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SUPEREROI CONTRO. BATMAN VS SUPERMAN

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di pubblicato sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo.

DETROIT. “In America due giorni soltanto?” l’uomo della frontiera mi squadra. Non gli bastano l’iride e le impronte digitali. “Perché due giorni soltanto?” chiede, rigirandosi il passaporto in mano. “Un lavoro” “Che lavoro?” “Visitare il set di un film” “E che film?” “Batman contro Superman” “Mi sta prendendo in giro?” “No. Batman contro Superman” “Vada da questa parte e aspetti”.

Era un anno e mezzo fa. Le operazioni di controllo all’aeroporto di Detroit non durarono poi troppo. Forse qualcuno della dogana era un appassionato di supereroi, ben informato delle nuove strategie della DC Comics, ormai pronta a sfidare la Marvel sul suo terreno, nella lotta immane a conquistare pubblico nel cosiddetto “universo cinematografico esteso”. O forse avevano sentito parlare della grande protesta che aveva messo insieme migliaia di appassionati uniti dallo sdegno di fronte all’idea che fosse Ben Affleck il nuovo interprete di Batman.

Erano arrivati a scrivere a Obama per chiedergli la testa di Affleck. Comunque sia, alla dogana non mi chiesero più nulla e mi lasciarono andare. Meglio così. Avevo rivelato già troppo rispetto agli accordi. Perché la segretezza assoluta fu la grande dominatrice in quei due giorni e nei quindici mesi che sono seguiti. Ero partito con un embargo in tasca in cui assicuravo che non avrei fatto parola del film con nessuno. La sera, a Rochester, a un’ora da Detroit, mi ritrovai assieme a una manciata di fortunati, arrivati da ogni parte del globo, e nel silenzio ovattato del grande hotel ci chiesero di firmare un altro documento: non avremmo rivelato nulla – su nessun giornale come su nessun social network. Fino al momento in cui ci sarebbe stata restituita la possibilità di raccontare.

Eccola qui la mia possibilità. La mattina seguente – 8 ottobre 2014 – è su un pullmino nero che attraversiamo le campagne del Michigan. L’autunno è nel suo splendore. Gli alberi scintillano in un freddo frizzante di colori giallognoli, rossicci, saturi. Tutto è già come in un film. Villette di legno bianco, sfilano al nostro fianco, con i loro piccoli giardini ben curati, nani e elfi, fiumiciattoli di acqua fredda tintinnante, eppoi i grandi capannoni dell’auto che fecero la fortuna e la disfatta di Detroit, molto grandi, sì, ma niente in confronto agli immensi spazi degli studios che infine compaiono protetti da cordoni di sicurezza più che se si entrasse al Pentagono.

Quando scendiamo, l’aria è fredda, freddissima, ma chi ci accoglie è in camicia. Uomini e donne che si affrettano attorno ai capannoni sono tutti in camicia. Mentre contemplo questa magia, veniamo istruiti sui canoni di segretezza a cui andiamo incontro. Vietatissimo scattare fotografie. Possibile usare i registratori soltanto durante le interviste. Chi è in possesso di uno smartphone sarebbe meglio che lo tenesse spento. Non vedo l’ora di entrare, del caldo, del set di uno dei film che si prevede più costoso di sempre (400 milioni di dollari). Ma ci dicono che è meglio aspettare lì, visto che l’aria è mite.

E così mentre arrivano caffè e brioches ci spiegano che Zac Snyder, il regista più ambito per creare film che assomiglino ai fumetti da cui sono tratti, è già al lavoro su una scena difficilissima, che Ben Affleck e Henry Cavill (Superman) sono in scena. Che arriverà fra poco anche Jeremy Irons, il nuovo mentore di Bruce Wayne/Batman, il mitico Alfred. E che Wonder Woman, l’israeliana Gal Gadot, probabilmente non verrà. La notizia getta scompiglio nel gruppo più del freddo. Cerchiamo tutti il caldo del caffè. Un brasiliano saltella, uno spagnolo finge disinteresse. Eppoi finalmente entriamo.

Sono spazi enormi e labirintici. La nostra guida ci lascia attraversare una giungla di cavi e macchine e binari, indica la nuova Batmobile, i modernissimi studi di Bruce Wayne segnati da un hitech dove la nuova dimensione del Batman di Zac Snyder sarà chiara: molto umano, fin troppo umano. Entriamo in ascensori, attraversiamo sale di disegnatori, uffici di costumisti, spazi zeppi di armamentari di ogni genere, usciamo di nuovo nel freddo mostruoso del Michigan a ottobre e rientriamo in un altro capannone immenso. “Nessuno qui conosce la storia” ci dice la nostra guida.

“Tutto è segretissimo”. Continuiamo a seguirla e le masse di gente al lavoro improvvisamente mi sembrano come infinite comparse di un vecchio film di fantascienza in cui innumerevoli uomini e donne compiono lavori incomprensibili, senza mai fermarsi, ognuno incessantemente diretto verso la sua meta, ognuno consapevole della propria importanza e delle proprie mansioni nell’ambito di un gioco di cui tuttavia non conosce le regole né il senso. “Chi lavora qui non può sapere nulla del copione e della storia. Sono in media fra i trecento e i settecento, ma anche di più”. Della storia a noi invece qualcosa può essere raccontato. È un’ “espansione, non un sequel” di quanto capita in L’uomo d’acciaio, il Superman diretto da Zac Snyder.

