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Cosa direi agli assassini dell’Eternit

Le parole di Roberto Vecchioni, in concerto il 12 settembre a Casale per l’inaugurazione dell’Eternot, il parco realizzato dove sorgeva la fabbrica dell’amianto

Roberto Vecchioni

11/09/2016

roberto vecchioni per la Stampa

 Vorrei poter tornare indietro (tutti lo vorremmo), ma non, sia chiaro, per vedermi giovane e guardare il tempo dalla coda, precederlo, gabbarlo. Non è per me, per gli anni andati, per gli amici perduti, per gli amori svicolati o rimpianti.

Per il fiato da vendere, per i sogni, le canzoni mai scritte o da riscrivere, no, non per questo.

Vorrei poter tornare indietro ed essere più forte, più coraggioso, più determinato di quanto sia mai stato contro la dabbenaggine, l’ignoranza, la criminalità degli uomini contro gli uomini e avere il dono magico della convinzione, della persuasione, per avvertirli, metterli in guardia contro le loro stregonerie, se inconsce, o eliminarli, sputtanarli, abbatterne l’arroganza dell’utile, del profitto, del «chi se ne frega del domani», quando sapevano e se ne sbattevano allegramente.

La tragedia di Casale, l’immoralità, l’inumanità dell’«eternit» rappresenta un apice della curva gaussiana della presunzione e della delinquenza umana: il vaniloquio di chi ha giocato e gioca a fare Dio con le mani e il cervello di un primate, mutante in paradosso economico, dove tutto ciò che rende (a pochi) diventa legge globale e, troppo spesso, morte.

Un filo spinato, nascosto, subdolo, lega ogni perversione della cosiddetta intelligenza umana dal fango immenso di Genova, ai terremoti, alla pietra filosofale (!) dell’eternit. Che eterno era ed eterno resta anche se seppellito a centinaia di metri di profondità.

Vorrei tornare indietro con un film girato in tutti gli anni in cui l’eternit ha seminato malattie e morte. E farlo rivedere quel film, dieci, cento volte a chi è stato responsabile di tutto questo, a chi (e sono tanti) l’ha scampata: vorrei come un’ombra entrare nelle loro stanze, di notte e sussurrargli nelle orecchie «assassino» per 7, 8 ore di fila, senza mai smettere.

Ma posso solo essere con voi in questa sera di domenica a raccontare la vita contro la morte. A stringermi e sognare con uomini che hanno costruito un giardino nel deserto, a cantare, a commuovermi. E a non disperare, finché esistono persone che innalzano alberi per stritolare il cemento.

Domenica 11 settembre, alle 21.30, Roberto Vecchioni sarà a Casale Monferrato per un concerto gratuito in piazza Castello che segna la svolta dall’Eternit all’Eternot, il parco inaugurato sabato e che nasce dove sorgeva la fabbrica dell’amianto.

fonte: http://www.lastampa.it/2016/09/11/cultura/opinioni/editoriali/cosa-direi-agli-assassini-delleternit-lGdwO0fBjKlhALXTGTn2xN/pagina.html


Cefalonia 1943, non tutti eroi

I militari della divisione Acqui si opposero ai tedeschi e molti vennero fucilati dopo la resa.

Un libro di Elena Aga Rossi (il Mulino) ricostruisce la vicenda della strage

di Paolo Mieli per il Corriere della Sera che ringraziamo

Esplora il significato del termine: Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943

Esplora il significato del termine: Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943

Il 3 gennaio 1945, mentre la Seconda guerra mondiale non si era ancora conclusa, erano trascorsi appena sette mesi da quando gli Alleati avevano liberato Roma e l’Italia rimaneva divisa in due (al Nord Benito Mussolini con la Repubblica di Salò, al Centrosud gli alleati e il governo antifascista presieduto da Ivanoe Bonomi), un ufficiale dell’esercito, Renzo Apollonio, diede appuntamento a don Romualdo Formato per le otto e mezza del mattino, in un bar della capitale, a Porta Pia. Tema del colloquio una versione comune di quel che era accaduto a Cefalonia dove erano stati entrambi quindici mesi prima, tra il 15 e il 22 settembre del 1943.

Esplora il significato del termine: Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)

Esplora il significato del termine: Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)

Nell’isola, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre, i militari italiani appartenenti alla divisione Acqui, dopo qualche esitazione e una sorta di referendum tra i soldati, avevano rifiutato di arrendersi, si erano scontrati con i tedeschi e in molti erano stati uccisi. A cominciare dal loro comandante, il generale Antonio Gandin. Ma torniamo al bar di Porta Pia. Apollonio e don Formato sono entrambi reduci da quell’esperienza di fine settembre 1943 e il primo, che ha da farsi perdonare d’aver successivamente collaborato con i nazisti, vorrebbe che il sacerdote avallasse la sua versione dei fatti e cioè che era stato lui a spingere alla ribellione contro i tedeschi un recalcitrante Gandin. Don Formato annota sul proprio diario che, di fronte alle sue puntualizzazioni in difesa di Gandin, «Apollonio va su tutte le furie» e «per fortuna ci ha raggiunto un mio amico, professore d’archeologia» perché il colloquio «aveva preso una brutta piega».

