono stati proposti quasi tutti i romanzi dello scrittore, da importanti case editrici, come Adelphi ad esempio, per farsi un’idea della sua opera complessiva, ma soprattutto del suo pensiero e delle sue controverse opinioni politiche per le quali venne ostracizzato e demolito nell’immediato dopoguerra, il libro di Kunnas mette fine ad una “demonizzazione” scandalosa, riconducendo Hamsun nell’alveo della letteratura europea del Novecento nella quale occupa un posto.

In occasione dell’attribuzione del riconoscimento più prestigioso, Thomas Mann disse che mai era stato assegnato a qualcuno che lo meritasse di più; Kafka, Brecht, Miller furono ammaliati dal suo stile; Isaac Bashevis Singer  riteneva che la “tutta la letteratura moderna deriva da Hamsun”; Eugenio Montale lo considerava “il più degno successore di Ibsen e Bjornson nel cielo della moderna letteratura europea”.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale venne “gettato” in un “cattiverio” dal quale non sarebbe più dovuto uscire per decreto dei quegli stessi che stabilirono la morte civile per Ezra Pound, vincitori  incuranti del suo genio e poco inclini a tenere separate arte e politica, costruirono attorno ad Hamsun una sorta di cordone sanitario del quale lo scrittore diede contezza nel suo esame di coscienza “Io traditore”. E’ vero che appoggiòQuisling, ma non aderì al nazionalsocialismo. Furono piuttosto, come scrive Kunnas, il suo antiamericanismo e l’ostilità all’Inghilterra, “potenza mercantile” che detestava, a negargli la “rispettabilità”. Per questo prima venne internato in un ospizio e poi in un manicomio. L’accusa, infondata, ancorché feroce, fu di “intelligenza con il nemico” e “collaborazionismo”. Un intellettuale “delinquente”, insomma. Come Pound, Brasillach, Drieu La Rochelle, Céline… Il tempo comunque è galantuomo e su Hamsun non si è depositata la polvere.

La sua opera, infatti, resta integra dal punto di vista letterario e conosce una rivalutazione sorprendente per i caratteri originali che presenta. L’ostilità al materialismo, al mercantilismo, all’assolutismo del denaro, ai condizionamenti dell’industrialismo, al “pensiero unico”, insomma, ne fanno un antesignano della difesa della natura e dell’identità culturale del suo Paese, non meno che di tutte le differenze, come evidenzia Kunnas.

Di più. Per il suo biografo, Hamsun “rappresenta uno degli analisti più perspicaci riguardo sia ad alcune forme estreme del mercato e dell’industrializzazione, sia alla vita politica”. In aggiunta egli non esalta solamente la “grandezza dell’uomo europeo”, ma ne mette in evidenza anche i limiti. Ed ancora rivela “il lato arcaico di ogni uomo e dell’intera umanità”, dimostrando che il destino della persona è tutt’altro che agevole da definire e determinare nel contesto della civiltà moderna.

Di tutto questo lo Stato norvegese non tenne conto accanendosi contro Hamsun ben oltre ogni plausibile ragione, posto che lo scrittore  non si era macchiato di nessun ed aveva quasi novant’anni. Oggi lo consideriamo uno scrittore “postumo”. E Kunnas ci ricorda la sua “avventura”.

Con la ripubblicazione, da parte di Fazi del suo ultimo libro. Hamsun fece bene a mettere in chiaro in quella sorta di diario  come stavano le cose; un libro di frammenti, memorie, suggestioni, difensivo e mai offensivo che va letto oggi come da pochi venne letto a dieci anni dalla scomparsa dello scrittore, nel 1962, quando apparve in Italia edito dal Borghese con il titolo “Io, traditore” senza suscitare particolare interesse.