Dopo la distruzione di Metropolis, irrompe sulla scena Batman. Gotham e Metropolis infatti sono città vicinissime, divise soltanto da un fiume. Bruce Wayne comincia a sentire su di sé i segni di una vecchiaia incipiente. Ha cinquantacinque* anni, è stanco della sua lotta contro il crimine e tuttavia deve tornare in pista perché Superman gli appare come un personaggio pericoloso, ambiguo, dietro lo schermo della sua scintillante giovinezza e della sua inumana potenza. A sua volta, Superman non può apprezzare Batman. Quest’uomo pieno di rabbia e rancore gli appare come un vigilante che ha preso troppo potere, uno che è sia giudice che esecutore.

I “temi filosofici” del film girano attorno alla giustizia e ai limiti da definire nella necessità di farla rispettare (di qui il titolo Batman v Superman: Dawn of Justice ossia Alba di giustizia). Filosofia o meno, l’inimicizia fra Batman e Superman è destinata a esplodere. Ne approfitterà Lex Luthor, il più giovane di sempre: Jesse Eisenberg. Mentre Wonder Woman in qualche strano modo farà la sua parte.

Tutto questo lo scopriamo mentre giriamo attorno a statue raffiguranti i personaggi e le loro tute di cui ci viene spiegato ogni minimo dettaglio. Strati, tessuti, prove e controprove, simboli, ricerche iconografiche, studi di ogni genere, dalle “mode guerriere” greco romane a trovate capaci di definire muscoli come rocce scolpite, fino a nascoste zip per permettere ai molto umani attori maschi di usare un gabinetto durante la lavorazione (il suggerimento migliore dell’ex Batman, Christian Bale). Mentre tavoli si riempiono e svuotano di panini, crostate, bibite, e le statue vengono portate via con una cura e un imballaggio che in vita mia avevo visto riservato solo per i Bronzi di Riace, entra in pista Jeremy Irons. “Datemi la Batmobile” dice “Voglio provarla”. Il meccanico gli apre le porte declinando ogni responsabilità.

Tutti si schierano a contemplare l’attore che in tenuta da cacciatore dandy sgomma su questa auto massiccia dal motore che gira come uno schiacciasassi. Applausi. Il nuovo Alfred spiega il divertimento nel partecipare a un cinema così diverso da quello che frequenta abitualmente. Spiega che il suo Alfred è molto lontano da quello dei fumetti: ha competenze infinite, deve prendersi cura di ogni aspetto e non solo della battaglia psicologica di Bruce Wayne. Sui meandri in cui questa battaglia si sviluppa deve però tacere.

Qualcosa in più la rivela Ben Affleck, dopo averci raccontato la sua maggiore fatica, ovvero il lavoro fisico per metter su tredici chili di muscoli in un anno. Tutto gira attorno all’umana paura nei confronti dell’ignoto, dove l’ignoto è Superman. La prospettiva mortale del Bruce che invecchia è uno dei nuclei del film, ovvero la necessità di confrontarsi con se stesso più che con l’essere alieno in cui vede il pericolo.

Oltre al dramma psicologico però c’è un dramma filosofico, ovvero lo scontro fra due uomini che perseguono lo stesso fine in due modi diversi, visto che provengono da due mondi diversi. Come potranno risolvere il problema del male a volte inevitabile quando si cerca di fare del bene? Sono questioni etiche e politiche all’ordine del giorno. Ma di più non può dire neppure Affleck.

Così, ci spostiamo attraverso il labirinto di corridoi inseguendo l’altra prospettiva, ma Superman è introvabile. Passiamo in rassegna tutte le armi che sono state create per Bruce Wayne, un arsenale che fa sbizzarrire gli appassionati, frutto di studio, immaginazione e sogno, fra dardi, lame, strani pezzi con cui l’uomo sarà capace di arrampicarsi ovunque, un’infinità di modelli strambi e iperrealistici. Qualcuno sogna la Batcave che tuttavia assieme alle Batwings deve rimanere segreta, come segretissimo è un nuovo mantello di cui ancora si stanno studiando i dettagli.

Intanto la voce che Wonder Woman è nei dintorni si rivela un falso che getta tutti in una specie di depressione da cui dovrà tirarci fuori Zac Snyder. Nel suo ufficio, Zac ride, spara parolacce, fa smorfie e mangia hamburger. Morde e parla, morde e parla e parlerà a lungo sempre mangiando questo hamburger enorme come il film che sta girando e come le sue aspettative e le sue passioni. Da pazzo amante di fumetti ci spiega come sia stata decisiva la collaborazione con uno che invece ha competenze di tutt’altro genere: Chris Terrio.