Anche tra gli storici quello che il presidente della Repubblica Carlo

Esplora il significato del termine: Il generale Antonio Gandin (1891-1943)Il generale Antonio Gandin (1891-1943)

Esplora il significato del termine: Il generale Antonio Gandin (1891-1943)Il generale Antonio Gandin (1891-1943)

Azeglio Ciampi celebrò nel 2001 come «il primo atto della Resistenza di un’Italia libera dal fascismo», prese fin dall’inizio «una brutta piega». Nel senso che, come ricostruisce Elena Aga Rossi in uno straordinario libro che sta per essere pubblicato dal Mulino, Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, qualcosa non funzionò (e ancora non funziona del tutto) nel racconto di quegli accadimenti di oltre settant’anni fa. A partire dal numero di morti italiani, novemila secondo un comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio emesso nel settembre 1945 (ai tempi era capo del governo Ferruccio Parri) destinato a restare nei libri di storia. «Un dato totalmente fuori dalla realtà», lo definisce la Aga Rossi, che riduce i caduti della divisione Acqui a un numero tra i 1.600 e i 2.500. Il che, precisa la storica, «lungi dallo sminuire il significato della tragedia», attribuisce «al di fuori di mitologie ed esagerazioni, proprio nella sua aderenza al vero, maggior valore al caso di Cefalonia, al sacrificio di quanti — e sono sempre circa duemila italiani — morirono combattendo o fucilati dai tedeschi dopo la resa». In quello che peraltro resta «il più grande massacro commesso dai militari tedeschi nei confronti degli italiani».

Come andarono davvero le cose nell’isola greca del Mar Ionio, in quella fine di settembre del 1943? A seguito dell’armistizio, i nazisti intimarono agli italiani di arrendersi e di consegnare le armi; il generale Gandin, dopo aver attentamente valutato le opzioni di cui disponeva, decise di trattare la resa per avere il tempo di ricevere aiuti dagli angloamericani; alcuni dei soldati reagirono però con episodi di insubordinazione a questa tattica temporeggiatrice; qualcuno tra gli ufficiali suggerì di indire un referendum che si tenne e diede luce verde alla ribellione. Che condusse all’ecatombe di cui si è detto.

Il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi nel novembre del 1945 tenne a sottolineare come l’eccidio di Cefalonia andasse tenuto nel conto di un esempio di «resistenza partigiana». Ma il generale Gandin, che precedentemente era stato definito dal giornale dei comunisti, «l’Unità», un «eroe antifascista», nonostante avesse pagato con la vita il suo eroismo, da qualche mese veniva criticato dallo stesso quotidiano, che contrapponeva la sua presunta «esitazione» alla «determinazione di buona parte dei soldati e dei marinai guidati da alcuni sottufficiali». Padre Formato incontrò il Papa Pio XII, che «assunse un atteggiamento molto prudente, quasi filotedesco» sulla vicenda. E poi il principe Umberto, all’epoca luogotenente del Regno, che espresse una profonda «riconoscenza» verso il generale Gandin e gli uomini della divisione Acqui. Già allora, dunque, i giudizi si divisero.

Ma perché a Cefalonia i soldati si ribellarono? Secondo un’indagine militare condotta all’inizio degli anni Sessanta, ciò accadde in seguito a «gravi episodi di sobillazione sediziosa da parte di taluni ufficiali», mentre il generale Gandin era «impegnato nelle trattative con il locale comando tedesco». L’accaduto era riconducibile anche ad «arbitrarie intese segrete con elementi partigiani greci ai quali furono perfino cedute da qualche reparto armi e munizioni». Il rapporto rimproverava, neanche tanto velatamente, a Gandin una «certa debolezza», non già verso i tedeschi, bensì nei confronti di alcuni suoi ufficiali e soldati che in quei giorni avevano fomentato la rivolta. Una debolezza manifestatasi, secondo il rapporto, «con la mancata adozione di severe misure contro i principali responsabili di attività sediziosa e di intemperanze disciplinari».

In effetti, ancorché eroica, quella ribellione — sottolinea Aga Rossi — non si configurò come un episodio della Resistenza. Quei soldati consideravano il loro non come «un gesto di eroismo resistenziale», bensì come «la via più diretta per tornare a casa». La vicinanza dell’Italia e la speranza dell’arrivo di aiuti da parte degli anglo-americani ebbero un ruolo fondamentale nel convincere una parte della divisione che, combattendo i tedeschi, sarebbero tornati a casa «prima». Prima di quello che sarebbe stato il loro destino «se avessero accettato di arrendersi». È difficile, prosegue la storica, individuare «nell’azione della truppa la motivazione antifascista presente soltanto in pochi militari che provenivano da famiglie contrarie al regime».