I tempi sono cambiati, almeno così sembra. “Per i sentieri dove cresce l’erba” (nuovo titolo, nuova traduzione) non può che essere accolto come l’esame di coscienza di uno scrittore che non cerca giustificazioni, ma reclama soltanto il diritto ad essere giudicato per le sue idee che, in ogni caso, non prefigurando delitti, non potevano essere messe alla sbarra. È perciò un libro che ci interroga sulla libertà di pensiero e sulle dimensioni dell’intolleranza esercitata soprattutto contro gli intellettuali. Quando la Cassazione emise la sentenza, Hamsun finì di scrivere. Dopo quattro anni di silenzio, morì.

KNUT HAMSUN, Per i sentieri dove cresce l’erba, Fazi editore, pp.196, 16,00 euro

TARMO KUNNAS, L’avventura di Knut Hamsun, Settimo Sigillo, pp.157, 20,00 euro

fonte: http://www.blitzquotidiano.it/libri/libro-del-giorno/dal-premio-nobel-al-manicomio-il-viaggio-di-knut-hamsun-fra-quisling-e-il-nazismo-2540381/


La liberazione di Mussolini:

nuova verità sull’”Operazione Quercia”erità sull’”Operazione Quercia”

Pubblicato il 09/09/2016 da Vincenzo Di Michele sull?avanti che ringraziamo

mussolini-gran-sassoPer molti anni nei banchi di scuola ho letto che il 12 settembre del 1943 i tedeschi compirono una grande impresa al Gran Sasso e liberarono Mussolini. Fin d’allora mi sono chiesto come fosse possibile… e poi senza morti e feriti.
Sono trascorsi poi anni e anni, molti, ma la storia ripetuta nei manuali storici è sempre la stessa.

Per tale ragione e vista l’imminenza della ricorrenza della data del 12 settembre, ove appunto esattamente 4 giorno dopo l’armistizio dell’8 settembre del 1943 i tedeschi liberarono Mussolini al Gran Sasso vorrei segnalare la seguente revisione storica. C’è infatti una nuova verità storica nascosta “sull’Operazione Quercia del 12 settembre 1943”: “Un accordo sottobanco tra il governo Italiano e i tedeschi “.

Fu proprio quell’incauto accordo sottobanco tra il governo Italiano e i tedeschi la causa principale della cruenta lotta interna tra gli stessi italiani. L’otto settembre del 1943 l’Italia annunciò l’armistizio con le Forze Alleate. C’era però un altro tavolo, quello non ufficiale, dove il governo Badoglio continuò a collaborare con il vecchio amico tedesco e l’illustre prigioniero Mussolini veniva così sottratto agli Alleati e consegnato ai tedeschi il 12 settembre a Campo Imperatore.

Una nuova verità storica quella che ho raccontata nel libro “L’ultimo segreto di Mussolini” ed . Il Cerchio; (in inglese: The Last Secret of Mussolini – From Campo Imperatore to the Italian Social Republic: a story to be rewritten).

Tra inediti e nuove testimonianze, l’agente Nelio Pannuti – addetto alla sorveglianza personale di Mussolini al Gran Sasso – in una dichiarazione scritta rilasciata di suo pugno proprio a me, personalmente, affermò senza mezzi termini che quell’incursione dei tedeschi “sembrava proprio un’azione concordata, tant’è che, una volta liberato il Duce, ci fu un momento conviviale tra soldati italiani e tedeschi nella sala dello stesso albergo, tutti con le armi in spalla pacificamente”.
Per non parlare dell’azione italiana di governo nel riaggiustamento storico. Il comandante dei carabinieri al Gran Sasso Alberto Faiola fu pure encomiato nel suo foglio matricolare, quando al contrario questi non solo non predispose alcuna misura cautelativa, ma venne anche meno ai suoi doveri – dove peraltro ci fu anche un’azione giudiziaria volta a smentire il tutto – invitando alcuni suoi amici proprio in quei giorni all’albergo di Campo Imperatore
Una tesi storica revisionista che è raccontata sin dagli inizi grazie anche alla testimonianza – sconosciuta a molti – di Karl Radl, l’aiutante di colui che erroneamente è stato sempre considerato il vero artefice dell’“Operazione Quercia”: il capitano Otto Skorzeny. Proprio Radl – in netta contraddizione con la testimonianza del generale Soleti, l’ostaggio Italiano che fu caricato su un aliante – dichiarò : “Che a Campo Imperatore era tenuto prigioniero lo sapevano tutti; persino i bambini ne erano a conoscenza” . Addirittura ci fu un pastorello di tredici anni che trafugò gli alianti tedeschi impossessandosi di alcuni armamentari. Alla resa dei conti si trattò di un accordo tra gli italiani e i tedeschi e il prezzo più caro l’ha pagato proprio la storia.