La sfida a crescere rispetto a L’uomo d’acciaio del resto non poteva che essere vinta immaginando scenari filosofici, chiamando in causa anche una supereroina come Wonder Woman e trasformando l’amore che tutti abbiamo verso i personaggi classici dando loro la possibilità di crescere. Mito e cultura pop s’intrecciano al punto che non sai più cosa venga prima e cosa dopo. Mentre la sfida centrale, quella tra Batman e Superman, implica sia questioni concrete (l’altezza e la possanza di Affleck necessaria a dargli la possibilità di competere con Superman) che esistenziali (“il massimo che un uomo può fare è nulla di fronte a Superman – questo è il concetto filosofico decisivo”). Metropolis e Gotham sono giorno e notte, luce e ombra, ma luce e ombra sono dentro tutti noi.

La giornata volge al termine, la luce sta calando davvero e tutti noi seguiamo una scena incomprensibile in cui per decine di volte Henry Cavill volta la testa verso sinistra, prima di potergli chiedere come vadano le cose. Lui trattiene l’entusiasmo. Ci spiega più l’impegno fisico. Del futuro della razza umana e del modo in cui vengono manipolati i media (una delle armi di Clark Kent contro Batman) dirà tutto il film. Ogni cosa è nel copione, del resto. E lui non ha lasciato che gli originali dei fumetti lo distraessero. Si è affidato completamente al copione e al regista. Ci ringrazia e ci saluta.

È tempo di un rinfresco. È tempo di andare. Mentre abbandoniamo il Pentagono del film più costoso della storia, mentre qualcuno ancora sogna Wonder Woman, io penso che ovunque, per tutto il giorno, è stato un incessante via vai di alimenti, bevande, pizze, hamburger, insalate, panini, torte, cornetti. Dappertutto cibo, dappertutto caffè, liquidi, bottigliette, bevande. Un mondo di cibo in ogni stanza, angolo, corridoio, un’interminabile sovrapporsi di portate a tutte le ore, senza soluzione di continuità. E così, mentre il buio scende su quel misto di abbandono e futuro che è la Gotham/Metropolis della nostra realtà, ossia Detroit, vengo preso da un improvviso attacco di fame, vedo superbistecche volteggiare in mantelli di salse che percorrono il cielo nero e, cullato dalle strade del Michigan, finalmente mi addormento.

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Nicolas De Crécy: «Il fumetto? Finalmente è considerato una cosa per adulti»

È uno dei più visionari autori del fumetto francese, ha 25 anni di carriera alle spalle e ha visto il proprio mondo evolvere: «Fino a pochi anni fa era ancora considerato un divertimento per eterni adolescenti, ora finalmente qualcosa è cambiato»

Probabilmente in Italia lo conoscono in pochi, ma Nicolas De Crècy, nato nel 1966 ad Angoulême — città sacra per il fumetto francese, che ospita il più importante festival transaplino — è uno degli autori francesi più impressionanti e visionari della sua generazione, insieme a gente come Cyril Pedrosa, David B., Charb, Tignous e altri.

Eppure basta sfogliare Il celestiale Bibendum, un fumetto visionario, ambientato in una surrealissima e pazzesca New York sur Seine in cui si muovono personaggi fantastici uno dei suoi primi fumetti pubblicati in patria, appena pubblicato — per la prima volta — in Italia da Eris Edizioni, per capire che si sta parlando di un autore con la maiuscola.

Ma il mondo del fumetto è dannatamente complicato. E seppur sia considerato in patria e fuori uno dei più geniali fumettisti francesi, tanto che gli commissionano opere anche dal Giappone — e non è per niente facile, anzi — Nicolas De Crécy non vive solo di fumetto: «Il fumetto è una attività che mi prende il 40 per cento del tempo», ci ha raccontato via Skype in occasione del lancio del Celestiale Bibendum, «non vivo dei miei diritti d’autore come fumettista. Vivo delle vendite dei miei lavori in galleria, dei quadri, delle illustrazioni. E devo dire che mi va bene così, perché fare altro mi permette di finanziare il lavoro per i fumetti, ma anche di arricchirlo e di permetterlo. Forse se facessi solo fumetti avrei già smesso.

Il Celestiale Bibendum Cover

«Ho l’impressione che in questi ultimi 25 anni il fumetto, almeno in Francia, si sia guadagnato più rispetto»

Nicolas De Crécy

Qualche anno fa avevi dichiarato di voler smettere con il fumetto…
Sì, il fatto di non concentrarmi esclusivamente sul fumetto è sempre stata una cosa che mi ha arricchito, oltre a permettermi di guadagnarmi da vivere. Ed effettivamente qualche anno fa avevo deciso di smettere per un po’ proprio perché mi sentivo un po’ impoverito. Il fumetto, come tutte le arti grafiche, corre il rischio se non è ispirato di alimentarsi da solo, di diventare ripetitivo e di non riuscire a trovare strade nuove per rinnovarsi. Io appena ho sentito questo campanello di allarme ho smesso, e per cinque anni non ho fatto fumetti.

E poi cos’è successo?
Ho ricominciato è stato perché mi mancava l’aspetto narrativo, ma non solo. Oltre al fattore contenutistico — ovvero avere delle idee — quello che aspettavo era anche una sfida nuova a livello editoriale.

