Archivi categoria: genocidi

Il genocidio del popolo zigano e la ribellione del 16 maggio 1944 ad Auschwitz-Birkenau

L’appuntamento con la storia di questa settimana ci porta a ricordare un episodio a lungo rimasto nell’ombra e, tutt’oggi, ignoti ai più. Il suo oblio si contestualizza nel più ampio quadro di una delle pagine più buie e drammatiche del recente passato, una pagina su cui assai è stato scritto e detto ma che continua a nascondere molti lati oscuri: il fenomeno concentrazionario nazista.
Come è noto il termine con cui viene comunemente indicata l’uccisione di milioni di persone nei campi moltiplicatisi nei territori occupati dalla Wermacht è Olocausto. Il chiaro riferimento biblico non è casuale: esso, infatti, ci rimanda all’immane sacrificio che interessò la comunità ebraica, oggetto principale di un odio razziale da secoli diffuso nel Vecchio Continente e divenuto scientifico progetto di sterminio nell’ambito del piano politico hitleriano. Eppure l’indubbia preponderanza numerica dei “figli di Israele” scomparsi nei forni crematori nazisti ha troppo spesso portato ad una non altrettanto attenta considerazione dell’alto contributo di sangue pagato anche da altri gruppi etnici, religiosi o genericamente sociali. A varcare i cancelli su cui dominava la grottesca frase “Il lavoro rende liberi”, infatti, non furono solo ebrei ma anche omosessuali, portatori di handicap, oppositori politici, testimoni di Geova, Rom e Sinti.
Questi ultimi, in particolar modo, erano accomunati al popolo ebraico dalla storia di una discriminazione che affondava le sue radici nei secoli precedenti. Fin dal medioevo, in tutta Europa,  le tradizioni degli zingari e le relative peculiarità in fatto di usi e costumi avevano creato attorno a loro un clima di sospetto e diffidenza tradottosi presto in un approccio apertamente repressivo da parte delle istituzioni: le superstiziose e strumentali accuse di stregoneria o di essere “spie dei Turchi” andarono via via tramutandosi nella formulazione di un complesso normativo volto a condannare lo stesso stile di vita nomade con particolare riferimento ai temi dell’accattonaggio e del vagabondaggio. L’accostamento e la progressiva identificazione di tali pratiche con un modus vivendi considerato automaticamente illegale finirono per affermare lo stereotipo dello zingaro criminale recidivo e irrecuperabile, corpo estraneo ad una società civile che lo escludeva e rifiutava. In questo senso la natura propriamente culturale delle popolazioni Rom e Sinti veniva completamente disconosciuta e il problema della loro inclusione ignorato in favore di un’attitudine al più assimilatoria.
Fu, dunque, su questo sostrato che si inserì la persecuzione nazista. Non c’è da stupirsi, d’altra parte se, in una Germania ossessionata dall’idea della “pura razza ariana”, la “questione zingara” ebbe fin dai primissimi anni del regime hitleriano un’attenzione peculiare. Ad occuparsene, in particolar modo, fu “L’Istituto di ricerca sull’igiene razziale e sulla biologia della popolazione” istituito nel 1936 e posto sotto la direzione del dott. Robert Ritter. Secondo le ricerche condotte da quest’ultimo, nell’affrontare il problema della popolazione zigana, occorreva partire dal presupposto che «non c’erano più zingari puri poiché avevano assimilato le caratteristiche peggiori delle popolazioni dei numerosi Paesi in cui avevano soggiornato nella loro secolare migrazione dall’India. Pertanto, non si potevano considerare “ariani puri” ma “ariani decaduti”, appartenenti a una “razza degenerata”»[i]; a ciò andava aggiunta poi la vera e propria minaccia rappresentata da quell’“istinto del nomadismo” riconosciuto da Ritter come appartenente al corredo genetico di Rom e Sinti e in grado di rappresentare un pericolo per l’intera società tedesca[ii]. Per quanto oggi ci possano sembrare  assurde e chiaramente prive di ogni fondamento scientifico, fu proprio sulla scorta di tali conclusioni che nel 1937 il governo tedesco riconobbe la natura geneticamente criminale delle popolazioni zigane e dispose pertanto la schedatura e l’arresto dei suoi membri.
Iniziava così un processo che, in breve, avrebbe visto gli zingari come gli altri gruppi etnico/sociali considerati “nocivi” dapprima ghettizzati, indi deportati ed, infine, avviati alla “soluzione finale” delle camere a gas. Nei confronti delle popolazioni zigane, in particolar modo, le politiche concentrazionarie si concretizzarono già a partire dal 1939 quando, a seguito dell’annessione della Polonia, diverse migliaia di Rom e Sinti tedeschi furono richiusi nel ghetto di Łódź e nei campi di concentramento di Sobibor, Belzec, Majdanek, Treblinka ed Auschwitz-Birkenau. Con il diffondersi della guerra e, in particolare, con le vicende che interessarono l’apertura del fronte orientale e l’invasione della Russia sovietica, tuttavia, il programma di sterminio subì una netta accelerazione: se, infatti, già durante l’avanzata della Wermacht, le Einsatzgruppen si resero protagoniste di svariate fucilazioni di massa ai danni delle popolazioni nomadi, la sconfitta di Stalingrado e il capovolgersi delle sorti belliche indussero ben presto il partito nazional-socialista ad affrettare la messa in atto dei suoi piani di morte. Fu così che, nel dicembre 1942, lo stesso comandante delle SS Heinrich Himmler ordinò la totale deportazione degli zigani di tutto il Reich nel tristemente noto lager di Auschwitz-Birkenau.
Come era già avvenuto negli altri campi e luoghi di reclusione, ad Auschwitz gli zingari erano internati in una sezione esclusivamente dedicata a loro, lo Zigeunerlager, una sorta di “campo nel campo” in cui i prigionieri vivevano isolati ed in condizioni particolari: non sottoposti a selezione iniziale o appello mattutino, essi non partecipavano al lavoro e potevano continuare a vivere in gruppi familiari; alle donne era persino concesso di partorire. Quella che potrebbe apparire come una condizione di privilegio, tuttavia, nascondeva un atroce destino di morte: in dette condizioni, infatti, gli zingari erano completamente abbandonati a se stessi con scarsissimi rifornimenti di cibo e nessuna cura medica. Ciò faceva si che nello Zigeunerlager i livelli di mortalità fossero i più alti del campo come testimoniato dall’allora medico dell’infermeria di Auschwitz Hermann Langbein. Questi, nel ricordare una visita alle loro baracche, così ebbe ad esprimersi: «Su un pagliericcio giacciono sei bambini che hanno pochi giorni di vita. Che aspetto hanno! Le membra sono secche e il ventre è gonfio. Nelle brande lí accanto ci sono le madri; occhi esausti e ardenti di febbre. Una canta piano una ninna nanna:  “A quella va meglio che a tutte, ha perso la ragione” […] L’infermiere polacco che ho conosciuto a suo tempo nel lager principale mi porta fuori dalla baracca. Al muro sul retro è annessa una baracchetta di legno che lui apre: è la stanza dei cadaveri. Ho già visto molti cadaveri nel campo di concentramento. Ma qui mi ritraggo spaventato. Una montagna di corpi alta piú di due metri. Quasi tutti bambini, neonati, adolescenti. In cima scorrazzano i topi»[iii].
In merito alle ragioni che indussero i nazisti ad un siffatto trattamento sono state avanzate varie ipotesi tra le quali la più accreditata è che si trattasse di un progetto di sperimentazione –  analogamente al caso del lager per famiglie del ghetto di Theresienstadt – per capire cosa si potesse fare di altri gruppi considerati razzialmente simili qualora fosse continuata l’occupazione tedesca. Tale ipotesi è anche suffragata dal fatto che gli zingari di Auschwitz furono tra le principali vittime degli esperimenti medici e di sterilizzazione condotte dal famigerato dott. Mengele. Parimenti si è supposto che, in tal modo, si volesse mantenere in loro l’illusione della sopravvivenza ed evitare, così, rivolte. Anche questa considerazione non appare affatto infondata nel momento in cui si consideri che proprio gli zingari furono tra i pochi gruppi etnici a ribellarsi al loro sterminio. Il 16 maggio 1944, infatti, la decisione presa dalle autorità del campo di avviare la liquidazione dello Zigeunerlager si scontrò contro la resistenza attiva dei prigionieri ivi internati i quali, avvertiti dell’arrivo delle SS, si rifiutarono di uscire dalle loro baracche e, armatisi di pietre e bastoni, si predisposero a contrastare il loro trasferimento alle camere a gas. Di fronte a quest’atto di rivolta, non unico ma certamente raro nei campi di concentramento nazisti, gli stessi aguzzini inviati per condurre l’operazione di morte furono colti alla sprovvista e decisero di desistere dal loro intento.       Lo sterminio di Rom e Sinti rinchiusi ad Auschwitz, tuttavia, era solo rinviato: con l’approssimarsi del fronte e l’arrivo di nuovi convogli carichi di ebrei provenienti dall’Ungheria, la risoluzione del problema dello “spazio” nel lager divenne non più prorogabile. Il 2 agosto 1944 le SS tornarono a circondare in armi lo Zigeunerlager non prima, tuttavia, che fosse disposta ed effettuata la deportazione presso il campo di Buchenwald di oltre mille zigani con il chiaro obiettivo di ridurne le forze e contrastare più facilmente eventuali ulteriori atti di rivolta. Ricorda un medico ebreo: «La procedura è stata la stessa applicata per il campo ceco. Prima di tutto divieto di uscire dalle baracche. Poi le Ss e i cani poliziotto hanno cacciato gli zingari dalle baracche e li hanno fatti allineare. Hanno distribuito a ciascuno le razioni di pane e i salamini. Una razione per tre giorni. Hanno detto loro che li portavano in un altro campo […] Il blocco degli zingari sempre cosí rumoroso, s’è fatto muto e deserto. Si ode solo il fruscio dei fili spinati e porte e finestre lasciate aperte che sbattono di continuo»[iv]. I nuovi, disperati tentativi degli internati di resistere e sottrarsi al loro tragico destino non valsero questa volta a salvar loro la vita: in quel 2 agosto 1944 i quasi 3000 zigani rimasti nel campo trovarono la morte nel crematorio n. 5, il più vicino allo Zigeunerlager.    Molti dei sopravvissuti ad Auschwitz hanno ricordato quella notte con termini di profonda angoscia e tristezza dal momento che con gli zingari sparivano dal campo gli ultimi frammenti di vita rappresentata dai loro canti, le loro musiche e le voci dei loro bambini. Per documentare l’ostinatezza con cui gli zigani tentarono fino all’ultimo di difendere le loro vite, invece, la testimonianza forse più significativa fu quella dello stesso comandante del campo, Rudolph Höss il quale nel suo libro di memorie Comandante ad Auschwitz (Torino, Einaudi, 1960) ebbe a ricordare come «Non fu facile mandarli alle camere a gas. Personalmente non vi assistetti, ma Schwarzhuber mi disse che, fino ad allora, nessuna operazione di sterminio era stata così difficile»
Si stima che durante il Porrajmos, termine zigano traducibile come “grande divoramento” o “devastazione” e che indica appunto il genocidio cui essi furono sottoposti negli anni del Reich tedesco, morirono circa 500.000 zingari. La memoria di uno dei più grandi orrori dell’umanità è doverosa anche nei confronti del loro sacrificio.