Vincenzo Di Michele

fonte: http://www.avantionline.it/archivio/cultura/#.V9c88yiLTIU


Ignazio Silone

Caro Canali, hai offeso l’onore di Silone.
Ma anche il tuo

Pubblicato il 05/09/2016 da Alberto Vacca su avantionline.it che ringraziamo

La figura di Ignazio Silone era universalmente nota, fino alla fine del secolo scorso, come quella di un antifascista che aveva sempre combattuto il regime fascista. Tale immagine, però, fu deturpata – a partire dal 1998 – dagli storici Biocca e Canali, che pubblicarono una serie di documenti rinvenuti presso l’Archivio centrale dello Stato, da cui risulterebbe che Silone, nel periodo 1919-1930, non fu un antifascista, bensì un fascista. Per di più della peggior specie, perché – all’interno dell’apparato fascista – si sarebbe dedicato alla professione di spia impegnata soprattutto nella caccia ai comunisti, riuscendo persino a fare arrestare e mandare in galera il loro leader, Antonio Gramsci. La motivazione per cui avrebbe fatto ciò? Il denaro che gli avrebbe versato la polizia fascista. Dopo il 1930, Silone avrebbe abbandonato la professione di spia fascista e – non si sa per quale ragione – sarebbe passato nelle file antifasciste socialiste.
L’assurdità di tale ricostruzione storica è stata dimostrata dapprima da G. Tamburrano, G. Granati e A. Isinelli, poi da S. Soave e infine da me, dopo un esame approfondito dei documenti concernenti Silone che si trovano presso l’Archivio centrale dello Stato. Ciò nonostante, la tesi di Biocca e Canali ha trovato credito presso molti mass media e persino nel canale televisivo Rai Storia.
Sarebbe qui troppo lungo riportare tutte le argomentazioni che smentiscono la ricostruzione di Biocca e Canali e, pertanto, ci si limita ad alcuni punti essenziali.