Ed è arrivata?
Sì, è arrivata alla grande: mi hanno proposto di disegnare un fumetto per il Giappone, ovveroLa république du Catch (ancora inedito in Italia, n.d.R.). Quando me l’hanno proposto non potevo certo rifiutare. Un fumetto commissionato per il Giappone è una cosa che non capita a molti disegnatori non giapponesi. Capisci bene che è stata una cosa molto motivante, anche perché ho dovuto lavorare ai ritmi giapponesi. È stata un’esperienza bellissima. Ma anche tutto il lavoro che ho continuato a fare nel frattempo dal punto di vista della pittura e dell’illustrazione mi è servito moltissimo, mi ha fatto evolvere.

A proposito di pubblico, come è cambiato negli ultimi 25 anni il pubblico dei fumetti?
È diventato più adulto. Ho l’impressione che in questi ultimi 25 anni il fumetto, almeno in Francia, si sia guadagnato più rispetto, soprattutto negli ultimi dieci anni. Diciamo che è sempre meno considerato un divertimento per eterni adolescenti. Ma non è diventato adulto soltanto nel riconoscimento, anche dal punto di vista della produzione è cresciuto notevolmente, arrivando a proporre opere veramente mature.

Cosa è successo negli ultimi anni che ha causato questa evoluzione?
È un po’ ridicolo forse, ma c’è stato bisogno di pubblicare fumetti che si occupassero di “cose serie” — come la guerra, per esempio — per convincere molti che il fumetto è una cosa seria. Pensa a Mauss di Art Spiegelmann, Le photographe di Emmanuel Guibert o la serie diPersepolis di Marjane Satrapi, giusto per fare qualche esempio tra i primi che mi vengono in mente. A me sembra una cosa idiota, anche perché non credo ci sia bisogno di parlare di grandi eventi storici o di conflitti per parlare di cose universali, anche un’autobiografia lo può essere, o anche un racconto completamente fantastico. Anche la fantasia è una “cosa seria”.

«Negli ultimi anni la cultura dell’immagine si è ampliata tantissimo — pensa ai videogiochi, ma anche alla fotografia, etc… — e credo che sia proprio per questo che ci si è accorti che il fumetto ha una dimensione letteraria di scrittura molto importante»

Credi che abbia contato, almeno in parte, anche il cambio generazionale?
Sì, credo che questo cambiamento a cui abbiamo assistito nel pubblico sia anche un cambiamento generazionale. Lo si vede anche nell’importanza data al fumetto dalle istituzioni. Non so se vale in Italia, ma in Francia, per esempio, io ho lavorato per il Louvre, una cosa che anche solo quindici anni fa era impensabile. Certo, in Francia il fumetto ha acquisito reputazione già a partire da molto prima — pensa alla produzione incredibile degli anni Settanta — ma quello che voglio dire è che è stato solo negli ultimi anni che ci si è accorti che il fumetto è una vera e propria letteratura, una Letteratura a fumetti.

In che senso ha dimensione letteraria?
Negli ultimi anni la cultura dell’immagine si è ampliata tantissimo — pensa ai videogiochi, ma anche alla fotografia, etc… — e credo che sia proprio per questo che ci si è accorti che il fumetto ha una dimensione letteraria di scrittura molto importante. Anche i professori nelle scuole, che fino a quindici anni fa pensavano che il fumetto fosse per gli idioti, ora si sono accorti che invece sono interessanti perché, banalmente, non si “guardano” soltanto, ma si “leggono” anche. Ovvero hanno una dimensione scritta molto forte, una dimensione molto più letteraria di quanto credevano.

In Italia abbiamo avuto un paio di fumetti candidati al Premio Strega. In Francia quando vederemo un fumetto candidato al Goncourt?
Eh eh eh, non accadrà ancora per un bel po’ in Francia, temo.

Perché?
Perché la letteratura è ancora posta su un piedistallo ed è intoccabile, come il Premio Goncourt è il Premio Goncourt. Mai sarà permesso a un fumetto di partecipare. Il mondo della letteratura, almeno in Francia, non è ancora pronto, non è ancora sufficientemente maturo per accettare una cosa del genere, e non lo sarà ancora fino a quando sarà dominata da una generazione di intellettuali che, per la maggior parte, non conosce e non capisce il mondo del fumetto. Però dei passai avanti ci sono e anche grandi, e difatti sui giornali c’è sempre più spazio per recensioni e discorsi sui fumetti e il pubblico ho l’impressione che si stia allargando.

«Ci sarà una sorta di Spotify del fumetto che per 5 euro al mese vi farà leggere tutto. Credo che sia un passaggio inevitabile e che arriverà molto presto»

Nicolas De Crécy

Cosa ne pensi dell’uso del fumetto nel giornalismo?
Il graphic journalism è una tendenza che ha preso molto piede negli ultimi anni, ma personalmente penso che ne abbia preso un po’ troppo.

Ovvero?
Mi spiego: i fumetti che ora raggiungono più pubblico sono quelli di cui la stampa parla di più e sono quelli che parlano dei problemi dell’attualità, quelli “realistici”, quasi sempre quelli che fanno parte del fenomeno graphic journalism. E quindi l’impressione è quella che i lettori vogliano quasi solo quello, opere che parlino realisticamente dell’attualità, come per esempio il conflitto in Medioriente a fumetti. Ormai è diventato un comparto che prende il 50 per cento o quasi della produzione, quantomeno agli occhi del pubblico.