Allo stesso modo «sarebbe sbagliato vedere nel cosiddetto referendum una dimostrazione di democrazia». Studiate con attenzione carte edite e inedite, Aga Rossi conclude che «molti reparti non furono interpellati e quelli che lo furono risposero in base al modo in cui era stata posta la domanda e all’autorità del comandante». In che senso? I documenti parlano chiaro: «Anche chi avrebbe voluto cedere le armi o passare dalla parte dei tedeschi accettò e seguì le posizioni dei propri comandanti e della maggioranza dei commilitoni».

Quanto poi ai partigiani dell’Elas, la storiografia resistenziale ha proposto «una mitica fratellanza antifascista italo-greca» che nella documentazione non trova riscontro. Anzi. Una volta ricevute le armi dai soldati italiani, i resistenti dell’Elas «non parteciparono ai combattimenti» e nelle relazioni sugli scontri «non si parla di azioni di partigiani se non per il giorno 13 settembre». È vero invece che la propaganda dell’Elas contribuì a diffondere tra gli italiani «l’illusione» che, combattendo, anche con l’ausilio della resistenza greca, si sarebbe «dato tempo alle forze anglo-americane di intervenire e si sarebbe così aperta la strada per il ritorno a casa».

Sono a questo punto individuabili responsabilità del governo italiano (in quel momento presieduto da Pietro Badoglio) e degli Alleati in merito a quel che accadde a Cefalonia. Poiché «gli anglo-americani all’inizio non si erano nemmeno posti il problema di fornire aiuti alle isole Ionie», scrive Aga Rossi, «la decisione del governo di ordinare di resistere senza essere in grado di assicurare l’aiuto militare promesso equivalse a una condanna a morte dei resistenti».

Gli anglo-americani, «prima impegnati totalmente e con scarse forze nello sbarco a Salerno e poi nel consolidamento dell’occupazione nell’Italia meridionale, si resero conto solo gradualmente della situazione». Quando «presero finalmente in considerazione la possibilità di intervenire e di cogliere l’occasione loro offerta dalla resistenza italiana, era troppo tardi». Lo stesso accadde per la vicina isola di Corfù, dove «la decisione alleata di intervenire arrivò undici giorni dopo l’inizio dei bombardamenti e quando i tedeschi, sbarcati indisturbati, stavano ormai annientando le truppe italiane».

Come per altre vicende, scrive Aga Rossi, «anche in questo caso l’uso politico della storia ha favorito l’affermazione di una versione piuttosto che di un’altra a prescindere dal dibattito storiografico su fatti e protagonisti di quegli avvenimenti». Nel clima del secondo dopoguerra c’era «poca disponibilità a valutare caso per caso» l’operato dei comandanti che si consegnarono ai soldati di Hitler. Quelli che si arresero furono ritenuti comunque «corresponsabili della guerra fascista», mentre quelli che si schierarono contro i tedeschi vennero celebrati come eroi. Con qualche eccezione, come quella di Apollonio.

Antonio Gandin — il cui operato è in questo libro giudicato sostanzialmente saggio e che pagò con la vita — fu tenuto nel conto di un ufficiale che aveva avuto «un comportamento indeciso e ambiguo al limite della collusione con i tedeschi». Il suo principale oppositore, il tenente Renzo Apollonio, riuscì invece a farsi considerare l’eroe di Cefalonia, nonostante avesse in seguito collaborato con i militari nazisti. Ottenne questo riconoscimento presentandosi come il fomentatore della «rivolta dal basso» dei soldati, cosa che gli valse un importante riconoscimento nel libro Un popolo alla macchia(Res Gestae) del leader comunista Luigi Longo e nella Storia della Resistenza italiana (Einaudi) di Roberto Battaglia. Reso forte da questi giudizi, Apollonio «divenne nel dopoguerra il principale accusatore di Gandin, su cui raccolse un serie di dichiarazioni», e rivendicò il proprio comportamento a Cefalonia come «fondato sull’eroismo e sulla fedeltà ai valori militari, nel quale patria e onore erano incompatibili con la resa». Eppure sono sempre più numerosi gli storici che, ricorda Aga Rossi, evidenziano nella sua successiva collaborazione con i tedeschi e in molti altri episodi «un atteggiamento ambiguo e opportunista».

Ma come fu possibile questo pasticcio? Nelle relazioni italiane redatte a guerra finita, spiega la studiosa, vi sono pesanti reticenze. Gli episodi di insubordinazione e di violenza della truppa, che poi emergeranno negli studi successivi, «vengono in genere minimizzati e a volte negati». Le stesse memorie dei protagonisti «appaiono lacunose e ingannevoli».