1. Biocca e Canali affermano che Silone fu un’autentica spia fascista e che svolse con convinzione e diligenza la sua attività delatoria perché rinumerato dalla polizia fascista. Ebbene, tale affermazione è totalmente priva di prove e smentita dai documenti esistenti presso l’Archivio centrale dello Stato, dai quali risulta che Silone finse di essere una spia (non che fu una spia!) e in cui non vi è alcun cenno sulla corresponsione di somme di denaro a suo favore. Che Silone abbia simulato di essere una spia fascista non se lo sono inventato gli storici e i giornalisti che contestano le tesi di Biocca e Canali, ma lo sostiene lo stesso capo della polizia fascista, Arturo Bocchini, in un rapporto del 12 ottobre 1937, inviato al capo del Governo, Benito Mussolini, in cui dice: « Nel 1931 fu arrestato e processato in Italia il fratello Tranquilli Romolo, per attività comunista. Il Tranquilli Secondino, aveva per il fratello, un affetto profondo, soffrì molto. Cercò di aiutarlo in tutti i modi inviandogli sussidi e sovente anche dolciumi e leccornie. In tale periodo diede a vedere di essersi pentito del suo atteggiamento antifascista e tentò qualche riavvicinamento con le Autorità italiane mandando, disinteressatamente, delle informazioni generiche circa l’attività di fuorusciti. Ciò fece nell’intento di giovare al fratello il quale peraltro, colpito da morbo gravissimo, morì il 20 ottobre del 1932 nell’infermeria del penitenziario di Procida». Il capo della polizia scrive che Silone « diede a vedere di essersi pentito», cioè fece finta di non essere più comunista, come fino a quel momento era stato. «Dare a vedere», come risulta dal vocabolario italiano, significa fingere, simulare. Il capo della polizia, dunque, afferma che Silone simulò di fare la spia, non che fu una spia autentica, come sostengono Biocca e Canali. Precisa, altresì, che le informazioni da lui fornite furono prive di rilevanza, perché generiche e non specifiche, e che le stesse furono inviate « disinteressatamente », cioè senza la corresponsione di somme di denaro. Puntualizza, infine, che la simulazione fu posta in essere da Silone per «giovare al fratello». Ebbene, Romolo era un militante comunista. E dunque la simulazione di Silone avvenne nell’interesse del partito comunista e non nell’interesse del regime fascista.
Se Biocca e Canali sono in possesso di documenti che provano che il capo della polizia fascista ha dichiarato il falso, in un rapporto ufficiale inviato al suo capo, li esibiscano in modo che gli storici e i giornalisti che contestano la loro ricostruzione dei fatti possano ricredersi e cambiare le proprie convinzioni. Esibiscano anche, se li hanno, i documenti da cui risultino i pagamenti effettuati dalla polizia fascista a favore di Silone. Se non li hanno, ammettano almeno di essersi sbagliati.

2. La prova regina dedotta da Canali contro Silone, in un suo saggio del 2000, è costituita da una relazione anonima redatta da una spia fascista in presenza del commissario Bellone e da questi inviata, in data 22 aprile 1923, al questore di Roma, Cesare Bettini.
Nel 2001, questa relazione fu sottoposta all’esame del perito grafico Anna Petrecchia, consulente tecnico presso il Tribunale di Roma, che lo comparò con alcune scritture autografe di Silone. Le sue conclusioni, formulate il 19 gennaio 2001, furono le seguenti: «Le scritture in verifica appaiono provenire da un’unica mano. Tali scritture non corrispondono a quelle di Ignazio Silone».

Successivamente alla perizia della dottoressa Petrecchia è stato da me accertato – sulla base di un’analisi contenutistica e formale – che tale relazione non è altro che una copia, scritta a mano da un funzionario di polizia, della relazione originale (non presente negli atti) redatta in presenza di Bellone dalla spia fascista Alfredo Quaglino, indicata negli atti con la sigla 300 HP, che svolse attività delatoria contro i socialisti e i comunisti dal 1922 al 1932. Per negare che la relazione sia stata redatta da Quaglino, Canali è arrivato persino a sostenere che lo stesso, nel 1923, fosse una spia ormai «bruciata», da tempo fuori del partito e perciò impossibilitata ad avvicinare i dirigenti del partito comunista, mentre dagli atti risulta che svolse attività spionistica fino al 1932.

3. Canali attribuisce la responsabilità dell’arresto e della condanna di Gramsci a Silone, che avrebbe fornito al commissario Bellone le informazioni necessarie per poterlo incriminare. Scrive testualmente:
“Guido Bellone assunse quindi il ruolo di grande accusatore di Antonio Gramsci. Era stato lui, con un rapporto del 29 dicembre 1925, a riferire al ministero dell’Interno la notizia della nomina di Gramsci a «segretario generale del P.C. in Italia». […] La ricerca storica ha ormai accertato da circa una decina d’anni che l’informatore di Bellone infiltrato nel Pcd’I era Ignazio Silone, con lo pseudonimo di copertura di «Silvestri»”.
Va rilevato innanzitutto che il rapporto del 29 dicembre 1925, citato da Canali, non riferì la notizia della nomina di Gramsci a segretario del PCd’I al ministero dell’Interno, bensì al Procuratore del Re di Roma. In secondo luogo va precisato che il rapporto non fu redatto da Bellone, bensì dal commissario capo di PS Ermanno De Bernardini, come risulta dalla dicitura «Prefetto reggente la Questura f° De Bernardini», apposta alla fine del documento. La grave manomissione del documento non è certo indice di accuratezza e precisione nella ricerca. Infine va osservato che non vi è alcun documento nell’Archivio centrale dello Stato da cui risulti che Silone abbia fornito al commissario Bellone notizie utili per l’arresto e la condanna di Gramsci.