«Noi Rom e Sinti siamo come i fiori di questa terra.
Ci possono calpestare,
ci possono eradicare, gassare,
ci possono bruciare,
ci possono ammazzare –
ma come i fiori noi torniamo comunque sempre…»
Karl Stojca

[i] Giorgio Giannini, Vittime dimenticate, lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omosessuali e dei testimoni di Geova, Viterbo, Nuovi Equilibri, 2011, pag. 34.
[ii] Cfr. ibidem
[iii] Hermann Langbein, Uomini di Auschwitz, Milano, Ugo Mursia, 1984, pp.534.
[iv] D. Kenricjk-G. Puxon, Il destino degli zingari, Milano, Rizzoli, 1975, p. 181.

Andrea Fermi

Andrea Fermi, 16 maggio 2017, Appuntamento con la storia

http://virgoletteblog.it/2017/05/16/genocidio-del-popolo-zigano-la-ribellione-del-16-maggio-1944-ad-auschwitz-birkenau/

 


Le riserve indiane

Il 27 febbraio 1851, il Congresso degli Stati Uniti approvava una legge,  l’Indian Appropriations Act o Appropriation Bill For Indian Affairs, che  regolamentava la dislocazione degli indiani d’America su tutto il  territorio degli Stati Uniti. In quel periodo gli Stati Uniti uscivano  da una guerra contro il Messico che aveva consentito alla  giovane repubblica di accrescere il proprio territorio aumentandolo di  circa un terzo rispetto a quello originale.