E perché non è una cosa positiva?
No, no, è una cosa buona, per carità, che dimostra quanto sia vivo il medium del fumetto e quanto possa avere mordente sui lettori, però viene sempre più difficile trovare spazio sulla stampa e quindi lettori per fare fumetti fantastici.

Cambiando argomento, che effetto avrà, sul lungo termine, il digitale, sia nella produzione che nella distribuzione?
Dal punto di vista della produzione il digitale è soltanto uno strumento, che per alcuni versi può dare più possibilità a qualcuno, ma a me personalmente non dà nulla. È invece molto influente sulla distribuzione, perché credo che si andrà nella direzione di un mondo editoriale in cui si stamperanno molti meno libri e in cui la gran parte delle pubblicazioni avverranno in digitale. Il che comporta qualcosa di buono — si risparmierà carta — ma anche qualcosa di cattivo, soprattutto per noi autori, perché sarà sempre più difficile farsi pagare i diritti d’autore. Temo che dovremmo dimenticarci la possibilità di guadagnare sul nostro lavoro di fumetti, anche perché temo che si andrà nella stessa direzione di quel che è successo già con la musica. Ci sarà una sorta di Spotify del fumetto che per 5 euro al mese vi farà leggere tutto. Credo che sia un passaggio inevitabile e che arriverà molto presto.

È un cambiamento radicale, un vero e proprio terremoto…
Sì, ma bisognerà adattarsi. Io vedo l’esempio di mio fratello Etienne, che è un DJ e fa musica elettronica, e che ormai non si guadagna più la vita vendendo dischi, ma facendo i live. Bisognerà trovare il modo di cavarsela anche per noi che disegniamo, non sarà facile. Probabilmente si creerà un sistema per cui i grandi fumettisti, quelli da best seller, ci vivranno, mentre tutti gli altri lo faranno come hobby, alternando il lavoro da fumettisti con quello da illustratori, grafici, pittori. E come ormai sai, è una cosa che a me capita già.

http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/20/nicolas-de-crecy-il-fumetto-finalmente-e-considerato-una-cosa-per-adul/27862/


A scuola in un campo nordcoreano

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La storia terribile di Shin Dong-hyuk , l’unica persona nata nel Campo di concentramento 14 a essere riuscita a scappare e a lasciare la Corea del Nord

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La storia di Shin è stata raccontata dal giornalista statunitense Blaine Harden del Washington Post, che ha intervistato Shin in più occasioni e ha poi verificato e incrociato tutte le informazioni che aveva ricevuto, per verificarne il più possibile l’accuratezza. Il libro “Fuga dal Campo 14”, pubblicato in Italia da Codice Edizioni: racconta la terribile storia di Shin, le condizioni di vita nel campo e l’avventuroso viaggio dell’ex prigioniero per scappare dalla Corea del Nord, dopo essere riuscito a fuggire dal campo di concentramento. Le sue testimonianze sono state estremamente importanti per avere informazioni sui campi di prigionia nordcoreani, sui quali il regime di Pyongyang mantiene la massima segretezza.

***

A scuola

L’insegnante annunciò un’ispezione a sorpresa. Frugò nelle tasche di Shin e in quelle degli altri quaranta bambini della classe. Alla fine tutto ciò che gli rimase in mano erano cinque chicchi di mais, tutti appartenenti a una bimba esile e bassina e, nei ricordi di Shin, particolarmente graziosa. Ne ha dimenticato il nome, ma ogni altro dettaglio di quel giorno di scuola del giugno 1989 è tuttora nitido nella sua memoria. L’insegnante era già di pessimo umore all’inizio dell’ispezione, e quando trovò il mais esplose definitivamente.
«Brutta troia, ladra che non sei altro! Vuoi che ti tagli le mani??!».
Le ordinò di andare a mettersi in ginocchio di fronte al resto della classe, poi cominciò a picchiarla ripetutamente con la sua lunga bacchetta di legno. Mentre tutti guardavano in silenzio, sul cranio della piccola iniziarono a formarsi dei bozzi, e il naso cominciò a sanguinare.
Poco dopo crollò priva di sensi sul pavimento di cemento. Aiutato da alcuni compagni, Shin la sollevò e la portò a casa, in un allevamento di maiali non lontano dalla scuola. Morì la sera stessa.

Il comma 3 della terza regola del Campo 14 dice: «Chiunque venga sorpreso a rubare o a nascondere cibo sarà fucilato all’istante». Ma Shin sapeva che il più delle volte gli insegnanti non lo prendevano troppo seriamente: se trovavano del cibo nelle tasche di uno studente magari gli davano un paio di randellate con un bastone, ma era più facile che non facessero nulla. Shin e i compagni sfidavano spesso la sorte; per come la vedeva lui, quella bimba piccola e graziosa era stata solo sfortunata.

Aveva imparato dalle guardie e dagli insegnanti che le botte erano sempre meritate, per colpa del sangue corrotto ricevuto in eredità dai genitori. Per lei non fu diverso: Shin credeva che la sua punizione fosse giusta e non si arrabbiò mai con l’uomo che l’aveva uccisa. Era convinto che tutti gli studenti la pensassero allo stesso modo.
Il giorno dopo, a scuola, nessuno parlò del pestaggio. In classe non cambiò nulla, e con ogni probabilità il maestro non fu mai richiamato per il suo comportamento.