Il costo della rimozione e della connessa volontà di mantenere un mito di Cefalonia — fondato per alcuni aspetti sull’occultamento della verità — «è stato altissimo», scrive Elena Aga Rossi; «fino ad oggi su Cefalonia c’è una memoria divisa, che è passata dai superstiti alle loro famiglie, ha provocato polemiche e il proliferare di versioni contrastanti». Mentre soprattutto per quelli che non sono tornati, «che sono morti facendo fino alla fine il loro dovere e combattendo contro i tedeschi», è ormai tempo «di por termine alle polemiche e di recuperare una memoria per quanto possibile unitaria di una delle prime iniziative della Resistenza, e di certo di quella che ebbe l’esito più drammatico». Come? Forse è più semplice di quanto possa apparire, sostiene Elena Aga Rossi: basta rifarsi alle «due leggi della storia» contenute nel De oratore di Cicerone. La prima è di «non asserire il falso». La seconda «che non si taccia il vero».

Bibliografia

Esce il 22 settembre in libreria il saggio di Elena Aga Rossi Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito (il Mulino, pagine 272, e 22). A quella controversa vicenda della Seconda guerra mondiale sono stati dedicati molti volumi. Tra i più rilevanti: Gian Enrico Rusconi, Cefalonia. Quando gli italiani si battono(Einaudi, 2004); Giorgio Rochat e Marcello Venturi, La divisione Acqui a Cefalonia (Mursia, 2002). Sul versante tedesco: Hermann F. Meyer, Il massacro di Cefalonia e la 1ª divisione da montagna tedesca (Gaspari, 2013). Da segnalare anche la raccolta di saggi Né eroi né martiri, soltanto soldati, a cura di Camillo Brezzi (il Mulino, 2014). Sul numero dei morti: Massimo Filippini, I caduti di Cefalonia: fine di un mito (Ibn, 2006). Assai critico verso il generale Gandin: Paolo Paoletti, Cefalonia 1943: una verità inimmaginabile(Franco Angeli, 2007).

fonte: http://www.corriere.it/cultura/16_settembre_04/cefaonia-eccidio-il-mito-elena-aga-rossi-generale-gandin-7410820c-72ab-11e6-9754-0294518832f8.shtml


Burundi

Burundi, “desaparecidos” e fosse comuni

di Daniele Bellocchio per ilreportage.eu che ringraziamo

24 agosto 2016 

È scomparso Jean Bigirimana, da più di venti giorni nessuno ha più sue notizie. È, o forse era,un giornalista del gruppo editoriale Iwacu e dell’agenzia Info Grands Lacs. Gli appelli su internet e gli editoriali dei colleghi non hanno dato esito e ormai non si contano più le ricerche compiute da amici e parenti. Del reporter burundese, nessuna traccia. È scomparso un cronista, è sparito un uomo a Bujumbura. E, come lui, anche altre centinaia di persone, dopo essere state arrestate, risultano oggi disperse in Burundi. Ritorna ad affacciarsi sulla contemporaneità la parola ”desaparecidos” e lo fa con il suo carico di terrore e il suo vissuto di incubi mai domati dalla memoria di chi ha attraversato gli anni del secolo breve. Non accade in Argentina, in Cile o in Guatemala. Questa volta i ”desaparecidos” sono i figli della regione dei Grandi Laghi, il ”cuore di tenebra” dell’Africanel piccolo stato del Burundi, sempre più regno personale del presidente Nkurunziza che, dopo aver violato la Costituzione, ha intrapreso una vera e propria campagna del terrore contro ogni oppositore.

Burundi-1Tutto ha avuto inizio nell’aprile 2015, quando il leader guerrigliero, poi presidente dell’ex colonia belga, Pierre Nkurunziza, ha deciso di candidarsi a un terzo mandato presidenziale, violando così gli accordi di Arusha e la Carta costituzionale della nazione, che impongono un limite di due mandati. Immediate sono scoppiate le proteste nel Paese, ma queste, subito, sono state represse. Ci sono state le elezioni, a luglio, e il governo del Cndd-Fdd ha trionfato e quindi, una volta ottenuta la legittimazione alle urne (nonostante il sospetto dei brogli sia quasi una certezza), il partito presidenziale ha iniziato una vera e propria guerra contro ogni forma di opposizione e di dissenso, facendo sprofondare il piccolo stato africano in una crisi che ha provocato oltre 260mila profughi. I casi di tortura accertati dalle Nazioni Unite, poi, sono più di 500 ed è stata denunciata la presenza di fosse comuni in seguito a casi di esecuzioni sommarie dei dissidenti.