La ricostruzione della figura di Silone come spia fascista fatta da Biocca e Canali è del tutto surreale ed è destituita di qualsiasi elemento probatorio. Essa si basa su una serie di congetture e di indizi che non trovano riscontro nella realtà dei fatti. Gli indizi, sia nel campo giuridico sia in quello storico, per assurgere a dignità di prova devono essere gravi, cioè consistenti e resistenti alle possibili obiezioni e perciò, attendibili e convincenti; precisi, cioè specifici e non generici, insuscettibili di diverse interpretazioni e non equivoci; concordanti, cioè tra loro collegati e accordabili con la medesima ipotesi ricostruttiva del fatto da provare. Gli indizi addotti da Biocca e Canali a sostegno della loro ricostruzione sono ben lungi dall’avere tali caratteristiche, per cui non possono essere assunti a prova del fatto che Silone sia stato una spia fascista. Del tutto incongruente, infine, è la tesi della presunta conversione di Silone da spia fascista a militante socialista. Perché Silone passa nelle file socialiste dopo avere abbandonato il partito comunista e non dopo avere abbandonato il movimento fascista. Nella lettera del 13 aprile 1930, indirizzata al commissario Bellone per comunicargli la cessazione di ogni futuro rapporto con lui, non scrive di lasciare con rammarico il movimento fascista, bensì il partito comunista. Se fosse stato una spia fascista infiltrata nel partito comunista, per quale ragione avrebbe cessato una lucrosa attività per andare incontro alla miseria e agli stenti economici, in un momento in cui aveva peraltro gravi problemi di salute?

Recentemente ho contestato in un mio libro le accuse formulate da Biocca e Canali contro Silone, dimostrandone l’infondatezza. Biocca non ha obiettato alcunché. Canali, invece, con riferimento anche alla professione di avvocato da me svolta prima di andare in pensione, ha scritto: «Si innalzano a rango di storici avvocati in pensione che ammazzano il loro tempo bighellonando negli archivi e che vengono strumentalizzati (e si fanno strumentalizzare) perché disposti a dichiarare tutto e a scrivere grandi corbellerie pur di avere il quarto d’ora di notorietà»; e ancora: « è la fantasia degli azzeccagarbugli, pseudo storici o se preferisce degli storici della domenica a confondere le due spie (Quaglino e Silone) così lontane anche nel livello di infiltrazione nell’organizzazione comunista. Ma non intendo sprecare altro tempo con letture dilettantesche e interessate di una vicenda così complessa».

Caro Canali, anziché confutare le affermazioni contenute nel mio libro, con controdeduzioni serie e fondate su documenti, ti sei limitato a scrivere frasi dirette a offendere la mia persona, solo perché ho osato – non per partito preso ma per rispetto della verità storica – difendere l’onore di Silone che, essendo morto, non può più parlare. Le frasi che hai scritto, però, se ci pensi bene, più che ledere il mio onore, ledono il tuo onore, perché scrivendole hai dimostrato di calpestare volutamente le regole della buona educazione e quelle del diritto che prescrivono il rispetto della dignità di ogni persona. Credimi, ciò che hai scritto non ti fa fare una bella figura con i tuoi lettori. E non è certo con l’arma della diffamazione nei confronti degli storici e dei giornalisti che sostengono che Silone fu sempre un antifascista che potrai dimostrare che egli fu una bieca spia fascista.