Shin passò tutti e cinque gli anni di scuola primaria nella classe di quell’individuo, un uomo sulla trentina che indossava una divisa militare e portava sempre una pistola. Negli intervalli tra le lezioni permetteva agli studenti di svagarsi giocando alla morra cinese, e il sabato a volte lasciava che dedicassero un’ora o due a togliersi reciprocamente i pidocchi. Non seppe mai il suo nome.

Alle elementari gli insegnarono a stare sull’attenti, a inchinarsi di fronte agli insegnanti e a non guardarli mai negli occhi. Il primo giorno di scuola gli venne consegnata una divisa nera: pantaloni, casacca, canottiera e un paio di scarpe. Queste ultime venivano sostituite ogni due anni, anche se iniziavano a sfasciarsi già dopo un mese o due. A volte, come premio speciale per il duro lavoro, gli allievi ricevevano del sapone; Shin non si distingueva certo per la sua diligenza, quindi non lo vide quasi mai. I suoi pantaloni erano talmente intrisi di sporco e sudore che stavano in piedi da soli, e se si grattava la pelle con un’unghia scavava un solco in uno spesso strato di lerciume.

Quando faceva troppo freddo per lavarsi nel fiume o sotto la pioggia, i prigionieri puzzavano come animali da fattoria, e d’inverno la sporcizia era tale che quasi tutti andavano in giro con le ginocchia nere. Finché fu in vita, la madre gli preparava biancheria intima e calze cucendo degli stracci, ma dopo la sua esecuzione la biancheria divenne un ricordo del passato, e rimediare brandelli di stoffa da mettere dentro le scarpe si rivelò una fatica continua.

La scuola, un agglomerato di edifici facilmente visibili nelle fotografie satellitari, distava circa sette minuti a piedi da casa. Lì le finestre erano di vetro, non di resina grigia, ma questo era l’unico lusso. Come la casa in cui viveva con sua madre, anche la scuola era un semplice blocco di cemento. L’insegnante stava su un podio di fronte a un’unica lavagna, mentre gli studenti sedevano ai due lati di un corridoio, i maschi da una parte e le femmine dall’altra. I ritratti di Kim Il Sung e Kim Jong Il – costante irrinunciabile di ogni aula della Corea del Nord – erano del tutto assenti.

Qui i bambini imparavano a malapena a leggere e a contare, venivano indottrinati sulle regole del campo e si sentivano ricordare in ogni momento che in loro scorreva sangue sciagurato. Alle elementari si seguivano le lezioni cinque giorni a settimana, alle superiori invece sette, con una giornata libera al mese. «Dovete ripulirvi dei peccati delle vostre madri e dei vostri padri! Dovete spaccarvi la schiena!» urlava il preside durante le assemblee.

Si iniziava alle otto in punto con una sessione chiamata chonghwa: significa “armonia totale”, ma in realtà non era che un momento in cui l’insegnante poteva rimproverare gli studenti per i comportamenti scorretti del giorno precedente. La frequenza veniva controllata due volte al giorno e non erano ammesse assenze, neanche per malattia. A Shin era capitato di accompagnare a scuola qualche compagno indisposto, ma lui, salvo qualche raffreddore, si ammalava raramente. Fu vaccinato una volta soltanto, per il vaiolo.

Imparò a leggere e scrivere l’alfabeto coreano esercitandosi su carta ruvida fatta nel campo con i cartocci delle pannocchie. Ogni semestre gli veniva consegnato un quaderno di venticinque pagine, mentre come matita usava spesso un bastoncino di legno appuntito annerito sul fuoco. Le gomme da cancellare non sapeva neanche cosa fossero.
Non erano contemplati esercizi di lettura, dal momento che l’unico libro disponibile era quello dell’insegnante. Come esercizi di scrittura, invece, gli studenti erano tenuti a spiegare perché non fossero stati in grado di lavorare sodo e seguire le regole. Shin imparò a fare le sottrazioni e le addizioni, ma non le moltiplicazioni e le divisioni. Ancora oggi, quando deve moltiplicare, aggiunge una colonna di numeri. […]

A scuola le domande non erano consentite, facevano arrabbiare i maestri e scatenavano furiosi pestaggi. Gli insegnanti parlavano, gli studenti ascoltavano. A furia di ripeterli in classe, aveva imparato alla perfezione l’alfabeto e la grammatica di base, anche se spesso pronunciava le parole senza avere idea di cosa significassero. L’insegnante instillò in tutti loro, a livello istintivo, il terrore di fare domande.