Non si deve mai parlare esplicitamente in pubblico. Non si deve mai usare la parola regime, non dovete mai parlare dei paramilitari, non dovete mai parlare di tortura in pubblico. Qua, in Burundi, anche i muri hanno le orecchie e occorre essere molto prudenti”. È con queste parole, che di prima mattina, seduto nella veranda di un bar vicino a piazza Louis Rwagasore, Melchiade, uno studente universitario, spiega la situazione nella capitale. Bujumbura è l’Africa spogliata della sua identità. Non c’è il traffico congestionato che caratterizza tutte le grandi città africane, i mercati sono chiusi, il clima di sospetto aleggia ovunque e in ogni dove ci sono uomini della polizia con le divise blu, i ray ban calati sul naso e il kalashnikov a tracolla. Mentre Melchiade descrive la realtà del suo Paese, si sente un’esplosione. Proprio di fronte al busto dell’eroe patrio esplode una granata lanciata da uomini in moto. Una persona è riversa a terra, un’altra saltellando su una gamba sola cerca sostegno contro un muro e intanto stringe la coscia colpita da una scheggia. Non passano dieci minuti che in altri punti della città scoppiano tre granate. Il bilancio finale è di un morto e più di 30 feriti. Il governo, attraverso il ministro della sicurezza Alain Guillame Bunyoni, accusa i ”ribelli” e parla di terrorismo; la popolazione, invece, mormora sottovoce che i colpevoli sono stati gli Imbonerakure, la gioventù del partito al potere, divenuta una milizia paramilitare, di modo che si possano giustificare retate e arresti. Il Burundi è il Paese dei sospetti e delle supposizioni ma, dopo qualche ora, verso sera, le arterie cittadine vengono sbarrate con il filo spinato.

Il viale Uprona è come una pista di un aeroporto abbandonato. Le due carreggiate sono vuote, nessun movimento, solo una lingua d’asfalto che riflette una tramontana rosso sangue e, intanto, poco a poco, la città si svuota: nessuno per le strade, solo pick up dell’esercito che dai quartieri periferici corrono verso le caserme con i cassoni carichi di giovani ammanettati. Le retate e gli arresti, così com’erano stati predetti, sono in corso: oppositori, giovani innocenti e semplici sospettati sono tutti insieme, ammassati sulle vetture delle forze di sicurezza. Hanno gli sguardi bassi, le teste chine e solo un ragazzo con un occhio tumefatto e il labbro sanguinante alza il volto e sfida regime e paura guardando con occhi da condannato chi, nel silenzio, lo sta accompagnando incontro a un destino tanto prevedibile quanto atroce, gli uomini del Service national de reinsegnement. Sono loro che organizzano le incursioni nei quartieri dove giovani universitari e manifestanti della prima ora hanno dato vita alla Red-Tabara, il movimento di resistenza.

Bujumbura è un reticolato di piccoli fronti interni. I governativi da un lato, in divisa e ben armati, gli insorti dall’altro, nella clandestinità e carichi di utopia ed esasperazione più che di munizioni e fucili. Nel mezzo, ad oggi, nessun contingente di interposizione, perché il regime dapprima si è opposto al dispiegamento degli uomini dell’Unione Africana e poi all’arrivo dei Caschi Blu. Il nostro era un paese tranquillo, che stava cercando di allontanarsi dallo spettro della guerra civile, conclusasi dieci anni fa. Poi c’è stato il colpo di stato di Nkurunziza che ha deciso di ricandidarsi e da quel momento solo sparizioni e violenza; molti dei nostri amici e parenti sono stati torturati, uccisi e di altri non abbiamo più notizie. Cosa possiamo fare se non combattere?”A parlare all’interno di un’abitazione privata, lontano da possibili informatori e spie,sono due membri della ribellione Red-Tabara. Olivier e Thomas, 32 e 38 anni, studenti ieri, oggi invece giovani latitanti, in ostaggio del disincanto e della necessità di gesti forti e parole estreme per cercare un appiglio alla sopravvivenza e una ragione nel proprio presente. ”Abbiamo deciso di prendere in mano le armi per liberare il Paese. Il regime dice che gli insorti sono Tutsi e cerca così di dividere la popolazione riportando gli Hutu contro i Tutsi. Ma in realtà non è così: nelle nostre fila ci sono militanti di ogni etnia e quello che vogliamo noi è giustizia e democrazia”. Di fronte alla possibilità di morire non hanno esitazioni: ”Libertà o morte!”. Ma la libertà, per Thomas, non è altro che uno slogan gridato con enfasi, una tappa mancante nella propria storia personale, una parola d’ordine, un credo assoluto che non ammette concessioni. All’indomani dell’intervista, tuttavia, una chiamata anonima rompe la notte: ”Thomas è stato arrestato. È sparito, per sempre”.