Scena di guerra tra Messico e Stati Uniti in un dipinto anonimo
Ciò aveva comportato anche  un significativo aumento delle popolazioni indigene che ricadevano sotto  la tutela (o meglio, sotto il controllo) del governo degli Stati Uniti. Tutta la questione era nata dall’acquisizione dei due territori che  costituiscono parte delle pianure interne degli Stati Uniti, il Texas a  sud e i territori del Dakota (oggi gli stati del Nord e Sud Dakota) a  nord. Il Texas era stata la ragione per cui la guerra con il Messico era  scoppiata. Infatti il Texas, come altri territori quali il Nuovo  Messico, l’Arizona e parte della California, apparteneva  originariamente al neonato stato del Messico, che aveva colonizzato i  territori al nord fino al confine con gli Stati Uniti dell’epoca. In  questo territorio immenso risiedevano diverse tribù indiane. Quando gli Stati Uniti  firmarono con il Messico il  trattato di pace dopo una guerra durata due anni (1846-1848), questo  comportò ovviamente che si ritrovassero in questo territorio una serie di popolazioni indiane a cui  badare sia per la loro sopravvivenza che per il loro rapporto  problematico con le popolazioni americane bianche. Il Texas, al quale  era stata negata l’annessione agli Stati Uniti nel 1836, aveva  dichiarato la propria indipendenza dal Messico. Ciò aveva portato a una  serie di conflitti tra Texas e Messico che sfociò, durante la presidenza  Polk, in una guerra degli Stati Uniti contro il Messico per tutelare la  presenza massiccia di coloni di origine anglo-americana in quei  territori. Questo conflitto portò all’acquisizione di altri territori  oltre il Texas, quali il New Mexico, l’Arizona, la Baja California e  parte del Colorado.

I territori del Messico all’epoca della guerra con gli Stati Uniti (in rosa i movimenti separatisti)
Alcuni anni prima, nel Nord Dakota, alcune importanti tribù come i  Sioux, i Cheyenne e gli Arapaho avevano rivendicato la proprietà dei  loro territori di caccia contro il sempre maggiore arrivo di coloni  bianchi. Orlando Brown, direttore del Bureau of Indian Affairs (ufficio  ancora oggi esistente incaricato della gestione dei rapporti con gli  indiani), aveva suggerito di cambiare la linea politica del governo  federale nei confronti delle popolazioni indigene, favorendo la  creazione di territori che delimitassero le zone abitate da indigeni  rispetto a quelle abitate dai bianchi. Fino ad allora la politica degli  Stati Uniti consisteva nel costringere le popolazioni indigene a migrare  verso ovest, creando spesso disastri demografici: i Sioux del Centro  Nord avevano invaso con la violenza le terre delle tribù del Midwest,  sostituendosi ad esse ed espandendosi sui territori di caccia che erano  appartenuti ai Nez Percé, ai Crow e ai Pawnee.

Un fotoritratto di Orlando Brown
L’idea di istituire territori appositi per gli indiani d’America,  separati dai territori dei bianchi, era venuta anche a William Medill,  Commissario degli Affari Indiani, che aveva preceduto nell’incarico  Orlando Brown. Questi aveva dichiarato che gli indiani dovevano  rassegnarsi all’inevitabile conquista dei loro territori e che non  potevano pretendere di continuare a muoversi senza controllo nei loro  territori tradizionali. in una lettera al capo del  Bureau of Indian Affairs, aveva anche scritto: “è nella natura del bisonte e di ogni tipo di  selvaggina di ritirarsi davanti all’avanzare della civiltà e il danno  lamentato non è che uno degli inconvenienti a cui vanno incontro tutti i  popoli che si oppongono allo spirito innovatore costantemente  progressista della nostra epoca”. Quegli anni (1848-50) furono anche gli  anni del gold rush,  la corsa all’oro, che aveva spinto moltissimi  coloni verso ovest diretti in California, attraversando in questo modo,  e spesso con scontri violenti con le tribù indigene, i territori del  Texas, del Messico, del Colorado e del Kansas.
Nel frattempo in Texas si stava definendo la progressiva separazione tra  bianchi e indiani, per i quali la legge texana non prevedeva neppure il  diritto di proprietà sui territori appartenuti loro tradizionalmente. Nello stesso  periodo più a nord veniva aperto l’Oregon Trail, un grande corridoio  che a metà dell’800 consentì a centinaia di coloni euro-americani di  trasferirsi ad ovest, occupando gli stati del Missouri, del Kansas, del  Nebraska e del Wyoming, dove risiedevano numerose tribù indiane  d’America. A nord dell’Oregon Trail, nei territori del Dakota, le  potenti tribù Sioux e Cheyenne erano riuscite a dominare le popolazioni  originarie della zona, meno bellicose.

United States Bureau of Indian Affairs
Si stava verificando qualcosa di simile a ciò che era avvenuto negli  anni ’30 dell’ ‘800 quando, violando le leggi federali, gli stati della  Georgia e del North Carolina avevano deportato con la forza le tribù  indigene verso ovest. Il piano in questo caso era quello di creare una  enorme riserva indiana nelle pianure centrali, che si ritenevano  scarsamente dotate di risorse. Questo piano prevedeva che gli indiani  vivessero separati dai bianchi e che si potesse aprire un corridoio per  attraversare le pianure centrali per permettere ai coloni di insediarsi  negli stati attuali dell’Oregon, di Washington e della California. Il  trail of tears (sentiero delle lacrime) vide centinaia di tribù indiane  del sud-est spinte a trasferirsi verso l’Oklahoma, sotto il controllo  dell’esercito americano. Durante il trasferimento forzato vi furono  migliaia di vittime. Il governo federale a Washington non si preoccupò  minimamente di intervenire sebbene la legge prevedesse che vari  territori del sud-est appartenessero ancora alle tribù indigene. Nello stesso periodo il Nuovo Messico cadeva sotto il controllo degli  Stati Uniti, dove  il governo federale si trovò a gestire una situazione  del tutto particolare. Nel Nuovo Messico vivevano diverse tribù  guerriere (come i Navajos, gli Apache e gli Ute) spesso in conflitto tra  di loro e che assalivano ripetutamente non solo gli insediamenti  bianchi, ma anche quelli dei pueblo. Queste tribù, che praticavano  l’agricoltura, prendevano il nome dalle loro abitazioni costruite con  terra e mattoni, di solito addossate a delle montagnole, frequenti  sull’altopiano del deserto del Nuovo Messico, con la finalità di rendere  più difficile un assalto al loro villaggio. Secondo l’ Agente per gli  Affari Indiani e futuro governatore di quel territorio James Calhoun, i  pueblo avrebbero dovuto essere riconosciuti da subito cittadini degli  Stati Uniti poiché, praticando l’agricoltura e costruendo abitazioni in  muratura, dimostravano di possedere un consistente grado di civiltà. Anche nel caso di Calhoun la soluzione delle riserve sembrò essere  l’unica strada percorribile, perchè garantiva sia il controllo delle  popolazioni indigene e sia maggiore sicurezza per i bianchi che si  andavano a stanziare nelle zone limitrofe. Era inoltre una garanzia per  gli stessi indiani, che stavano rischiando di perdere tutto per mano dei  coloni bianchi.