Il destino che attendeva Shin e compagni non era certo un segreto: la scuola primaria e secondaria li preparava ai lavori forzati. D’inverno i bambini spalavano neve, tagliavano alberi e trasportavano carbone per riscaldare la scuola. Per pulire le latrine nel villaggio dove le guardie (i bowiwon) spesso vivevano con mogli e figli, veniva mobilitato l’intero corpo studenti (circa mille persone). Andavano di casa in casa a sminuzzare le feci congelate con le zappe per poi gettarle a mani nude su delle rastrelliere: non c’erano guanti per i prigionieri del campo. Dopodiché trascinavano gli escrementi nei campi circostanti o se li caricavano sulla schiena. A volte, nei giorni più caldi e felici, dopo le lezioni del pomeriggio andavano a raccogliere cibo ed erbe per le guardie sulle colline e sulle montagne dietro la scuola. […]

Shin iniziò la prima elementare con altri due bambini del suo villaggio: Hong Sung Jo, un maschio, e Moon Sung Sim, una femmina. Per cinque anni andarono a scuola insieme e sedettero nella stessa classe, e così anche nei cinque anni che seguirono.

Per Shin, Hong Sung Jo era l’amico più stretto, quello che tra una lezione e l’altra gli teneva compagnia giocando al gioco dei cinque sassi. Le loro madri lavoravano nella stessa fattoria, ma nessuno dei due invitava mai l’altro a casa sua per giocare; i rapporti di fiducia tra amici erano avvelenati dalla competizione per il cibo e dalla spinta costante al tradimento. Nel tentativo di ottenere razioni di cibo extra, i bambini riportavano alle guardie tutto quello che mangiavano, indossavano e dicevano i loro vicini. Anche le punizioni collettive a scuola contribuivano a mettere gli studenti gli uni contro gli altri. Alla classe di Shin veniva spesso assegnata una quota giornaliera di alberi da tagliare o di ghiande da raccogliere; se non riuscivano a soddisfare le aspettative, venivano puniti tutti: dovevano cedere la razione del pranzo (per un giorno o a volte per un’intera settimana) a un’altra classe che, a differenza loro, fosse riuscita a raggiungere la quota. In queste missioni di lavoro Shin di solito era lento, e spesso era l’ultimo.

Una volta cresciuti, le missioni di lavoro (o, come venivano chiamate, gli “sforzi collettivi”) si fecero più lunghe e più difficili. Durante la “lotta alle erbacce”, che cadeva tra giugno e luglio, gli studenti delle elementari lavoravano dalle quattro del mattino fino al tramonto, strappando erbacce nei campi di mais, di fagioli e di sorgo. Iniziarono la scuola secondaria sapendo a malapena leggere e scrivere, ma a quel punto l’istruzione in classe era da considerarsi ormai conclusa, e i maestri si trasformavano in capisquadra. La scuola secondaria non era che un banco di prova per il lavoro nelle miniere, nei campi e nelle foreste, nonché, a fine giornata, un luogo di ritrovo per lunghe sessioni di autocritica.

Shin entrò nella sua prima miniera di carbone a dieci anni. Insieme a cinque compagni di classe (in tutto erano tre bambini e tre bambine, tra cui Moon Sung Sim) scesero giù per un condotto fino al fronte di scavo. Il loro lavoro consisteva nel caricare carbone su carrelli da due tonnellate e poi spingerli su per uno stretto binario fino a un’area di smistamento. Per raggiungere la quota giornaliera, dovevano riuscire a portarne in superficie quattro. Solo per i primi due ci voleva tutta la mattina. Dopo un pranzo a base di mais macinato e cavolo salato i bambini, esausti e con i visi ricoperti di polvere di carbone, tornavano in quella miniera nera come la pece facendosi luce con delle candele.
Un giorno, spingendo il terzo carrello, Moon Sung Sim perse l’equilibrio e uno dei piedi le scivolò sotto una ruota d’acciaio. Shin, che le stava a fianco, la sentì urlare e cercò subito di aiutarla a togliersi la scarpa; aveva un alluce schiacciato che non smetteva di sanguinare. Un altro studente le legò la stringa di una scarpa intorno alla caviglia come un laccio emostatico. Aiutato da due compagni, Shin sollevò Moon e la caricò su un carro vuoto. Lo spinsero fino all’apertura della miniera e da qui portarono la bambina all’ospedale del campo, dove il dito ferito le fu amputato senza anestesia e medicato con acqua salata. […]

Shin ricorda un dodicenne robusto e orgoglioso di nome Ryu Hak Chul, che dormiva sempre dove gli pareva e che fu l’unico tra i ragazzi che ebbe il coraggio di rispondere male a un insegnante. Un giorno Ryu se ne andò nel bel mezzo di un lavoro, e appena denunciata la scomparsa l’insegnante mandò l’intera classe alla sua ricerca.
«Per quale motivo hai smesso di lavorare e sei corso via?» gli chiese quando ormai l’avevano ritrovato e lo stavano riportando a scuola.
Con grande sorpresa di Shin, Ryu non si scusò: «Mi è venuta fame e sono andato a mangiare» rispose senza scomporsi.
L’insegnante rimase di sasso. «Questo figlio di puttana sta forse cercando di rispondermi a tono?» chiese l’insegnante.
Ordinò agli studenti di legarlo a un albero, e loro subito gli tolsero la camicia, presero del fil di ferro e procedettero.
«Colpitelo fino a quando non ricomincia a ragionare» disse.
Senza pensarci due volte, Shin si unì al pestaggio e tutti insieme frustarono Ryu.