Fonte: http://www.avantionline.it/archivio/cultura/#.V9KYhyiLTIU


violenza razzista

Saluto romano durante la partita Israele-Italia. La sottocultura che frequenta gli stadi

Settembre 2016 di: Carlo Verna per articolo21.org che ringraziamo

Schermata-2016-09-06-alle-13.05.30-kaIF-U1601086603284W2-620x349@Gazzetta-Web_articolo

Che sia stato un preordinato gesto di violenza razzista proprio a casa di chi ancora sanguina per la Shoa o un’estemporanea idiozia non e’ ancora dato sapere. Ma certo la stupidità di pochi ha macchiato una bella serata della nazionale in fasce di Ventura che in Israele ha vinto un po’ all’italiana, soprattutto per essere rimasta in dieci uomini, ma anche sciorinando nel primo tempo, intorno a Verratti un calcio piu’ che apprezzabile.

Da casa il saluto nazista fatto da alcuni tifosi azzurri e’ sfuggito. Ne sono state poi recuperate delle immagini, dopo l’intervento delle forze speciali israeliane che hanno individuato, arrestato e successivamente espulso i responsabili, dando un segnale importante a tutto un mondo di sottocultura che frequenta gli stadi. Di violenza a margine del rettangolo di gioco si discute da anni e negli ultimi tempi molte iniziative hanno sortito l’effetto positivo di contenerla. Quello che controlli e misure repressive non sono riusciti a fare, e’ stata l’impresa di sradicare una mentalità per la quale lo stadio sia un luogo dove il branco possa esprimersi senza limiti, dove l’offesa dell’avversario sia il minimo sindacale e la violenza una forma di partecipazione all’evento contemplata dalle regole d’ingaggio.‎ La riprovazione della maggior parte del pubblico e’ riuscita a eliminare i buu razzisti,ma non tutto ciò che avviene in alcuni settori può esser percepito nel resto dello stadio. La polizia e gli steward svolgono i loro compiti egregiamente. Occorrerebbe, pero’, una politica culturale sportiva di cui ne’ la Figc, ne’ i singoli club, attenti soprattutto ai bilanci (che in buona parte discendono dai risultati) si preoccupano di fare.
La provocazione potrebbe essere: tre punti in palio da aggiungere alla classifica per la squadra col pubblico più corretto. Pura utopia, utile tuttavia a comprendere quanto alto dovrebbe essere il salto di qualità.

fonte: http://www.articolo21.org/2016/09/saluto-romano-durante-la-partita-israele-italia-la-sottocultura-che-frequenta-gli-stadi/


Fascismo, quelle commemorazioni che diventano la scusa per un ultimo saluto (romano).

ettore-muti-905-675x905

Il caso di Ettore Muti a Ravenna, l’Anpi: “Basta, è apologia”

Messe, riunioni, appuntamenti per celebrare gli “eroi” del Ventennio diventano spesso il pretesto per tenere vive certe idee. E il rischio è che accada di nuovo per il ricordo dell’aviatore romagnolo. Il sindaco avverte: “No a gesti o simboli di quell’epoca”