Guerrieri apache – National Archive
Iniziava così nel 1851 la politica delle riserve che riprendeva idee già  promosse durante il periodo coloniale e nel primo periodo dopo la  rivoluzione. In sostanza l’idea era quella di isolare gli indiani riservando loro  un territorio circoscritto, rendendoli invisibili agli occhi dei bianchi. Contemporaneamente in Texas il locale Agente per gli Affari Indiani,  Robert Simpson Neighbors, induceva l’esercito federale a trasferire le  tribù indigene locali. L’idea delle riserve stava quindi prendendo piede  in modo indipendente in diverse parti del Paese. Ci si rendeva conto che  lo spostamento sempre più a ovest della linea di demarcazione con i  territori indiani e il conseguente controllo del territorio, elemento  fondante dell’esperienza nazionale e identitaria degli Stati Uniti di  metà 800, doveva comportare anche la rimozione delle popolazioni indigene.
Secondo Neighbors alcune tribù guerriere come i Comanche, i Wichita e i  Washo potevano essere costrette in appositi territori, nell’ovest del  Texas, che dovevano essere acquistati dal governo federale, in quanto  nel Texas non veniva riconosciuto agli indigeni nessun diritto di proprietà.
In questo modo si sarebbero potute istituire zone speciali, riservate  alle tribù, con l’obiettivo di evitare che entrassero in contatto con i  nuovi coloni nelle loro attività di caccia che continuavano a praticare. Al fine di impedire agli indiani tanto la caccia che i loro spostamenti, iniziò  nelle grandi pianure del centro degli Stati Uniti una sorta di guerra  ecologica, che portò alla distruzione, da parte dei bianchi, delle  enormi mandrie di bisonti che avevano da sempre assicurato la  sopravvivenza di queste tribù.
Fu così che nelle nelle zone centrali del Paese si scatenò una guerra  permanente tra il governo federale e le tribù indiane finalizzata  all’appropriazione di quelle terre.
Le proposte dei due direttori del Bureau of Indian Affairs, Medill e  Brown, prevedevano di costituire due enormi riserve, senza considerare  il fatto che all’interno di queste dovevano convivere popolazioni  indiane completamente diverse le une dalle altre.
Gli indiani non si percepivano come un popolo unico, ma ogni tribù  rivendicava una sua specifica identità che la distingueva da quella  degli altri popoli indiani.
Queste proposte, che arrivarono a Congresso nel 1849, non sortirono un  effetto immediato ma avviarono un dibattito su quello che ormai veniva  definito il problema indiano, dibattito che avrebbe portato  all’approvazione il 27 Febbraio del 1851 dell’Indian Appropriations Act.

Accampamento sioux a Pine Ridge, South Dakota – National Archive
Quello stesso anno nei territori del nord (dove risiedevano  popolazioni importanti come i Sioux, i Cheyenne, i Crow, gli Arapaho) si  giungeva a un accordo, il trattato di Fort Laramie, che assegnava  precisi territori di caccia  a quei popoli. Per assicurare che i confini  stabiliti non fossero superati, si costruirono fortini e posti di  controllo e si istituirono agenzie governative che potessero controllare  gli indiani nel rispetto effettivo di tali confini.
La recinzione dei loro territori era difficile da comprendere da parte  di quelle tribù indiane, i cui sconfinamenti erano inevitabili  soprattutto verso quei territori come per esempio le Black hills, le  Colline Nere, che erano sacre per il popolo dei Sioux. Ciò portò  inevitabilmente a continui scontri armati tra le truppe degli Stati  Uniti e le diverse tribù indiane che da quel momento cominciarono ad  allearsi tra di loro.
Nel 1849 intanto il governo federale aveva istituito un nuovo ente  governativo, il Dipartimento degli Interni, per la gestione dei territori  che venivano aggiunti sempre più frequentemente alla repubblica. Sotto  la giurisdizione del dipartimento passò anche l’Ufficio per gli Affari  Indiani (il Bureau of Indian Affairs), che fino ad allora era  dipeso dal Dipartimento della Guerra. Fatto questo significativo per  capire come, nel primo periodo dopo la rivoluzione, il governo degli  Stati Uniti avesse percepito la questione indiana come una questione  militare. Sottintendendo in questa concezione che comunque gli indiani  rappresentavano un pericolo per i coloni bianchi e per la sicurezza stessa della nazione.
Questa nuova istituzione portò anche al cambiamento di linea politica  del governo degli Stati Uniti, in quanto questo Dipartimento contribuì a  fare in modo che l’Ufficio per gli Affari Indiani cominciasse a mutare  la sua politica verso le tribù indiane. Alcuni filantropi e persone  influenti che avevano a cuore il destino di queste popolazioni, come ad  esempio i cosiddetti riformatori cristiani che si proponevano di  civilizzare i popoli indigeni, cominciarono a richiedere un trattamento  più rispettoso e a considerare gli indiani non più come stranieri  (nazioni straniere infatti li definiva la Costituzione degli Stati  Uniti), ma come protetti del governo degli Stati Uniti, o wards,  soggetti sotto il controllo del governo americano.
A metà dell’800 si erano sviluppate teorie sullo stato della cultura di  queste popolazioni che stabilivano la necessità di civilizzarle. Queste  consideravano gli indiani come “bambini che vanno educati,  istruiti e portati alla conoscenza del valore della civiltà” 1 moderna e  del capitale.
Si iniziò inoltre a pensare che le riserve indiane potessero essere  ripartite e divise, non più quindi gestite in forma collettiva e  comunitaria dalle tribù come avveniva all’inizio nella maggior parte dei  casi.

Famiglia di Navajo in New Mexico – National Achive
I continui confronti e scontri tra gli indiani d’America e il governo  degli Stati Uniti (e in particolar modo con quei distaccamenti militari  che erano stati inviati a ovest per favorire sia la colonizzazione che  il controllo delle tribù indiane) portarono inevitabilmente a ulteriori  guerre tra le diverse popolazioni. In particolar modo gli Apache, i  Comanche, i Navajos, e più a nord i Sioux e i Cheyenne, si scontrarono  frequentemente con l’esercito federale, anche durante la guerra civile  (1861-65). Gli indiani mal sopportavano il controllo da parte del  governo federale e volevano rivendicare il loro dominio su quelle  terre. Oltretutto il concetto di proprietà privata delle terre per la  maggioranza delle tribù indiane d’ America era qualcosa di  inconcepibile: la terra, generatrice e madre della natura e degli esseri  umani, non poteva essere proprietà di alcuno.
Nel 1871 ebbe così inizio la progressiva approvazione di leggi che  portò, alla fine dell’800, a un’ espropriazione definitiva e completa  dei territori indiani, mantenendo sì l’esistenza delle riserve ma  suddividendole e parcellizzandole in tante piccole proprietà private con  la speranza che gli indiani cominciassero poi a praticare l’agricoltura.  Cosa che successe in pochissimi casi. Infine, in quello stesso anno, il  nuovo Indian Appropriations Act privò di qualsiasi sovranità le nazioni  indiane che così non erano più riconosciute come indipendenti. L’ultima grande riserva di Pine Ridge, quella dei Sioux (la più grande  insieme a quella dei Navajo), veniva definitivamente frammentata nel  1889 in tanti piccoli dipartimenti controllati da agenzie del governo  federale, cosa che portò queste popolazioni a vivere soprattutto  dell’assistenza economica del Governo federale.