È morto Thomas, e chissà se ha guardato in faccia i suoi aguzzini cercando un eroismo nell’ultimo momento di vita o ha chiuso gli occhi pregando Dio. Ha fatto il nome dei suoi compagni o ha resistito alle torture facendo del suo ideale la ragione della sua morte? Non si sa, e forse non si saprà mai. Ciò che è certo è che Thomas è un ragazzo di 30 anni ucciso e scomparso, un ”desaparecido”. È scomparsa anche la sorella di Aimè, un altro ribelle datosi alla clandestinità, il cui unico pensiero ora è una tardiva preghiera, pronunciata ogni sera da un nascondiglio diverso con la speranza che sua sorella sia stata uccisa senza soffrire. Sono giovani, sono ”desaparecidos”, ma non sono ”olvidados”, dimenticati. E’ proprio quella parte di parola ”vida”, con il suo significato d’immortalità, a far si che i nomi e i volti e quelli che erano i sorrisi di chi non c’è più sopravvivano nella memoria di chi invece c’è ed è rimasto là, in Burundi, tra il lago Tanganika e la foresta equatoriale, dove tutto è stato travolto dal silenzio del terrore e dalla rassegnazione.

fonte: http://www.ilreportage.eu/2016/08/burundi-desaparecidos-fosse-comuni/


asbesto

L’amianto, il buco nero di omissioni della nostra società 

Intervista a Roberto Riverso, giudice della corte di Cassazione

di Vincenzo Frenda per articolo21.org che ringraziamo

Convegno

In Italia ogni 3 ore una persona muore per l’amianto, e ogni 2 uno si ammala. Metà di tutti i decessi per cancro sviluppato sul posto di lavoro è causata dall’amianto e sono circa 3mila ogni anno le vittime in Italia; un numero che cresce anziché diminuire nonostante questa sostanza killer sia stata messa al bando nel 1992. Questo perché ci sono voluti troppi anni affinché si ammettesse che l’asbesto è mortale; anni in cui questo minerale, economico e duttile, è stato utilizzato in ogni ambito della vita quotidiana: nelle coibentazioni dei treni, nelle frizioni e nei freni delle auto, come isolante dei tetti di case, scuole e ospedali, nelle guarnizioni dei tubi, nei pavimenti in vinile, nelle tettoie di rimesse e garage, perfino la stragrande maggioranza dei tubi degli acquedotti italiani contiene tutt’ora amianto. Ma anche l’industria ha fatto un massiccio utilizzo dell’amianto con 3mila impieghi diversi. Eppure i primi scioccanti studi sulla sua nocività sono del 1909. Negli stati Uniti si accorsero che il tasso di mortalità per patologie tumorali fra i muratori cresceva a dismisura. Era colpa dell’amianto contenuto nei mattoni da costruzione. L’uso fu drasticamente ridotto; da noi accadde il contrario. Infatti siamo stati per decenni il primo utilizzatore di amianto in Europa e il secondo produttore dopo l’Unione Sovietica. Un business enorme. Eternit, Officine Grandi Riparazioni, Anic, Fibronit è infinita la lista delle grandi aziende che ne fecero un uso massiccio fino all’ultimo giorno nonostante gli operai si ammalassero. Dopo quasi 25 anni dalla messa al bando sono decine i processi in corso, quelli arrivati a sentenza hanno dato esiti discordanti perché quella da amianto è una patologia professionale diversa dalle altre. Non ci si ammala subito, ma dopo una lunga latenza dalla contaminazione, fino a 40 anni di tempo. Per questo è difficile stabilire il momento in cui gli operai si sono ammalati, e per quelli che hanno lavorato in più fabbriche che utilizzavano l’amianto, le imprese si rimpallano le responsabilità, e talvolta le giurie non potendo stabilire con certezza di chi sia la colpa, sono costrette ad assolvere i dirigenti imputati. Intanto gli operai continuano a morire di mesotelioma pleurico, un devastante tumore ai polmoni veloce e senza cura. Chi si è occupato a lungo di questi operai è Roberto Riverso, ora in Cassazione, fino ad un anno fa giudice del lavoro a Ravenna. Con provvedimenti innovativi ha riconosciuto a migliaia di operai indennizzi per l’elevata esposizione all’amianto senza aspettare che fossero colpiti dalla malattia.

Giudice Riverso, cosa rappresenta l’amianto in quella stagione industriale italiana?
“E’ stato un buco nero di omissioni e di responsabilità. Anche in Italia si sapeva che l’amianto facesse male. Eppure siamo stati condannati per non aver attuato una direttiva europea che stabiliva che anche l’esposizione minima all’amianto fosse nociva. In Italia c’era una lobby industriale che premeva perché queste normative non venissero attuate. In Inghilterra già negli anni ’60 le ferrovie hanno bonificato le carrozze perché sapevano dei rischi anche a basse concentrazioni”. E avevano ragione gli inglesi. Nei tanti processi per l’amianto ci sono casi di decessi fra le mogli degli operai, che furono contaminate semplicemente lavando le tute da lavoro dei mariti, o altre persone che lavoravano o vivevano nelle vicinanze delle grandi aziende che utilizzavano l’amianto; bastava una folata di vento per portare quella polvere bianca assassina dentro case e negozi, e basta una sola fibra per ammalarsi . Se gli inglesi riducevano l’amianto da noi si faceva l’opposto dato che il picco nell’utilizzo risale al 1980 (circa 160mila tonnellate).