di Diego Pretini | per il Fatto quotidiano che ringraziamo 21 agosto 2016

Vogliono ricordarli “cristianamente”. Oppure come eroi di guerra, grandi militari. I preti allargano le braccia, si giustificano spesso dicendo che non possono negare messe in suffragio, soprattutto per i morti che hanno bisogno di perdono, perdono e ancora perdono. Chi chiede di celebrarli (settanta, ottant’anni dopo) è sempre pronto a ribadire che i morti “sono tutti uguali”, che la pietà vale per tutti, che anche i vinti combattevano, in cuor loro, per difendere la loro Patria. Così il ricordo cancella il littorio, il fascismo resta sempre tra le righe, ma quelle commemorazioni, civili e religiose, rischiano di essere il vestito per il pretesto per far tenere vive certe idee, certe inclinazioni, certi simboli che in tutta Europa hanno portato terrore e morte. Succede spesso, da nord a sud, per onorare la memoria di Benito Mussolini – soprattutto nei giorni intorno al 28 aprile, quando fu giustiziato a Giulino di Mezzegra -, è successo in passato a Cremona per Roberto Farinacci, è successo perfino il 25 aprile, in un cimitero di Milano, dove un gruppo di fascisti ha voluto ricordare 1400 repubblichini che morirono dalla parte sbagliata. Ora accade di nuovo per Ettore Muti, che del partito fascista è stato segretario per un anno, sia pure svogliato e subito pronto a ripartire verso qualche fronte e a bordo di un aereo della Regia Aeronautica finché la sua vista avvelenata dai carburanti ha retto.

Il sindaco di Ravenna: “No a gesti o simboli fascisti”
Muti, legato a doppio filo con il fascismo, ha fatto soprattutto il militare. Ma quello che preoccupa, ancora una volta, è l’uso che si fa del suo ricordo. A commemorarlo, a Ravenna, la sua città, sono gli Arditi d’Italia. E come ogni anno, il 21 agosto, c’è la fila per chiedere alle autorità di vietare la cerimonia: Anpi, sindacati, due deputati (di Sinistra Italiana e Possibile), liste civiche locali. Il giovane sindaco Michele De Pascale (Pd) ha definito “pericolosa” la commemorazione, ma ha spiegato che “è consentita dal regolamento di polizia mortuaria”. Ha anche scritto a questore e prefetto chiedendo garanzie perché sia impedito “l’ingresso alle persone munite di bandiere, drappi o vessilli”, e “ogni tipo di orazione all’interno dell’area cimiteriale e ogni gestualità inneggiante al fascismo“. Tanto più che in passato a ricordare Muti era arrivato padre Giulio Tam, sacerdote lefevriano che aveva lodato Mussolini per aver “riportato la religione nello Stato con il Concordato”. Mentre un prete di Cervia, don Lorenzo Lasagni, nel 2014, nella sua omelia aveva definito Muti – uno che faceva la guerra – “persona da imitare e da seguire”. L’anno scorso, invece, né dichiarazioni sopra le righe né saluti romani. Questo appuntamento “ha perso il suo mero carattere commemorativo – spiega l’Anpi locale, diventata improvvisamente celebre per la vicenda del dirigente presunto rimosso – E’ bensì diventata una manifestazione che esalta un nuovo fascismo. A volte lo fa esplicitamente, e a volte con altri nomi e altre sigle. Questa è apologia, ed è vietata“.

Gim dagli occhi verdi, Fiume e e le altre battaglie del cielo
Muti: un “eroe dei cieli”, una vita da romanzo, da film, dall’inizio alla fine. Gabriele D’Annunzio, che aiutò nell’impresa di Fiume, lo ribattezzò Gim dagli occhi verdi. Con una mamma iperpatriottica e un po’ di fastidio per le aule di scuola, Muti cercò di arruolarsi per la prima volta a 14 anni mentendo sulla sua età. Venne scoperto, ma ci riuscì un anno dopo con lo stesso stratagemma. Si meritò una medaglia, ma la rifiutò proprio per non farsi scoprire. Fascista delle origini, aviatore fenomenale, spericolato, la sua divisa è stata tra le più decorate dell’aviazione italiana: prima guerra mondiale, guerra di Spagna, le battaglie in Africa e nel Mediterraneo.