Gruppo di Pawnee in Nebraska – National Archive
L’ultima resistenza  dei Sioux fu soppressa nel sangue (nel tragico episodio di Wounded Knee Creek, Pine Ridge nel dicembre del 1890), quando i Sioux non erano più in grado di opporre una  resistenza militare adeguata all’esercito federale. Nella storia sono  comunque rimaste famose alcune significative vittorie in particolar modo  di Sioux, Cheyenne e Arapaho che, alleati, nel 1876 sconfissero il  reggimento del generale Custer nella battaglia del Little Big Horn. Le riserve sono sopravvissute, anche se sempre più ridotte, e la  politica varata il 27 febbraio del 1851 dal Congresso degli Stati Uniti  ha avuto conseguenze di lungo periodo, fino ai nostri giorni, su tutti i popoli indiani residenti sul territorio statunitense.

“The New York Review of Books”
Daniele Fiorentino
Radio3 su carta
a cura di Loredana Rotundo con Antonella Borghi, Lorenzo Pavolini e Roberta Vespa.

http://www.451online.it/radio3-su-carta-le-riserve-indiane/


Cosa direi agli assassini dell’Eternit

Le parole di Roberto Vecchioni, in concerto il 12 settembre a Casale per l’inaugurazione dell’Eternot, il parco realizzato dove sorgeva la fabbrica dell’amianto

Roberto Vecchioni

11/09/2016

roberto vecchioni per la Stampa

 Vorrei poter tornare indietro (tutti lo vorremmo), ma non, sia chiaro, per vedermi giovane e guardare il tempo dalla coda, precederlo, gabbarlo. Non è per me, per gli anni andati, per gli amici perduti, per gli amori svicolati o rimpianti.

Per il fiato da vendere, per i sogni, le canzoni mai scritte o da riscrivere, no, non per questo.

Vorrei poter tornare indietro ed essere più forte, più coraggioso, più determinato di quanto sia mai stato contro la dabbenaggine, l’ignoranza, la criminalità degli uomini contro gli uomini e avere il dono magico della convinzione, della persuasione, per avvertirli, metterli in guardia contro le loro stregonerie, se inconsce, o eliminarli, sputtanarli, abbatterne l’arroganza dell’utile, del profitto, del «chi se ne frega del domani», quando sapevano e se ne sbattevano allegramente.

La tragedia di Casale, l’immoralità, l’inumanità dell’«eternit» rappresenta un apice della curva gaussiana della presunzione e della delinquenza umana: il vaniloquio di chi ha giocato e gioca a fare Dio con le mani e il cervello di un primate, mutante in paradosso economico, dove tutto ciò che rende (a pochi) diventa legge globale e, troppo spesso, morte.

Un filo spinato, nascosto, subdolo, lega ogni perversione della cosiddetta intelligenza umana dal fango immenso di Genova, ai terremoti, alla pietra filosofale (!) dell’eternit. Che eterno era ed eterno resta anche se seppellito a centinaia di metri di profondità.

Vorrei tornare indietro con un film girato in tutti gli anni in cui l’eternit ha seminato malattie e morte. E farlo rivedere quel film, dieci, cento volte a chi è stato responsabile di tutto questo, a chi (e sono tanti) l’ha scampata: vorrei come un’ombra entrare nelle loro stanze, di notte e sussurrargli nelle orecchie «assassino» per 7, 8 ore di fila, senza mai smettere.

Ma posso solo essere con voi in questa sera di domenica a raccontare la vita contro la morte. A stringermi e sognare con uomini che hanno costruito un giardino nel deserto, a cantare, a commuovermi. E a non disperare, finché esistono persone che innalzano alberi per stritolare il cemento.

Domenica 11 settembre, alle 21.30, Roberto Vecchioni sarà a Casale Monferrato per un concerto gratuito in piazza Castello che segna la svolta dall’Eternit all’Eternot, il parco inaugurato sabato e che nasce dove sorgeva la fabbrica dell’amianto.

fonte: http://www.lastampa.it/2016/09/11/cultura/opinioni/editoriali/cosa-direi-agli-assassini-delleternit-lGdwO0fBjKlhALXTGTn2xN/pagina.html


Cefalonia 1943, non tutti eroi

I militari della divisione Acqui si opposero ai tedeschi e molti vennero fucilati dopo la resa.

Un libro di Elena Aga Rossi (il Mulino) ricostruisce la vicenda della strage

di Paolo Mieli per il Corriere della Sera che ringraziamo

Esplora il significato del termine: Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943

Esplora il significato del termine: Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943Militari italiani osservano il cielo a Cefalonia durante i bombardamenti tedeschi sull’isola, il 16 settembre 1943

Il 3 gennaio 1945, mentre la Seconda guerra mondiale non si era ancora conclusa, erano trascorsi appena sette mesi da quando gli Alleati avevano liberato Roma e l’Italia rimaneva divisa in due (al Nord Benito Mussolini con la Repubblica di Salò, al Centrosud gli alleati e il governo antifascista presieduto da Ivanoe Bonomi), un ufficiale dell’esercito, Renzo Apollonio, diede appuntamento a don Romualdo Formato per le otto e mezza del mattino, in un bar della capitale, a Porta Pia. Tema del colloquio una versione comune di quel che era accaduto a Cefalonia dove erano stati entrambi quindici mesi prima, tra il 15 e il 22 settembre del 1943.

Esplora il significato del termine: Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)

Esplora il significato del termine: Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)Elena Aga Rossi, «Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito» (il Mulino, pp. 272, euro 22)

Nell’isola, a seguito dell’armistizio dell’8 settembre, i militari italiani appartenenti alla divisione Acqui, dopo qualche esitazione e una sorta di referendum tra i soldati, avevano rifiutato di arrendersi, si erano scontrati con i tedeschi e in molti erano stati uccisi. A cominciare dal loro comandante, il generale Antonio Gandin. Ma torniamo al bar di Porta Pia. Apollonio e don Formato sono entrambi reduci da quell’esperienza di fine settembre 1943 e il primo, che ha da farsi perdonare d’aver successivamente collaborato con i nazisti, vorrebbe che il sacerdote avallasse la sua versione dei fatti e cioè che era stato lui a spingere alla ribellione contro i tedeschi un recalcitrante Gandin. Don Formato annota sul proprio diario che, di fronte alle sue puntualizzazioni in difesa di Gandin, «Apollonio va su tutte le furie» e «per fortuna ci ha raggiunto un mio amico, professore d’archeologia» perché il colloquio «aveva preso una brutta piega».