22 ottobre 2014 IL POST


6 fotogrammi dei Simpson in versione Kubrick

20/10/2014

Tratti da una puntata speciale andata in onda ieri negli Stati Uniti, dedicata a Stanley Kubrick

Stanley Kubrick in versione Simpson

Ieri sera è andata in onda negli Stati Uniti una puntata speciale dei Simpson dedicata al grande regista Stanley Kubrick — già omaggiato dai gialli di Springfield 20 anni fa — che non è ancora disponibile online, ma di cui Vulture ha pubblicato sei fotogrammi. In attesa del video, ve li riproniamo.

Simpson Kubrick edition

Simpson Kubrick edition

Simpson Kubrick edition

Simpson Kubrick edition

Simpson Kubrick edition

Simpson Kubrick edition


Il Chisciotte allampanato che stregò anche Disney

Tornano le magnifiche illustrazioni realizzate 85 anni fa da Félix Lorioux

Walt Disney era stato in Francia ai tempi della Grande Guerra. Poco più che ragazzino, lui nato alla fine del 1901, aveva falsificato la data di nascita sui documenti per poter partire come autista della Croce Rossa americana. Durante gli anni passati al fronte, Disney aveva incontrato Félix Lorioux, un artista di trent’anni più vecchio che già era una specie di leggenda dell’illustrazione per l’infanzia.

Quando si rividero, nell’estate del 1935, i rapporti tra i due si erano rovesciati: Lorioux aveva 63 anni ed era ancora un disegnatore sulla cresta dell’onda, ma Walt era già Walt. Alla partenza da New York, il 3 giugno, un enorme Mickey Mouse di gomma salutava dal molo il suo creatore. E altri Mickey lo avrebbero atteso a Le Havre, a Londra, a Vienna, a Berlino, a Roma.

A Parigi, Disney incontrò prima Magdaleine de Geneostoux, una curiosa signora che non si toglieva mai il cappello dal capo e scriveva racconti per bambini per l’editore Hachette. E poi lo stesso Lorioux, con il quale i rapporti si erano incrinati per motivi professionali qualche mese addietro.

La colpa dell’artista francese era di quelle imperdonabili agli occhi di Disney: la personalità. Felix e Magdaleine avevano pubblicato insieme, con l’assenso di Walt, uno strano libro con Topolino protagonista, Mickey et Minnie: non un fumetto, ma un romanzo illustrato. E illustrato «alla Lorioux», non alla Disney: con un tratto moderno, influenzato dalle grandi correnti artistiche dell’epoca, con i colori vivaci e sgargianti e i personaggi «allungati», dall’aspetto lontano dagli stereotipi disneyani destinati a varcare i decenni.

Lorioux, inoltre, aveva una pretesa inconcepibile per la testa di Walt Disney: voleva firmare i suoi topi e i suoi paperi così come aveva firmato tutti i grandi personaggi della letteratura per l’infanzia che aveva disegnato negli anni: i protagonisti delle favole di La Fontaine, delle Fiabe di Perrault, del Robinson Crusoe di Daniel Defoe. Una bestemmia per Walt, che – pur essendo disegnatore modestissimo – si era sempre ritenuto l’unico abilitato a mettere il proprio nome in calce ai disegni di Mickey Mouse.

Nel ’34, Walt aveva lanciato il suo «ukase»: nessuno, neppure in Europa, poteva firmare i disegni disneyani. Prendere o lasciare. Il vecchio Lorioux prese, ma a modo suo: Non firmò, ma nascose le sue iniziali in ogni disegno. Poi contento della beffa, lasciò Disney al suo fortunato destino.

I biografi di Disney non raccontano quello che Felix e Walt si dissero nel loro incontro a Parigi. Ma Didier Ghez, nel suo recente Disney’s Grand Tour (Theme Park Press) racconta che sul Rex, il transatlantico italiano che riporterà Disney e la moglie in America, c’erano alcune casse di libri. Nell’elenco, lunghissimo, spicca un volume di Lorioux: il Don Chisciotte che Donzelli propone oggi per la prima volta in Italia con i testi riadattati da Bianca Lazzaro ma con lo stesso, identico aspetto del volume originale del 1929.

Un esperimento interessante sul piano letterario (è di fatto la prima versione per l’infanzia del capolavoro di Cervantes mai pubblicata in Italia), ma preziosissimo sul fronte artistico: i disegni di Lorioux, a dispetto dei loro 85 anni, sono infatti straordinariamente «moderni» e probabilmente affascinanti anche per i gusti da nativi digitali dei ragazzi di oggi.

Per gli appassionati di storia disneyana, l’allampanato Chisciotte, la morbida Dulcinea e il tondo Sancho Panza sono insieme una riscoperta e un rammarico: narrano alcuni biografi che Disney, buttandosi nel progetto di Biancaneve e i Sette Nani, avesse invitato Lorioux a raggiungerlo in California e che questi, vuoi per l’età vuoi per gli antichi screzi, si fosse fermamente rifiutato di farlo, chiudendo irrimediabilmente una sliding door . Com’è noto, infatti, Disney corteggiò a lungo l’idea di produrre un Don Chisciotte animato. Forse, se Lorioux fosse partito per Burbank, oggi avremmo un capolavoro in più.

15/10/2014 GUIDO TIBERGA  la Stampa