Fascista, fascista, fascista
Coraggio, audacia, velocità, fiducia. Sembra un monumento vivente al futurismo. Saetta in cielo, fulmine a terra. La miccia è sempre accesa: bella vita, feste, belle donne, auto sportive, Harley Davidson. La politica lo annoia a morte, se non è legata all’azione: fa parte dei primi fasci di combattimento, nelle squadre d’azione, viene anche arrestato e dopo entra a far parte delle camicie nere. E’ lui a guidare i fascisti in prefettura a Ravenna per prendere il potere in città il 29 ottobre 1922, mentre la marcetta su Roma che paralizza il re Vittorio Emanuele II sta per mandare al governo Benito Mussolini, un altro romagnolo come Muti. Il fascismo prende una parte importante della vita e della testa del tenente colonnello Muti. Ma la politica non fa per lui: diventa anche segretario nazionale del Pnf, in un anno delicatissimo, tra il 1939 e il 1940, cioè l’inizio della fine, ma l’ingresso in guerra dell’Italia lo spinge a ripartire di nuovo. Al fascismo è fedele, a Mussolini è fedelissimo. E’ membro del Gran Consiglio, ma è bloccato da un bombardamento a Ventimiglia quando si riunisce l’organismo che fa decadere il Duce.

Il governo Badoglio nato dopo il 25 luglio 1943 lo considera una “minaccia” perché crede che possa riorganizzare i fedelissimi del Duce ora che i Savoia si sono tolti di mezzo Mussolini. Il presidente del Consiglio – uomo di mille stagioni – manda a chiamare Muti, gli ordina di convincere la divisione corazzata di camicie nere Littorio di obbedire al nuovo esecutivo, ma il colonnello si rifiuta. La storia dice che pochi giorni dopo viene ucciso, a 41 anni.

A Fregene, vicino a dove abitava, nella notte tra il 23 e il 24 agosto del 1943 Muti venne raggiunto alla testa da alcuni colpi di pistola. Una sparatoria, si disse. Gli uomini di Mussolini, scritto da Emma Moriconi, ha ricostruito di recente che a giudicare i fori nel berretto i colpi d’arma da fuoco furono esplosi a distanza ravvicinata. Alcune inchieste, negli anni Cinquanta, hanno cercato di fare luce sulla fine di Muti, senza esito. Una delle ipotesi che circolano è che Badoglio e il Quirinale temessero Muti a tal punto che abbiano avuto un ruolo nella morte dell’aviatore. L’assassinio di Muti – rimasto un mistero – lo trasforma definitivamente in un mito, quasi un nume tutelare per i fascisti che ancora per due anni credono di tenere in piedi il potere mussoliniano a Salò, nonostante siano circondati e telecomandati dal Terzo Reich.

Tanto erano diventati leggendari il nome e la figura di Muti che finirono appiccicato a una delle storie più nere della nera storia del fascismo, quella della Legione Autonoma Ettore Muti, appunto. Una formazione composta a Milano da mussoliniani, camicie nere, pregiudicati ed ex detenuti per reati comuni del carcere di San Vittore, che si comportavano come poliziotti, senza averne i poteri e nemmeno la dignità. Il palazzo al numero 2 di via Rovello di Milano – dove oggi c’è il Piccolo Teatro – si trasformò in un luogo di torture e di sevizie. Centinaia di antifascisti ed ebrei furono seviziati, picchiati, ammazzati durante gli interrogatori. Una targa sulla facciata del teatro che proprio lì, nel 1947, fondarono Paolo Grassi e Giorgio Strehler ricorda quei mesi di terrore. Erano “mutini”, peraltro, i membri del plotone d’esecuzione che uccisero 15 partigiani in piazzale Loreto nel 1944. Proprio per “far pagare quel sangue”, un anno dopo i cadaveri di Benito Mussolini e Claretta Petacci furono portati nella stessa piazza, appesi a testa in giù, vilipesi. La “macelleria messicana” che scandalizzò Ferruccio Parri e che Sandro Pertini fece terminare: “Io, il nemico, lo combatto quando è vivo e non quando è morto. Lo combatto quando è in piedi e non quando giace per terra”.

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/21/fascismo-quelle-commemorazioni-che-diventano-la-scusa-per-un-ultimo-saluto-romano-il-caso-di-ettore-muti-a-ravenna-lanpi-basta-e-apologia/2984194/