Anche tra gli storici quello che il presidente della Repubblica Carlo

Esplora il significato del termine: Il generale Antonio Gandin (1891-1943)Il generale Antonio Gandin (1891-1943)

Esplora il significato del termine: Il generale Antonio Gandin (1891-1943)Il generale Antonio Gandin (1891-1943)

Azeglio Ciampi celebrò nel 2001 come «il primo atto della Resistenza di un’Italia libera dal fascismo», prese fin dall’inizio «una brutta piega». Nel senso che, come ricostruisce Elena Aga Rossi in uno straordinario libro che sta per essere pubblicato dal Mulino, Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito, qualcosa non funzionò (e ancora non funziona del tutto) nel racconto di quegli accadimenti di oltre settant’anni fa. A partire dal numero di morti italiani, novemila secondo un comunicato ufficiale della Presidenza del Consiglio emesso nel settembre 1945 (ai tempi era capo del governo Ferruccio Parri) destinato a restare nei libri di storia. «Un dato totalmente fuori dalla realtà», lo definisce la Aga Rossi, che riduce i caduti della divisione Acqui a un numero tra i 1.600 e i 2.500. Il che, precisa la storica, «lungi dallo sminuire il significato della tragedia», attribuisce «al di fuori di mitologie ed esagerazioni, proprio nella sua aderenza al vero, maggior valore al caso di Cefalonia, al sacrificio di quanti — e sono sempre circa duemila italiani — morirono combattendo o fucilati dai tedeschi dopo la resa». In quello che peraltro resta «il più grande massacro commesso dai militari tedeschi nei confronti degli italiani».

Come andarono davvero le cose nell’isola greca del Mar Ionio, in quella fine di settembre del 1943? A seguito dell’armistizio, i nazisti intimarono agli italiani di arrendersi e di consegnare le armi; il generale Gandin, dopo aver attentamente valutato le opzioni di cui disponeva, decise di trattare la resa per avere il tempo di ricevere aiuti dagli angloamericani; alcuni dei soldati reagirono però con episodi di insubordinazione a questa tattica temporeggiatrice; qualcuno tra gli ufficiali suggerì di indire un referendum che si tenne e diede luce verde alla ribellione. Che condusse all’ecatombe di cui si è detto.

Il ministro degli Esteri Alcide De Gasperi nel novembre del 1945 tenne a sottolineare come l’eccidio di Cefalonia andasse tenuto nel conto di un esempio di «resistenza partigiana». Ma il generale Gandin, che precedentemente era stato definito dal giornale dei comunisti, «l’Unità», un «eroe antifascista», nonostante avesse pagato con la vita il suo eroismo, da qualche mese veniva criticato dallo stesso quotidiano, che contrapponeva la sua presunta «esitazione» alla «determinazione di buona parte dei soldati e dei marinai guidati da alcuni sottufficiali». Padre Formato incontrò il Papa Pio XII, che «assunse un atteggiamento molto prudente, quasi filotedesco» sulla vicenda. E poi il principe Umberto, all’epoca luogotenente del Regno, che espresse una profonda «riconoscenza» verso il generale Gandin e gli uomini della divisione Acqui. Già allora, dunque, i giudizi si divisero.

Ma perché a Cefalonia i soldati si ribellarono? Secondo un’indagine militare condotta all’inizio degli anni Sessanta, ciò accadde in seguito a «gravi episodi di sobillazione sediziosa da parte di taluni ufficiali», mentre il generale Gandin era «impegnato nelle trattative con il locale comando tedesco». L’accaduto era riconducibile anche ad «arbitrarie intese segrete con elementi partigiani greci ai quali furono perfino cedute da qualche reparto armi e munizioni». Il rapporto rimproverava, neanche tanto velatamente, a Gandin una «certa debolezza», non già verso i tedeschi, bensì nei confronti di alcuni suoi ufficiali e soldati che in quei giorni avevano fomentato la rivolta. Una debolezza manifestatasi, secondo il rapporto, «con la mancata adozione di severe misure contro i principali responsabili di attività sediziosa e di intemperanze disciplinari».

In effetti, ancorché eroica, quella ribellione — sottolinea Aga Rossi — non si configurò come un episodio della Resistenza. Quei soldati consideravano il loro non come «un gesto di eroismo resistenziale», bensì come «la via più diretta per tornare a casa». La vicinanza dell’Italia e la speranza dell’arrivo di aiuti da parte degli anglo-americani ebbero un ruolo fondamentale nel convincere una parte della divisione che, combattendo i tedeschi, sarebbero tornati a casa «prima». Prima di quello che sarebbe stato il loro destino «se avessero accettato di arrendersi». È difficile, prosegue la storica, individuare «nell’azione della truppa la motivazione antifascista presente soltanto in pochi militari che provenivano da famiglie contrarie al regime».

Allo stesso modo «sarebbe sbagliato vedere nel cosiddetto referendum una dimostrazione di democrazia». Studiate con attenzione carte edite e inedite, Aga Rossi conclude che «molti reparti non furono interpellati e quelli che lo furono risposero in base al modo in cui era stata posta la domanda e all’autorità del comandante». In che senso? I documenti parlano chiaro: «Anche chi avrebbe voluto cedere le armi o passare dalla parte dei tedeschi accettò e seguì le posizioni dei propri comandanti e della maggioranza dei commilitoni».

Quanto poi ai partigiani dell’Elas, la storiografia resistenziale ha proposto «una mitica fratellanza antifascista italo-greca» che nella documentazione non trova riscontro. Anzi. Una volta ricevute le armi dai soldati italiani, i resistenti dell’Elas «non parteciparono ai combattimenti» e nelle relazioni sugli scontri «non si parla di azioni di partigiani se non per il giorno 13 settembre». È vero invece che la propaganda dell’Elas contribuì a diffondere tra gli italiani «l’illusione» che, combattendo, anche con l’ausilio della resistenza greca, si sarebbe «dato tempo alle forze anglo-americane di intervenire e si sarebbe così aperta la strada per il ritorno a casa».

Sono a questo punto individuabili responsabilità del governo italiano (in quel momento presieduto da Pietro Badoglio) e degli Alleati in merito a quel che accadde a Cefalonia. Poiché «gli anglo-americani all’inizio non si erano nemmeno posti il problema di fornire aiuti alle isole Ionie», scrive Aga Rossi, «la decisione del governo di ordinare di resistere senza essere in grado di assicurare l’aiuto militare promesso equivalse a una condanna a morte dei resistenti».