Come si giustificano le aziende difronte ai propri operai morti per l’amianto?
“In questi processi si chiede una assoluzione preventiva da ogni responsabilità. Le difese delle aziende dicono che si vuole processare il progresso. In realtà si chiede semplicemente un giudizio di responsabilità rispetto alle norme vigenti. Così si perde l’occasione di apprendere la lezione che viene dall’amianto e che è diretta alla classe imprenditoriale, politica, dirigenziale, ma anche a chi aveva il compito di controllare, magistratura compresa”.

Insieme a Casson e Guariniello ha deciso di interrompere l’omertà su questo mostro. Perché?
“Noi non facciamo altro che applicare la Costituzione, a quella ci ispiriamo. Al principio di eguaglianza che deve riflettersi in ogni settore dell’ordinamento. In questi processi viene fuori una disparità di forze imponente. Bisogna padroneggiare nozioni scientifiche, mediche, tecniche e molte volte questi settori non sono neutrali rispetto alle controversie. In un processo è venuto fuori che erano state costruite teorie scientifiche ad hoc per poter alleggerire la responsabilità delle imprese”.

Cosa le dicevano gli operai che si rivolgevano a lei?
“Non chiedono altro che venga rispettata la legge, chiedono che il sacrificio dei loro cari non sia fatto passare come un incidente di percorso. Mi sembra il minimo”.

Da uomo di legge, la sentenza Eternit con la prescrizione delle accuse al magnate svizzero Schmidheiny cosa le fa pensare?
“Bisogna essere sempre molto prudenti, molto attenti rispetto alle regole del diritto quando si imbastisce un processo così, e mi fa pensare che anche la magistratura può migliorare. Nel caso Olivetti è andata diversamente. Serve una giurisprudenza più uniforme”. Anche perché nelle aule di giustizia la parola amianto verrà pronunciata ancora per molto se si calcola che, vista la lunga latenza della malattia, il picco delle morti da amianto ci sarà fra il 2020 e il 2025. E lo Stato che fa? Nella legge che mise al bando l’amianto la 257\92 si davano alle regioni 180 giorni per varare un piano amianto che stabilisse quanto ce ne fosse e come sarebbe stato smaltito. Ne sono passati quasi 9mila di giorni, ma tante regioni ancora non si sono attrezzate, dimostrando ancora di sottovalutare il problema. Eppure in Italia secondo Legambiente ci sono ancora 32milioni di tonnellate di amianto presenti sul territorio, sono almeno 300mila i siti contaminati. Il piano nazionale amianto approvato dal governo nel 2013, è stato bloccato dal MEF per ragioni economiche. La sensazione è che l’amianto sia ancora un grosso tabù che nessuno vuole svelare appieno, perché illustrarne la pericolosità metterebbe in evidenza la necessità di eliminarlo completamente e visto che lo smaltimento è costosissimo si lasciano le cose come stanno. Se solo pensiamo all’acqua potabile capiamo l’entità del problema. Tutti gli acquedotti costruiti fra gli anni ’60 e il 1992 sono in cemento-amianto. In Emilia (la sola Bologna ne ha 500km fatti così) il problema emerse dopo il terremoto del 2012, che fra i vari danni alle strutture, sbriciolò anche le tubature immettendo nell’acqua del rubinetto grosse quantità di amianto. Un problema di salute? No perché la legge non fissa la quantità massima di asbesto che l’acqua potabile può contenere.

Perché si è taciuto così a lungo e si continua a tacere sull’amianto?
“Perché la questione amianto tocca un nervo scoperto della nostra società: cioè quello del prevalere degli interessi egoistici del profitto sul rispetto della dignità e della salute delle persone”.

fonte: http://www.articolo21.org/2016/07/lamianto-il-buco-nero-di-omissioni-della-nostra-societa-intervista-a-roberto-riverso-giudice-della-corte-di-cassazione/


Amnesty International

Siria, Turchia, Egitto, Messico… Desaparecidos, un fenomeno ancora globale

di Riccardo Noury – Amnesty International (sito) 
mercoledì 31 agosto 2016

In occasione del 30 agosto, Giornata internazionale degli scomparsi, Amnesty International ha ricordato come in ogni parte del mondo i governi ricorrano alle sparizioni forzate per rafforzare il loro potere e ridurre al silenzio gli oppositori.

nunca-mas-1b76dAmnesty International sta attualmente svolgendo campagne in favore di centinaia di casi di vittime di sparizione forzata. Eccone alcuni:

Siria: dal 2011, quando è iniziata la crisi ancora in corso, il governo si è reso responsabile di decine di migliaia di sparizioni. L’avvocato per i diritti umani Khalil Ma’touq è stato arrestato a Damasco dalle forze di sicurezza nell’ottobre 2012 e quattro anni dopo risulta ancora scomparso. Stesso destino per l’ingegnere informatico e attivista Bassel Khartabil, arrestato per la prima volta nel marzo 2012, successivamente trasferito in una prigione di Damasco e del quale si sono perse le tracce dall’ottobre 2014.