Gli anglo-americani, «prima impegnati totalmente e con scarse forze nello sbarco a Salerno e poi nel consolidamento dell’occupazione nell’Italia meridionale, si resero conto solo gradualmente della situazione». Quando «presero finalmente in considerazione la possibilità di intervenire e di cogliere l’occasione loro offerta dalla resistenza italiana, era troppo tardi». Lo stesso accadde per la vicina isola di Corfù, dove «la decisione alleata di intervenire arrivò undici giorni dopo l’inizio dei bombardamenti e quando i tedeschi, sbarcati indisturbati, stavano ormai annientando le truppe italiane».

Come per altre vicende, scrive Aga Rossi, «anche in questo caso l’uso politico della storia ha favorito l’affermazione di una versione piuttosto che di un’altra a prescindere dal dibattito storiografico su fatti e protagonisti di quegli avvenimenti». Nel clima del secondo dopoguerra c’era «poca disponibilità a valutare caso per caso» l’operato dei comandanti che si consegnarono ai soldati di Hitler. Quelli che si arresero furono ritenuti comunque «corresponsabili della guerra fascista», mentre quelli che si schierarono contro i tedeschi vennero celebrati come eroi. Con qualche eccezione, come quella di Apollonio.

Antonio Gandin — il cui operato è in questo libro giudicato sostanzialmente saggio e che pagò con la vita — fu tenuto nel conto di un ufficiale che aveva avuto «un comportamento indeciso e ambiguo al limite della collusione con i tedeschi». Il suo principale oppositore, il tenente Renzo Apollonio, riuscì invece a farsi considerare l’eroe di Cefalonia, nonostante avesse in seguito collaborato con i militari nazisti. Ottenne questo riconoscimento presentandosi come il fomentatore della «rivolta dal basso» dei soldati, cosa che gli valse un importante riconoscimento nel libro Un popolo alla macchia(Res Gestae) del leader comunista Luigi Longo e nella Storia della Resistenza italiana (Einaudi) di Roberto Battaglia. Reso forte da questi giudizi, Apollonio «divenne nel dopoguerra il principale accusatore di Gandin, su cui raccolse un serie di dichiarazioni», e rivendicò il proprio comportamento a Cefalonia come «fondato sull’eroismo e sulla fedeltà ai valori militari, nel quale patria e onore erano incompatibili con la resa». Eppure sono sempre più numerosi gli storici che, ricorda Aga Rossi, evidenziano nella sua successiva collaborazione con i tedeschi e in molti altri episodi «un atteggiamento ambiguo e opportunista».

Ma come fu possibile questo pasticcio? Nelle relazioni italiane redatte a guerra finita, spiega la studiosa, vi sono pesanti reticenze. Gli episodi di insubordinazione e di violenza della truppa, che poi emergeranno negli studi successivi, «vengono in genere minimizzati e a volte negati». Le stesse memorie dei protagonisti «appaiono lacunose e ingannevoli».

Il costo della rimozione e della connessa volontà di mantenere un mito di Cefalonia — fondato per alcuni aspetti sull’occultamento della verità — «è stato altissimo», scrive Elena Aga Rossi; «fino ad oggi su Cefalonia c’è una memoria divisa, che è passata dai superstiti alle loro famiglie, ha provocato polemiche e il proliferare di versioni contrastanti». Mentre soprattutto per quelli che non sono tornati, «che sono morti facendo fino alla fine il loro dovere e combattendo contro i tedeschi», è ormai tempo «di por termine alle polemiche e di recuperare una memoria per quanto possibile unitaria di una delle prime iniziative della Resistenza, e di certo di quella che ebbe l’esito più drammatico». Come? Forse è più semplice di quanto possa apparire, sostiene Elena Aga Rossi: basta rifarsi alle «due leggi della storia» contenute nel De oratore di Cicerone. La prima è di «non asserire il falso». La seconda «che non si taccia il vero».

Bibliografia

Esce il 22 settembre in libreria il saggio di Elena Aga Rossi Cefalonia. La resistenza, l’eccidio, il mito (il Mulino, pagine 272, e 22). A quella controversa vicenda della Seconda guerra mondiale sono stati dedicati molti volumi. Tra i più rilevanti: Gian Enrico Rusconi, Cefalonia. Quando gli italiani si battono(Einaudi, 2004); Giorgio Rochat e Marcello Venturi, La divisione Acqui a Cefalonia (Mursia, 2002). Sul versante tedesco: Hermann F. Meyer, Il massacro di Cefalonia e la 1ª divisione da montagna tedesca (Gaspari, 2013). Da segnalare anche la raccolta di saggi Né eroi né martiri, soltanto soldati, a cura di Camillo Brezzi (il Mulino, 2014). Sul numero dei morti: Massimo Filippini, I caduti di Cefalonia: fine di un mito (Ibn, 2006). Assai critico verso il generale Gandin: Paolo Paoletti, Cefalonia 1943: una verità inimmaginabile(Franco Angeli, 2007).

fonte: http://www.corriere.it/cultura/16_settembre_04/cefaonia-eccidio-il-mito-elena-aga-rossi-generale-gandin-7410820c-72ab-11e6-9754-0294518832f8.shtml


Burundi

Burundi, “desaparecidos” e fosse comuni

di Daniele Bellocchio per ilreportage.eu che ringraziamo

24 agosto 2016 

È scomparso Jean Bigirimana, da più di venti giorni nessuno ha più sue notizie. È, o forse era,un giornalista del gruppo editoriale Iwacu e dell’agenzia Info Grands Lacs. Gli appelli su internet e gli editoriali dei colleghi non hanno dato esito e ormai non si contano più le ricerche compiute da amici e parenti. Del reporter burundese, nessuna traccia. È scomparso un cronista, è sparito un uomo a Bujumbura. E, come lui, anche altre centinaia di persone, dopo essere state arrestate, risultano oggi disperse in Burundi. Ritorna ad affacciarsi sulla contemporaneità la parola ”desaparecidos” e lo fa con il suo carico di terrore e il suo vissuto di incubi mai domati dalla memoria di chi ha attraversato gli anni del secolo breve. Non accade in Argentina, in Cile o in Guatemala. Questa volta i ”desaparecidos” sono i figli della regione dei Grandi Laghi, il ”cuore di tenebra” dell’Africanel piccolo stato del Burundi, sempre più regno personale del presidente Nkurunziza che, dopo aver violato la Costituzione, ha intrapreso una vera e propria campagna del terrore contro ogni oppositore.

Burundi-1Tutto ha avuto inizio nell’aprile 2015, quando il leader guerrigliero, poi presidente dell’ex colonia belga, Pierre Nkurunziza, ha deciso di candidarsi a un terzo mandato presidenziale, violando così gli accordi di Arusha e la Carta costituzionale della nazione, che impongono un limite di due mandati. Immediate sono scoppiate le proteste nel Paese, ma queste, subito, sono state represse. Ci sono state le elezioni, a luglio, e il governo del Cndd-Fdd ha trionfato e quindi, una volta ottenuta la legittimazione alle urne (nonostante il sospetto dei brogli sia quasi una certezza), il partito presidenziale ha iniziato una vera e propria guerra contro ogni forma di opposizione e di dissenso, facendo sprofondare il piccolo stato africano in una crisi che ha provocato oltre 260mila profughi. I casi di tortura accertati dalle Nazioni Unite, poi, sono più di 500 ed è stata denunciata la presenza di fosse comuni in seguito a casi di esecuzioni sommarie dei dissidenti.

Non si deve mai parlare esplicitamente in pubblico. Non si deve mai usare la parola regime, non dovete mai parlare dei paramilitari, non dovete mai parlare di tortura in pubblico. Qua, in Burundi, anche i muri hanno le orecchie e occorre essere molto prudenti”. È con queste parole, che di prima mattina, seduto nella veranda di un bar vicino a piazza Louis Rwagasore, Melchiade, uno studente universitario, spiega la situazione nella capitale. Bujumbura è l’Africa spogliata della sua identità. Non c’è il traffico congestionato che caratterizza tutte le grandi città africane, i mercati sono chiusi, il clima di sospetto aleggia ovunque e in ogni dove ci sono uomini della polizia con le divise blu, i ray ban calati sul naso e il kalashnikov a tracolla. Mentre Melchiade descrive la realtà del suo Paese, si sente un’esplosione. Proprio di fronte al busto dell’eroe patrio esplode una granata lanciata da uomini in moto. Una persona è riversa a terra, un’altra saltellando su una gamba sola cerca sostegno contro un muro e intanto stringe la coscia colpita da una scheggia. Non passano dieci minuti che in altri punti della città scoppiano tre granate. Il bilancio finale è di un morto e più di 30 feriti. Il governo, attraverso il ministro della sicurezza Alain Guillame Bunyoni, accusa i ”ribelli” e parla di terrorismo; la popolazione, invece, mormora sottovoce che i colpevoli sono stati gli Imbonerakure, la gioventù del partito al potere, divenuta una milizia paramilitare, di modo che si possano giustificare retate e arresti. Il Burundi è il Paese dei sospetti e delle supposizioni ma, dopo qualche ora, verso sera, le arterie cittadine vengono sbarrate con il filo spinato.

Il viale Uprona è come una pista di un aeroporto abbandonato. Le due carreggiate sono vuote, nessun movimento, solo una lingua d’asfalto che riflette una tramontana rosso sangue e, intanto, poco a poco, la città si svuota: nessuno per le strade, solo pick up dell’esercito che dai quartieri periferici corrono verso le caserme con i cassoni carichi di giovani ammanettati. Le retate e gli arresti, così com’erano stati predetti, sono in corso: oppositori, giovani innocenti e semplici sospettati sono tutti insieme, ammassati sulle vetture delle forze di sicurezza. Hanno gli sguardi bassi, le teste chine e solo un ragazzo con un occhio tumefatto e il labbro sanguinante alza il volto e sfida regime e paura guardando con occhi da condannato chi, nel silenzio, lo sta accompagnando incontro a un destino tanto prevedibile quanto atroce, gli uomini del Service national de reinsegnement. Sono loro che organizzano le incursioni nei quartieri dove giovani universitari e manifestanti della prima ora hanno dato vita alla Red-Tabara, il movimento di resistenza.

Bujumbura è un reticolato di piccoli fronti interni. I governativi da un lato, in divisa e ben armati, gli insorti dall’altro, nella clandestinità e carichi di utopia ed esasperazione più che di munizioni e fucili. Nel mezzo, ad oggi, nessun contingente di interposizione, perché il regime dapprima si è opposto al dispiegamento degli uomini dell’Unione Africana e poi all’arrivo dei Caschi Blu. Il nostro era un paese tranquillo, che stava cercando di allontanarsi dallo spettro della guerra civile, conclusasi dieci anni fa. Poi c’è stato il colpo di stato di Nkurunziza che ha deciso di ricandidarsi e da quel momento solo sparizioni e violenza; molti dei nostri amici e parenti sono stati torturati, uccisi e di altri non abbiamo più notizie. Cosa possiamo fare se non combattere?”A parlare all’interno di un’abitazione privata, lontano da possibili informatori e spie,sono due membri della ribellione Red-Tabara. Olivier e Thomas, 32 e 38 anni, studenti ieri, oggi invece giovani latitanti, in ostaggio del disincanto e della necessità di gesti forti e parole estreme per cercare un appiglio alla sopravvivenza e una ragione nel proprio presente. ”Abbiamo deciso di prendere in mano le armi per liberare il Paese. Il regime dice che gli insorti sono Tutsi e cerca così di dividere la popolazione riportando gli Hutu contro i Tutsi. Ma in realtà non è così: nelle nostre fila ci sono militanti di ogni etnia e quello che vogliamo noi è giustizia e democrazia”. Di fronte alla possibilità di morire non hanno esitazioni: ”Libertà o morte!”. Ma la libertà, per Thomas, non è altro che uno slogan gridato con enfasi, una tappa mancante nella propria storia personale, una parola d’ordine, un credo assoluto che non ammette concessioni. All’indomani dell’intervista, tuttavia, una chiamata anonima rompe la notte: ”Thomas è stato arrestato. È sparito, per sempre”.

È morto Thomas, e chissà se ha guardato in faccia i suoi aguzzini cercando un eroismo nell’ultimo momento di vita o ha chiuso gli occhi pregando Dio. Ha fatto il nome dei suoi compagni o ha resistito alle torture facendo del suo ideale la ragione della sua morte? Non si sa, e forse non si saprà mai. Ciò che è certo è che Thomas è un ragazzo di 30 anni ucciso e scomparso, un ”desaparecido”. È scomparsa anche la sorella di Aimè, un altro ribelle datosi alla clandestinità, il cui unico pensiero ora è una tardiva preghiera, pronunciata ogni sera da un nascondiglio diverso con la speranza che sua sorella sia stata uccisa senza soffrire. Sono giovani, sono ”desaparecidos”, ma non sono ”olvidados”, dimenticati. E’ proprio quella parte di parola ”vida”, con il suo significato d’immortalità, a far si che i nomi e i volti e quelli che erano i sorrisi di chi non c’è più sopravvivano nella memoria di chi invece c’è ed è rimasto là, in Burundi, tra il lago Tanganika e la foresta equatoriale, dove tutto è stato travolto dal silenzio del terrore e dalla rassegnazione.

fonte: http://www.ilreportage.eu/2016/08/burundi-desaparecidos-fosse-comuni/