Egitto: il ministero dell’Interno sta usando le sparizioni forzate come prassi per eliminare il dissenso pacifico. Dall’inizio del 2015 centinaia di egiziani, minorenni compresi, sono svaniti nel nulla nelle mani dello stato o sono stati uccisi. Tra loro, sette mesi fa, Giulio Regeni. La procura generale si rende complice di questa fenomeno non chiamando i responsabili delle sparizioni forzate a rispondere davanti alla giustizia. Aser Mohamed, 14 anni, è stato arrestato nel gennaio 2016 ed è risultato scomparso per 34 giorni, durante i quali è stato torturato. Islam Khalil è stato prelevato dalla sua abitazione nel maggio 2015 ed è stato sottoposto a sparizione forzata per 122 giorni. Entrambi verranno processati, grazie alle “confessioni” estorte con la tortura. Se condannato, Islam Khalil rischia la pena di morte; Aser Mohamed, fino a 15 anni di carcere.

Messico: in un rapporto del gennaio 2016, Amnesty International ha denunciatooltre 27.000 casi di persone di cui non si ha più notizia. Il rapporto fa riferimento, tra l’altro, alla sparizione forzata, nel settembre 2014, di 43 studenti dell’istituto magistrale di Ayotzinapa e alla recrudescenza delle sparizioni a Ciudad Cuauhtémoc, nello stato di Chihuahua, tra il 2009 e il 2014. Amnesty International continua a chiedere l’adozione di una serie di misure, tra cui l’introduzione del reato specifico di sparizione forzata all’interno della Legge sulle persone scomparse e il riconoscimento dell’obbligo dello stato di avviare ricerche sulle persone di cui è denunciata la sparizione.

Pakistan: è trascorso oltre un anno da quando Zeenat Shahzadi, 24 anni, è diventata la prima giornalista vittima di sparizione forzata nel paese. Di lei si sono perse le tracce dal 19 agosto 2015, quando – secondo i familiari – è stata arrestata da agenti della sicurezza nazionale. Il suo caso è stato sottoposto, finora senza alcun esito, alla Commissione d’inchiesta sulle sparizioni forzate, d’istituzione governativa.

Laos: quando il presidente degli Usa Barack Obama visiterà il paese a settembre, è necessario che chieda notizie di Sombath Somphone, arrestato dalla polizia nel dicembre 2012 e da allora scomparso. Amnesty International continua a sollecitare il governo laotiano a istituire una commissione d’inchiesta per scoprire la verità su questo caso. Finora l’azione investigativa della polizia è stata inadeguata e la famiglia di Sombath Somphone non è mai stata aggiornata sugli eventuali sviluppi dell’indagine.

Turchiale operazioni di sicurezza in corso da mesi nel sud-est del paese sono svolte ben al di là di quanto disposto dalla legge e in assenza di garanzie legali. Hursit Kulter, esponente politico curdo e sostenitore dell’autodeterminazione dei curdi turchi, è scomparso il 27 maggio 2016. Le autorità e le forze di sicurezza locali negano che sia in loro custodia, sebbene Kulter poco prima della sua scomparsa abbia telefonato al padre per dirgli che la sua abitazione era circondata dalla polizia. Amnesty International nota con preoccupazione che le autorità non hanno avviato un’indagine immediata, efficace e indipendente su questa sparizione forzata.

Camerun: negli ultimi anni, nel tentativo di sconfiggere il gruppo armato Boko haram, le forze di sicurezza hanno lanciato una campagna di arresti arbitrari, imprigionamenti, sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali. Risultano ancora scomparse almeno 130 delle oltre 200 persone arrestate il 27 dicembre 2014 nel nord del paese, durante un raid contro presunti combattenti di Boko haram.

Kenya: nonostante le smentite delle autorità, le sparizioni forzate sono diventate una pratica comune e sistematica. Questo mese l’Alta corte ha stabilito che l’avvocatoWillie Kimani, il suo cliente Josphat Mwendwa e il conducente del taxi su cui erano a bordo, Joseph Muiruri – i cui corpi, a luglio, erano stati ritrovati in un fiume – sono stati vittime di sparizione forzata e successivamente di esecuzione extragiudiziale ad opera della polizia. Amnesty International sollecita l’istituzione di una commissione d’inchiesta con poteri giudiziari per indagare sui casi di sparizione forzata e la creazione di un meccanismo, basato sugli standard del diritto internazionale, per accertare le responsabilità nelle sparizioni forzate e in altre violazioni dei diritti umani.

Zimbabwe: la sparizione forzata di chi critica il governo è un fatto ordinario. L’attivista Itai Dzamara, fervente critico del presidente Robert Mugabe, è scomparso il 9 marzo 2015. Il governo non ha mai risposto alle richieste di Amnesty International d’istituire una commissione d’inchiesta su questo caso.

Fonte: http://www.agoravox.it/Siria-Turchia-Egitto-Messico.html